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	<title>Pietro De Luca, Autore presso ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Pietro De Luca, Autore presso ilcaffeonline</title>
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		<title>Ecco perché abbiamo camminato senza memoria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jan 2023 13:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La senatrice a vita Liliana Segre si è lasciata sfuggire – lei, ottimista e coraggiosa come pochi in questa nostra Italia – un lieve lamento: “Fra qualche anno della Shoah non rimarrà che qualche riga appena nei libri di storia” perché già si brontola “basta con questi ebrei, che cosa noiosa!”. Desidereremmo tanto rassicurarla che così non sarà. E questo perché siamo solo all’inizio di questo capitolo storico tutto da&#8230;</p>
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<p>La senatrice a vita <strong>Liliana Segre</strong> si è lasciata sfuggire – lei, ottimista e coraggiosa come pochi in questa nostra Italia – un lieve lamento: “<em>Fra qualche anno della Shoah non rimarrà che qualche riga appena nei libri di storia” perché già si brontola “basta con questi ebrei, che cosa noiosa!</em>”.</p>



<p>Desidereremmo tanto rassicurarla che così non sarà. E questo perché siamo solo all’inizio di questo capitolo storico tutto da leggere e studiare. Se solo interviene chi può mostrare una laurea in lettere, ma anche in filosofia e forse pure in storia, conseguita nei primi decenni del secolo scorso, candidamente e sia pure con scorno, confesserà: “E’ stato il mio caso che qualche riga ho letto, adesso e solo adesso ne so di più”. Se questo è accaduto al laureato, peggio ancora se l’è trascorsa il liceale o il ragazzo di terza media di primo grado per il semplice fatto che quel laureato è stato poi insegnante nelle due scuole. Da qui viene fuori il triste ritornello che in tanti, tantissimi, finiamo per snocciolare: “Con il programma di storia sono arrivato alle ‘cause dello scoppio della seconda guerra mondiale’, in terza media così come all’ultimo delle superiori”. Ed è detto tutto, quasi per dichiarare che c’è sempre qualcuno prima di me che ha un po’ della mia colpa. Allo scoppio della seconda guerra mondiale la conoscenza della storia si è inceppata nella mente di molti che oggi hanno età matura.</p>



<p>Norimberga 1946, Gerusalemme 1961, respiro europeo di storia per saperne di più, sono stati autentici tabù per libri di testo, riviste, giornali e televisione. <strong>Primo Levi </strong>con “<em>Se questo è un uomo</em>” è stato letto quasi in clandestinità perché pubblicato anche in clandestinità prima che apparire nei tipi della casa editrice Einaudi. </p>



<p>Siamo in tanti digiuni o a mezzo cervello in conoscenza di storia, materia scolastica che prima di andare in uggia agli studenti lo era agli insegnanti a loro volta studenti. E anche quei professori di storia e filosofia di liceo conoscevano bene il trucco di prolungarsi o sbrodolarsi in filosofia e tenersi avari di storia che, per essere raccontata agli studenti, doveva comunque essere almeno letta il giorno prima sul manuale di classe. Affidata alla sola cura degli studenti, leggete e poi interroghiamo? Un po’ come dire: “A voi lupi affido queste pecore!”. </p>



<p>Ed è avvenuto anche per questo che abbiamo camminato senza memoria, senza sapere chi ci ha preceduto, come e perché, per quali vie. Negli anni del dopoguerra abbiamo chinato la testa e ci siamo dedicati alla ricostruzione fino alle soglie del boom economico. Nessuno sguardo all’indietro, tutti protesi in avanti, tutti a ritenerci gli inventori di ogni cosa e di qualsiasi corso della storia a venire. Fino al punto di sbandierare nostalgie di fascismo, ignorandolo e pertanto fantasticandone gesta e urgenza di ripristino. Nessun racconto critico, nessun cenno alle leggi razziali e alla deriva razzistica. Quasi un silenzio tombale. Per non dire che a tanto fascismo si contrapponeva nei discorsi un antifascismo senza punteggiatura, senza citazioni, senza andare a vedere – e quindi senza conoscenza – se nello stesso album di famiglia c’erano parenti o congiunti che nei campi di concentramento erano caduti o se a quei campi di concentramento avevano accompagnato in divisa qualche altro.</p>



<p>Alla senatrice Segre vorremmo dire che oggi abbiamo altra consapevolezza, sappiamo almeno che il problema esiste, che tanti come lei hanno parlato e scritto e ci hanno fatto il gran dono di conoscere, afferrare il toro dell’ignoranza per le corna ed eseguire una ricerca anatomopatologica come mai prima era avvenuta. </p>



<p>A scuola, di questi giorni, si lavora sulla <strong>Shoah</strong> come mai era avvenuto nei decenni passati. I ragazzi mostrano empatia verso<strong> Anna Frank</strong> e vivono la loro condizione squisitamente affettuosa e ricca di tenerezza e di ascolto verso quelle donne e uomini – nonni per loro, padri per noi – che ci stanno insegnando la fecondità della memoria. Che non è solo recupero della loro storia. E’ anche recupero della nostra identità. Non sapevamo come era andata. Non sapevamo neanche chi siamo, che cos’è il bene e che cos’è il male, di che cosa è capace l’uomo che sognavamo di essere. E, adesso, se proprio vogliamo, qualcosa di più vero possiamo scoprire. E dire <strong>grazie.</strong></p>
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		<title>Spazzini con laurea, un inno allo studio e al lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2022 11:03:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La vicenda di Federica Castiglia, 24 anni, con laurea in ottica e optometria che, superato un regolare concorso, viene assunta da Asia, azienda municipalizzata per la pulizia della città di Napoli, merita un attento esame (ben oltre queste righe) per il fatto in sé e anche per le spiegazioni che lei stessa ne ha dato alla stampa. La giovane è attratta dallo studio, si laurea con poca difficoltà, ma ne&#8230;</p>
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<p>La vicenda di Federica Castiglia, 24 anni, con laurea in ottica e optometria che, superato un regolare concorso, viene assunta da Asia, azienda municipalizzata per la pulizia della città di Napoli, merita un attento esame (ben oltre queste righe) per il fatto in sé e anche per le spiegazioni che lei stessa ne ha dato alla stampa.</p>



<p>La giovane è attratta dallo studio, si laurea con poca difficoltà, ma ne incontra tante nell’avviarsi al lavoro: assunzioni precarie e instabilità contrattuali sono causa di scoraggiamento. Desidera un lavoro “<em>vero e stabile</em>”, che garantisca un “<em>posto fisso con ampie garanzie</em>”. Decide di concorrere per netturbina, non trovando “<em>niente di particolare in una laureata che, come lavoro, sceglie liberamente di fare la spazzina</em>”. Di più: “<em>Per me si tratta di un lavoro di grande dignit</em>à”.</p>



