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Ritrovare calma e lucidità, senza prove muscolari dall’esito incerto

Il segretario Zingaretti ha aggiornato la direzione del Pd sulla crisi di governo, senza aprire al momento un dibattito in quella sede. Due i punti della relazione del segretario che condivido. Primo: Italia Viva ha sbagliato i tempi e i modi per aprire una crisi al buio. Secondo: accanto a scelte importanti per il bene del Paese, come quella di aver garantito un forte ancoraggio all’Europa, il governo ha mostrato limiti evidenti, tanto che il Pd chiede da tempo una svolta e un rinnovato programma di legislatura. Al Pd non interessa una governabilità fine a sé stessa.

Proprio perché condivido queste due premesse, però, penso che ci siano altri tre punti da chiarire.

Primo: su quali elementi di merito il Pd sollecita un’autocritica seria di fronte al Paese da parte del governo e della maggioranza? Se non parliamo di lavoro, welfare, scuole, trasporti, politica industriale e accelerazione del piano vaccinale per non favorire l’insorgere di nuove varianti del virus, nel merito delle scelte, il richiamo a una generica svolta rischia di essere risucchiato nel teatrino della politica e le persone faranno fatica a capire che cosa di diverso chieda il Pd.

Secondo: come si concilia un passaggio parlamentare di mera conta dei voti sul Conte bis con la richiesta di una svolta? Come e dove dovrebbero materializzarsi segnali di discontinuità, sfuggendo a una logica puramente muscolare e ai personalismi? Non sarebbe più ordinato e trasparente, dopo il passaggio alla Camera, permettere al presidente Conte di gestire in maniera trasparente consultazioni sotto l’egida del Presidente della Repubblica, per capire se esistono i margini politici per ricostruire un accordo all’interno dell’attuale maggioranza o eventualmente per costruirne una allargata, mettendo al primo posto le esigenze drammatiche dell’Italia? In virtù della sua forza, il Pd dovrebbe essere il partito che parla con tutti, senza mettere o accettare veti, per trovare una soluzione alla crisi.

Terzo: alcuni esponenti del governo e del Pd sembrano prefigurare una scelta strategica di lungo periodo che usi questo passaggio parlamentare per cementare una nuova alleanza pseudo-progressista tra Pd, M5S e Leu. Ma non è quello di cui dovremmo discutere. Questo è un tema da congresso, non da conte parlamentari, perché ridisegna l’identità del nostro partito. Adesso, capiamo come rilanciare il programma di un governo “necessitato” dalla situazione drammatica che stiamo vivendo. Di alleanze strategiche, candidati premier e identità politiche parleremo quando sarà il momento e consultando tutti i militanti e gli elettori del Pd con un dibattito vero.

Senza risposte chiare a questi punti, il quadro politico rischia di avvitarsi. Il ministro Di Maio ha detto che non c’è nessun mercato dei voti alla ricerca di trasformisti, ma che il governo presenterà un programma in aula, appellandosi alla responsabilità di ogni singolo senatore. Ma a quel punto, seguendo questa logica, ciascun senatore, compreso il sottoscritto, dovrà fare valutazioni di merito sulla solidità del nuovo quadro politico e sui segnali di discontinuità che molti chiedono da tempo, prima di fare una scelta che parli alla propria coscienza di fronte al dramma che sta vivendo il nostro Paese. Per carità, ci sta, ma ritrovare la calma e la lucidità senza prove muscolari dall’esito incerto sarebbe forse preferibile.

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