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Angelo Scola: riscoprire la speranza

di Emanuele Raco, Maurizio Cuzzocrea e Salvo Spagano

Eminenza, siamo da poco entrati nella “fase 2” di questo tempo condizionato dal coronavirus, dopo una lunga fase di chiusura pressoché totale che ha investito tutti gli aspetti della nostra vita, quello sociale e quello economico, quello umano e quello religioso. Può sembrare un controsenso, ma per rispettare il distanziamento sociale siamo obbligati ad accorgerci della presenza dell’altro, di chi ci sta intorno. Se il mondo prima del coronavirus era afflitto dal male dell’indifferenza, c’è speranza che quello post-Covid sia il tempo della prossimità e dell’attenzione all’altro?
Sicuramente siamo di fronte ad una occasione tragica ed impensabile per imparare a sperare in un cambiamento, a condizione di riscoprire che cosa significhi speranza in senso pieno. La lingua francese, a differenza della nostra, impiega due diverse parole per dire speranza: espoir, per indicare una speranza naturale, che attende la soddisfazione di un proprio progetto, ed espérance per indicare la virtù teologale che attende da Dio la vita eterna, una speranza in grado di agire contro ogni speranza. In questo contesto è necessario che il distanziamento sociale urga a recuperare la presenza integrale dell’altro, con tutti i fattori del bene del singolo e del bene comune. Senza questo dubito che il tempo post-Covid sarà migliore. La tragedia del coronavirus dev’essere affrontata mediante un ripensamento globale dei tratti religiosi, culturali, sociali e politici della nostra società plurale.

In questi mesi stiamo assistendo a un atteggiamento quasi cinico nei confronti degli anziani, partito da un pensiero che accomunava malattia ed età quasi inesorabilmente. Ora è scoppiato il caso dei decessi nelle RSA. Che ruolo hanno gli anziani nella nostra società? Sono diventati solo un peso?
Debbo dire che, stante la mia età, l’atteggiamento che lei denuncia mi ha particolarmente infastidito. Senza scomodare il riferimento a derive eutanasiche, vedo qui un grave rischio di imbarbarimento delle nostre democrazie, spesso formali. Come Papa Francesco ci ha richiamato gli anziani rappresentano un anello decisivo nella catena delle generazioni. Non mi riferisco solo a quello pur importante della memoria o, quando c’è, a quello della saggezza, ma più in generale al loro compito educativo verso i nipoti. Nei miei trent’anni di episcopato ho spesso visto come il valore di certi aspetti decisivi dell’esistenza – penso alla fedeltà, alla fatica, alla sofferenza e alla morte – passa ai nipoti più facilmente dai nonni che dai genitori. Dicevo sempre che i nonni non devono fare solo i baby-sitter, ma assumere questo loro compito educativo senza sostituire i genitori.

Uno dei soggetti più colpiti della pandemia è sicuramente la famiglia, che già incontra numerose difficoltà nella società contemporanea. Lei vede un sovraccarico educativo e di impegno per i genitori che non hanno più il supporto educativo delle altre agenzie formative, quali la scuola, le comunità parrocchiali, le associazioni?
La questione della famiglia è assolutamente cruciale, soprattutto per noi cristiani. Senza famiglia il cristianesimo si disincarna e, soprattutto, si clericalizza. In questo senso il sovraccarico educativo per le famiglie dovrà essere temporaneo, al limite fino alla scoperta di cure adeguate o del vaccino. Dovrà essere anche sostenuto adeguatamente dallo Stato, chiamato ad aiutare tutte le agenzie formative. Per tornare al mondo cattolico, personalmente ho speranza che la famiglia possa svolgere il suo ruolo di soggetto attivo della vita ecclesiale e non ridursi ad un semplice oggetto della pastorale. Senza la famiglia il compito dei laici non potrà certo fiorire. Il loro impegno in questi tempi difficili è encomiabile, tuttavia dovrà essere totale senza sostituire la natura sacramentale dell’organismo ecclesiale. E non dimentichiamo che la famiglia ha bisogno del popolo, cioè della comunità più grande in cui trova la sua dimora stabile. Non può essere concepita come autosufficiente.