<p>Verrebbe da esclamare: “Siamo dinanzi ad una vera rivoluzione!”. Per poterlo dichiarare a tutto tondo, avremmo bisogno di essere sicuri di un particolare importante: sapere se la dottoressa Castiglia è, però, pentita di aver studiato. Ha già risposto: “<em>No, questo no</em>”.</p>



<p>A questo punto il quadro si fa più completo e anche più lumeggiante su una questione di grande dibattito. Si ripete spesso: conviene studiare se poi non c’è sbocco lavorativo per la professione cui ci si sente destinati? A che serve lo studio? E’ davvero importante?</p>



<p>Notiamo che allo stesso concorso di Napoli risultano vincitori: 12 laureati, 169 diplomati di secondaria superiore e 19 muniti di licenza di terza media, persone che in qualche modo avranno trovato uguali o differenti motivazioni della Castiglia. Come dire: se necessità fa virtù come spesso accade, può anche darsi per vera che una certa consapevolezza per avanzare nel mondo del lavoro si va altresì profilando. Rimanere nell’attesa che venga il bel giorno è anche perdere tempo, poiché il calendario è inflessibile alle richieste delle buone e legittime aspirazioni.</p>



<p>E allora possiamo dire di essere già alla scissione di quel principio rigido che vorrebbe lo sbocco lavorativo fortemente legato al titolo di studio? E’ presto per dirlo, una lucciola non fa primavera. Siamo piuttosto all’affermazione di “non essersi pentiti di aver studiato”. Perché è un diritto lo studio ed è anche un bene. E’ un diritto il lavoro ed è anche un beneficio altissimo per la persona. Lo studio è (anche) di una materia in particolare, ma resta soprattutto la grande occasione per la promozione e la più utile elevazione della persona. E’ andare a scuola che è già grande avventura. Prendere lezioni, ascoltare chi tramanda (più anziano in genere), stare convivere e confrontarsi con i pari-età, assumere la postura di chi si confronta col passato, si apre al presente e guarda lontano è tappa di vita che non dovrebbe poter mancare a nessuno, nei grandi centri così come nelle periferie del nostro Paese.</p>



<p>E anche il lavoro. Di suo, il lavoro, amiamo ripetere che dà dignità. Ma è anche vero che è sempre l’uomo che resta chiamato ad assegnare dignità al lavoro che compie. Detto sbrigativamente si può costatare come ancora esistono lavori e lavori, con una classificazione e una destinazione dei soggetti rimasta ancorata a schemi a dir poco discutibili. Quei laureati e diplomati entrati nella municipalizzata di Napoli, in qualche modo, possono conferire una certa attrazione all’insù a quei compagni di lavoro meno provvisti di titoli. Come dire: è finito il tempo per la destinazione obbligata di certi soggetti. Se hai meno, meno avrai anche in termini lavorativi. Non è necessario andare a scuola, potresti pur sempre fare lo spazzino.</p>



<p>La dottoressa Castiglia e i suoi 180 compagni che a scuola sono andati chi per una laurea e chi per un diploma, a noi sembra che abbiano cantato un inno allo studio e un altro al lavoro. Hanno esaltato l’uno e l’altro. Li hanno resi compatibili e hanno pure lanciato un messaggio di incoraggiamento a quel 16,6% di ragazzi del Sud che stanno nella zona di dispersione scolastica. E’ come se stessero ancora dicendo: è bella la scuola ed è bello il lavoro. Serve la scuola e necessita il lavoro. Nobilita l’una e nobilita l’altro. Persino fa vedere da vicino un altro adagio dei bei tempi che furono: si studia per la vita e non per la scuola. Perché, all’estremo delle cose, resta sempre un uomo o una donna a maneggiare un computer o una ramazza. Vuoi mettere, però, che sia anche laureato? Accende l’uno e spinge l’altra. Va finendo il tempo delle grandi esclusioni e delle tristi separazioni.</p>
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		<title>Meglio non andare oltre il sandalo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Oct 2022 07:50:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non possiamo sapere se Oliviero Toscani, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “Ne supra crepidam sutor indicaret” e che in italiano traduciamo comunemente: “(ciabattino) non andare oltre la scarpa”. Se Toscani l’avesse letta e conservata a memoria, forse – osserviamo noi – non sarebbe incorso nello stesso errore che gli è costato un po’ caro.&#8230;</p>
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<p>Non possiamo sapere se <strong>Oliviero Toscani</strong>, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “<em><strong>Ne supra crepidam sutor indicaret</strong></em>” e che in italiano traduciamo comunemente: “<em>(ciabattino) non andare oltre la scarpa</em>”. Se Toscani l’avesse letta e conservata a memoria, forse – osserviamo noi – non sarebbe incorso nello stesso errore che gli è costato un po’ caro.</p>



<p>La storia del ciabattino (<strong>sutor</strong>) è più o meno questa.</p>



<p>C’era un artista greco, Apelle di Coo, il quale era solito esporre le sue opere in modo da poter trarre profitto dai commenti e dalle critiche dei passanti. Una volta, un ciabattino gli fece un appunto riguardo a come aveva rappresentato il sandalo (<strong>crepidam</strong>) di un personaggio. Apelle, dall’alto della sua fama ma anche della sua umiltà e avvedutezza metodologica, accolse la critica e passò al ritocco. Il ciabattino, inorgoglito di tale successo, il giorno dopo tornò all’attacco muovendo un’ulteriore critica, questa volta, al ginocchio. A tal punto Apelle lo gelò: hai parlato di sandalo e va bene, ti ho ascoltato; però adesso fermati, non andare oltre, lascia stare il ginocchio perché non è materia di tua competenza.</p>



<p>Oliviero Toscani, il 20 ottobre 2016 si trova a Vibo Valentia in occasione della mostra “<em>Razza umana</em>”, allestita nel complesso monumentale Valentianum. C’è calca intorno al personaggio. Si fa avanti <strong>Vittorio Sibiriu</strong>, anni 18, faccia pulita di studente, condotta impeccabile, figlio di un carabiniere. Il giovane chiede a Toscani una foto che li ritragga insieme. La risposta è un rifiuto netto. Sibiriu dichiara che l’artista lo ha “<em>additato come un potenziale mafioso, affermando che</em>” – lo è o non lo è (e questo Toscani non lo sa) – “<em>avrebbe benissimo potuto esserlo poiché anche Matteo Messina Denaro non ha la faccia da mafioso eppure lo è</em>”. </p>



