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	<title>Ascolto Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Aboubakar Soumahoro: il sindacato deve essere nel fango della miseria, della precarietà, della invisibilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 May 2021 06:46:33 +0000</pubDate>
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<p><strong>Lei arriva in Italia a 19 anni. Rispetto all’Italia e all’Europa che si aspettava, che cosa ha trovato?</strong><br>Mi sono imbattuto in ciò che Gramsci chiamava la “vita sotto il rullo compressore” della precarietà, dell’immiserimento, della voglia di riscatto sociale, della costante ricerca della libertà nell’ottica della giustizia sociale, come insegna Sandro Pertini. Non si è liberi senza giustizia. Quindi quando dico “mi sono ritrovato” non è un io ma un mondo di persone, giovani e meno giovani, donne, uomini, gay, lesbiche, tutto un mondo di persone che vivono sotto questo rullo compressore con la ricerca costante di una via d’uscita verso la felicità.</p>



<p><strong>Da dove nasce il suo impegno sindacale?</strong><br>Direi che nasce dai miei genitori, che sono stati la mia prima scuola. Si è sindacalisti nell’animo. Quando si è portati a non voltare mai le spalle a chi ha bisogno, a chi ha sete di diritti, di dignità e a farlo nella prospettiva collettiva e non attraverso la figura dell’eroe solitario.</p>



<p><strong>Lei ha sentito l’esigenza, appena arrivato, anche di studiare. Ha conseguito una laurea con il massimo dei voti in sociologia presso l’Università di Napoli. È un messaggio per tutti i giovani, non solo per gli immigrati, questo suggerimento di studiare, di essere preparati?</strong><br>Per me non è un’eccezione. La cosa importante che cerchiamo insieme di coltivare è la scuola della vita, il rispetto dell’altra persona, la solidarietà, la giustizia, la partecipazione, l’essere comunità. Questa è la cosa fondamentale che occorre riuscire a coltivare, e questo significa che il sapere, la cultura sono fondamentali, ma fondamentali da coltivare ogni istante e condividere con le nuove e le future generazioni.</p>



<p><strong>Oggi è il primo maggio, giorno dedicato al lavoro. Che cosa pensa dei sindacati in Italia?</strong><br>Il sindacato deve interrogarsi sulla propria condizione attuale, ma guai a pensare che si possa fare a meno dello strumento sindacale. Il sindacato serve in un contesto come il nostro attuale, nell’era digitale, che comunque ha portato con sé anche dell’arcaico, e soprattutto in un’era di frammentazione del mondo sociale e del lavoro. Il sindacato deve interrogarsi sulla propria agenda in questo contesto, con la piena consapevolezza che il sindacato deve unire ciò che è diviso, come insegna Di Vittorio, e come insegnano tante lavoratrici e tanti lavoratori che ogni giorno cercano di trovare proprio le ragioni di quello stare insieme in un orizzonte di progettualità.</p>



<p><strong>Il sindacato ha spesso dato l’impressione di difendere chi un lavoro già ce l’ha. Chi non ha il lavoro e non ha diritti &#8211; come nel caso dei braccianti che lei sostiene e difende &#8211; ha visto un sindacato assente?</strong><br>Io penso che quando parliamo di sindacato dobbiamo interpretarlo al plurale. Non c’è il sindacato, ci sono i sindacati. Non c’è l’agire sindacale, c’è una varietà di agire sindacali. Il sindacato è miglioramento delle condizioni. La finalità delle prime leghe braccianti era questa. Pensiamo a quanto diceva Macaluso a proposito delle ragioni sociali attuali di una forza che si candida a difendere gli ultimi. Il sindacato deve essere nel fango della miseria, della precarietà, della invisibilità. Questo è ciò che dovrebbe essere il sindacato, e poi al plurale, questo pluralismo sindacale della rappresentanza deve porsi anche l’obiettivo di fare emergere quelli che sono nei bassifondi dell’umanità.</p>



<p><strong>Come si ottiene questo obiettivo?</strong><br>Questo lo si riesce a fare quando si scende nel fango della miseria con gli stivali dell’ascolto, dell’empatia emotiva, della connessione sentimentale, della capacità di unire quel mondo, sia quello all’interno di una economia digitale, e mi riferisco ai rider, ai lavoratori di Amazon. Questo è l’agire sindacale, ed è fondamentale. Si predica l’imperativo di unire, ma si riesce davvero ad unire con un linguaggio monocolore? </p>



<p><strong>Ce lo dica lei.</strong><br>Non ci credo, perché c’è oggi espressione di una varietà di lingue. Oggi un’assemblea noi la facciamo in tre o quattro lingue. Bisogna riuscire ad interpretare, ad interagire, con la consapevolezza che questo si deve anche fare interrogando la politica senza entrare nella logica del conflitto agitato e non esercitato.</p>



<p><strong>Chi sono gli invisibili in Italia?</strong><br>Gli invisibili sono i precari, le lavoratrici, gli operatori sanitari, i lavoratori vittime degli algoritmi, i lavoratori sottopagati nelle campagne e nelle città, quelli che lavorano nelle zone ZTL ma provengono dall’esterno di esse. Sono i giovani nati e cresciuti in Italia per i quali non c’è ancora alcuna possibilità di esistere. È l’invisibilità dei nostri giovani.</p>



