<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Roberto Mengoni, Autore presso ilcaffeonline</title>
	<atom:link href="https://ilcaffeonline.it/author/roberto-mengoni/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://ilcaffeonline.it/author/roberto-mengoni/</link>
	<description>Il coraggio di conoscere</description>
	<lastBuildDate>Sat, 17 Sep 2022 09:41:00 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.4.2</generator>

<image>
	<url>https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/04/cropped-avatar-ilcaffeonline-32x32.png</url>
	<title>Roberto Mengoni, Autore presso ilcaffeonline</title>
	<link>https://ilcaffeonline.it/author/roberto-mengoni/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Anche le parole hanno un&#8217;anima. Una passeggiata virtuale per l&#8217;Africa orientale</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/17/mengoni-anche-le-parole-hanno-unanima-passeggiata-virtuale-per-africa-orientale/</link>
					<comments>https://ilcaffeonline.it/2022/09/17/mengoni-anche-le-parole-hanno-unanima-passeggiata-virtuale-per-africa-orientale/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2022 09:18:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[Bongo Flava]]></category>
		<category><![CDATA[daladala]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
		<category><![CDATA[nyama choma]]></category>
		<category><![CDATA[orientale]]></category>
		<category><![CDATA[Oxford English Dictionary]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[pole]]></category>
		<category><![CDATA[singeli]]></category>
		<category><![CDATA[Swahili]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilcaffeonline.it/?p=4546</guid>

					<description><![CDATA[<p>Per conoscere, da lontano, un paese, faremo una passeggiata tra le parole di una lingua lontana, lo swahili, che hanno viaggiato con le carovane mercantili nella savana e sui dhow che solcavano l’oceano indiano e non si sono mai fermate. Lo scorso luglio l’Oxford English Dictionary ha pubblicato una lista delle nuove parole africane accolte dalla grande madre dell’inglese, ormai colorato e profumato di mille spezie, tra cui molte vengono&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/17/mengoni-anche-le-parole-hanno-unanima-passeggiata-virtuale-per-africa-orientale/">Anche le parole hanno un&#8217;anima. Una passeggiata virtuale per l&#8217;Africa orientale</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per conoscere, da lontano, un paese, faremo una passeggiata tra le parole di una lingua lontana, lo <strong><em>swahili</em></strong>, che hanno viaggiato con le carovane mercantili nella savana e sui dhow che solcavano l’oceano indiano e non si sono mai fermate. Lo scorso luglio l’<em>Oxford English Dictionary</em> ha pubblicato una lista delle nuove parole africane accolte dalla grande madre dell’inglese, ormai colorato e profumato di mille spezie, tra cui molte vengono dallo swahili e parecchie dalla Tanzania.</p>



<p>Sono soltanto parole, ma sono quelle che nelle loro sillabe, nell’alternarsi musicale di consonanti e vocali tipiche dello swahili, raccontano storie. Magiche, perché in grado di congiurare dall’aria il profumo di un mondo che forse non vedremo mai, se non sullo schermo di un cellulare. Parole nate sulla costa dell’Africa orientale dal matrimonio tra africani ed arabi, che oggi hanno preso il volo, a bordo di una compagnia low-cost, l’inglese, in grado di portarle in giro per il mondo, a contaminarsi con altre lingue.</p>



<p>Proviamo allora a fare una breve conversazione. No, nessuna preoccupazione, non faremo una lezione di etnolinguismo che non è tra le mie indubbie capacità.</p>



<p>Dar es Salaam, pomeriggio di sabato. Deusdedit (sui fantasiosi nomi di stampo religioso che vengono dati in Tanzania andrebbe scritto un articolo a parte) si rivolge all’amico italiano Edo:</p>



<p>“Andiamo a sentire il <strong>bongo flava.</strong> C’è birra e <strong>nyama choma</strong>.”</p>



<p>“Io preferisco il <strong>singeli</strong> e ho l’auto rotta.”</p>



<p>“<strong>Pole</strong>. Andiamo in <strong>daladala</strong>?”</p>



<p>Tutte queste espressioni fanno ormai parte dell’inglese standard anche se probabilmente non sentirete usarle a Stratford-upon-Avon.</p>



<p>Cominciamo da Bongo, che scriviamo con la lettera maiuscola, dato che si tratta di una città, anzi di <em><strong>Dar es Salaam</strong></em>, la capitale commerciale, industriale e culturale della Tanzania.  Sette milioni di abitanti in continua crescita. Scendendo verso l’aeroporto, Dar es Salaam è una sterminata distesa di casette intervallate da palme e ruscelli, piuttosto verde e tranquilla, che circonda un centro di grattacieli di origine cinese, generalmente orrendi. <em><strong>Bongo</strong></em> in swahili ha a che fare con la testa e l’intelligenza, il che vuol dire che a Dar si sta al centro delle cose. Non solo per restarci, bisogna cavarsela, essere svegli di testa e di mano.</p>



<p>Qualcuno ce la fa con la scorciatoia della musica. Da ogni radio, da ogni &#8220;tassì&#8221;, nelle discoteche della zona ricca e nei pub informali delle periferie si ascoltano i ritmi del <strong>Bongo Flava</strong>. Musica giovanile, che fonde un miscuglio di hip-hop americano con i ritmi locali. </p>