<p>La storia finisce in tribunale perché Sibiriu non ha nessuna voglia né di ingoiare il torto subito e neanche quella di rassegnarsi a collezionare pregiudizi espressi con tale leggerezza. Il Tribunale di Vibo, dopo 6 anni condanna Toscani Oliverio a 8 mesi, al pagamento di una provvisionale di 3.000 Euro e alle spese giudiziarie.</p>



<p>Che Toscani sia un fotografo di fama lo sappiamo tutti e lo apprezziamo pure, ma quella volta, supponiamo, abbia voluto fare un po’ di più, come quel ciabattino: andare oltre le foto, fin dentro la vita delle persone, e siccome si trovava in <strong>Calabria</strong>, sarebbe stato un viaggio a vuoto non aver incontrato un mafioso o un presunto tale. E, presunto tale, poteva essere finanche quel Vittorio Sibiriu, il cui volto luccicante di studente diciottenne, poteva nasconderne uno. Sì, poteva trovarsi – il Toscani – come dinanzi a Messina Denaro – niente poco di meno – che mafioso non sembra, ma lo è.</p>



<p>E’ vero che il ciabattino si era spinto oltre, ma, onestamente, aveva fatto poca strada, dal sandalo al ginocchio, dalla calzatura all’ortopedia, dall’artigianato alla medicina. Toscani si è lanciato dall’esteriorità all’interiorità, dall’apparire all’essere, dalla presunzione d’innocenza (che a tutti appartiene) alla presunzione di mafiosità (che è tutta da provare). Insomma: Toscani fotografa uomini e cose o fa la Tac pure all’anima? E tanta paura s’è presa in terra calabra da vedere mafiosi anche dove non ce ne erano? A volte, si appannano non solo le lenti di una macchina, ma anche gli occhi di chi vi guarda dentro quando accade che su un’intera regione e sui suoi abitanti si spalmano aggettivi squalificativi come ghiottamente si fa con la marmellata sul pane: a tappeto.</p>



<p>No – avrà pensato in un attimo Toscani – finire in foto in compagnia di un presunto mafioso, questo mai. Un artista della macchina fotografica permetterselo non può. Un eccesso di difesa gli è costato una condanna. E glielo doveva dire proprio un tribunale che quel giovanotto non era e neanche poteva essere un soggetto pericoloso? Nel dubbio, resta l’ammonimento del pittore: <strong>meglio non andare oltre la scarpa.</strong></p>
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		<title>Grazie, Nonni. E lunga vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Oct 2022 11:02:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una scena incantevole che ricorre assai spesso nei nostri ritrovi familiari, la si coglie quando siamo a tavola, a casa dei nonni o a casa nostra quando li invitiamo. Ci guardiamo e conversiamo. Esistono, però, modi e toni diversi. C’è il figlio che ha tenuto in serbo un discorso difficile e complicato. Approfitta dell’aria di festa che si crea intorno, si sente caricato e così parte pian pianino con&#8230;</p>
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<p>C’è una scena incantevole che ricorre assai spesso nei nostri ritrovi familiari, la si coglie quando siamo a tavola, a casa dei nonni o a casa nostra quando li invitiamo.</p>



<p>Ci guardiamo e conversiamo. Esistono, però, modi e toni diversi. C’è il figlio che ha tenuto in serbo un discorso difficile e complicato. Approfitta dell’aria di festa che si crea intorno, si sente caricato e così parte pian pianino con piccole e impercettibili insidie all’indirizzo di padre e madre fino a togliere il tappo alla propria malcelata intensione – perché così poi finisce – di colpire a fondo papà e mamma con i discorsi che lui sa, e che sono quelli che fanno male.</p>



<p>Intanto si registra un diverso guardare. Lo attivano e lo coltivano i nipotini. Appena fiutata l’aria, disseminano come mine piccole distrazioni. E vanno intorno con lo sguardo su chi comincia ad alzare i toni e su chi li subisce. I loro, sono sguardi di una tenerezza profonda. Con quegli sguardi vorrebbero sollevarli dal crinale in cui stanno (i nonni) per precipitare e con quegli sguardi li avvolgono e li proteggono perché non si facciano male.</p>



<p>Dicono che i nonni sono gli angeli custodi, in terra, dei nostri piccoli. Forse è il caso di aggiungere anche altro: i nipoti sono gli angeli custodi dei nonni. Che i nonni custodiscano i nipoti lo dicono gli adulti avveduti. Più difficile è riconoscere che i nipoti riescano a custodire i nonni. Quando scopriremo questa realtà, avremo fatto tombola perché quel giorno riusciremo finalmente ad invertire la marcia del nostro rapporto figli e padri. Perché è questo rapportarsi il vero problema da affrontare e risolvere.</p>



<p>Se i figli non conoscono o non hanno riflettuto abbastanza sulla vita dei loro padri, o se non hanno riflettuto a dovere sulla propria identità e sul proprio cammino di vita, difficilmente potranno stabilire con i loro padri rapporti sensati e pacifici, oltre che pacificatori. Fino a quando i padri vengono tenuti sotto processo con le accuse più strampalate perché i loro percorsi non sono stati mai letti e contestualizzati nella storia che fu, la conflittualità resterà permanente. Prendiamo ad esempio un figlio che ha studiato e un padre semianalfabeta. Il figlio fa lo spaccone e detesta il padre che è rimasto indietro. Non tiene conto, però, che un padre semianalfabeta insieme a mille altri del suo stesso rango ha avuto l’ingegno e la lungimiranza di mandare il pargoletto a scuola e anche all’università. Poteva non sostenerlo, mentre invece l’ha incoraggiato e pure vezzeggiato. Eppure, ancora si lamenta e rimprovera al genitore perché, al contempo, non l’ha fatto anche ricco. E se pure, l’ha fatto ricco, non è riuscito a farlo straricco. Probabilmente questo figlio deve ancora chiarire a sé stesso qual è il suo compito nella vita.</p>



<p>E poi, un figlio che ne sa – o quando mai si è interrogato – riguardo alla condizione esistenziale di suo padre che invecchia? Sa, per caso, che cosa significa non poter più lavorare, lui che si è sentito forte e valido fino a quando a provvedere ai bisogni suoi e della famiglia sono servite le sue mani? Forse ancora non lo sa, non l’ha neanche immaginato. O sa che cosa significa finire infermo o – come oggi si dice – allettato? Goffredo Parise ha scritto che quel padre “sente vergogna”, Ferdinando Camon “prova vergogna”.</p>



