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	<title>25 aprile Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>25 aprile Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Resistenza con l’Ucraina per la Giustizia, la Libertà e la Democrazia</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/04/25/resistenza-con-lucraina-per-la-giustizia-la-liberta-e-la-democrazia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Apr 2022 18:21:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi festeggiamo il 25 aprile. Dalla Resistenza e dalla Liberazione è nata l’Italia, democratica e libera dalla dittatura del nazifascismo. E noi oggi celebriamo la Liberazione e la Resistenza, che mantengono eternamente intatti i propri valori e i propri ideali. Gli stessi che sta difendendo il popolo ucraino, 77 anni dopo quello italiano. L’Ucraina è stata aggredita e invasa dalla Russia. L’Ucraina, insieme alla sua indipendenza, sta combattendo per difendere&#8230;</p>
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<p>Oggi festeggiamo il 25 aprile. Dalla Resistenza e dalla Liberazione è nata l’Italia, democratica e libera dalla dittatura del nazifascismo. E noi oggi celebriamo la Liberazione e la Resistenza, che mantengono eternamente intatti i propri valori e i propri ideali. Gli stessi che sta difendendo il popolo ucraino, 77 anni dopo quello italiano.</p>



<p>L’Ucraina è stata aggredita e invasa dalla Russia. L’Ucraina, insieme alla sua indipendenza, sta combattendo per difendere con noi e per noi la Libertà e la Democrazia. Non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo lasciarli senza lo stesso sostegno che il mondo libero e democratico, anche con la forza delle armi, garantì all’Italia per combattere l’invasore nazifascista. Ce lo impone la nostra storia. Oggi più che mai.</p>
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		<title>Cosa intende Meloni per Patriota?</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/12/25/susta-cosa-intende-meloni-per-patriota/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Dec 2021 09:45:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Patriota&#8221; è una parola importante, che evoca personalità, epopee, gesta che richiamano tutti noi che abbiamo i capelli grigi, se non bianchi, a un&#8217; infanzia in cui il culto per il Risorgimento e il concetto di &#8220;Italia&#8221; come Nazione aveva&#160; un senso molto più coinvolgente rispetto a quanto possa evocare nei nostri giovani di oggi. Ma quella parola ha in sé anche un contenuto ambiguo e che va contestualizzato, altrimenti&#8230;</p>
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<p>&#8220;Patriota&#8221; è una parola importante, che evoca personalità, epopee, gesta che richiamano tutti noi che abbiamo i capelli grigi, se non bianchi, a un&#8217; infanzia in cui il culto per il Risorgimento e il concetto di &#8220;Italia&#8221; come Nazione aveva&nbsp; un senso molto più coinvolgente rispetto a quanto possa evocare nei nostri giovani di oggi. Ma quella parola ha in sé anche un contenuto ambiguo e che va contestualizzato, altrimenti non si capisce che cosa intenda dire chi la indica come il requisito essenziale che, ad esempio, deve avere il prossimo Presidente della Repubblica.</p>



<p>Fuori di metafora: cosa intende Giorgia Meloni quando dice che il Presidente della Repubblica deve essere &#8220;un patriota&#8221;? È malizioso pensare che, in realtà, la Presidente di FdI con quelle parole voglia rimproverare all&#8217;attuale inquilino del Quirinale scarsa equidistanza dagli opposti schieramenti, al pari dei suoi immediati successori al punto che, per Lei, la Patria che ha servito con onore Sergio Mattarella non è propriamente, se non formalmente, la sua? </p>



<p>O che, quale Presidente dei Conservatori antieuropeisti, voglia significare la necessità di una presa di distanza dalla cristallina vocazione europeista di Mattarella (e di Draghi) che nulla concede alla più volte richiamata &#8220;visione confederale&#8221; di FdI che altro non sarebbe che il ritorno dell&#8217;Europa ai conflitti nazionali e nazionalisti che ne hanno segnato le tragiche sorti per oltre 1000 anni?</p>



<p>Non è malizioso! Soprattutto per chi si è abbeverata ad una cultura politica che riconosceva la qualifica di &#8220;patrioti&#8221; a coloro che hanno svenduto l&#8217;indipendenza dell&#8217;Italia all&#8217;alleato nazionalsocialista e che onorano tutt&#8217;oggi, comprensibilmente dal loro punto di vista, come &#8220;patrioti&#8221; i giovani della Repubblica di Salò e non considerano, anche qui, se non formalmente, il 25 aprile come il fondamento dell&#8217;Italia democratica.</p>



<p>Se non la contestualizziamo, richiamandoci alla personalità di chi l&#8217;ha detto e al contesto storico-politico in cui opera la leader che l&#8217;ha pronunciato, quel requisito invocato per chi deve assurgere alla prima magistratura della Repubblica, appare solo ovvio, banale e meramente propagandistico perché è il &#8220;minimo sindacale&#8221; che il prossimo Presidente sia un &#8220;patriota&#8221;.</p>