<p>Guardate su youtube i video che dipingono scene di lusso sfrenato, auto veloci, donne semi nude che si agitano su letti a otto piazze, canottiere, lingerie, occhiali da sole e piogge di dollari. </p>



<p>Il Bongo Flava, per quanto popolare, dicono, anche fuori della Tanzania, non racconta poi molto di nuovo. In realtà è del tutto innocuo tanto è vero che i grandi cantanti vengono regolarmente ingaggiati per le feste del partito al potere da sempre. Celebre il verso di Harmonize, uno dei maggiori interpreti di questo genere. Nel 2019 cantò all’allora presidente Magufuli, “vorrei incontrare Magufuli ed inginocchiarmi davanti a lui per ringrazialo.”</p>



<p>Più interessante, anche se indigesto per le nostre orecchie, è il <strong>singeli</strong>, genere musicale che forse si potrebbe definire un punk africano crudo e brutale, anche per via degli strumenti utilizzati che sarebbe un azzardo definire di fortuna: sedie, bastoni, pianole di riciclo, batterie, il tutto ad una velocità superiore ai 200 bpm e la voce di un cantante che urla frasi incomprensibili. Non è necessario conoscere lo swahili per capire che nel singeli c’è ritmo, rabbia e tanto sudore. Ad un concerto, dopo cinque minuti di velocità, le gambe iniziavano a muoversi senza controllo e solo il pudore occidentale di non rendersi ridicolo di fronte agli africani ci impedì di lanciarci in pista.</p>



<p>Anche se Bongo non è normalmente pericolosa come Nairobi o Lagos, è altamente sconsigliato aggirarsi fuori delle zone commerciali senza una guida locale sicura. Meglio evitare il <strong>daladala</strong>, il famigerato minibus che fa servizio privato su ogni strada della Tanzania (e del resto della regione). Sono ex autobus delle scuole elementari giapponesi riutilizzati fino allo sfinimento. Il costo del biglietto è irrisorio, la musica infernale e in genere si viaggia piegati a novanta gradi sotto un tetto a misura di bambino. Per evitare problemi, meglio non chiedere mai all’autista se e come abbia conseguito la patente.</p>



<p>Volendo poi avvicinarsi al cibo locale, si può optare infine per uno spiedino di carne, ovvero uno <strong>nyama choma</strong>, da nyama=carne e choma=bruciare, arrostire. Per inciso, l’OED registra altre leccornie locali, come il chipsi mayai ovvero il frittatone di patate, il mandazi, un panozzo fritto che si mangia in genere a colazione (e la cui digestione dura fino a cena), e lo mbege, bevanda fermentata alcolica che si trova solo tra i Chagga e i Meru, due gruppi tribali del Kilimanjaro e del monte Meru, nel nord della Tanzania.</p>



<p>Armati quindi di alcune parole per muoversi, mangiare e divertirsi, ci si può lanciare alla scoperta della Tanzania. Il consiglio resta quello di non fare i tirchi con i ringraziamenti (<strong>asante</strong>), meglio ancora se mille (<strong>asante sana</strong>). Muovetevi <strong>pole-pole</strong>, con calma, che di tempo ce n’è sempre in abbondanza, per non doversi sentire dire, ad un certo punto, <strong>pole</strong>, ovvero mi dispiace che ti sei preso la malaria/colera/dengue/che la macchina è rotta …</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/17/mengoni-anche-le-parole-hanno-unanima-passeggiata-virtuale-per-africa-orientale/">Anche le parole hanno un&#8217;anima. Una passeggiata virtuale per l&#8217;Africa orientale</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilcaffeonline.it/2022/09/17/mengoni-anche-le-parole-hanno-unanima-passeggiata-virtuale-per-africa-orientale/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La diplomazia del fumetto</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/11/16/mengoni-la-diplomazia-del-fumetto/</link>
					<comments>https://ilcaffeonline.it/2021/11/16/mengoni-la-diplomazia-del-fumetto/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 16:09:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[Alan Ford]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Silvestri]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte pop]]></category>
		<category><![CDATA[Arte povera]]></category>
		<category><![CDATA[Attica]]></category>
		<category><![CDATA[Belgio]]></category>
		<category><![CDATA[Black Panther]]></category>
		<category><![CDATA[Bonelli]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Corto Maltese]]></category>
		<category><![CDATA[Critica fumettistica]]></category>
		<category><![CDATA[D&#039;Artagnan]]></category>
		<category><![CDATA[DC]]></category>
		<category><![CDATA[Diabolik]]></category>
		<category><![CDATA[Diplomatici]]></category>
		<category><![CDATA[Diplomazia]]></category>
		<category><![CDATA[Disney]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Fumetti]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriel Jones]]></category>
		<category><![CDATA[Gender]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Bevilacqua]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Graphic novel]]></category>
		<category><![CDATA[Hong Kong]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo Pratt]]></category>
		<category><![CDATA[Linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Macedonia del Nord]]></category>
		<category><![CDATA[Manga]]></category>
		<category><![CDATA[Marvel]]></category>
		<category><![CDATA[Netflix]]></category>
		<category><![CDATA[Paperina]]></category>
		<category><![CDATA[Paperinik]]></category>
		<category><![CDATA[Paperinika]]></category>
		<category><![CDATA[PCI]]></category>
		<category><![CDATA[Persepolis]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Battaglia]]></category>
		<category><![CDATA[Pinocchio]]></category>
		<category><![CDATA[Robin Hood]]></category>
		<category><![CDATA[Sergente Fury]]></category>
		<category><![CDATA[Skopje]]></category>
		<category><![CDATA[Stan Lee]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Supereroi]]></category>
		<category><![CDATA[Superman]]></category>
		<category><![CDATA[Tex Willer]]></category>
		<category><![CDATA[Winx]]></category>
		<category><![CDATA[Wonder Woman]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilcaffeonline.it/?p=3799</guid>