<p>E questo solo per dire dell’incomprensione di cui soffrono i nostri padri, nonni dei nostri figli. E questo solo per non aprire quell’altra pagina, quella degli errori (li dovremmo chiamare orrori), rappresentati da una malasanità che mortifica quotidianamente i nostri anziani, li spersonalizza, li guarda come mangia-farmaci a tradimento, dimenticando che sono stati loro a mettere in piedi un sistema che voleva essere sollievo per tutti e si mostra invece ingrato ai meno abbienti. E poi c’è l’altro gradino, quello che scende nel profondo dell’abisso. Sono gli anziani bancomat. E gli altri ancora: quelli lasciati a terra con la testa sanguinante perché il bancomat ha fatto scivolare 20 e non 50 euro come richiesto da un (si fa per dire) famigliare che ha solo avvertito il profumo di soldi bagnati col sudore della fronte degli altri.</p>



<p>Vivano a lungo i nostri nonni e continuino a custodire i nostri figli. Lo fanno gratis come gratis sono custoditi dai nipoti. E non solo con lo sguardo. Con cuore bambino.</p>
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		<title>Scuola e legalità, le regole della consapevolezza</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/07/deluca-scuola-e-legalita-le-regole-della-consapevolezza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2022 08:26:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa. Merita altro.</p>
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<p>Anche se le attività didattiche inizieranno il 14, già da qualche giorno la scuola ha avviato il suo cammino, e per gli insegnanti è tempo di programmazione.&nbsp;</p>



<p>Certamente troverà spazio nel corso dell’anno l’attenzione al tema della legalità in tutte le sue declinazioni. Obiettivo primario è l’educazione alla legalità, inteso come esercizio possibile e praticabile dalla scuola stessa mentre trascorre i suoi giorni tra i banchi.</p>



<p>La domanda che qui vorremmo porci è la seguente: quale e quanta considerazione ha la scuola di quella buona dose di legalità di cui è intrisa la sua vita? La tiene costantemente sotto la sua lente? Vive un processo di maturazione perché insegnanti e alunni la rendano sempre più trasparente? Sono segnati con matita blu gli errori perché di essi si possa far tesoro e superarli?</p>



<p>Per intenderci dobbiamo ricorrere a degli esempi concreti. Li attingiamo da quei racconti che sono la delizia dell’estate nei conversari degli ex compagni di classe quando in pizzeria si ritrovano per le emozionanti rimpatriate. Che cosa raccontano, sia pure con buona dose di esagerazione? </p>



<p>Che nella nostra classe c’era Giorgio che puntualmente apponeva la firma di suo papà sul foglietto delle giustificazioni delle assenze e che al termine degli studi il genitore si era complimentato con lui per averne fatte solo alcune, solo quelle per le malattie stagionali. Gli insegnanti, al mattino, non riuscivano a verificare di volta in volta neanche la somiglianza tra la firma originale di suo padre e quella che si trovavano sotto gli occhi e pertanto con questa furbata ci ha campato per almeno tre anni. </p>



<p>Giorgio, a scuola, faceva la manovra più semplice per aggirare l’ostacolo. Noi diremmo: faceva una birichinata. Siamo sicuri? O forse Giorgio imparava un mestieraccio e, dalla scuola e dalla famiglia, non si è mai sentito dire che il suo, nel suo piccolo, era un falso in atto pubblico? L’avrebbe dovuto scoprire a scuola e invece l’ha appreso solo in seguito, come quando e in che circostanze non sappiamo.&nbsp;</p>



<p>Michele racconta di aver quasi sempre copiato la versione di latino da un compagno o da un libro. Gli ha detto qualcuno che copiare non è il verbo esatto e bisogna cercarne un altro sul vocabolario? A scuola è copiare, una cosa che non si fa. Che con si fa o che non si può neanche fare perché è persino reato? Michele, quando l’ha scoperto?</p>



<p>L’insegnante faceva usare un manuale – vecchio, diceva, ma ottimo – e indicava anche la rivendita dove acquistarlo. Disgustare l’insegnante era difficoltoso per mille motivazioni. Gliel’ha detto mai qualcuno che esercitava un potere fuori di ogni regola decente e che si trattava di un abuso?&nbsp;</p>



<p>Fernando arriva a scuola con tutti i compiti in perfetta regola anche quando la maggior parte dei compagni non riusciva a portarli a termine. Ha mai detto che ricorreva sistematicamente all’aiuto di persone amiche e pertanto falsava la sincera denuncia dei suoi compagni di non esservi riusciti?</p>



<p>Per non dire poi di voti regalati, di raccomandazioni di ferro, di diplomi esistenti solo sulla carta che a giudizio degli stessi compagni di classe costituivano dei veri e propri falsi storici.</p>



<p>Qualcuno bada a queste cose? Oppure si lasciano correre come se nulla fosse o costituiscano solo materiale dell’infanzia che fa ragione a sé, spingendo i ragazzi in un limbo di perenne adolescenza come se l’età adulta stesse lì ad attendere sine die?</p>



<p>Questa mappa non è completa e né voleva esserlo perché l’esistente scolastico è ricco e plurale. E’ certo, però, che un variegato mondo è quello scolastico. Verrebbe voglia di classificarlo – e spesso si fa – come un mondo di ragazzi che si esprime e si chiude in un’età spensierata e pronta a chiudere questa parentesi della vita per poi passare in quella adulta e inventare un’età nuova. </p>



<p>Forse in questa considerazione c’è un abbaglio e anche un torto. La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa. Merita altro.</p>
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		<title>Lo stupro moltiplicato dai telefonini</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/08/25/deluca-lo-stupro-moltiplicato-dai-telefonini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Aug 2022 11:18:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgia Meloni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domenica 21 di questo mese e di questo anno orribile per violenza su donne, alle 6 del mattino scendeva in strada nella città di Piacenza una signora ucraina di 55 anni. Noi siamo qui a farci una domanda semplice: di quante violenze è stata vittima questa signora ucraina? Di almeno tre ci viene da pensare. La prima è costituita dal fattaccio, la seconda dalla diffusione, la terza dalla strumentalizzazione.</p>
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<p>Domenica 21 di questo mese e di questo anno orribile per violenza su donne, alle 6 del mattino scendeva in strada nella città di Piacenza una signora ucraina di 55 anni. Da pochi mesi era arrivata in Italia (in fuga da dove non vi è chi possa ignorare), ospite di una sua conoscente. Viene avvicinata da un signore di anni 27, guineano, da alcuni anni in Italia con provvedimento di protezione internazionale e residente a Reggio Emilia.</p>



