Press "Enter" to skip to content

Sandro Gozi: scommettere insieme sul destino comune dell’Europa conviene

Il settantesimo anniversario della Dichiarazione di Schuman cade in un momento particolarmente difficile per l’Europa. Qual è lo stato di salute dell’Unione?
L’Unione Europea ha fatto passi da gigante. In 70 anni abbiamo fatto cose che erano imprevedibili, se pensiamo che quella dichiarazione fu fatta cinque anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Il mondo oggi va molto più veloce e quindi è una Unione Europea che ancora deve cambiare moltissimo per mantenere la promessa e per rispondere alle ambizioni di Schuman.
 
La sensazione è che le Istituzioni comunitarie siano quanto mai vive ed essenziali. Ciò che manca è la solidarietà tra le nazioni.
È questa la ragione per cui credo che le risposte concrete e importanti che l’Europa sta dando, ha dato e darà alla crisi del coronavirus saranno un grosso problema per le forze neonazionaliste. L’Europa che c’è è quella sovranazionale, che decide a maggioranza quando si riuniscono Parlamento e Consiglio, che rispetta l’autonomia delle Istituzioni sovranazionali come la Commissione e la Banca Centrale Europea. Mi riferisco alla sospensione del patto di stabilità e crescita, alla flessibilità sugli aiuti di stato, alla cassa integrazione europea, al meccanismo europeo di stabilità per la sanità, alla Banca Europea per gli Investimenti.

E quella che non c’è?
L’Europa che delude e oggi preoccupa è quella che vorrebbero i nazionalisti, l’Europa dei veti nazionali, che decide all’unanimità, è l’Europa delle riunioni tra governi che sfugge al controllo democratico. Pensiamo soltanto alle riunioni dell’Eurogruppo, un organo che va superato e ripensato perché non esiste se non come protocollo allegato ai trattati. Nella nuova Europa l’Eurogruppo deve essere inserito nei Trattati, lavorare e decidere a maggioranza, in modo trasparente, con più controllo democratico. Oggi l’Europa che preoccupa è quella che mette le frontiere tra i Paesi, è quella che per la crisi impedisce la libera circolazione delle persone, che fatica a mettere subito sul tavolo una solidarietà finanziaria perché il contribuente tedesco o olandese ha paura di pagare il debito italiano o francese, cosa che nessuno gli chiede. Questa Europa che blocca, che ha sempre bisogno di troppo tempo per decidere, è “l’Europa delle nazioni” che i nazionalisti vorrebbero: un’Europa senza Schengen, con le frontiere nazionali, dove ognuno ha potere di veto: prima gli italiani, prima i francesi, prima gli olandesi. E così perdiamo tutti… Oggi i cittadini sono delusi dall’Europa. Bisogna spiegare loro che sono delusi dall’Europa che non c’è.
 
Il presidente Prodi ci invita a uscire dalla logica dei trattati e trasformare la nostra Europa in una democrazia federale e sovranazionale. Come possiamo raggiungere quest’obiettivo?
Penso che mai come oggi il federalismo europeo sia di grande attualità. Lo deve essere però con delle soluzioni e un approccio nuovo. Bisogna dimostrare che l’Europa federale è la più efficace a risolvere le grandi questioni transnazionali, che sfuggono alla capacità di controllo della politica nazionale. Lo vediamo con il coronavirus, che è una catastrofe sanitaria transnazionale, ma ancora di più nella lotta al cambiamento climatico, nella necessità di governare il digitale, nella capacità di mettere la tecnologia e l’intelligenza artificiale al servizio del benessere collettivo, nell’urgenza di avere un’azione più integrata come Europa per garantire sicurezza e stabilità delle aree geopolitiche per noi vitali. Quest’Europa, sovrana e democratica, può contribuire a migliorare il mondo, può aiutare a far valere i nostri valori e interessi sulla scena mondiale, che altrimenti resterebbe un duopolio tra Cina e Stati Uniti.