					<description><![CDATA[<p>I diplomatici italiani amano scrivere, fa parte delle loro competenze, ma fuori delle cancellerie c’è anche spazio per la passione. Andrea Silvestri, ambasciatore a Skopje, in Macedonia del Nord, ha quella dei fumetti, che lo hanno accompagnato nelle diverse destinazioni diplomatiche, dalla Costa d’Avorio al Belgio. Il saggio che ha scritto riflette le sue scoperte e ci conduce a zonzo tra le grandi potenze del fumetto, come gli Stati Uniti,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/11/16/mengoni-la-diplomazia-del-fumetto/">La diplomazia del fumetto</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>I diplomatici italiani amano scrivere, fa parte delle loro competenze, ma fuori delle cancellerie c’è anche spazio per la passione. Andrea Silvestri, ambasciatore a Skopje, in Macedonia del Nord, ha quella dei fumetti, che lo hanno accompagnato nelle diverse destinazioni diplomatiche, dalla Costa d’Avorio al Belgio. Il saggio che ha scritto riflette le sue scoperte e ci conduce a zonzo tra le grandi potenze del fumetto, come gli Stati Uniti, la Francia, tra le potenze involontarie, come il Giappone, tra quelle emergenti, Corea, Cina, senza dimenticare che tra i paesi che hanno finora scritto la storia dei disegni con le nuvolette c’è l’Italia, una potenza inconsapevole, come spesso ci capita, e che esporta i suoi migliori autori.</p>



<p><strong>Perché un libro che unisce i fumetti alla diplomazia?</strong><br>È una passione giovanile che ho portato all’estero. La nostra è una professione nomade e in ogni paese dove sono stato, osservavo i fumetti locali, cercando in essi una chiave di lettura politica. Pensiamo soprattutto a quelli classici americani di supereroi prodotti a cavallo della Seconda Guerra Mondiale e durante la guerra fredda. In ogni linguaggio pop, andando a scavare, è possibile trovare elementi di geopolitica, nel senso che il mezzo riflette come una società si vede e come vede gli altri. Ho preso dei casi per mostrare come riflettessero alcune tesi del pensiero dominante, utilizzando anche un approccio gramsciano.</p>



<p><strong>Hai scritto una panoramica storicamente e geograficamente molto ampia del fumetto, anche proveniente da paesi esterni all’Europa. È un arte universale?</strong><br>Certamente. È più forte e radicata in alcuni paesi, in Europa e negli Stati Uniti. Anche l’Italia resta un mercato molto importante. L’Africa ha una tradizione più recente, anche per le difficoltà del mercato editoriale. I fumetti sono un arte pop che rappresenta un linguaggio universale. Ci sono personaggi che riconosciamo in tutto il mondo e che sono riconoscibili anche dalle nuove generazioni. Sono immagini unite a parole che creano empatia.</p>



<p><strong>Quali sono le superpotenze, le potenze emergenti o quelle che sono emerse del fumetto.</strong><br>Mi sono concentrato soprattutto sui fumetti popolari. Direi che come quantità troviamo ai primi posti il Giappone, che pure in origine era una produzione rivolta al mercato locale, che interpretava i valori e i sentimenti dei giapponesi, ma che ha saputo intercettare alcune corde a livello mondiale. Una superpotenza involontaria. Ci sono ovviamente gli Stati Uniti, con la loro scuola dei supereroi, mentre in Europa abbiamo la forte tradizione franco-belga. Poi c’è l’Italia. Anche se relativamente più deboli rispetto ad alcuni anni fa, abbiamo autori molto validi, sia per il mercato interno che per l’esportazione. In Asia sono potenze consolidate la Corea del Sud e Taiwan. La Cina sta crescendo, partendo da una sua tradizione nata con la rivoluzione e controllata dal partito comunista. C’era anche uno storico avamposto ad Hong Kong. Da non dimenticare la scuola latinoamericana, soprattutto argentina, dove si trasferirono nel dopoguerra autori italiani come Hugo Pratt.</p>



