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	<title>Giacomo Delle Pagine, Autore presso ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Giacomo Delle Pagine, Autore presso ilcaffeonline</title>
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		<title>Undicesimo comandamento: tu non violerai i confini altrui</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Oct 2022 08:23:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo ad uso di chi ama comprendere i problemi della pace e della guerra. Partendo dai fondamentali del diritto internazionale costituito dopo il 1945.</p>
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<p>Articolo ad uso di chi ama comprendere i problemi della pace e della guerra, senza i quali invocare la pace è come chiedere ad Alex DeLarge di rispettare gli scrittori e le loro mogli.</p>



<p>Per capire esattamente quale sia uno dei tanti problemi della guerra scatenata dalla Russia all’Ucraina, oltre ai devastanti costi umani per ucraini, russi e cittadini di paesi terzi, dobbiamo tornare ai fondamentali del diritto internazionale costituito dopo il 1945.</p>



<p>Con l’istituzione delle Nazioni Unite le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, compresa l’Unione Sovietica, predecessore della Russia, stabilirono due suoi principi fondamentali: il rifiuto della guerra di aggressione, neanche nella forma dell’attacco preventivo difensivo, e l’illegalità dell’uso della forza per modificare i confini internazionali.</p>



<p>L’articolo 2, comma 4 della Carta delle Nazioni Unite dice: “<em>I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.</em>”</p>



<p>Il divieto si estende anche alla minaccia della violenza per conseguire scopi incompatibili con le Nazioni Unite che, ricordiamo, sono la pace, la sicurezza di ogni membro e un sistema internazionale fondato sul diritto e la giustizia.</p>



<p>Unica deroga a questo divieto assoluto è il diritto di autotutela, individuale o collettivo, riconosciuto ad ogni membro dell’ONU dall’articolo 51: “<em>Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.</em>”</p>



<p>Questi principi sono stati assorbiti anche dalla nostra Carta Costituzionale che all’articolo 11 afferma: “<em>L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.</em>”</p>



<p>Si trattava di una prospettiva rivoluzionaria, impensabile fino a quel momento, che andava contro millenni di violenza legittima da parte di uno Stato contro un altro. Dal 1945 si cambia: <strong>annettere uno Stato, mutilarlo, spartirlo, non è più legalmente consentito</strong>.</p>



<p>E il bello è che il sistema ha funzionato.</p>



<p>Sento già proteste di incredulità. E le guerre che hanno devastato il mondo? Le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, le minacce della Cina a Taiwan, gli scontri tra India e Pakistan? È innegabile che la violenza abbia continuato a infestare il mondo, eppure, il numero delle guerre, la loro intensità e il numero delle vittime sono costantemente diminuiti. L’ultima guerra tra grandi potenze è stata quella di Corea, in cui si fronteggiarono direttamente soldati degli Stati Uniti e della Cina Popolare.</p>



<p>Gran parte dei conflitti armati dal 1945 ad oggi sono state guerre civili, mentre quelle fra stati hanno avuto scopi limitati, senza pretesa di distruggere l’avversario o di modificarne i confini internazionalmente riconosciuti. I confini dell’America Latina sono immutati da un secolo. Quelli dell’Africa non sono stati modificati se non per la secessione di Sud Sudan ed Eritrea. Anche in Asia i confini sono quasi immutati, con la drammatica eccezione dell’ancora fluida situazione tra l’India e i paesi limitrofi, Cina e Pakistan. L’unica drammatica eccezione sono le guerre arabo-israeliane che si ponevano l’obiettivo di cancellare lo Stato israeliano. È vero inoltre che molti dei conflitti sono scaturiti dalla pretesa di alcuni Stati di imporre un regime politico ad un altro, come frequentemente accaduto in America Latina da parte degli Stati Uniti, in contravvenzione con i principi dello Statuto dell’ONU.</p>