Lo sforzo educativo della chiesa italiana in ambito scolastico è sempre stato alto. Le scuole e in particolari gli studenti oggi subiscono la chiusura forzata delle attività. Una comunità, come è quella scolastica, può vivere di solo web e didattica a distanza? Non rischiamo che i nostri ragazzi di fatto stiano perdendo un anno di studi, di crescita personale e di relazione con i propri pari?
Pur non sottovalutando l’uso dei new-media che in questa occasione hanno mostrato di possedere un aspetto di utilità relazionale importante, è fuori discussione che quest’anno scolastico risulta mortificato sia per gli studi (penso a cosa è stato per me e per i miei coetanei l’esame di maturità…!), ma soprattutto per la perdita del senso di comunità entro il quale fiorisce la personalità. Senza questo, al di là di tutti i tentativi, il giovane resta in solitudine. Se l’io non è in relazione non “vive”. Purtroppo ci si accorge di rado quando, magari nella stessa scuola e nella stessa settimana, due ragazzi si suicidano inspiegabilmente.
Mi permetto di aggiungere che in Italia il problema della scuola, nonostante gli sforzi compiuti nel dopoguerra, non è ancora stato affrontato dalla politica in termini adeguati. Penso alla grande differenza di trattamento riservato alla scuola paritaria rispetto alla scuola di stato. Mi rendo conto che la genesi risorgimentale del sistema scolastico italiano ha avuto il grande compito di coltivare una unità nazionale formando il cittadino italiano. Tuttavia far riferimento ancora oggi a questo compito è diventato un pregiudizio. Reputo più equo e più efficace un sistema che riconosca a entrambi i modelli (scuola statale e scuola paritaria) parità di condizioni giuridiche ed economiche a parità di verifica da parte degli organi statuali competenti.

Questi ultimi anni hanno visto crescere nel Paese un clima di odio e rancore, tra i cittadini e nei confronti delle istituzioni nazionali ed europee. Questo lungo periodo di stasi economica e sociale aiuterà la società a rigenerarsi? Quali emozioni ed esperienze vissute pensa che possano aiutare l’uomo a riconsiderare il proprio ruolo nella società?
La società, soprattutto negli ultimi tre o quattro decenni, è diventata plurale. Imparare a vivere in essa significa fare riferimento al grande valore di carattere pratico: volenti o nolenti dobbiamo vivere insieme. È un valore sociale che dev’essere scelto consapevolmente come valore politico. È l’alveo per esprimere ogni possibile senso di vita e per attuarlo creativamente. Mi sembra la strada maestra per contenere forme di odio e di rancore verso persone, gruppi intermedi, società civile, stato e organismi sovranazionali. Se questa opzione non sarà promossa con vigore la grande crisi in atto faticherà assai ad imboccare una via d’uscita o addirittura a trovarla. Io credo che le esperienze da lei auspicate possano facilmente essere rinvenute e comunicate facendo riferimento ai tanti che in questa occasione hanno riscoperto le dimensioni essenziali del vivere quotidiano: gli affetti, il lavoro e il riposo. Lo documentano: il recupero dei legami familiari, la vita donata da parte di molti medici ed operatori sanitari, di tutti coloro che hanno assicurato i servizi essenziali, l’impegno del volontariato, la scoperta del valore comunitario del condominio, del quartiere, della parrocchia e degli altri ambiti ecclesiali, della nazione e dello stato.