<p><strong>Quali altri paesi si affacceranno altri paesi? L’India, il Maghreb o il Medio oriente?</strong><br>In India ci sono interessanti esperimenti, in cui si incrocia il fumetto con la sua grande tradizione iconografica e mitologica indiana. Ci sono esperienze molto interessanti nel Medio Oriente, penso a Persepolis che è nato in Iran, anche in Libano e qualcosa anche in Egitto e nel resto dell’Africa. Del resto, il fumetto è un’arte povera, che costa poco, basta un tablet e per questo è utilizzato dalle minoranze.</p>



<p><strong>Nei fumetti classici troviamo i supereroi bianchi, americani, patriottici, che vivevano in un contesto americano ben preciso. La produzione attuale invece come riflette i cambiamenti della società?</strong><br>Ho cercato di inserire questa lettura. La critica fumettistica ha coniato l’espressione del monomito del supereore americano, come Superman, bianco, etero e fedele alla fidanzata Lara. Una volta il mercato americano era diviso tra bianchi e neri e i cambiamenti verso l’integrazione sono cominciati negli anni sessanta. Ho un aneddoto a questo proposito. Nel 1966 Stan Lee creò la serie del “Sergente Fury” che si avvaleva del primo plotone completamente interetnico nella storia del fumetto: c’erano un irlandese, un ebreo, un tedesco, un italiano e un personaggio di colore, Gabriel Jones. Il colorista non si rese conto che si trattava di un afroamericano e Lee dovette mandargli una nota per avvertirlo. Successivamente la Marvel ha cominciato ad inserire personaggi appartenenti alle minoranze, come Black Panther, ed oggi c’è molta attenzione alle tematiche gender. Ricordiamo anche Wonder Woman che ha una lunghissima vita editoriale, femminista antelitteram, che ha creato molta autostima nelle donne.</p>



<p><strong>Gli autori italiani della Disney inventarono Paperinika, dopo Paperinik.</strong><br>È un caso molto interessante. Negli anni ’60 nascono i neri in Italia, in cui i protagonisti sono ladri, assassini, esseri demoniaci. In Italia non avevamo una tradizione di eroi ed invece creammo gli antieroi. La Disney Italia pensa quindi di creare Paperinik, parodia di Diabolik, che riprende i temi classici dell’identità segreta e del rovesciamento del personaggio, per poi arrivare a questa bellissima intuizione di Paperinika, l’alter ego di Paperina, che è il personaggio dominante nel rapporto di coppia e che usa le armi femminili come la cipria.</p>



<p><strong>Nel libro metti in evidenza l’assenza di eroi in Italia. I personaggi creati durante il fascismo vengono meno dopo la guerra e appaiono gli antieroi che vanno contro i valori del tempo, oltre alle parodie. Perché?</strong><br>Ci sono varie spiegazioni, che sono state fatte anche rispetto alla letteratura italiana, dove manca un personaggio simile a D’Artagnan o a Robin Hood, che sono simboli dell’identità nazionale. Non è per forza un aspetto negativo per il fumetto, anche come probabilmente contrappasso all’esperienza di ipernazionalismo del fascismo. Dopo la guerra gli eroi prodotti in Italia, come Tex Willer, erano quasi tutti americani e perfino gli autori cambiavano il nome per non suonare italiani. Aggiungerei anche i condizionamenti dei due partiti maggiori, entrambi con orizzonti internazionalistici, la chiesa per la DC ed il comunismo per il PCI. I tempi sono cambiati e soprattutto la Bonelli ha portato molte innovazioni con una crescita dei personaggi italiani.</p>



<p><strong>Tuttavia il fumetto calato in una realtà completamente italiana sembra ancora molto debole.</strong><br>Ci sono fenomeni interessanti in Italia come le graphic novel che hanno una forte attenzione alla realtà italiana, con inchieste ambientate nel nostro paese. Poi ci sono tentativi come quello di Pietro Battaglia, un soldato trasformato in vampiro che attraversa la storia nazionale. Bisogna però dire che oggi è difficile lanciare nuovi personaggi con serie senza fine. La tendenza attuale è il modello Netflix, miniserie contenute in un numero limitato di storie.</p>



<p><strong>Eppure abbiamo un eroe italiano. Corto Maltese. Che però non è italiano ed è l’eroe anarchico per eccellenza.</strong><br>I francesi erano convinti che fosse loro. È un personaggio nomade, sradicato, figlio di una gitana e di un maltese, senza radici, che esplora ed incontra altre culture. Riflette una lontana radice italiana. Un popolo di navigatori, di emigranti ed avventurieri.</p>



<p><strong>Nel saggio parli delle Winx come un caso di fumetto italiano di grande successo internazionale che trascende completamente la realtà nazionale. Per avere successo devi diventare un prodotto globalizzato senza legami con la nazione?</strong><br>È un prodotto che appartiene al regno del fantasy, una produzione nata in Italia, realizzata in Asia e che utilizza le tecniche americane di commercializzazione e merchandising. Riflette la grande vitalità della scuola italiana del fumetto, che esposta personaggi ed anche tantissimi autori in cerca di maggiori spazio di espressività.</p>