<p>Tuttavia, <strong>nel 2008 qualcosa è cambiato</strong>.</p>



<p>La guerra lampo del gigante russo contro la Georgia si è conclusa con la mutilazione del territorio dell’Abkhazia, a cui è seguita nel 2014 l’occupazione illegale della Crimea, con referendum privi di ogni minima legittimità e trasparenza. Per la prima volta dal 1945 uno Stato si arrogava il diritto di impossessarsi con la forza di un territorio altrui, senza neppure tentare la strada dell’accordo, qualcosa che neppure l’URSS aveva osato fare, pur non avendo mai esitato ad usare le maniere forti con vicini e vassalli.</p>



<p>L’attacco del 24 febbraio della Russia contro l’Ucraina e l’annessione illegale alla Russia di quattro province ucraine, avvenuta il 30 settembre. rappresentano gravissime violazioni del diritto internazionale sotto tre punti: uso della forza per risolvere una controversia internazionale; tentativo di eliminare l’indipendenza politica di un altro Stato sovrano; modifica unilaterale dei confini internazionalmente riconosciuti.</p>



<p>Ciò che è cambiato è il fatto che la Russia tenti nuovamente di legittimare l’uso della forza nelle relazioni internazionali. Di nuovo, nessuno nega gli arbitrii e le violenze commesse da tutte le grandi potenze, dietro pretesti spesso risibili e comunque illegali dal punto di vista del diritto internazionale. Ma nessuno prima di Putin si era spinto finora a cancellare con un tratto di cingolati i principii cardini della sicurezza collettiva.</p>



<p>La paura è la prima fonte di instabilità. Paura delle piccole potenze verso le grandi. Paura che genera la ricerca di protettori e scatena il riarmo. Non abbiamo bisogno di tutto questo. Ove i principi di rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e della non interferenza negli affari interni venissero cancellati, si aprirebbe un periodo di forte instabilità, in cui anche l’Europa finirebbe per essere investita. Non dimentichiamo, infatti, che alcuni confini internazionali, pensiamo al Kosovo, non sono ancora pienamente riconosciuti.</p>



<p>Quindi, di nuovo, fermare la Russia non è solo nell’interesse delle democrazie occidentali, ma di tutto il mondo, per evitare di ritornare all’infinita serie di lutti <strong>da cui nessuno esce mai vincitore</strong>.</p>
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		<title>Guida per idioti alle elezioni politiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Sep 2022 13:13:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Giunti ormai a pochi giorni dalle elezioni politiche, possiamo preparare una guida alle elezioni per idioti, che spieghi in poche parole le visioni concorrenti della società italiana da parte dei diversi schieramenti. Abbiamo una coalizione di centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia), una di centrosinistra (PD, +Europa, Verdi e Sinistra italiani), una liberale (Calenda e Renzi) ed infine i Cinquestelle da soli. Trascuriamo le altre organizzazioni folcloristiche, come “Il partito&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Giunti ormai a pochi giorni dalle elezioni politiche, possiamo preparare <strong>una guida alle elezioni per idioti</strong>, che spieghi in poche parole le visioni concorrenti della società italiana da parte dei diversi schieramenti.</p>



<p>Abbiamo una coalizione di <em><strong>centrodestra</strong></em> (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia), una di<strong> <em>centrosinistra</em></strong> (PD, +Europa, Verdi e Sinistra italiani), una <strong><em>liberale</em> </strong>(Calenda e Renzi) ed infine i <em><strong>Cinquestelle</strong></em> da soli. Trascuriamo le altre organizzazioni folcloristiche, come “<em>Il partito della follia creativa</em>” del dottor Cirillo, da anni ilare presenza nelle elezioni romane.</p>



<p>Non parliamo di proposte specifiche, bensì di un’impostazione generale. In particolare, evitiamo qualunque riferimento ai rapporti con la UE, con la NATO, la guerra in Ucraina e il debito pubblico, perché su questi temi, semplicemente, non c’è alcuna possibilità di scelta.</p>