<p>Siccome reputo Giorgia Meloni né ovvia né banale, ritengo che ci debba dare qualche spiegazione in più in ordine a cosa voglia dire quando propone un &#8220;Presidente patriota&#8221;, a meno che ritenga sufficiente che il messaggio arrivi ai &#8220;suoi&#8221;, per serrare le fila e chiamarsi fuori, schierando all&#8217;opposizione il suo partito, non solo del Governo, ma anche di ogni sforzo per una soluzione la più ampia possibile per l&#8217;elezione del Presidente della Repubblica. Il che meriterebbe, comunque, meno ipocrisia e quella schiettezza che invece vorrebbe che fosse, ma non è, una delle sue principali (e migliori) qualità.&nbsp;</p>



<p>Forse, se c&#8217;è in giro qualche giornalista ancora veramente libero che glielo voglia chiedere negli innumerevoli appuntamenti serali, potremmo avere presto l&#8217;interpretazione autentica del &#8220;Meloni pensiero&#8221;.</p>
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		<title>Aboubakar Soumahoro: il sindacato deve essere nel fango della miseria, della precarietà, della invisibilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 May 2021 06:46:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lei arriva in Italia a 19 anni. Rispetto all’Italia e all’Europa che si aspettava, che cosa ha trovato?Mi sono imbattuto in ciò che Gramsci chiamava la “vita sotto il rullo compressore” della precarietà, dell’immiserimento, della voglia di riscatto sociale, della costante ricerca della libertà nell’ottica della giustizia sociale, come insegna Sandro Pertini. Non si è liberi senza giustizia. Quindi quando dico “mi sono ritrovato” non è un io ma un&#8230;</p>
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<p><strong>Lei arriva in Italia a 19 anni. Rispetto all’Italia e all’Europa che si aspettava, che cosa ha trovato?</strong><br>Mi sono imbattuto in ciò che Gramsci chiamava la “vita sotto il rullo compressore” della precarietà, dell’immiserimento, della voglia di riscatto sociale, della costante ricerca della libertà nell’ottica della giustizia sociale, come insegna Sandro Pertini. Non si è liberi senza giustizia. Quindi quando dico “mi sono ritrovato” non è un io ma un mondo di persone, giovani e meno giovani, donne, uomini, gay, lesbiche, tutto un mondo di persone che vivono sotto questo rullo compressore con la ricerca costante di una via d’uscita verso la felicità.</p>



<p><strong>Da dove nasce il suo impegno sindacale?</strong><br>Direi che nasce dai miei genitori, che sono stati la mia prima scuola. Si è sindacalisti nell’animo. Quando si è portati a non voltare mai le spalle a chi ha bisogno, a chi ha sete di diritti, di dignità e a farlo nella prospettiva collettiva e non attraverso la figura dell’eroe solitario.</p>



<p><strong>Lei ha sentito l’esigenza, appena arrivato, anche di studiare. Ha conseguito una laurea con il massimo dei voti in sociologia presso l’Università di Napoli. È un messaggio per tutti i giovani, non solo per gli immigrati, questo suggerimento di studiare, di essere preparati?</strong><br>Per me non è un’eccezione. La cosa importante che cerchiamo insieme di coltivare è la scuola della vita, il rispetto dell’altra persona, la solidarietà, la giustizia, la partecipazione, l’essere comunità. Questa è la cosa fondamentale che occorre riuscire a coltivare, e questo significa che il sapere, la cultura sono fondamentali, ma fondamentali da coltivare ogni istante e condividere con le nuove e le future generazioni.</p>



<p><strong>Oggi è il primo maggio, giorno dedicato al lavoro. Che cosa pensa dei sindacati in Italia?</strong><br>Il sindacato deve interrogarsi sulla propria condizione attuale, ma guai a pensare che si possa fare a meno dello strumento sindacale. Il sindacato serve in un contesto come il nostro attuale, nell’era digitale, che comunque ha portato con sé anche dell’arcaico, e soprattutto in un’era di frammentazione del mondo sociale e del lavoro. Il sindacato deve interrogarsi sulla propria agenda in questo contesto, con la piena consapevolezza che il sindacato deve unire ciò che è diviso, come insegna Di Vittorio, e come insegnano tante lavoratrici e tanti lavoratori che ogni giorno cercano di trovare proprio le ragioni di quello stare insieme in un orizzonte di progettualità.</p>