In una Europa federale servono partiti transnazionali?
Prodi parla di democrazia sovranazionale intorno al parlamento Europeo. Quest’obiettivo si raggiunge se anche la politica esce dalle logiche strettamente nazionali. Ancora oggi a molti europeisti, anche nel nostro Paese, sfugge la dimensione transnazionale della politica. Potremo avere una democrazia federale europea compiuta solo quando avremo una dimensione veramente europea dei partiti e della politica, con veri movimenti politici transnazionali. Non ci sarà mai altrimenti uno spazio politico democratico in cui i cittadini sentiranno di poter contare qualcosa nel rapporto con la politica. Ecco il motivo della mia scelta di essere eletto con Macron nelle liste di Renaissance e di far parte di Renew Europe.

L’impressione è che Macron abbia perso vigore rispetto all’esordio.
Vedo due problemi per Macron a tre anni dalla sua elezione, il 7 maggio 2017. Il primo è la mancanza di visione europea di Angela Merkel e della Germania. Nel 2017 Macron ha fatto un discorso molto visionario alla Sorbona al quale Angela Merkel ha risposto con un anno di ritardo e in maniera molto tiepida e molto prudente. Questo è stato un errore storico di Angela Merkel e della CDU, il suo partito. L’altro aspetto è l’impazienza di Macron. Vorrebbe vedere cambiare molto più rapidamente le cose in Europa. Avrebbe voluto già avviare la conferenza per la riforma dei Trattati; avrebbe già voluto avere un bilancio della zona Euro; avrebbe già voluto avere nel 2019 delle liste transnazionali per eleggerci la metà dei parlamentari europei. Questa sua impazienza spesso lo fa andare molto avanti senza portarsi dietro abbastanza alleati. Io continuo a preferire l’impazienza, per alcuni a volte irritante, di Emmanuel Macron, alla prudenza sempre estenuante, esasperante di Angela Merkel.

Quanti leader vede in Europa in questo momento?
La mia impressione è che l’unico vero leader in Europa in questo momento sia Emmanuel Macron. Tutti gli altri sono troppo poco europei o troppo deboli. È l’unico che continua a indicare nell’Europa il grande progetto della sua azione politica. È l’unico che anche durante la crisi non ha messo in discussione l’appartenenza all’Unione Europea. In Italia lo stesso Conte ha minacciato di fare da soli. Macron è l’unico coerentemente impegnato in una riforma profonda europea.

Ma l’Europa può fare a meno dell’asse tra Parigi e Berlino?
Questa crisi ha determinato una svolta politica molto importante: per la prima volta la Francia non si è fermata, Macron non ha ucciso il dibattito politico europeo accettando la soluzione politica al ribasso sul coronavirus proposta da Berlino pur di mantenere un rapporto privilegiato con la Germania. Ha chiesto di proseguire il confronto politico, ha voluto aggregare un gruppo di paesi senza limitarsi a mettere insieme il fronte del Sud – Italia, Francia e Spagna – ma ha coinvolto l’Irlanda, il Belgio, il Lussemburgo. Ha voluto così indicare che non accettava una soluzione minimalista, equilibrista, di status quo, che è quella proposta da Angela Merkel, la grande signora dello status quo, dell’unanimismo, degli equilibrismi a 27 per cambiare il minimo possibile e fare il massimo possibile per gli interessi della Germania a breve termine.

Qual è invece l’obiettivo di Macron?
Macron continuerà a costruire nuove alleanze, basate sui progetti, sulla condivisione delle battaglie politiche, andando oltre il tradizionale asse Parigi – Berlino che ormai è solo retorica. Macron, se vuole vincere in Europa, deve continuare questo lavoro di costruzione di nuove alleanze, dialogando con la Germania ma in un confronto politico aperto e senza accettare soluzioni minimaliste. Non vedo altri leader che abbiano questa forza politica e questa capacità intellettuale. La crisi del coronavirus assieme alla resistenza al cambiamento che c’è in Francia, hanno complicato la sua azione politica ma ritengo che la sua impostazione di fondo gli consentirà di avviare una riforma importante dell’Unione.