<p>I <strong>tre partiti di destra</strong>, nonostante qualche divisione non banale, condividono una chiara impostazione ideologica, una <strong>nostalgica visione di un piccolo mondo antico</strong> in cui ci si conosceva tutti, ognuno aveva un lavoro, c’erano pochi stranieri, l’Europa era lontana e la vita scorreva tra la sagra dei tortelli e la messa della domenica, un mondo alla Pane, amore e fantasia. Le donne restavano a casa a cucinare le eccellenze culinarie che il mondo ancora non ci invidiava, facevano figli e non abortivano, se non di nascosto. </p>



<p>Si rubava, anche, ma di nascosto; non si pagavano le tasse, ma di nascosto; c’erano anche gli omosessuali, che non andavano in giro a fare i “pride”. E a chi osava, c’era l’arma letale del pettegolezzo, punto di partenza per l’ostracismo sociale, pena peggiore del carcere. Si andava nelle case chiuse, all’aperto e senza sensi di colpa, raccontando barzellette contro le mogli. Il futuro che ci offre il centrodestra, in altre parole, è il ritorno ad una società in cui il maschio bianco etero è ai vertici e la cultura ne celebra le fanfaronate, dai bordelli alle sgommate in tangenziale.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Povia, “Luca era gay”</p>



<p>Nel <strong>lato sinistro</strong> non mancano proposte interessanti, come la scuola dell’infanzia obbligatoria, la reintroduzione dell’imposta di successione, il salario minimo e lo <em>ius scholae</em>, ma si avverte che sono estemporanee, fatte per accontentare una delle molteplici lobby che si alligna nel sottobosco della società civile, senza una riflessione complessiva sulla società futura. Secondo la sinistra, i prossimi decenni dovranno essere, per forza, multietnici, gender, ecologici, meritocratici, sostenibili ed equi, ma non ci dice come questo Sol dell’Avvenire dovrebbe essere realizzato. </p>



<p>In realtà la politica del PD è una forma molto italica di conservatorismo progressista,<strong> fare il minimo indispensabile</strong> perché ogni decisione rischia, in primo luogo, di spaccare il partito, poi di essere bloccata da un TAR o da un sindaco o da una protesta di piazza. La sinistra ha rinunciato completamente all’idea di governare i complessi processi in corso in Italia, se non affidandosi all’Europa, madre salvifica ma non sempre benigna.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: &#8220;Bella Ciao&#8221; (a bassa voce per non dare fastidio)</p>



<p>Passando ai <strong>Cinquestelle</strong>, la visione di Italia che Conte sta cercando in modo piuttosto annaspante di vendere al paese è quella dell’unica vera sinistra attenta ai bisogni della gente. Su questo, le credenziali di Conte sono interessanti, vedi reddito di cittadinanza. I Cinquestelle propongono sostanzialmente una società in cui uno Stato paternalista si fa carico di ogni problema, con un ampio allargamento dei cordoni delle borse, ma che non ha alcuna idea di come riorganizzare la società e l’economia nel suo complesso, senza grandi slanci, con un rinnegamento degli ideali più interessanti di rifondazione della politica lanciati dai Cinquestelle degli inizi. In altre parole, un traccheggiamento a vista, salvo intese.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Francesco Guccini, &#8220;La locomotiva&#8221;</p>



<p>Venendo al <strong>quarto polo</strong>, i due ragazzi terribili, Calenda e Renzi, sembrano gli unici con il coraggio di una visione davvero rivoluzionaria del futuro: individuo, impresa, liberalismo estremo, meritocrazia, Draghi ed Europa. Non è chiaro come tutto questo possa essere realizzato in una società invecchiata (male) come quella italiana, tenuta ignorante dal terrore televisivo, mentre i giovani, quei pochi che non sono fuggiti all’estero, sperano di fare fortuna con Tik-Tok. Tuttavia, i due rinascimentali propongono forse l’unica agenda per un radicale cambiamento dell’Italia, peccato che, come i bravissimi Maneskin, piacciano solo ai cinquantenni che credono di avere ancora vent’anni.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Madonna, &#8220;Like a Virgin&#8221;</p>