<p>Accade, a questo punto, quello che un signore racconta alla Polizia nelle vesti di persona informata sui fatti. “Mi ero appena svegliato, ho sentito in strada voci anomale. Mi sono affacciato alla finestra e ho visto l’uomo che si avvicinava alla signora. Sulle prime ho pensato che stesse confabulando… poi mi sono accorto che stava mettendo le mani addosso. A quel punto ho telefonato subito al 112 e intanto ho ripreso la scena col telefonino. Credo di aver fatto la cosa giusta e il più velocemente possibile”.</p>



<p>Il più velocemente possibile il video di quanto accaduto ha preso il suo bel virus ed è impazzito in Rete. La Polizia riesce a metterlo in quarantena oscurandolo, ma il danno è fatto. Ce lo dice la vittima di che danno si tratta:” In quel video c’erano la mia voce, il mio volto… amici e familiari mi hanno riconosciuta”.</p>



<p>Noi siamo qui a farci una domanda semplice: di quante violenze è stata vittima questa signora ucraina? Di almeno tre ci viene da pensare. La prima è costituita dal fattaccio, la seconda dalla diffusione, la terza dalla strumentalizzazione.</p>



<p>Troppo poco dare notizia di uno stupro. Se ne sono consumati tanti e ciascuno – abbiamo già appreso – fa caso a sé. Pertanto, importanti sono i particolari; ghiotto, addirittura, è poter disporre di un filmato. E allora, sì, che può dirsi l’effetto che fa. L’effetto che fa è una persona sofferente con nome e cognome, che è vittima reale e che viene liquidata con “una donna”, una specie di attrice di cui c’è bisogno per comporre la scena. Di contro la vittima ci ha detto “la mia voce”, “il mio volto”. Questo avrebbero dovuto sapere coloro che il filmato hanno messo in Rete e coloro che lo hanno visto, artefici e spettatori di un film che non è stato una finzione ma un dramma vero e proprio. Quando si dice che la finzione diventa realtà e la realtà viene consumata come una finzione!</p>



<p>E questo a tutto vantaggio di quell’arnese che portiamo in tasca, utile certamente come lo è stato anche nel nostro caso ai fini dell’accertamento delle prove, ma tanto dannoso quando promette e conferisce uno spazio di libertà che sconfina nella violenza. Quando la vittima dice: “amici e familiari mi hanno riconosciuta” sta dicendo nient’altro che questo: c’è tra gli spettatori del video chi ha visto un film, ma badate bene che altri (amici e familiari) hanno potuto vedere quello che né io né loro avremmo voluto conoscere mai, ovvero il dramma di una violenza lacerante.</p>



<p>Poi, come nella migliore consuetudine, dopo aver visto il film c’è il commento o la prova documentale per sostenere un discorso. L’ha fatto la politica, l’ha fatto Giorgia Meloni senza distinguere che un film si può citare come documento, ma un filmato di un fatto di cronaca, semplicemente, non è un film e neanche una finzione, ma un dramma vivo e vero i cui protagonisti non lavorano a pagamento ma hanno pagato di persona. Non saper distinguere è atto miope e anche segno di una voracità che per metabolizzare costruzioni ideologiche o tattiche perde la capacità di vedere e si abbandona al vezzo di guardare e basta. Il film si guarda, la realtà si vede. La realtà può finire in un film, e in questo viene diluita per il gusto e l’utilità di tornare a guardarla con attenzione.</p>



<p>Ma c’è anche un’altra violenza alla quale sembra ci stiamo abituando ogni giorno sempre più. Sta sotto la moda di dirla (la battuta) o di farla (girare in rete come nel caso nostro) per vedere l’effetto che fa. Se ha riscontro positivo, è andata a buon segno. Se è negativo, si è stati fraintesi. La signora Meloni non si è scusata perché – a suo giudizio – non è stata la prima a immettere in circuito il filmato. Come se, primo in assoluto o primo dopo mille, faccia differenza. Forse ignora che c’è sempre uno stupido che le inventa e un cretino che le mette in circolazione. Peccato che non si tratta di una battuta sciocca ma della tristissima storia di una signora ucraina violentata prima da un giovane “senza freni inibitori” e poi da tanti altri senza freno a mano sul telefonino.</p>
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		<title>Senza gentilezza più poveri di umanità</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/05/23/deluca-senza-gentilezza-piu-poveri-di-umanita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 May 2022 10:12:08 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Pronto soccorso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è solo bisogno di gentilezza, umiltà e salvaguardia delle cose primarie. Anche queste trasmettono autorevolezza, e di questa c’è bisogno perché lì dove c’è una persona che soffre l’avvicinarsi del medico è peculiare, unico nel suo genere, essenziale, e di forte penetrazione: andare al centro del problema ed evitare di perdercisi intorno. Questo sa il medico, e come lui non lo sa nessuno, neanche l’affetto e il legame più intimo con colui che è da soccorrere.</p>
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<p>C’è un medico di pronto soccorso in un ospedale calabrese che parla con gli occhi: prima di tutto alla sua equipe, ormai abituata a non dover tendere le orecchie ma a cogliere lo sguardo.</p>



<p>Quando si avvicina alla persona che lo attende, lo raggiunge alle labbra offrendogli l’orecchio e poi sussurrargli poche sillabe. L’altro orecchio è per le persone che stanno intorno. Il primo effetto che produce questo suo avanzare è produrre intorno un grande silenzio. Si muove con eleganza, si fa spazio senza doverlo chiedere e, paradosso, ognuno degli astanti capisce che deve raggiungere il suo posto, un metro, due, tre, meglio l’altra stanza di casa o la porta d’uscita.</p>



<p>Quanto avrà studiato, questo medico, per maturare questo stile d’approccio che non fuoriesce di tanto in tanto – così come confermato da altre voci consultate -, ma si rivela piuttosto come una postura professionale? Avrà studiato molto sicuramente, e alla fine ha fatto una scelta. Importante – avrà pensato – è realizzare un intervento efficace e lì dove è richiesto non c’è tempo per ammaestrare folle, far tacere voci, coprire con la propria quella altrui.</p>



<p>C’è solo bisogno di gentilezza, umiltà e salvaguardia delle cose primarie. Anche queste trasmettono autorevolezza, e di questa c’è bisogno perché lì dove c’è una persona che soffre l’avvicinarsi del medico è peculiare, unico nel suo genere, essenziale, e di forte penetrazione: andare al centro del problema ed evitare di perdercisi intorno. Questo sa il medico, e come lui non lo sa nessuno, neanche l’affetto e il legame più intimo con colui che è da soccorrere.</p>