<p><strong>Il Giappone invece smentisce la tesi della globalizzazione del gusto.</strong><br>I manga sono molto giapponesi ma funzionano bene all’estero. Anche l’Italia produce fumetti che hanno successo internazionale. In Macedonia Alan Ford è conosciutissimo, pur essendo un prodotto molto italiano, impregnato di un humour nero meneghino che non funziona nei paesi anglosassoni. In Jugoslavia il Gruppo TNT era popolare, andava ad intercettare un umorismo balcanico nero e offriva spazi di libertà ai giovani. Vorrei anche dire che perfino i supereroi americani sono più sfumati rispetto al passato, più internazionale. In fondo, si tratta di personaggi che affondano in radici storiche, religiose e mitologiche europee, utilizzando archetipi che sono riconoscibili ovunque.</p>



<p><strong>Anche gli italiani fanno manga.</strong><br>Ci sono ottimi manga fatti in Italia, per esempio Attica, pubblicato da Bonelli, di Giacomo Bevilacqua, che usa stilemi giapponesi e ha la geniale intuizione di fare di Pinocchio il cattivo.</p>



<p><strong>La globalizzazione ha scardinato i vecchi schemi del passato, economici e politici. Così anche per il fumetto, che è l’arte dell’esplorazione. Cosa hanno portato i coreani nel linguaggio fumettistico. E i cinesi?</strong><br>Nel caso dei sudcoreani mi pare che i manhwa siano stilisticamente simili ai giapponesi. Sulla Cina, non saprei dire. Avevano una tradizione propria. Bisognerà vedere quanto, nel realizzare una produzione di massa, attingeranno alla tradizione o si ispireranno a stilemi internazionali già esistenti. Sono ancora poco tradotti. La Bao ha cominciato a pubblicarne alcuni, che mi paiono più rivolti ad un pubblico colto.</p>



<p><strong>In conclusione, il futuro del fumetto sarà un misto di stili globalizzati e di radici locali.</strong><br>Oggi i fumetti non hanno la stessa centralità che avevano nel XX secolo, e i giovani se ne sono allontanati, anche se al cinema vanno a vedere i supereroi della Marvel e della DC. È un arte per un pubblico più colto ed anziano, tuttavia, i fumetti sono un linguaggio universale capace di mescolare stili diversi e di utilizzare ogni genere di tradizione locale, in grado di rinnovarsi e di esprimere in forme nuove una visione del mondo, di se stessi e degli altri, che possono essere compresi ancora come strumenti di geopolitica.</p>



<p><strong>* Conversazione con Andrea Silvestri, autore del saggio “Fumetti e potere. Eroi e supereroi come strumento geopolitico” (Edizioni NPE, 2020).</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/11/16/mengoni-la-diplomazia-del-fumetto/">La diplomazia del fumetto</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilcaffeonline.it/2021/11/16/mengoni-la-diplomazia-del-fumetto/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il migliore. Marco Pantani</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/23/mengoni-il-migliore-marco-pantani/</link>
					<comments>https://ilcaffeonline.it/2021/10/23/mengoni-il-migliore-marco-pantani/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Oct 2021 15:43:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano De Zan]]></category>
		<category><![CDATA[Armstrong]]></category>
		<category><![CDATA[Bartali]]></category>
		<category><![CDATA[Bertinotti]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Candido Cannavò]]></category>
		<category><![CDATA[Cesenatico]]></category>
		<category><![CDATA[Christina Johnsson]]></category>
		<category><![CDATA[Ciclismo]]></category>
		<category><![CDATA[Coppi]]></category>
		<category><![CDATA[Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[Doping]]></category>
		<category><![CDATA[Droga]]></category>
		<category><![CDATA[Ematocrito]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Gazzetta dello Sport]]></category>
		<category><![CDATA[Giro d&#039;Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Il Pirata]]></category>
		<category><![CDATA[Lance Armstrong]]></category>
		<category><![CDATA[Madonna di Campiglio]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pantani]]></category>
		<category><![CDATA[Montagne]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Conte]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Santolini]]></category>
		<category><![CDATA[Romano Prodi]]></category>
		<category><![CDATA[San Valentino]]></category>
		<category><![CDATA[Solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[Sport]]></category>
		<category><![CDATA[Tour de France]]></category>
		<category><![CDATA[Ulivo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilcaffeonline.it/?p=3709</guid>

					<description><![CDATA[<p>Parlare di Marco Pantani è tornare giovani. Avvicinare un figlio di vent’anni con l’aria del nonno che ne ha viste tante. E che non capisce di cosa parliamo. Eravamo a cavallo dei trent&#8217;anni quando Marco trionfò al Giro e al Tour del 1998. Eravamo nel secondo anno dell&#8217;Ulivo, con Romano Prodi e la sua squadra che stavano pazientemente ma con caparbietà cercando di cambiare l&#8217;Italia. Prima che i residuati alla&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/23/mengoni-il-migliore-marco-pantani/">Il migliore. Marco Pantani</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Parlare di Marco Pantani è tornare giovani. Avvicinare un figlio di vent’anni con l’aria del nonno che ne ha viste tante. E che non capisce di cosa parliamo.</p>