<p>Un’ulteriore scelta è l’<strong>astensione</strong>. Il rifiuto di partecipare al più importante appuntamento elettorale della vita pubblica è un fatto grave ma non può essere negato. Chi si astiene coscientemente non intende legittimare un sistema che ha tolto ai cittadini la libertà di scegliere i propri rappresentanti e governanti. </p>



<p>Ciò grazie ad una legge elettorale assurda, che premia le accozzaglie e accentra ogni potere nelle mani dei segretari di partito i quali, comunque, non sono in grado da anni di prendere alcuna  decisione che non siano le questioni identitarie, fuffa solo per chi non soffre le discriminazioni (vedi decreti sicurezza contro gli immigrati, le restrizioni all’aborto contro le donne, l’ideologia della famiglia tradizionale imposta ad un paese arcobaleno da cinquant’anni).</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: La Rappresentante di Lista, &#8220;Ciao ciao&#8221;</p>



<p>Ecco, queste sono le scelte a disposizione degli italiani e delle italiane. Potenzialmente, andiamo dalla restaurazione dell’<em>ancien régime</em> alla repubblica socialista, con mille sfumature dal nero al rosso. <strong>E</strong> <strong>tanto grigio, colore del fumo</strong>.</p>



<p>In realtà, c’è ben poco da scegliere. La politica economico-finanziaria, che ci piaccia o no, è decisa dai mercati finanziari internazionali, su cui la Commissione europea non comanda. Di politica estera non parliamo perché non l’abbiamo dai tempi di Andreotti. I clandestini continueranno ad arrivare con o senza blocco navale. Con la cultura non si mangia. Gli unici possibili e sostanziabili cambiamenti sono nei diritti sociali, ovvero in quelli che più fanno male quando si perdono. Questi sono essenzialmente i diritti dei lavoratori, la scuola pubblica, la sanità pubblica e la libertà di decidere del proprio corpo, che siano l’aborto o il fine vita. </p>



<p>Le diverse coalizioni hanno già mostrato nei fatti cosa faranno o non faranno su ciascuno di questi temi, ma lascio a ciascuno e ciascuna di voi il compito di informarsi e di scegliere, per una volta, con consapevolezza.</p>



<p>Non dovrebbe essere difficile.</p>
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		<title>Se vuoi fare la pace&#8230; prepara la pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 11:58:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non sappiamo come andrà a finire ma, per parafrasare Brecht, alla fine della guerra i vincitori staranno male quanto i vinti, e quelli che erano poveri si ritroveranno ancora più poveri. Il dopoguerra si prepara adesso e le scelte che prenderemo come paesi occidentali peseranno nel futuro assetto dell’Europa. Occorre partire logicamente dalla definizione, che mi sembra ancora assente nel dibattito, su quali siano gli obiettivi occidentali rispetto all’aggressione russa.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non sappiamo come andrà a finire ma, per parafrasare Brecht, alla fine della guerra i vincitori staranno male quanto i vinti, e quelli che erano poveri si ritroveranno ancora più poveri. Il dopoguerra si prepara adesso e le scelte che prenderemo come paesi occidentali peseranno nel futuro assetto dell’Europa.</p>



<p>Occorre partire logicamente dalla definizione, che mi sembra ancora assente nel dibattito, su quali siano gli obiettivi occidentali rispetto all’aggressione russa. L’opzione del sedersi nel lato comodo del nostro continente senza fare nulla e aspettare che l’Ucraina si arrenda non mi pare una scelta saggia, né dal punto di vista morale né politico-militare. Abbiamo già un illustre e tragico precedente nel pilatismo di Francia e Gran Bretagna durante la guerra civile spagnola, prova generale della Seconda guerra mondiale per chi se fosse dimenticato. Se poi qualche pacifista dall’animo candido pensa che, dopo la resa dell’Ucraina, gli occupanti russi si trasformeranno in comprensivi assistenti sociali norvegesi, basti vedere chi governa oggi in Cecenia.</p>



<p>Il primo obiettivo è la difesa dell’ordine internazionale costituito nel 1945, che ripudia la guerra e le conquiste territoriali. Non vi possono esserci esitazioni sul rifiuto delle pretese di Putin oppure tutto quello che abbiamo faticosamente costruito in settantasette anni se ne va nel fumo dei bombardamenti.</p>