<p>Vale qui ripetere il contrario, ovvero quello che diffusamente accade in simili frangenti? Ne sono piene le cronache e ne sono piene le teste di quelli che ne hanno dette e ascoltate di cotte e di crude, comprese quelle basse e infime.</p>



<p>Si tratta di eccezioni, ossia di scene che si verificano solo nei casi di pronto soccorso? No, purtroppo sono scene, queste assai scadenti, che troviamo e aiutiamo ad alimentare in molti altri teatri della nostra vita quotidiana: uffici, mezzi di trasporto, luoghi pubblici, forse anche chiese e santuari, reparti d’ospedali, senza escludere il cimitero.</p>



<p>Se le cose stanno così – e pare che così e anche peggio stiano – è segno che manca qualcosa. Dire “manca” è esagerato? Scaliamo di un gradino e mettiamola in questi termini, scriviamo: forse abbiamo messo tra parentesi “la gentilezza”, non da oggi, ma da qualche decennio. Stiamo provando e riprovando a farne a meno, e al suo posto abbiamo introdotto, in dose massiccia e giorno dopo giorno al rialzo di intensità: la rudezza che si fa rozzezza che si fa inciviltà che si fa sopraffazione e poi violenza. Abbiamo abbassato l’astina e ci sta precipitando addosso un sacco di melma (con la elle dove starebbe meglio la erre).</p>



<p>Come se la gentilezza potrebbe mai essere la virtù dei deboli e non dei forti, degli animi poco virili e non di quelli marcatamente umani, abbiamo e stiamo pretendendo di procedere in tutte le pieghe e le insenature dell’umana convivenza. Senza accorgerci che così facendo stiamo sottraendo umanità al nostro essere uomini e donne, anziani e bambini. E tutto questo si chiama povertà. Sì, riconosciamolo: siamo più poveri e anche afflitti, e feriti torniamo a casa la sera e ne usciamo al mattino, forse con dentro l’animo il malcelato proposito di farci anche noi soldati di quella considerata il giorno prima rustica genia. Non si spiega altrimenti, perché è così che se ne infittiscono le truppe.</p>



<p>Si potrà fare mai qualcosa? Certo. Una rivoluzione. La sola degna di questo nome, che è poi l’unica realmente efficace. Dovrebbe avere i connotati di un cambiamento di mentalità. Basta un giorno? No, occorre qualche decennio. Sarà opportuno scendere in piazza? No. Occorre calarsi dentro sé stessi. Tutti insieme? No. Ognuno per conto suo. Dentro l’animo di ciascuno, sia pure accantonata in qualche ripostiglio da rivisitare, qualcosa c’è e va portata in superficie.</p>



<p>C’è un aiuto che potrebbe venire dall’esterno. Impostare in ogni città un assessorato, denominato, appunto, “della gentilezza”. In molte realtà italiane l’hanno fatto. Ultimamente ad Orvieto, dove responsabile è una professoressa di lettere e filosofia in pensione. Non dovrebbe costare molto questo organismo assai semplice nella struttura. C’è la rete e ci sono le biblioteche, non dovrebbe essere difficile trovare connessione e scambio. Si instaura un bel dialogo, si conosce, si studia, si ascolta e si divulga.</p>



<p>Il tutto con gentilezza, per far tornare in mezzo a noi quella perduta che –ahinoi – si è portata via un pezzo consistente della nostra umanità.</p>
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		<title>Il populismo che preoccupa</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/03/29/deluca-il-populismo-che-preoccupa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Mar 2022 10:00:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la pandemia, la guerra. Dopo tre dosi di vaccino anti-covid19, forse è tempo per noi italiani, di fare un pensierino per la somministrazione di un altro vaccino. Perché c’è uno spettro che si aggira per l’Europa: il populismo. Anche questo andrebbe tenuto a bada, un contrafforte respingente sarebbe assai utile e rassicurante. Il virus del populismo è pericoloso. Si avvicina con passo felpato, assorbe tutti i malumori e comincia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dopo la pandemia, la guerra. Dopo tre dosi di vaccino anti-covid19, forse è tempo per noi italiani, di fare un pensierino per la somministrazione di un altro vaccino. Perché c’è uno spettro che si aggira per l’Europa: il populismo. Anche questo andrebbe tenuto a bada, un contrafforte respingente sarebbe assai utile e rassicurante.</p>



<p>Il virus del populismo è pericoloso. Si avvicina con passo felpato, assorbe tutti i malumori e comincia a somministrare un certo modo di star bene. Semplifica i problemi, è sensibile alle rivendicazioni e procede spedito a distribuire soluzioni immediate ed efficaci. Se gli immigrati danno fastidio, c’è una soluzione. Se la droga e il suo spaccio urtano la quiete di tanti quartieri, basta stanare i responsabili casa per casa. Se la mafia incalza, invece di sradicarla, passiamo a conviverci. Con la cultura non si mangia. Se la giustizia è difficile ad amministrarla, si può pensare alla pena di morte. Se le cure sanitarie costano troppo, per non gravare sulle casse dello Stato, mettiamo un tetto all’età di coloro che possano ricorrervi. Piace questo programma? Al popolo sì, certamente. Se poi ci fermiamo a sillabare parola per parola, un po’ meno. Per intanto, a furor di popolo, è importante strappare consenso.</p>



<p>Il populismo fertilizza la mente di coloro che nascono demagoghi e svogliatamente si convertono alla democrazia. Meglio sarebbe dire: vi si adattano. Tant’è che lo fanno solo per entrare in gioco e subito dopo proporre come uscirne. Tutti ricordiamo “i pieni poteri” invocati da Matteo Salvini sotto il sole cocente dell’estate di qualche anno addietro. E ricordiamo pure l’effetto che fecero quelle parole del facilitatore Salvini. Lo stesso di quello che fanno espressioni simili quando si tratta di passare sul cadavere di chiunque purché si arrivi alla terra promessa delle proprie farneticazioni.</p>



<p>Si racconta della vita di Aldo Moro l’effetto che gli fece un comizio tenuto in Puglia. Appena sceso dall’auto fu accolto da urla e applausi. Si guardò intorno e rimase incredulo. Ancora più sconcertato apparve il suo viso ogniqualvolta – e si registrò troppo spesso – veniva interrotto da battimano concitato e privo di pertinenza. Proseguì un po’ controvoglia e quasi in fretta riparò in auto. Per un pezzo del tragitto rimase in silenzio. Un collaboratore allora gli chiese: “Presidente, è soddisfatto di questo incontro?”. “No – rispose &#8211; direi che sono preoccupato. Provate ad immaginare una folla così fatta in mano ad un demagogo, la condurrebbe dove?”.</p>