<p><strong>Il sindacato ha spesso dato l’impressione di difendere chi un lavoro già ce l’ha. Chi non ha il lavoro e non ha diritti &#8211; come nel caso dei braccianti che lei sostiene e difende &#8211; ha visto un sindacato assente?</strong><br>Io penso che quando parliamo di sindacato dobbiamo interpretarlo al plurale. Non c’è il sindacato, ci sono i sindacati. Non c’è l’agire sindacale, c’è una varietà di agire sindacali. Il sindacato è miglioramento delle condizioni. La finalità delle prime leghe braccianti era questa. Pensiamo a quanto diceva Macaluso a proposito delle ragioni sociali attuali di una forza che si candida a difendere gli ultimi. Il sindacato deve essere nel fango della miseria, della precarietà, della invisibilità. Questo è ciò che dovrebbe essere il sindacato, e poi al plurale, questo pluralismo sindacale della rappresentanza deve porsi anche l’obiettivo di fare emergere quelli che sono nei bassifondi dell’umanità.</p>



<p><strong>Come si ottiene questo obiettivo?</strong><br>Questo lo si riesce a fare quando si scende nel fango della miseria con gli stivali dell’ascolto, dell’empatia emotiva, della connessione sentimentale, della capacità di unire quel mondo, sia quello all’interno di una economia digitale, e mi riferisco ai rider, ai lavoratori di Amazon. Questo è l’agire sindacale, ed è fondamentale. Si predica l’imperativo di unire, ma si riesce davvero ad unire con un linguaggio monocolore? </p>



<p><strong>Ce lo dica lei.</strong><br>Non ci credo, perché c’è oggi espressione di una varietà di lingue. Oggi un’assemblea noi la facciamo in tre o quattro lingue. Bisogna riuscire ad interpretare, ad interagire, con la consapevolezza che questo si deve anche fare interrogando la politica senza entrare nella logica del conflitto agitato e non esercitato.</p>



<p><strong>Chi sono gli invisibili in Italia?</strong><br>Gli invisibili sono i precari, le lavoratrici, gli operatori sanitari, i lavoratori vittime degli algoritmi, i lavoratori sottopagati nelle campagne e nelle città, quelli che lavorano nelle zone ZTL ma provengono dall’esterno di esse. Sono i giovani nati e cresciuti in Italia per i quali non c’è ancora alcuna possibilità di esistere. È l’invisibilità dei nostri giovani.</p>



<p><strong>Perché ha pensato di dar vita a “Invisibili in movimento”?</strong><br>“Invisibili in movimento” nasce per federare questo mondo, dove al centro c’è il noi, l’io relazionale. Perché per tanti anni abbiamo bussato alle porte del palazzo, ma le cose continuano a peggiorare. Prendiamo la situazione delle lavoratrici e dei lavoratori giovani precari del mondo della cultura e della informazione: quanti oggi con l’avvento del digitale si sono trovati in una condizione di precarietà esistenziale? In questo caso parlo anche di tante lavoratrici e lavoratori della sanità, per non parlare dei free lance. Questo è il mondo che stiamo federando, che si candida ad essere protagonista del futuro, dell’Italia di domani, ma con le premesse di oggi.</p>



<p><strong>È quindi necessario un nuovo protagonismo politico e sociale?</strong><br>Assolutamente importante è capire in che modo una famiglia non riesce ad arrivare alla fine del mese, ma questo allo stesso tempo deve far riflettere. Quando prendiamo in considerazione i dati ISTAT delle persone impoverite &#8211; dopo averla abolita, quella povertà! -, ci devono tremare le vene ai polsi. Dobbiamo riflettere ogni mattina su quei numeri: un milione di poveri in più, due milioni in tutto. Dietro quei numeri c’è la vita umana, l’umiliazione, la vulnerabilità, lo smarrimento, il vuoto di senso. Ci sono i bassifondi dell’umanità, e siamo lì per trascinare fuori da questo mondo di miseria verso le luci della speranza, del futuro, in una prospettiva di felicità. Questo è quanto stiamo provando a costruire.</p>



<p><strong>Di recente lei ha incontrato il segretario del partito democratico, Enrico Letta. Secondo lei il centrosinistra è lo spazio politico dentro cui la sua iniziativa può trovare spazio?</strong><br>Il cuore nostro batte nella miseria delle persone. Il cuore nostro batte nella solitudine delle persone. Il cuore nostro batte nei sogni delle persone che vogliono davvero affrancarsi dal peso dell’indifferenza. Quindi incontriamoli. Parliamo con tutte le persone all’interno di questo cammino che stiamo percorrendo. Oltre ad ascoltare gli invisibili ascoltiamo tante altre persone, come Mimmo Lucano ad esempio. Ascoltiamo tutti perché l’ascolto è importante, ma al tempo stesso la cosa che è chiara a tutti noi è che vogliamo essere protagonisti di questa Italia del domani, che non può essere l’Italia di ieri. Questo deve essere fatto in una prospettiva costruttiva, mettendosi umilmente all’ascolto delle persone che davvero non vedono l’ora di dare un senso alla propria esistenza, però da protagonisti.</p>