<p>Questo implica, come minimo, l’isolamento della Russia attraverso una serie di sanzioni politiche, economiche e sociali che paralizzino la macchina militare russa e spingano i cittadini russi a ribellarsi contro il loro governo. La risposta occidentale è andata oltre, concretizzandosi anche nella fornitura di armi, per il momento solo difensive, badando bene ad evitare un qualunque genere di coinvolgimento militare della NATO che, ed è questo l’altro importante obiettivo, potrebbe portare ad una rapida escalation militare e, nella peggiore delle ipotesi, alla Terza guerra mondiale sul suolo europeo.</p>



<p>Posti gli obiettivi della nostra azione, occorre inoltre definire con chiarezza a quale assetto di sicurezza vogliamo puntare per il dopoguerra. Anche qui abbiamo due classici esempi storici: la pace punitiva di Versailles, alla fine della prima guerra mondiale, che irrorò di concime la mala pianta del nazismo piagnucolante; e la ricostruzione di un ordine internazionale più equilibrato dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale.</p>



<p>I fini a cui possiamo puntare sono innumerevoli. Si potrebbe tentare di giungere ad una situazione di cessate il fuoco, in attesa di negoziati veri tra le parti; oppure rafforzare il sostegno militare all’Ucraina fino ad un ribaltamento della situazione se non ad una vittoria sulla Russia; oppure andare oltre, aiutando l’Ucraina a recupero i territori occupati; o addirittura perseguire il cambio di regime a Mosca, operazione che solo a pronunciarla fa scendere un cubetto di ghiaccio nella schiena. Tutte queste idee si possono però riassumere in un unico vero obiettivo: quale dopoguerra possiamo contribuire a costruire per assicurare una pace definitiva?</p>



<p>La sicurezza futura dell’Ucraina non potrà essere disgiunta dalle legittime richieste di sicurezza della Russia, qualunque governo succederà in futuro a Putin. E, a loro volta, le esigenze delle due nazioni non potranno essere slegate dalla più ampia cornice europea. Presupposto di un nuovo e stabile equilibrio è che la guerra non si concluda con l’umiliazione di uno dei due contendenti.</p>



<p>Una volta che le armi saranno tornate nelle rispettive caserme, avremo bisogno di instaurare un clima di fiducia reciproca che non si costruisce solo con un trattato di pace, che sarebbe destinato ad essere rapidamente cestinato come i famosi Accordi di Minsk sul Donbass, ma con gesti simbolici ed altri concreti di riconciliazione, se vogliamo di perdono reciproco. </p>



<p>Tutto l’assetto europeo occidentale dopo il 1945 si è costruito sul sincero riavvicinamento tra Francia e Germania, sull’accettazione da parte tedesca delle sue responsabilità e sulla realizzazione di progetti sovranazionali di messa in comune delle risorse e di progressiva abolizione delle frontiere alle merci, ai capitali e alle persone. Ricordate Mitterand e Kohl che si tenevano per mano nel 1984 a Verdun, teatro di un inconcepibile massacro di giovani tedeschi e francesi.</p>



<p>Non ci sarà nessuna garanzia di sicurezza per la Russia né per l’Ucraina senza una volontà chiara di mettere fine all’uso della violenza nei loro rapporti. Sarà necessario mettere al bando quelle forze ultranazionaliste che non saranno mai contente della coesistenza pacifica. Ciò comporterà inevitabilmente cambiamenti radicali soprattutto in Russia ma anche in Ucraina, attraverso la ricostruzione di uno stato realmente democratico ed inclusivo.</p>



<p>In tutto questo l’Unione Europea possiede le idee, le strutture e le risorse per accompagnare i due paesi verso un cammino di coesistenza pacifica che, del resto, non dovrebbe essere così difficile, viste le comuni radici culturali, storiche, religiose e linguistiche.</p>