Che giudizio ha di Giuseppe Conte?
So che oggi in Italia non è consentito mettere in discussione questo governo in nome della responsabilità, ma io credo che Giuseppe Conte non sia un leader politico, non ha il carisma e l’influenza politica necessaria e non è espressione di nessun partito, non si è mai candidato a nessuna elezione, non era il candidato di nessuna coalizione. Non voglio buttare la croce addosso a Conte, ma la realtà è che abbiamo da una parte una signora che domina la politica del primo paese d’Europa e del continente da almeno 15 anni, dall’altra un giovane leader che ha scombussolato 40 anni di politica pubblica francese, e l’Italia ha Giuseppe Conte. Non è un caso che il punto di riferimento delle cancellerie internazionali, nei momenti che contano, resti il presidente Sergio Mattarella.
 
L’Italia con Renzi aveva trovato il suo Macron. Perché ha perso la guida del Paese in così poco tempo?
All’inizio era Renzi il modello per Macron. Lo stimava molto, seguiva e guardava l’allora sindaco di Firenze e poi l’ascesa a leader del primo partito italiano e alla presidenza del Consiglio. Il Renzi del 2012/13/14 era il giovane leader progressista più noto in Europa. Di certo, quando diventi presidente della Repubblica Francese hai la garanzia di poter esercitare quella carica per cinque anni e mantieni un potere esecutivo come nessun altro in Europa. Renzi, come prima Berlusconi e prima ancora Prodi, questi poteri non li aveva perché la nostra Costituzione parlamentare, che per me non è la più bella al mondo, è inadatta oggi alle esigenze che oggi le democrazie hanno, di essere rapide ed efficaci nel decidere. Il vero errore di Renzi poi è stato quello di legare l’esito del referendum alla sua permanenza a Palazzo Chigi. Non era necessario e lo ha costretto alle dimissioni. Avrebbe dovuto evitare che un no alla riforma si trasformasse in un no a Matteo Renzi.
 
Forse Renzi ha sbagliato a non cambiare davvero il PD, come aveva promesso di fare
Il Renzi del 40% doveva prendere l’iniziativa di trasformare il Partito Democratico in una vera forza liberal progressista e reinventare il partito sia nella dirigenza nazionale che locale. Troppi compromessi con i capi corrente, pochi riflessi sui territori dell’innovazione operata a livello nazionale: sono stati errori che gli sono costati caro. Oggi penso che il Partito Democratico stia diventando sempre di più un rispettabile partito di sinistra tradizionale, statalista, dirigista, interventista, a tratti Corbiniano quando Corbyn andava di moda. Ritengo però che ci sia ancora in Italia uno spazio centrale da occupare con delle proposte coraggiose e innovative.

Ma i sondaggi non premiano le formazioni che si posizionano in questo spazio
In questo momento in Italia contano di più i seggi in Parlamento che i sondaggi e nella convinzione che si andrà alle urne dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, mi preoccuperei poco dei sondaggi. È chiaro che bisogna essere molto coraggiosi e innovativi nelle proposte di riforma che si fanno. Alcune battaglie come quelle sulla giustizia sono fondamentali. Bisogna parlare ai liberi professionisti, ai piccoli imprenditori, a quelle categorie che hanno consapevolezza di quanto le sirene salviniane non funzionino più perché la politica della chiusura e del conflitto della Lega di Salvini non fa il loro interesse. Nonostante la “saggezza” che Berlusconi sta dimostrando in questa fase, Forza Italia sta lentamente arrivando alla fine. C’è uno spazio liberale e progressista da occupare e spero e credo che Italia Viva grazie alla forza e al talento politico di Renzi possa svolgere un ruolo importante in questo.
 
Crede nella possibilità di riunire in un solo movimento tutti i soggetti che gravitano nell’area liberaldemocratica?
È un problema di orticelli. Bisogna creare un partito liberal progressista che aggreghi le varie forze che dicono per l’80% le stesse cose ma inspiegabilmente restano divise. È vero che in politica 2×5 non fa sempre dieci, ma credo che una proposta di Rinascimento Europeo, di Renew Europe in Italia, guardando al gruppo a cui appartengo in Europa, abbia un potenziale che vada ben oltre il 10%. Può individuare le forze che sono già in campo e raccolgono appunto il 2/3%; le tante italiane e italiani che oggi si astengono e quelli che non hanno intenzione di seguire il Partito Democratico nella sua deriva sinistrorsa; i cittadini che vedono Forza Italia alla fine, nonostante l’impegno di Berlusconi e quanti non vogliono buttarsi tra le braccia del nazionalismo lepenista di Salvini o di quello all’amatriciana di Meloni. Ci sono poi i delusi del M5S. Questo è il progetto politico da fare. Vuol dire aggregare, costruire, fare delle nuove squadre ed evitare di farsi la guerra tra poveri.
 