In questi anni stiamo assistendo a una inedita intensità di attacchi al Papa dall’interno della Chiesa e spesso si ha l’impressione che venga fatto un uso strumentale della persona e del pensiero del Papa emerito. Ci aiuta a capire cosa sta avvenendo nella Chiesa? E’ in discussione il ruolo del Papa o sono altri i problemi che emergono?
La Chiesa, come tutte le istituzioni, è segnata dal cambiamento d’epoca – come ben l’ha definito papa Francesco – ed è in travaglio. Personalmente reputo che si debba ripensare in profondità il rapporto circolare tra fede e culture. È una conseguenza della natura plurale della società. Come diceva san Giovanni Paolo II, se la fede non diventa cultura rischia di non sapersi comunicare. Ma bisogna considerare anche il fatto che le culture che in questa società plurale si incontrano e si scontrano, interpretano la fede. È per dover fare i conti con questo che la Chiesa oggi è in difficoltà. Gli attacchi al Papa, quando non sono frutto di pura reattività al suo stile pastorale, risentono di questa difficoltà. Sono cioè legati alla concezione di Chiesa che non può non tener conto dell’interpretazione culturale della fede. Per esempio se io riduco la fede a cemento della società la trasformo in religione civile. Se dico che la fede si esaurisce nel puro portare la croce di Cristo, e tutto il resto – implicazioni etiche, economiche e politiche – non c’entra con essa, di fatto propugno una diaspora dei cattolici. Secondo me il ruolo del Papa non è in discussione, né lo è la differenza di stile nell’esercizio del papato tra Francesco e Benedetto. Non dimentichiamo che nella storia della Chiesa è necessaria non solo la continuità ma anche la discontinuità. Quanto poi agli attacchi a Francesco, Benedetto non ne subisce di meno. In questi giorni è uscita una grossa biografia (più di mille pagine) del papa emerito scritta da Peter Seewald nella quale si citano le seguenti parole papa Ratzinger: «Il sospetto che io mi immischi regolarmente in pubblici dibattiti è una distorsione maligna della realtà. […] Lo spettacolo delle reazioni della teologia tedesca è così sciocco e così cattivo che è meglio non parlarne. I veri motivi per cui vogliono silenziare la mia voce non voglio analizzarli».

Guardando “dal di fuori” certi atteggiamenti dei cattolici oggi vediamo un conflitto tra chi difende orgogliosamente i simboli e le tradizioni, ma poi, spesso, contraddice in pratica il messaggio di carità proprio del Vangelo, oppure, all’opposto, attribuisce ormai poca importanza ai simboli, alla liturgia, alla tradizione e interpreta “l’opzione preferenziale per i poveri” come una sorta di riduzione del Cristianesimo a messaggio di amore e carità universale. Quale sforzo, anche culturale, deve fare la Chiesa per “ricondurre tutto il gregge” a una vera unità in cui non ci siano valori di serie A e valori di serie B?
Il conflitto è legato a quanto abbiamo detto nella risposta precedente e risente di decenni di lettura ideologica della fede. Non a caso lei parla di necessità di uno sforzo culturale. Aggiungo che qui non si tratta di una cultura libresca che, come diceva Maritain, è sempre un pensiero di secondo grado, ma di una cultura dell’esperienza: “Il significato essenziale della cultura consiste nel fatto che essa è una caratteristica della vita umana come tale… La cultura è un modo specifico dell’«esistere» e dell’«essere» dell’uomo. L’uomo vive sempre secondo una cultura” (Giovanni Paolo II, Discorso all’Unesco, 2 giugno 1980). La radice della cultura è allora l’esperienza. Quindi compito della Chiesa è annunciare il Cristo vivo, incontrabile e vivibile all’interno della comunità ecclesiale. Da questa tensione soltanto può nascere un’equilibrata proposta di tutte le implicazioni della vita cristiana, anzitutto della liturgia, dei valori antropologici di amore e di carità, dall’opzione preferenziale per i poveri a una autentica giustizia sociale fino al ripensamento di un nuovo ordine mondiale.