<p><strong>L’Italia da pochi anni ha una legge sul contrasto caporalato. Che risultati sta dando?</strong><br>Quello che posso dire è che lo sfruttamento che stiamo vivendo all’interno della filiera, non solo agroalimentare ma anche dentro i più variegati ambiti, mi fa tornare in mente un’indagine parlamentare, dei primi del Novecento, sulle condizioni dei braccianti delle zone rurali. Si parlava di miseria, di paghe misere, di ore estenuanti di lavoro, di sfruttamento, di grandi monopoli che imponevano turni massacranti e un impoverimento generalizzato. Quei grandi monopoli oggi si chiamano GDO, grande distribuzione organizzata. Quei braccianti all’epoca erano tutti italianissimi, mentre il nostro mondo oggi è fatto di un melting pot, ma tutti egualmente sottoposti a dei ritmi di sfruttamento. Si direbbe che siamo ai confini di nuove forme di schiavitù. </p>



<p><strong>Quello che sta succedendo cosa dimostra?</strong><br>Che la lotta al caporalato non si fa attaccati alla scrivania: bisogna andare lì sul campo, nelle campagne, vedere le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori, indipendentemente dal colore della pelle o dalla provenienza geografica.</p>



<p><strong>Cosa si vede sul campo?</strong><br>Quello che posso dire è che nonostante alcuni provvedimenti adottati, i risultati dicono che qui la realtà è tutt’altra. Probabilmente bisognerà provare a mettere in campo un’iniziativa di riforma radicale della filiera agroalimentare. Non è possibile avere una filiera che genera otre 538 miliardi di euro, cioè la prima economia del nostro Paese, e accanto a questo abbiamo lavoratrici e lavoratori che prendono tre euro e cinquanta l’ora per poi dormire nella miseria. È una vergogna. Parliamo in questo caso anche di lavoratrici e lavoratori italianissimi, che vivono la miseria perché fanno fatica a pagare l’affitto e a mandare a scuola i figli. Non c’è confine, qui. Il tema vero è l’insieme di queste persone sfruttate, invisibili. Occorre lavorare per la stessa prospettiva, ovvero ad uguale lavoro uguale salario. Quindi introdurre la patente del cibo. Bisogna conoscere tutta la vita di ciò che noi mangiamo, dai semi alla forchetta.</p>



<p><strong>Lei sta dicendo che tra braccianti italiani e stranieri, in fondo, non ci sono grandi differenze. Ritiene che ci sia anche solidarietà, oppure questo è un traguardo ancora da raggiungere?</strong><br>Sto dicendo che la differenza esiste sul versante razzializzante, ma dal punto di vista delle condizioni c’è una dimensione che li tiene tutti insieme. A fronte di questo poi intervengono le norme sull’immigrazione, che sono norme razializzanti, e la paga subisce un ulteriore disparità rispetto alla dimensione geografica. Infine la questione di genere: le donne vengono ancora una volta colpite per il fatto di essere donne e per il fatto di essere donne provenienti da un altro contesto. Però la solidarietà può e deve nascere come frutto di una costruzione sociale. Ad uguale lavoro uguale salario.</p>



<p><strong>Secondo lei in Italia c’è una cultura razzista?</strong><br>Non possiamo dimenticare che siamo in Italia, dove pochi giorni fa abbiamo festeggiato il 25 aprile. La nostra soglia è scritta su una pietra della memoria, non sulle onde del mare. Sono i valori della nostra Costituzione, che sono i valori dell’antifascismo, dell’antirazzismo. I valori della giustizia sociale, con uno Stato che si fa protagonista nel rimuovere quegli ostacoli che impediscono il pieno svolgimento della persona umana, come recita l’articolo 3. O, come dice l’articolo 1, il valore del lavoro, che è poi l’ambito di verifica della salute della nostra democrazia. Questi elementi ci sono. Detto questo, non possiamo dimenticare che nel corso di questi anni c’è stata una sorta di corsa a chi riusciva ad innescare meccanismi che sono espressione di razzismi. </p>



<p><strong>C’è anche questo nell’Italia di oggi, purtroppo.</strong><br>C’è questa cultura, che è osa ben diversa, attenzione, dal dire che l’Italia è un Paese razzista. C’è una certa cultura di deriva razzista. Una certa cultura di deriva razzializzante, che è trasversale nell’ambito delle forze politiche. Non si nasconde dietro ad una determinata bandiera. Se non partiamo da questa premessa, facciamo torto a noi stessi e facciamo torto all’insieme delle persone che stanno facendo un lavoro enorme. </p>