Uno dei settori maggiormente in difficoltà in seguito al coronavirus in Italia sarà il turismo. Cosa può fare l’Europa per sostenerlo?
Il turismo è il settore che soffrirà di più una recessione economica che colpirà tutte le economie europee ma che danneggia innanzitutto i settori che dipendono dalla libera circolazione. Una buona parte del Recovery Fund deve essere destinato proprio al turismo, attraverso un programma Ue di sostegno specifico. Servono le risorse finanziarie, serve maggiore celerità nell’eliminare le barriere nello spazio Schengen e darsi nuovi strumenti per facilitare gli spostamenti. Ci sono due idee che circolano: quella di un passaporto turistico Covid-19, con un test da fare alla partenza alla partenza e all’arrivo, che consenta ai turisti di poter circolare e di essere accolti con maggiore facilità, e creare dei corridoi per il turismo tra i paesi membri.
 
Il Recovery Fund può essere la base da cui partire per costruire una nuova Europa?
Secondo me si. Per questo sin dall’inizio ho molto insistito perché si adottasse questo nome. Non era un vezzo o pignoleria. Si è dimostrato essere lo strumento per trovare un compromesso politico. Continuando a parlare di Euro bond si restava prigionieri di un dibattito legato del mondo di ieri, alla crisi finanziaria del 2010. Euro bond, per olandesi e tedeschi, significava mutualizzare un debito esistente. Ecco perché abbiamo proposto di lavorare su strumenti nuovi. I Recovery Fund possono certamente delineare l’inizio di una nuova fase politica perché rappresentano l’impegno a un massiccio piano di rilancio europeo, tanto nuovo e promettente da renderci disposti a emettere un debito comune. Indebitandoci insieme torniamo a fidarci l’uno dell’altro. La mancanza di fiducia reciproca tra popoli e stati europei è stata infatti la grande debolezza di questi anni.

La condivisione del debito come prova di fiducia?
Se l’emissione di un debito comune europeo ci consente di uscire prima e meglio dalla crisi, quest’idea diventa la base per una nuova integrazione politica europea. Vuol dire recuperare quella fiducia reciproca, quella solidarietà che, ricordando Schuman, sta all’origine del progetto europeo. Si tratta di elementi indispensabili per una profonda riforma del progetto europeo, che deve arrivare in questa legislatura, e per la quale già a settembre dobbiamo avviare la Conferenza sul futuro dell’Unione. Tutto questo sarà possibile se riusciremo a vincere la sfida del Recovery Fund e del Recovery bond, dimostrando che scommettere sul nostro destino comune, insieme, conviene. Questa è la dimensione politica del dibattito in corso, che Macron ha colto pienamente.
 
Facciamo un appello ai più giovani nel giorno del settantesimo anniversario della Dichiarazione di Schuman.
I giovani vogliono una vera lotta contro il cambiamento climatico, vogliono meno diseguaglianze, sono nativi digitali. Per dare queste risposte è necessario oggi riprendere a livello europeo quella capacità di risolvere i problemi che la politica nazionale ha ormai perso. Sarà particolarmente difficile in Italia, un paese che in questo momento è in prima linea nella battaglia tra neo-nazionalismo, sovranismo ed europeismo. È questo però, secondo me, il miglior modo per far capire ai giovani che l’Europa è la loro migliore alleata, è il loro futuro, è al loro fianco. Usando l’approccio di Schuman e dimostrando perché per risolvere i problemi concreti abbiamo bisogno di più Europa, di una nuova Europa. Sono convinto che vinceremo la sfida. È il momento di dimostrare determinazione e coraggio. E’ il momento di pensare l’impensabile.

Share via
Copy link
Powered by Social Snap