<p>Già oggi è necessario il nostro contributo per la pace futura che non si limiti solo alla fornitura di armi, bensì individui i meccanismi della futura architettura di sicurezza in Europa orientale. Non è mai troppo presto. Nell’agosto 1941 Churchill e Roosevelt immaginarono il mondo futuro, prima di Pearl Harbour e dell’ingresso americano in guerra contro l’Asse. Due mesi prima, in giugno, Altiero Spinelli concepiva il Manifesto di Ventotene per un’Europa unita e federale, che chiudesse con il passato nazionalista.</p>



<p>Erano i momenti più bui della guerra, quando la vittoria contro il nazismo era tutt’altro che scontata. Questa è la forza delle idee, unico vero antidoto contro la violenza. Affinché prevalga una pace giusta e democratica, non quella dei vincitori inebriati sui vinti rancorosi.</p>
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		<title>La lunga marcia per la libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Sep 2021 10:20:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ho steso sul tavolo una mappa dell’Africa, di quelle in bianco e nero, e ho cominciato a colorarla. Non sono improvvisamente regredito all’infanzia, pur avendone seriamente il desiderio, ma mi interessava visualizzare l’indice della libertà in Africa elaborato da Freedom House, storica nonché controversa organizzazione americana. Non affrontiamo qui la discussione sulla passione tipicamente anglosassone per le classifiche (che cosa significherà per un nigeriano che il suo paese abbia 45&#8230;</p>
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<p>Ho steso sul tavolo una mappa dell’Africa, di quelle in bianco e nero, e ho cominciato a colorarla. Non sono improvvisamente regredito all’infanzia, pur avendone seriamente il desiderio, ma mi interessava visualizzare l’indice della libertà in Africa elaborato da Freedom House, storica nonché controversa organizzazione americana.</p>



<p>Non affrontiamo qui la discussione sulla passione tipicamente anglosassone per le classifiche (che cosa significherà per un nigeriano che il suo paese abbia 45 punti, mentre nell’Uganda di Museveni si arriva solo a 34?), ma proviamo a fare la prova: in verde i paesi liberi, in giallo quelli parzialmente liberi e in rosso quelli oppressi. </p>



<p>La mappa si è rapidamente colorata di rosso, la mano si è stancata e la matita si è spezzata nello sconforto. Mentre mi angosciavo con i pastelli, ho dovuto rapidamente cambiare colore ad un paese, la Guinea, dove ad inizio mese si è consumato l’ennesimo golpe africano. Avevo già passato in giallo la Tunisia.</p>



<p>L’ultimo conto parla di 8 paesi liberi, 22 paesi parzialmente liberi (tra questi c’è anche il Somaliland che nessuno riconosce) e 26 non liberi (compreso il Sahara occidentale, controllato dal Marocco ma membro dell’Unione Africana).</p>



<p>Qualche anno fa la situazione politica in Africa, continente amato e sfortunato, sembrava volgere verso un tenue verde primaverile, poi i soliti problemi l’hanno riportato all’autunno. Il 2021 non è stato un grande anno. Le elezioni che si sono tenute fin ora, con rare eccezioni, sono state contraddistinte da brogli e sfacciati favoritismi per gli incombenti. L&#8217;Uganda per dire. E poi due colpi di stato in Mali, uno in Guinea, un tentato golpe in Niger, una successione dinastica militare in Ciad; la crisi separatista in Camerun, le violenze jihadiste in Mali, Burkina Faso, Nigeria; la guerra civile in Etiopia contro i ribelli tigrini che ha lambito la località sacra delle chiese nella roccia di Lalibela. Senza dimenticare le jacquéries in Sudafrica, la violenza islamista in Mozambico, l’eterna guerra nella parte occidentale della Repubblica democratica del Congo, dove ha perso la vita anche il nostro Luca Attanasio.</p>



<p>Il Gambia ci fa pensare a come gli eroici oppositori di un tempo, per effetto di una maledizione africana, si trasformino in autocrati. Il presidente Adama Barrow, che riuscì ad abbattere la dittatura di Jammeh ha rinnegato la promessa di restare al potere per solo tre anni. Barrow si prepara alle elezioni del 4 dicembre, sicuro di vincerle.</p>