<p><strong>A chi si riferisce?</strong><br>Penso alle ONG che salvano vite umane. Questo dovrebbe essere compito dello Stato, e invece vengono fatte passare per taxi del mare. Penso anche al mondo del volontariato, del terzo settore, che fa un lavoro immenso. Lì tutto è stato distrutto in una operazione che ha dei tratti bipartisan. Bisogna tenere assieme questi valori della nostra Costituzione, e che non sia un libro appoggiato su un comodino. Deve vivere nel nostro agire quotidiano, e qui la cultura diventa importante.</p>



<p><strong>Secondo lei il percorso di riconoscimento della cittadinanza tramite lo ius soli può essere una parte della soluzione ai problemi dell’immigrazione in Italia? Può contribuire alla crescita del Paese?</strong><br>Non si può scindere diritti civili e diritti sociali. Parliamo di giustizia sociale. Abbiamo un tessuto, nelle nostre periferie, di persone che hanno il problema del trasporto pubblico, dell’assenza degli spazi verdi, di vari momenti di partecipazione. Questi parlano lo stesso linguaggio, e c’è una politica che è rimasta scollegata da queste realtà, ma non solo scollegata fisicamente, sentimentalmente. Questa è la sfida di oggi. </p>



<p><strong>Cosa bisognerebbe fare?</strong><br>Iniziamo a rimuovere norme come la Bossi-Fini. Non si tratta di eccitare questi argomenti perché fanno tendenza, giusto per dire qualcosa di rivoluzionario. Bisogna partire dai temi della libertà, della giustizia sociale. Ci sono delle norme che sono altamente in contrasto con i valori della nostra Costituzione. Tutti questi elementi devono viaggiare dentro un’ottica di visione, perché un’azione senza visione è una perdita di tempo.</p>



<p><strong>Ci parla dell’iniziativa che state organizzando per il 18 maggio a Roma? Che cosa chiederete al governo?</strong><br>Quello che chiederemo, in uno sciopero organizzato dalla lega braccianti, riguarda il fatto che per tanto tempo il grido di sofferenze dei braccianti, dei contadini e degli agricoltori non è stato ascoltato. Gli ultimi attacchi che abbiamo subito in questi giorni, con delegati, braccianti, abitanti presi a fucilate, o attaccati con armi da fuoco, sono espressione di un contesto che per tanti anni, mentre nei salotti si continuava a parlare di caporalato abbiamo continuato a combattere sul campo. Per tanti anni si parlava d’altro e noi continuavamo a chiedere la patente del cibo Per tanto tempo si è continuato a dire che l’agroalimentare è un settore essenziale. Siamo stati essenziali nel produrre cibo, nello zappare la terra, con i rider che vanno a consegnarlo, quel cibo. </p>



<p><strong>Chiederete al governo di schierarsi?</strong><br>Quando parlo di questi lavoratori parlo della precarietà in generale, e quando parlo della precarietà in generale parlo di questo mondo di invisibili che finalmente si sta muovendo per questa grande giornata del 18 al cui centro ci sarà questa domanda rivolta al governo: o si mette dalla parte della giustizia sociale, della dignità del lavoro, dei diritti, e quindi della legalità, o si mette dalla parte degli sfruttatori, dei razzisti, degli schiavisti. Bisogna scegliere da che parte stare. È il momento. Non si può tergiversare e non solo a livello nazionale.</p>



<p><strong>Dove altro?</strong><br>Ci sono enti territoriali che non stanno dalla nostra parte perché non si schierano per la giustizia sociale, per la dignità del lavoro, per le condizioni abitative dignitose, che negano l’espressione anagrafica a donne e uomini che non possono quindi fare visite mediche. È il momento di chiarire da che parte stare. O si sta dalla parte dell’insieme degli invisibili, come dei lavoratori della Whirlpool, che saranno con noi il 18, come dei rider, delle persone senza casa, o si sta contro di loro. Invisibili di tutto il mondo unitevi il 18 e facciamo sentire la nostra voce.</p>