<p>Ci sono demagoghi e populisti in servizio attivo ai nostri giorni? Ci sono e sono quelli che devono trovare – e dicono di aver trovato – giustificazioni ad una guerra. Ma dietro a questi tali ve ne sono altri che a loro tempo hanno anche delineato il profilo politico culturale e personale dello stesso Putin. E siccome l’esito dei populisti e delle loro convinzioni è sempre dopo i fatti che si può analizzare, la domanda viene su da sola: quando Berlusconi e Salvini parlavano dello statista Putin fingevano o erano sinceri? Se fingevano, è un conto. Ma se non fingevano e parlavano seriamente, è tempo di interrogarsi sulla bontà dei parametri mentali che stavano nelle loro teste. Perché una cosa resta vera: chi semina vento, raccoglie tempesta.</p>



<p>Solo che oggi, al di là del pensiero e della loro manifestazione, il caso dei leader ci interessa ben poco, se, per esempio, parlino o non parlino per confermare o per smentire il predetto. Quello che più ci preme è invece la nostra posizione e cioè: riusciamo ancora a tenere a bada i populisti? E prima ancora: sappiamo distinguere chi lo è e chi non lo è? Veramente ci piace il populismo e veramente può essere buon amico della democrazia?</p>



<p>Perché una cosa è certa: la guerra, l’invasione, il sangue che scorre, la morte, i lutti e le ferite che resteranno, ci convincono di una realtà: l’Italia è una grande democrazia. Difficile e complessa, sicuramente. Dove finanche occorrono due firme e una non basta se il conto corrente bancario è stato impostato a firme congiunte. Una piccola democrazia che comincia dal basso.</p>
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		<title>Noi e la guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2022 16:15:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Pace]]></category>
		<category><![CDATA[Papa Francesco]]></category>
		<category><![CDATA[Telegiornali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse di questi giorni qualcosa di strano si agita in noi. Come definirlo? Turbamento, vergogna? In questo nostro mondo, questa volta assai ravvicinato, c’è una guerra in corso. E risultano preponderanti le parole e i filmati che i telegiornali catapultano nelle nostre case, perlopiù ad ora di pranzo e di cena. Che cosa possiamo fare, spegnere la tivù? Certo che no. Sarebbe come uscire dal mondo. E allora stiamo lì&#8230;</p>
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<p>Forse di questi giorni qualcosa di strano si agita in noi. Come definirlo? Turbamento, vergogna? In questo nostro mondo, questa volta assai ravvicinato, c’è una guerra in corso. E risultano preponderanti le parole e i filmati che i telegiornali catapultano nelle nostre case, perlopiù ad ora di pranzo e di cena.</p>



<p>Che cosa possiamo fare, spegnere la tivù? Certo che no. Sarebbe come uscire dal mondo. E allora stiamo lì ad ascoltare, guardare, commuoverci e stramaledire, contando i minuti e augurandoci di arrivare più in fretta possibile alla fine di tutto e a voltar pagina su altre notizie più lievi.</p>



<p>La guerra, però, è quella cosa che (forse) solo adesso ci stiamo accorgendo che esiste. Sappiamo pure che così non è, poiché di tanto in tanto c’è almeno un signore biancovestito che si affaccia da una finestra una volta a settimana e all’ora di pranzo (per giunta quello della domenica) e ci ricorda che la guerra è in corso. La definisce addirittura “mondiale”, aggiunge che è la “terza” e viene combattuta “a pezzetti”. Si tratta di quei pezzetti che a noi sfuggono, perché solo in fretta ce ne danno notizia i telegiornali, solo in poche righe ce ne racconta la carta stampata, ed è così che finiamo un po’ tutti per saltarla in audio, video e lettura, scusandoci col dire: “Non riesco a sopportare certe scene di sofferenza e atrocità”.</p>



<p>A questo moto ne corrisponde un altro, oppure lo genera: siamo troppo intro-proiettati, ovvero chiusi nel nostro orticello e quindi allergici agli affari del mondo. Più propensi ad allevare e carezzare il nostro mondo, facendolo assurgere alla statura di quel mondo che contiene l’intera umanità.</p>



<p>Da qui la vergogna e quel turbamento che, naturalmente, viene a visitarci di questi giorni. E che, nel contempo, fa sorgere una domanda: dove ero io, in che mondo vivevo, ho vissuto, se è scoppiata un’altra guerra (perché quella in Ucraina è altra o altra ancora, stante a Papa Francesco)?</p>



<p>Può accadere anche questo: trovarsi in un mondo che la guerra concepisce, prepara e arma e sfilarsi da questo mondo. In realtà è difficile che tutto ciò avvenga, ma si può finanche stare in questo mondo e non abitarlo. Si può, tenendolo fuori, facendo in modo che mai entri per nessuna fessura nel mio habitat. Eppure qualche saggio consigliava al buon cittadino di pensare globale e agire locale.</p>



<p>Quando il paradigma non è questo, i guasti sono (sarebbero) evidenti: i potenti diventano più potenti, mentre il popolo sciaguratamente si trova defilato al momento in cui si trattano scelte di capitale importanza finanche per porzioni consistenti di umanità, per non dire di popoli e nazioni.</p>



<p>Oggi diciamo di volere la pace. E non v’è dubbio che siamo sinceri. Pensiamo bene, ma forse in ritardo. Una puntualità più amata e un’informazione più accurata ci avrebbero favorito nell’essere lì, col peso della nostra opinione, quando altre scelte, previe alla guerra, ci avrebbero visti attori determinanti.</p>



<p>C’è la tendenza ad etichettare come sognatori gli operai della pace e di tanto in tanto prestare noi stessi come ammiratori di quelli che amano le maniere forti. Si verifica tutto ciò anche nel nostro piccolo: sono troppi e sgangherati, fuori tempo e fuori luogo, gli osanna ai ducetti folcloristici nella nostra Italia così come quelli, meno gridati ma non meno convinti, ai boss malavitosi allocati intorno a noi. Quando arrivano ai fatti scatta il nostro sdegno. </p>