<p>Eravamo a cavallo dei trent&#8217;anni quando Marco trionfò al Giro e al Tour del 1998. Eravamo nel secondo anno dell&#8217;Ulivo, con Romano Prodi e la sua squadra che stavano pazientemente ma con caparbietà cercando di cambiare l&#8217;Italia. Prima che i residuati alla Bertinotti affossassero tutto. Prima di quel 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, quando l’ematocrito di Pantani superò il limite massimo di sicurezza e il ciclista fu costretto a fermarsi.</p>



<p>Romano Prodi e Marco Pantani. Chissà perché questo accostamento. Forse era solo la speranza di un&#8217;Italia migliore, guarita dai suoi mali atavici, vincente nella terra dei Galli, che ci amano a modo loro, quando tiriamo fuori quelle qualità italiche di resistenza e coraggio che, del resto, cantava anche Paolo Conte. I francesi ci rispettano, anche se le balle ancora gli girano.</p>



<p>Eravamo più giovani ed il ciclismo ci appariva ancora lo sport duro dei tempi di Bartali e Coppi, ancora senza caschi, senza auricolari e senza squadre robot di oggi che preparano il terreno per il capitano che si risparmia in attesa della zampata finale. Pantani non si risparmiava quando arrivava il momento giusto. Quando sentivamo Adriano De Zan, con la sua voce teatrale, gridare &#8220;il pirata è partito!&#8221; ci veniva su un brivido per la schiena. Ci sembrava che Marco ci trascinasse con se sulle salite.</p>



<p>Ma sì, sono i dolci ricordi dei tempi giovanili. Ogni generazione ha i suoi ricordi, quelli a colori, in bianco e nero oppure nelle pagine stampate della Gazzetta post-guerra. Eppure non è solo questo.</p>



<p>Su Pantani ho letto libri di ogni genere ed ogni volta mi commuovo a pensare alla notte di San Valentino del 2004 in cui è morto solo. Non credo ai complotti. Marco era ormai entrato in una spirale di depressione e di solitudine (anche Christina Johnsson l&#8217;aveva lasciato nel 2003) in cui la droga aveva preso il posto del suo cuore. </p>



<p>Non doveva e non poteva finire con la morte, ma in questa tragica parabola non c&#8217;è, purtroppo, niente di nuovo. Una sconfitta umana che segue alla caduta dell&#8217;atleta. Chi non si arrenderebbe ad un destino così nero? Semmai ci sono ancora tanti dubbi su quel giorno a Madonna di Campiglio. Complotto della camorra che aveva scommesso sulla sconfitta del campione? Errore dei preparatori? Scambio di provette? Oppure doping?</p>



<p>Il documentario di Paolo Santolini non fornisce risposte. Occorrerebbe andare a scavare tra montagne di documenti giudiziari, legali, medici in cerca di una verità più elusiva che mai, con la paura di scoprire che anche Marco, come tanti altri grandi ciclisti dell&#8217;epoca, faceva uso di sostanze dopanti. </p>



<p>Bisognerebbe smontare quel circo mediatico e giudiziario che prima l&#8217;ha esaltato e poi l&#8217;ha frettolosamente messo da parte, quasi con imbarazzo, come accadde al direttore della Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò, che forse Santolini accusa con una certa leggerezza di aver scaricato il campione.</p>



<p>Cambierebbe qualcosa? Lance Armstrong, campione infame della chimica, oscuro signore del peloton che non ammetteva critiche, non è mai stato simpatico a nessuno. Marco, anche se si dimostrasse che avesse preso qualcosa di cui il suo immenso talento non aveva bisogno, non perderebbe nulla della sua umanità.</p>



<p>La racconta Santolini, facendo parlare la famiglia, gli amici e la sua Cesenatico, un borgo marino come tanti in Italia, con i suoi riti e i suoi personaggi. Un&#8217;Italia minore e tosta, vincente quando il campo è livellato, eppure sempre destinata alla sconfitta dopo una breve parentesi di gloria. Come accade alle località di mare, che in quattro mesi consumano la vita di un anno. Non lo diceva anche Enrico Ruggieri in &#8220;Mare d’inverno&#8221;?</p>



<p>E io che non riesco nemmeno<br>A parlare con me<br>Mare mare<br>Qui non viene mai nessuno<br>A trascinarmi via<br>Mare mare<br>Qui non viene mai nessuno<br>A farci compagnia</p>



<p>Sembra una canzone scritta per Marco, dopo le ultime glorie del 2000 e l’inarrestabile declino.</p>



<p>Nel nobile tentativo degli amici e dei familiari di difendere la memoria di Marco, c&#8217;è qualcosa che manca, una domanda che frulla nella testa: dov&#8217;erano tutti quando Marco si è lasciato andare nella spirale verticale della cocaina? Lo sforzo di proteggerlo si spinge anche a tralasciare la figura di Christina Johnson, sua fidanzata per otto anni, che appare in pochi frammenti non granché significativi. </p>