<p><strong>Sente nostalgia della sua terra di origine?</strong><br>Avverto una doppia assenza, perché l’identità non è statica, è mobile. Si può mancare delle cose rispetto ai luoghi che hai vissuto. Questa nostalgia c’è sempre, ma se mi allontano comincio poi ad avvertire nostalgia del luogo da cui sono partito. Questo è il bello dell’identità, ed è questa dimensione che è assente nelle norme che vengono adottate. Non a caso il percorso della comunità degli invisibili in movimento è quello di dare respiro a questi ambiti in un’era dove abbiamo l’avidità globale. E allora noi dobbiamo cercare di dare una dimensione globale ai diritti, alla libertà, alla dignità, alla partecipazione, al protagonismo. Per vivere felici.</p>
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		<title>Giuliano Pisapia: 25 aprile è ritorno alla dignità di una Nazione ferita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Ferri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2020 17:33:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Federico Ferri e Emanuele Raco con la collaborazione di Laura Fazzini Qual è la prima associazione d&#8217;idee che il 25 aprile le suscita?25 aprile è sinonimo di libertà e ritorno alla dignità di una Nazione ferita. È la Liberazione di Milano dall’occupazione nazifascista. Per un milanese come me un momento importante anche per la città, non a caso Medaglia d’Oro della Resistenza. È il ricordo di tante, tantissime manifestazioni&#8230;</p>
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<p>di Federico Ferri e Emanuele Raco con la collaborazione di Laura Fazzini</p>



<p><strong>Qual è la prima associazione d&#8217;idee che il 25 aprile le suscita?</strong><br>25 aprile è sinonimo di libertà e ritorno alla dignità di una Nazione ferita. È la Liberazione di Milano dall’occupazione nazifascista. Per un milanese come me un momento importante anche per la città, non a caso Medaglia d’Oro della Resistenza. È il ricordo di tante, tantissime manifestazioni che sfociavano in una Piazza Duomo strapiena. I discorsi dal palco, i sorrisi e gli abbracci dei manifestanti, i ricordi di quanti hanno donato la loro vita per tutti noi. Il 25 aprile non è un momento retorico; tutt’altro. I suoi significati e le sue motivazioni sono validi oggi e lo saranno anche in futuro.</p>



<p><strong>Non pensa che aver voluto rivendicare da parte della sinistra e del PCI in particolare la Resistenza come &#8220;cosa loro&#8221;, nonostante il grande contributo dato alla lotta di liberazione e all&#8217;antifascismo da cattolici, laici e socialisti, abbia impedito a molti di considerarla davvero il fondamento nazionale e una festa di tutti?</strong><br>Non credo. Nel mio mandato di Sindaco di Milano ho tenuto molto a rimarcare quanto la Resistenza sia, oggi più che mai, “patrimonio condiviso”. Recentemente è uscito un bellissimo film – che abbiamo presentato anche al Parlamento Europeo – sull’esperienza delle “Aquile Randagie”, gli scout che non si arresero e che parteciparono alla Resistenza guidati da quell’uomo e sacerdote straordinario che fu Don Giovanni Barbareschi. Grazie all’attività degli storici stanno sempre più emergendo testimonianze dell’impegno di uomini e donne di diversi pensieri politici democratici che non si sono tirati indietro per combattere il nazifascismo. Vorrei ricordare in questa occasione due donne: Nilde Iotti e Tina Anselmi, sicuramente diverse tra loro – una comunista, l’altra democristiana – ma accomunate da una fede unica rispetto ai valori democratici e di libertà. Se vi è stato il tentativo da parte di qualcuno di rivendicare la “Resistenza” come propria e non di tutti i democratici, bisogna anche dire che c’è chi è sempre stato antifascista e chi lo è diventato più tardi. Ma nell’animo degli italiani è chiaro come questo sia stato un gesto corale di amore della libertà e della Patria.</p>



<p><strong>La liberazione dal nazifascismo ha permesso la nascita dell’ONU come luogo di concertazione internazionale volto in primis a prevenire i conflitti. Oggi l’Interdipendenza del mondo globale, già chiara a livello economico, ci si è palesata drammaticamente di fronte a un nuovo nemico comune. Come valuta il comportamento dell’Unione e quello dei governi che la compongono? Che cosa occorrerebbe per rendere più efficace il concerto degli Stati, sia a livello europeo sia a livello mondiale?</strong><br>L’Europa, dopo alcune iniziali esitazioni e incertezze, c’è. La riprova viene dal Parlamento Europeo, unica Istituzione comunitaria i cui rappresentanti sono eletti direttamente dai cittadini, che ha approvato a larghissima maggioranza gli interventi necessari per contrastare il Coronavirus e per rilanciare lo sviluppo economico e sociale: fino a 100 miliardi di prestiti agli Stati membri sotto lo strumento SURE (la ‘cassa integrazione europea’), 200 miliardi di finanziamenti alle imprese dalla Banca europea per gli investimenti, e fino a 240 miliardi di prestiti dal MES agli Stati membri. Inoltre i capi di Governo hanno deciso di lavorare sulla creazione di un fondo per la ripresa che dovrà essere “di entità adeguata, mirato ai settori e alle aree geografiche dell&#8217;Europa maggiormente colpiti e destinato a far fronte a questa crisi senza precedenti.” Il Consiglio ha incaricato la Commissione di presentare una proposta per il fondo per la ripresa, e la Presidente von der Leyen si è già messa all’opera. È stato compreso come con questa emergenza Coronavirus si rischiava – in mancanza di risposta appropriata – di sfaldare l’Unione Europea. Per rendere efficace l’azione dell’Unione Europea e per dare nuova linfa al cammino verso una sempre più rafforzata unità occorre ora superare il meccanismo delle decisioni prese all’unanimità all’interno del Consiglio. Per superare certi blocchi e rallentamenti, frutto spesso di miopi visioni nazionaliste, occorre arrivare all’introduzione del principio della maggioranza qualificata: solo così l’Europa potrà mantenere un ruolo attivo e presente nello scacchiere mondiale.</p>