<p>Insomma, i segnali mostrano un continente nuovamente alle prese con il ciclo di esclusione, frustrazione e violenza. Pochi i segnali positivi. Vogliamo seguirli?</p>



<p>Lo Zambia si è scrollato di dosso il presidente Lungu, che aveva mobilitato l’intero apparato dello Stato per strappare un nuovo mandato. La fortissima mobilitazione popolare ha spinto il candidato dell’opposizione Hichilema verso un trionfo che ha reso vane le manipolazioni del titolare. Possiamo ora solo sperare che Hichilema non segua l’esempio di altri suoi illustri colleghi aggrappati alle poltrone anche oltre scadenza. </p>



<p>Ma, al di là del significato contingente, ciò che sembra insegnare lo Zambia è che la democrazia si consolida dove si salda la passione popolare con una relativa solidità istituzionale, più evidente nei paesi dell’Africa australe, dove si concentrano i paesi liberi, come il Sudafrica, Namibia e Botswana.</p>



<p>Anche i piccoli stati insulari sono riusciti a dotarsi di stabilità e rispetto delle regole democratiche. Pochi giorni fa Sao Tome è andato alle urne facendo vincere l’opposizione di Carlos Vila Nova. Fra poco toccherà a Capo Verde. Maurizio e le Seycelles sono gli altri stati insulari con elezioni credibili e corrette. Fuori da questo ambito piuttosto angusto, tra i paesi liberi, troviamo solo il Ghana.</p>



<p>Volendo completare il giro elettorale dell’Africa, il Somaliland, entità non riconosciuta dal resto del mondo, si distingue per una situazione di pace in una regione del mondo in cui il concetto di turbolenza viene ridefinito in peggio ogni anno. Pur essendo di colore giallo, il Somaliland ha superato il test delle elezioni parlamentari 2021 (le prime da quindici anni) senza incidenti, grazie a meccanismi costituzionali che mescolano schemi occidentali e tradizionali, come il riconoscimento del ruolo dei capi tribali.</p>



<p>La battaglia è ancora in corso in Eswatini dove l’ultimo re assoluto del continente deve fronteggiare una crisi terminale di legittimità. Anche il Sudan è un campo aperto, lì le elezioni sono promesse per il 2022. Per non parlare della Libia che dovrebbe andare alle urne la vigilia di Natale di quest’anno, sempre che la fragile tregua tra le fazioni e le potenze che le sostengono riesca a durare.<br>Eppure, è proprio l’entità delle rivolte popolari che mostra come il bisogno di democrazia continui ad essere fortemente sentito dagli africani, da Tripoli a Città del Capo, da Gibuti a Dakar.</p>



<p>Ogni stato ha la sua storia e le sue caratteristiche ed è difficile fare generalizzazioni ma tra i paesi parzialmente liberi, quelli in giallo, ce ne sono numerosi che potrebbero, nel prossimo decennio, fare un decisivo salto verso solide libertà democratiche accompagnate da stabilità e sviluppo umano. Pensiamo a paesi come il Kenya, un paese con una stampa vibrante e una vivacissima dialettica politica, ma dove il momento delle elezioni si accompagna a corruzione e violenza; alla Nigeria, naturalmente, il gigante del continente, che dal 1999 è riuscita a spegnere la catena dei colpi di Stato militari; e anche alla Tanzania, dove è in corso una lentissima evoluzione verso un regime più aperto. La grande speranza per il futuro resta l’Etiopia, una volta che riuscirà a sciogliere il suo storico dilemma tra centralismo e autonomie locali, recuperando un vero equilibrio tra le diverse etnie.</p>



<p>I paesi cambiano, la storia avanza, non c’è nulla di immutabile. Gli africani reclamano libertà, giustizia e sviluppo. In momenti in cui l’occidente si interroga sui suoi valori fondamentali, forse uno sguardo all’Africa ci fa ricordare come anche qui si continua a battersi e a morire per la libertà.</p>
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