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Manes exite paterni. Filippo Bentivegna e il Castello incantato di Sciacca

Non sapremo mai cosa passasse per la testa a Filippo Bentivegna da Sciacca (1888-1967), certo è che visitare il suo Castello incantato lascia attoniti. Né deve stupire l’interesse da parte di Jean Dubuffet per questo artista vernacolare e folle, inserito oggi a buon diritto nel catalogo internazionale dell’Art Brut tra i più grandi.


Il suo teatro litico di teste scolpite, come un cimitero delle Fontanelle napoletano, come l’Antigone sofoclea, ha il valore della testimonianza, dà forma visibile a uomini transitati anonimi nella loro vita senza più dignità né conforto e ora, per la sua paziente mano, eternamente presenti. Anche a Sciacca come a Napoli, a Sciacca come a Tebe, quelle anime del purgatorio richiedevano la cura dei vivi; però qui, a occuparsi amorevolmente dei circa tremila lemuri non sono altrettante giovani vergini prima del matrimonio, ma un uomo solo considerato pazzo dalla sua città retriva, isolato, solitario, incompreso.


Dalla vicenda di Bentivegna, come quella di Ligabue, si misura l’importanza epocale del Surrealismo, il valore nuovo e dirompente che esso dà alla follia sin dal suo esordio, nel Manifesto del 1924. Legittima maggiormente, se ce ne fosse bisogno, il pensiero e l’opera di Artaud, la deriva immaginifica di Jung in psicanalisi, fino al riconoscimento per legge della dignità sociale dei malati psichiatrici con Franco Basaglia (1978).
A Filippo Bentivegna dedica una splendida canzone il gruppo dei Virginiana Miller, che recita:

Ade segreto lasciami entrare
Con questa testa di cane bastonato
Voglio sentire le ombre respirare
Vedere i volti che hai cancellato.

Viene colto in tal modo lo spirito più autentico della missione in vita dello scultore sciacchitano, che è disceso idealmente agli inferi per un antro sibillino, un antro che egli stesso si scava ai piedi del monte Kronio per cavare e cavare e cavare le anime dal sottosuolo. E di levare in levare riporta alla luce il sembiante di migliaia di morti prima di lui. Ma il prezzo che Ade gli impone è la fissità degli sguardi che, una volta tornati alla luce, eternamente rimarranno tra noi.


Eppure, se ti fermi ad ascoltare tra loro, confuso nella folla calcarea che ti circonda, puoi sentire una flebile voce, qualcosa che ricorda l’epica escatologica di un Virgilio o di un Dante, qualcosa che riecheggia Spoon River. La curvatura del tempo subisce un forte rallentamento, gli effetti labirintici e solforosi del monte Kronio si fanno sentire. Se Dedalo ancora ti confonde, la missione di Filippo Bentivegna avrà raggiunto il suo scopo.

Encomiabile è l’opera di recupero e valorizzazione condotta dalla Regione Siciliana per restituire dignità e valore museale a un patrimonio diversamente destinato alla dispersione e all’oblio.
Qualche chilometro più a nord sorge il Cretto di Burri dove, solo un anno dopo la morte di Bentivegna, si consumava uno tra i drammi collettivi più gravi della nostra vita repubblicana: il sisma in Belìce.

Possiamo stabilire solo un nesso poetico tra le due esperienze, tra le due opere, ma è consigliabile sommare entrambe le visite in un unico itinerario, affinché, poeticamente parlando, si comprenda meglio la lingua sibilante dei morti e, con essa, il senso tragico della vita.

Castello incantato
Via Fondo Bentivegna 16, Sciacca (AG)
Info: http://www.sciaccamusei.it

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