<p>Credo che si tratti di una forma estrema di rispetto, non di omertà. Tutti rimanemmo sorpresi di quella morte, come se non avessimo capito l&#8217;estrema fragilità di una persona a cui la vita aveva dato una dose più che abbondante di sofferenza. Ci illudevamo che si sarebbe miracolosamente ripreso, come nella salita del Mont Ventoux il 13 luglio 2000, la sua penultima vittoria, davanti al bandito Armstrong.</p>



<p>Nessuno ha preso alla lettera quelle terribili parole pronunciate il 5 giugno 1999: &#8220;ripartire stavolta sarà dura, durissima: io ce l&#8217;ho fatta dopo i gravissimi incidenti che ho subito, vedremo. Pretendo soltanto un po&#8217; di rispetto.” Era una resa che non abbiamo voluto ascoltare.</p>



<p>Santolini non tenta la facile operazione commozione. Sarebbe bastata una colonna sonora strappalacrime. Oppure infiliare in sequenza i frammenti televisivi degli arrivi vittoriosi. Invece si ferma sempre un attimo prima, sulla fatica, e un attimo dopo, per cercare di avvicinare l&#8217;uomo che soffre. Che non smetterà mai di soffrire. E noi con lui.</p>



<p>Ci restano ancora le immagini di un&#8217;Italia che sembra solo superficialmente la stessa di oggi: le spiagge dell&#8217;Adriatico, i tornanti del Carpegna, le tavolate dei parenti, gli interni dimessi di cucine da Mondo Convenienza, con donne grosse che cucinano piadine ed umili lavoratori che, anche se oggi hanno un titolo di dottore, non si sentono importanti. Un&#8217;Italia fine anni novanta, quando si poteva ancora sperare nel meglio. Dopo ogni caduta, ci si rialza. E chi non si rialza, merita lo stesso il nostro amore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/23/mengoni-il-migliore-marco-pantani/">Il migliore. Marco Pantani</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilcaffeonline.it/2021/10/23/mengoni-il-migliore-marco-pantani/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Abdulrazak chi?</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/09/abdulrazak-chi/</link>
					<comments>https://ilcaffeonline.it/2021/10/09/abdulrazak-chi/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Oct 2021 11:29:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Abdulrazak Gurnah]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[Africani]]></category>
		<category><![CDATA[Arabi]]></category>
		<category><![CDATA[Blowin&#039; in the Wind]]></category>
		<category><![CDATA[bob dylan]]></category>
		<category><![CDATA[Congo]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Fo]]></category>
		<category><![CDATA[Esilio]]></category>
		<category><![CDATA[Grandi Laghi]]></category>
		<category><![CDATA[Impero Ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[Inglesi]]></category>
		<category><![CDATA[Jean-Marie Le Clezio]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Londra]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[ONG]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[Paradiso]]></category>
		<category><![CDATA[Stoccolma]]></category>
		<category><![CDATA[Swahili]]></category>
		<category><![CDATA[Tanganica]]></category>
		<category><![CDATA[Tanzania]]></category>
		<category><![CDATA[Zanzibar]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilcaffeonline.it/?p=3643</guid>

					<description><![CDATA[<p>È la tipica domanda che angoscia la popolazione umana mediamente colta quando l’Accademia svedese sforna il suo verdetto sul premio Nobel per la letteratura. Credo che lo abbiamo ripetuto ogni anno negli ultimi quarant’anni, con l’unica eccezione di Dario Fo perché era italiano e di Bob Dylan perché è Bob Dylan. Stavolta ero preparato. Prima di andare a lavorare in Tanzania, avevo letto “Paradiso”&#160; di Abdulrazak Gurnah, neo premio Nobel&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/09/abdulrazak-chi/">Abdulrazak chi?</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>È la tipica domanda che angoscia la popolazione umana mediamente colta quando l’Accademia svedese sforna il suo verdetto sul premio Nobel per la letteratura. Credo che lo abbiamo ripetuto ogni anno negli ultimi quarant’anni, con l’unica eccezione di Dario Fo perché era italiano e di Bob Dylan perché è Bob Dylan.</p>



<p>Stavolta ero preparato. Prima di andare a lavorare in Tanzania, avevo letto “Paradiso”&nbsp; di Abdulrazak Gurnah, neo premio Nobel per la letteratura. Partiamo da qui.</p>



<p>Siamo nel Tanganica tedesco, poco prima dell’inizio della Grande Guerra e Yusuf, dodici anni, è stato ceduto da suo padre ad un ricco mercante arabo per pagare un debito. Mentre attende il treno che lo porterà via da casa,</p>



<p>“<em>egli vide in quel momento due europei sulla banchina della stazione, i primi che avesse mai visto. Non era spaventato, non all’inizio. (…) I due europei stavano anch’essi aspettando, in piedi sotto una tenda con i loro bagagli e i loro beni che sembravano importanti accuratamente impilati a pochi piedi. (…) Yusuf ebbe la possibilità di guardarlo a lungo. E lui girandosi vide Yusuf che lo osservava. L’uomo distolse lo sguardo all’inizio e poi ritornò su Yusuf per un lungo momento. Yusuf non poté staccare gli occhi. Improvvisamente l’uomo scoprì i denti in una smorfia involontaria, arricciando le dita in un modo inspiegabile. Yusuf comprese l’avvertimento e fuggì, mormorando le parole che gli erano state insegnate in caso avesse bisogno dell’immediato e inatteso aiuto da dio.”</em></p>