<p>Francamente, siamo arrivati tardi. Quello di prima era il tempo nostro. Perciò resta vero: “Se vuoi la pace, prepara la pace”. E Michail Gorbaciov, già nel 1989, aveva avvertito: “La vita punisce chi arriva troppo tardi”. Resta la speranza conficcata in ogni alito vivente per far volare la colomba della pace.</p>
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		<title>30 anni fa mani pulite. Ma l&#8217;Italia non sognò di cambiare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Feb 2022 15:16:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Di Pietro]]></category>
		<category><![CDATA[Corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Galera]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
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		<category><![CDATA[Magistrati]]></category>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Saverio Borrelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chissà perché, appena si avverte che le cose non vanno per il verso giusto, il primo provvedimento che scatta è sempre lo stesso: mani pulite. Forse perché le mani trasportano da una parte all’altra, e in questo incessante movimento non sempre prelevano dalla parte giusta e depositano in quella altrettanto legittimata a ricevere. Fu così che, trent’anni orsono, di questi giorni stava giungendo ai nastri di partenza una bufera giudiziaria&#8230;</p>
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<p>Chissà perché, appena si avverte che le cose non vanno per il verso giusto, il primo provvedimento che scatta è sempre lo stesso: mani pulite. Forse perché le mani trasportano da una parte all’altra, e in questo incessante movimento non sempre prelevano dalla parte giusta e depositano in quella altrettanto legittimata a ricevere. Fu così che, trent’anni orsono, di questi giorni stava giungendo ai nastri di partenza una bufera giudiziaria che ebbe inizio il 17 febbraio e che fece tremare letteralmente l’Italia e gli italiani.</p>



<p>Sulla scrivania di Antonio Di Pietro, allora pubblico ministero della procura della Repubblica presso il tribunale di Milano, arrivò una cartellina con una querela per diffamazione nei confronti di un imprenditore che, sul quotidiano nazionale Il Giorno, aveva denunciato il racket delle pompe funebri nel Pio Albergo Trivulzio, residenza di 1600 anziani. Il dott. Di Pietro decise di archiviare la questione, forse perché la valutò piccola cosa, o forse perché fece questo ragionamento: se toccano persino i morti, vuol dire che siamo arrivati al capolinea della corruzione.</p>



<p>E così decise di rimanere sulla palla, seguì le orme dei trascinatori di denaro e li visitò dal luogo di prelievo alle banche di destinazione. Il primo nome che venne fuori fu quello di Mario Chiesa, sorpreso con le mani nel barattolo della marmellata. La marmellata sarà stata sicuramente di ciliegie perché da quel giorno nome chiama nome e il susseguirsi degli arresti sembrava quasi non doversi più fermare.</p>



<p>“Mani pulite” fu la denominazione dell’inchiesta che sempre più si allargava fino a far nascere il famoso pool di pubblici ministeri guidato dal procuratore Saverio Borrelli. Tremò dapprima il mondo della politica e dell’imprenditoria. E furono giorni di lacrime e sangue poiché dalla disperazione uomini in vista ma anche fino a quel momento talaltri sconosciuti arrivarono alla determinazione di togliersi la vita.</p>



<p>E’ ancora in corso di lettura e quindi di riflessione tutto quello che accadde in quei mesi. E si capisce benissimo come non sia facile ancora oggi una comprensione unitaria di fatti, protagonisti e vicende che richiedono la partecipazione di storici, giuristi, analisti di costume, politologi e sociologi per venirne a capo. Fra qualche decennio le cose per chi leggerà risulteranno più chiare di quanto lo siano ai nostri giorni.</p>



<p>Per Goffredo Buccini, allora giovane cronista del Corriere della Sera, che ne ha composto in un recente volume lo scorrimento, si è trattato di “un’illusione, quella cioè dell’idea fuorviante di poter rammentare il tessuto etico di un Paese, attraverso un processo penale”.</p>



<p>E questo perché: la corruzione c’era e c’è nella nostra cara Italia. E’ più diffusa di quanto si pensi. La stagione di Mani Pulite approdò a Tangentopoli per significare che la tangente non è fatto isolato ma coinvolge la città e ogni città ha la sua con proprie e codificate ritualità attraverso le quali ammorba l’aria, rende tortuosa la vivibilità, uccide l’economia, adultera i rapporti, inclina la fiducia, recide sul nascere tentativi di impresa e chiude la porta ad investimenti promozionali.</p>



<p>Gli italiani divennero tifosi di Mani Pulite dalla sera alla mattina senza farsi ingaggiare da alcuno. Erano certi che in galera sarebbero andati politici famosi, capitani d’industria e boiardi di Stato. Come a indicare che la corruzione era là, comunque lontana, molto lontana da casa mia, dal mio quartiere e dalla mia città. Poi le inchieste cominciarono ad espandersi. Della materia economica e degli ingranaggi oleati con denaro sporco fu sollevato solo il lembo del mantello che tutto copriva. </p>



<p>Allorché l’operazione verità fu proclamata solennemente, il tifo si abbassò, come a dire: “Non è che questi signori magistrati abbiano in mente di venire a verificare come va l’orticello di casa mia? E, no. Che vadano altrove”. E questo perché l’infermiere (o anche il dottore) sarebbe potuto essere sorpreso mentre intascava 200mila lire per la soffiata alle onoranze funebri per l’avvenuto decesso, l’ispettore del lavoro per i pochi soldi ottenuti in cambio di un occhio chiuso sulle misure di sicurezza inesistenti in un cantiere, il vigile urbano compensato con la spesa gratis in cambio del mancato controllo delle bilance.</p>



<p>Insomma, Mani Pulite come una specie di ispezione generale ma anche singolo per singolo per verificare la correttezza di ogni cittadino? E fu così che Mani Pulite finì per essere il sogno di una nazione che neanche per sogno invocava un’era nuova. Tanto meno, stante così le cose, poteva aspettarsela dall’operato della magistratura. Ha detto Norberto Bobbio ad un amico: “Le vere rivoluzioni sono quelle del costume, non quelle politiche”.</p>



<p>Sono trascorsi 30 anni da quando accadde qualcosa che doveva fare lezione alla politica e al costume degli italiani. Ciò che accadde punì alcuni, fece spaventare molti, persuase non pochi che l’onestà premia, rilasciò il permesso a tanti che delinquere si può perché la giustizia quando arriva, e se arriva, è sempre tardi e serve a poco.</p>



<p>Quel che resta certa è l’impresa quotidiana di costruire un mondo nuovo, ma non con le regole e la conseguente punizione se non le assecondi, ma con la semplice convinzione che una vita onesta e pulita è garanzia di una esistenza più felice. E questa si costruisce.</p>
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