<p><strong>Milano fu medaglia d’oro della Resistenza. Eppure, come in tutte le metropoli europee, vi si affacciano condizioni di marginalità che diventano brodo di coltura di ogni forma di estremismo. In molte di esse</strong> <strong>le opportunità di lavoro, già poche e precarie, vengono travolte dalla pandemia. Quale strada si può percorrere per non far sentire nessuno estraneo a casa propria?</strong><br>Una delle sfide più drammatiche che dobbiamo affrontare, con ancora maggiore forza e fermezza dopo l’emergenza Coronavirus, è legata alla crescita di nuove povertà e all’aumento delle diseguaglianze; penso ai tanti giovani, ma anche ai meno giovani, impegnati in attività che erano più che promettenti sino allo scoppio della pandemia. Quale sarà il loro futuro? Milano ha fatto e sta facendo molto sulla strada dell’inclusione e della ricerca di opportunità per tutti, ma è stata travolta dal dramma che ancora oggi tutti noi viviamo. Dobbiamo ripensare la nostra vita, sin quando non si troverà il vaccino, ma dobbiamo anche trovare nuove modalità e vie di solidarietà perché “nessuno si senta straniero”. In queste giornate di fermo tra le poche figure che sfrecciano per la città a consegnare i pasti che ordiniamo sono i rider in bicicletta. Abbiamo visto le immagini di questi ragazzi in attesa sulla banchina del passante: uno attaccato all’altro, con la loro bici. Rientravano alle loro case fuori Milano dopo una giornata di durissimo lavoro. Non possiamo pensare che sia integrazione questo lavoro e queste condizioni. Dovremo trovare nuove modalità di intervento per permettere che chi è povero non diventi sempre più povero. Solo così potremo far fronte a nuove forme di estremismo e intolleranza e ben sappiamo come esse si alimentino anche e soprattutto con la paura dell’altro. La paura non si deve condannare; la paura si deve affrontare mettendosi a confronto con chi la vive. È un insegnamento da tenere sempre a mente per chi si impegna nella cosa pubblica.</p>



<p><strong>La Chiesa e il movimento cattolico lombardo hanno rappresentato un argine al trionfo del fascismo e un esempio di mediazione e tutela della dignità della persona. Il cardinale Schuster è stato colui che ha dichiarato che le leggi razziali erano un&#8217;eresia. Lei è stato sindaco di Milano, dalla sua esperienza che ruolo ha avuto la Chiesa nella costruzione dell&#8217;identità milanese del secondo dopoguerra e negli anni a venire? Come vede oggi la sfida del mondo del terzo settore, laico e cattolico, alle nuove povertà economiche e culturali che si riaffacciano più aggressive che allora?</strong><br>La Chiesa ambrosiana ha avuto alla propria guida Vescovi illuminati. Ne cito solo qualcuno: Montini, giunto quasi in “esilio” dal Vaticano e capace di interpretare questa città in piena crescita economica andando a proporre momenti “rivoluzionari” come fu la Missione della Città; pensiamo a Martini, insigne biblista gesuita capace di dare una scossa a una città colpita e ferita dal terrorismo. Lo ricordo promotore di momenti di dialoghi bellissimi quali ad esempio la “Cattedra dei non Credenti”, i grandi momenti di incontro di dialogo ecumenico e interreligioso; Martini è stata la “coscienza critica” di una città frastornata dal fenomeno della corruzione. E dopo di lui l’afflato sociale di Dionigi Tettamanzi, la sapienza di Angelo Scola e ora l’Arcivescovo Mario Delpini: la sua preghiera alla Madonnina sul tetto del Duomo è un’immagine che non dimenticheremo mai. In quel momento, credenti e non credenti, erano con lui. È riuscito a farsi interprete delle ansie e delle speranze di tutti noi. A Milano il terzo settore è il cuore vivo e pulsante per l’intero Paese e il luogo dove si sono realizzate importanti sinergie tra pubblico e terzo settore oltre che tra mondo profit e non profit. In questa difficilissima emergenza senza l’apporto insostituibile del Terzo Settore e del volontariato sarebbe stato impossibile sopperire alle tante richieste di aiuto. Il Presidente della Repubblica nel suo discorso inaugurale tenuto in occasione dell’apertura di Padova Capitale Europea del Volontariato ha ben indicato il posto che il Terzo Settore occupa, non solo nella società, ma nell’ossatura di questo Paese.</p>