<p>Sulla biografia di Gurnah i media internazionali si rimpallano le stesse notizie, segno che nessuno conosce il suo cellulare per chiedergli qualche informazione e che nessuno l’ha mai letto, neppure i redattori delle pagine culturali dei nostri prestigiosi giornali che si sono arrampicati sui proverbiali specchi in cerca di un titolo, finendo per ricadere, in mancanza di meglio, nella solita battaglia retorica sui rifugiati, come se Abdulrazak Gurnah fosse un attivista delle solite ONG e non parlasse di temi universali, come la lontananza, l’esilio ed il conflitto tra se e il nuovo mondo.</p>



<p>Il ragazzo che è costretto a lasciare casa, mentre il mondo intorno a se si popola di facce sconosciute, rappresentanti di un potere incomprensibile che divide il mondo in nativi ed esuli. Questo è il cuore della sua biografia.</p>



<p>Sappiamo che Abdurazak Gurnah è nato nel 1948 a Zanzibar e che all’età di 18 anni è fuggito dall’isola a causa delle sue origini arabe. Tutto ciò suona remoto alla mente dell’italiano medio che, pensando a Zanzibar, si riempie delle immagini del più classico dei paradisi di sabbie bianche. Certo che lo è, altrimenti non ci sarebbero andati 60.000 italiani l’anno, prima che la pandemia ci rinchiudesse a sognare la spiaggia di Ladispoli.</p>



<p>Prima di una meta di viaggi tutto compreso, per secoli Zanzibar è stata il centro meticcio di una vasta rete commerciale. I suoi mercanti si addentravano nell’interno del continente africano, fino ai Grandi Laghi ed in Congo, in cerca di oro, avorio e schiavi che poi rivendevano alle piantagioni di spezie dell’isola, nei paesi arabi e nell’Impero ottomano.</p>



<p>Una storia tragica che fece la ricchezza della città sotto il dominio dei sultani omaniti, finché gli inglesi non imposero il protettorato nel 1890 ed abolirono la schiavitù ma non gli iniqui rapporti di potere tra l’elite di origine arabo-indiana e la maggioranza nera. Quando giunse l’indipendenza nel 1963, gli africani non ci stavano più ad accettare la loro subordinazione.</p>



<p>Nel gennaio 1964 un’improvvisa insurrezione sconvolse l’isola in un’orgia di sangue che travolse l’élite araba ed indiana. I morti e gli stupri si contarono a migliaia, lasciando un trauma che ancora oggi risuona nei discorsi a Zanzibar, sussurrati, perché il regime della Tanzania (di cui Zanzibar entrò a far parte nell’aprile 1964) non vuole che si parli della strage della rivoluzione.</p>



<p>Anche il giovane Abdulrazak fu costretto a lasciare l’isola. Nel 1968 era in Gran Bretagna, ragazzo di vent’anni che si ritrovò nella faticosa opera di ricostruzione della vita, con una nuova identità e una nuova lingua che avrebbe accolto i ricordi che avrebbero costituito il centro emotivo delle sue future opere. L’inglese del gelido Mare del Nord invece della musicalità dello swahili, la lingua meticcia dell’Africa orientale, di stampo bantù e di introiezioni arabe. Gurnah non sarebbe potuto tornare a Zanzibar che molti anni dopo, nel 1984, ormai cittadino britannico.</p>



<p>In Tanzania sono giustamente orgogliosi per il primo Nobel, anche se forse il premio dovrebbe essere dato alla terra sempre troppo popolata degli esuli. A chi spetta? Al paese di nascita o al paese di crescita? Alle spiagge e ai mercati della profumata, multietnica e poco idilliaca isola o alle nebbie e al caos cosmopolita di Londra in cui i popoli delle ex colonie si scontrano con il potere della civiltà europea? C’è un caso opposto. Il francese Jean-Marie Le Clezio, premio Nobel nel 2008, è di famiglia franco-mauriziana da due secoli e ci tiene alla sua identità mauriziana, ma viene identificato, potenza della pelle, come francese.</p>



<p>Insomma, è più importante l’anagrafe, il diploma scolastico o i temi di cui uno scrittore o una scrittrice vuole occuparsi? Che, nel caso, di Gurnah, senza andare a riprendere la pomposa dichiarazione svedese, sono tutti basati in Africa orientale?</p>



<p>La risposta è soffiare nel vento, come disse un altro laureato che a Stoccolma non ci volle andare.</p>



<p>Se c’è un merito nell’Accademia di Svezia è proprio quello di avvicinarci ad autori ed autrici sconosciuti, dalla cui opera potremmo ricavare la comprensione di un altro piccolo pezzo della nostra umanità. La migliore letteratura, del resto, si disinteressa dello sventolare di pezzi di tela colorata sulle linee immaginare su cui vigilano i vigilantes con le fruste.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/09/abdulrazak-chi/">Abdulrazak chi?</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilcaffeonline.it/2021/10/09/abdulrazak-chi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