Il tema dell’accoglienza dei migranti interroga ferocemente la politica e la società, anche se oggi la pandemia sembra averlo messo in secondo piano. Qual è il ruolo delle religioni per favorire il dialogo tra uomini e culture? La globalizzazione economica che oggi sembra in crisi può essere sostituita da un nuovo umanesimo mondiale sostenuto da un dialogo interreligioso che sia capace di condizionare positivamente le scelte politiche?
Ha molta ragione di dire che, per trovare una risposta adeguata, il problema dei migranti ha bisogno delle religioni, come ha mostrato l’incontro di Papa Francesco con il Grande Imam Al Tayyib ad Abu Dhabi attraverso il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Le religioni hanno la possibilità e il compito di contribuire a questo nuovo umanesimo, avendo il coraggio di esplicitare tutta la loro forza critica rigenerativa anche nei confronti della globalizzazione economica. È stato triste per me in questi mesi di lockdown constatare lo scarso peso dato dai mass-media alla lettura religiosa del problema. Esso non può essere ridotto alla pur decisiva questione della celebrazione eucaristica col popolo, ma deve mostrare tutte le sue implicazioni a livello di vita culturale, sociale e politica.

L’Enciclica “Laudato si’ “ha posto in evidenza l’attenzione del magistero nei confronti della terra e delle questioni ambientali, strettamente legati ai temi sociali e a un’ecologia integrale. Oggi l’emergenza sanitaria ha messo in evidenza come un rapporto più responsabile nei confronti della natura può portare solo giovamento all’uomo. Scienza e fede, che Papa Paolo IV definì le “due lampade della verità”, possono trovare un orizzonte comune per la cura dell’umanità e della casa comune?
L’espressione ecologia integrale, ripetutamente presente nella Laudato si’ mostra l’inevitabile continuità tra il cammino dell’uomo, della società e l’evoluzione del creato. Per una ecologia integrale è necessario evitare gli opposti estremismi che, di fatto, sembrano oggi prevalere nella considerazione dell’ambiente. Da una parte la posizione, più diffusa, del “dominio” che si relaziona all’ambiente secondo una logica che potremmo definire “predatoria o di sfruttamento” ad esclusivo vantaggio dell’attuale generazione; dall’altra una sorta di “sacralizzazione”, altrettanto indiscriminata, dell’ambiente che propugna un cosmocentrismo che, alla fine, rivendica pari diritti per ogni forma di vita, dimenticando lo specifico umano. Solo superando queste opposte posizioni l’uomo può pensare ad un rapporto con il pianeta responsabile e capace di cura. Una simile ecologia integrale – che implica un’antropologia – domanda un deciso cambio di rotta in campo economico e tecnocratico. In questo senso l’ecologia integrale favorisce l’armonia tra scienza e fede.

La storia dell’Italia repubblicana è segnata dal ruolo che hanno avuto e che hanno i cattolici in politica. Archiviato il tema del partito unico dei cattolici, qual è il ruolo dei laici oggi? Su quali basi possono trovare unità anche nelle distinzioni delle scelte e degli orientamenti partitici?
L’unità dei cattolici in politica si giocherà ormai nel portare entro i diversi ambiti della società plurale un’antropologia integrale capace di testimoniare, anzitutto nelle questioni etiche essenziali, la contemporaneità dell’avvenimento di Cristo, risorto e vivo. Questo sarà però praticamente impossibile se gli stessi cattolici non sapranno mostrare la decisività di questo annuncio in tutti gli ambiti della vita sociale, a fortiori nella politica. Come già diceva Platone, il politico dev’essere un abile tessitore, capace di usare un solido ordito ed una delicata trama, con cui ottenere una stoffa nello stesso tempo resistente e morbida. L’immagine suggerisce l’idea di una societas carica di amicizia civica, duttile e capace di affrontare la pluralità in tensione con l’unità.

Lei è arcivescovo emerito di Milano, come ha visto la città e tutta la regione in questi mesi drammatici? Quali forze le consentiranno di rialzarsi?
Mi limito a dire che quanto sta facendo il mio successore, l’arcivescovo Mario Delpini, con i suoi collaboratori, rappresenta la risposta efficace a queste domande. Mi sembra inutile aggiungere altre parole. Invito tutti, in particolar modo i cattolici, a seguire questa intelligente azione.

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