<p><strong>La situazione di emergenza ci ha richiesto di comprimere alcune libertà. Probabilmente tra breve alcune ci verranno parzialmente restituite, mentre altre saranno messe in discussione, in particolare il diritto alla privacy. Aggiungiamo pure che in una situazione di emergenza siamo tutti più inclini ad affidarci a un “capo”. Se così è, che cosa non dovremmo essere disposti ad accettare, pena la rinuncia alla sostanza della democrazia?</strong><br>Bisogna guardare avanti e non indietro. Ma bisogna anche essere capaci di creare le condizioni per evitare errori che pure sono stati fatti anche a causa di una situazione imprevista e, forse, imprevedibile. Questa emergenza ha costretto all’adozione di provvedimenti d’urgenza che hanno inciso anche sulle nostre libertà. Soprattutto nelle prime settimane l’adozione di queste decisioni è passata per Decreti del Presidente del Consiglio o per decreti ministeriali che sfuggono al controllo del Parlamento e non vengono controfirmati dal Presidente della Repubblica. Diversi esperti in ambito costituzionale hanno sollevato più di un dubbio sull’abuso di questo strumento, ma nell’insieme penso che sia stata seguita una certa proporzionalità. Per quanto riguarda la privacy è questione importantissima e l’uso di eventuali app deve avvenire solo dopo i chiarimenti a tutti i dubbi che società civile e esperti hanno sin qui sollevato. Detto questo credo che sia fondamentale creare le condizioni affinché ognuno di noi dia il proprio contributo alla sconfitta del virus che ci sta rovinando la vita e il futuro. Non è questione di poco conto: stiamo parlando di dati privatissimi ed è bene non commettere il minimo errore per non rompere il rapporto di fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato.</p>



<p><strong>La necessità di “migrare” la vita del Paese sul web, anche per rendere effettivo il diritto allo studio, ha fatto emergere significative disuguaglianze di accesso alla rete. Superare il digital divide non diventa allora una frontiera per rendere effettiva l’uguaglianza predicata dalla Costituzione? Non è quella una frontiera delle nuove povertà?</strong><br>Certo. Una delle cose più stridenti che ho letto in questo periodo ha riguardato le difficoltà che alcune famiglie più povere hanno dovuto affrontare per far studiare i loro figli. Non è pensabile che bambini restino collegati ore per seguire una lezione dallo schermo del cellulare della mamma perché lo smartphone è l’unico strumento digitale disponibile in casa. Aziende private, Amministrazioni locali e privati hanno sopperito con donazioni di tablet e altro ma questo digital divide deve essere affrontato dall’intera collettività. Fate bene a richiamare i principi di uguaglianza della Costituzione. Eguaglianza e diritto allo studio sono diritti che devono sempre viaggiare fianco a fianco e le opportunità devono essere offerte allo stesso modo a tutti i cittadini indipendentemente anche dall’età. È questa una delle lezioni più importanti e urgenti che ci giunge dalla gestione dell’emergenza Coronavirus.</p>



<p><strong>Lei ha proposto di bloccare gli aiuti di stato a chi evade nei paradisi fiscali, prendendo esempio dalla Danimarca, che ha deciso di escludere le società con sedi nei paradisi fiscali dai fondi pubblici destinati al sostegno alle imprese per fronteggiare la crisi economica provocata dal Covid-19. Esistono paradisi fiscali anche in Europa? Perché ritiene giusta questa norma?</strong><br>Non sono io a dirlo ma è evidente che i regimi di tassazione esistenti in Olanda e in Irlanda si presentano come autentica “concorrenza sleale” tra Stati. Ormai è evidente: pensiamo solo quante aziende italiane hanno deciso di trasferire la loro sede legale nei Paesi Bassi. Non è certo una decisione presa perché apprezzano di più il clima di quei territori. Questa situazione deve trovare una fine; per questo dobbiamo arrivare a un’armonizzazione fiscale tra i paesi appartenenti all’Unione Europea.</p>



<p><strong>Non potendo partecipare ad alcun corteo, come onorerà la memoria del 25 aprile?</strong><br>Parteciperò alle varie iniziative previste, stando a casa e utilizzando al meglio le nuove tecnologie. Sarà un modo per sentirci tutti vicini. Non sarà lo stesso rispetto alle manifestazioni che si snodavano da Corso Venezia al Duomo ma idealmente è un momento importante e invito tutti a esserci.</p>
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