<p><strong>Perché ha pensato di dar vita a “Invisibili in movimento”?</strong><br>“Invisibili in movimento” nasce per federare questo mondo, dove al centro c’è il noi, l’io relazionale. Perché per tanti anni abbiamo bussato alle porte del palazzo, ma le cose continuano a peggiorare. Prendiamo la situazione delle lavoratrici e dei lavoratori giovani precari del mondo della cultura e della informazione: quanti oggi con l’avvento del digitale si sono trovati in una condizione di precarietà esistenziale? In questo caso parlo anche di tante lavoratrici e lavoratori della sanità, per non parlare dei free lance. Questo è il mondo che stiamo federando, che si candida ad essere protagonista del futuro, dell’Italia di domani, ma con le premesse di oggi.</p>



<p><strong>È quindi necessario un nuovo protagonismo politico e sociale?</strong><br>Assolutamente importante è capire in che modo una famiglia non riesce ad arrivare alla fine del mese, ma questo allo stesso tempo deve far riflettere. Quando prendiamo in considerazione i dati ISTAT delle persone impoverite &#8211; dopo averla abolita, quella povertà! -, ci devono tremare le vene ai polsi. Dobbiamo riflettere ogni mattina su quei numeri: un milione di poveri in più, due milioni in tutto. Dietro quei numeri c’è la vita umana, l’umiliazione, la vulnerabilità, lo smarrimento, il vuoto di senso. Ci sono i bassifondi dell’umanità, e siamo lì per trascinare fuori da questo mondo di miseria verso le luci della speranza, del futuro, in una prospettiva di felicità. Questo è quanto stiamo provando a costruire.</p>



<p><strong>Di recente lei ha incontrato il segretario del partito democratico, Enrico Letta. Secondo lei il centrosinistra è lo spazio politico dentro cui la sua iniziativa può trovare spazio?</strong><br>Il cuore nostro batte nella miseria delle persone. Il cuore nostro batte nella solitudine delle persone. Il cuore nostro batte nei sogni delle persone che vogliono davvero affrancarsi dal peso dell’indifferenza. Quindi incontriamoli. Parliamo con tutte le persone all’interno di questo cammino che stiamo percorrendo. Oltre ad ascoltare gli invisibili ascoltiamo tante altre persone, come Mimmo Lucano ad esempio. Ascoltiamo tutti perché l’ascolto è importante, ma al tempo stesso la cosa che è chiara a tutti noi è che vogliamo essere protagonisti di questa Italia del domani, che non può essere l’Italia di ieri. Questo deve essere fatto in una prospettiva costruttiva, mettendosi umilmente all’ascolto delle persone che davvero non vedono l’ora di dare un senso alla propria esistenza, però da protagonisti.</p>



<p><strong>L’Italia da pochi anni ha una legge sul contrasto caporalato. Che risultati sta dando?</strong><br>Quello che posso dire è che lo sfruttamento che stiamo vivendo all’interno della filiera, non solo agroalimentare ma anche dentro i più variegati ambiti, mi fa tornare in mente un’indagine parlamentare, dei primi del Novecento, sulle condizioni dei braccianti delle zone rurali. Si parlava di miseria, di paghe misere, di ore estenuanti di lavoro, di sfruttamento, di grandi monopoli che imponevano turni massacranti e un impoverimento generalizzato. Quei grandi monopoli oggi si chiamano GDO, grande distribuzione organizzata. Quei braccianti all’epoca erano tutti italianissimi, mentre il nostro mondo oggi è fatto di un melting pot, ma tutti egualmente sottoposti a dei ritmi di sfruttamento. Si direbbe che siamo ai confini di nuove forme di schiavitù. </p>



<p><strong>Quello che sta succedendo cosa dimostra?</strong><br>Che la lotta al caporalato non si fa attaccati alla scrivania: bisogna andare lì sul campo, nelle campagne, vedere le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori, indipendentemente dal colore della pelle o dalla provenienza geografica.</p>



<p><strong>Cosa si vede sul campo?</strong><br>Quello che posso dire è che nonostante alcuni provvedimenti adottati, i risultati dicono che qui la realtà è tutt’altra. Probabilmente bisognerà provare a mettere in campo un’iniziativa di riforma radicale della filiera agroalimentare. Non è possibile avere una filiera che genera otre 538 miliardi di euro, cioè la prima economia del nostro Paese, e accanto a questo abbiamo lavoratrici e lavoratori che prendono tre euro e cinquanta l’ora per poi dormire nella miseria. È una vergogna. Parliamo in questo caso anche di lavoratrici e lavoratori italianissimi, che vivono la miseria perché fanno fatica a pagare l’affitto e a mandare a scuola i figli. Non c’è confine, qui. Il tema vero è l’insieme di queste persone sfruttate, invisibili. Occorre lavorare per la stessa prospettiva, ovvero ad uguale lavoro uguale salario. Quindi introdurre la patente del cibo. Bisogna conoscere tutta la vita di ciò che noi mangiamo, dai semi alla forchetta.</p>



<p><strong>Lei sta dicendo che tra braccianti italiani e stranieri, in fondo, non ci sono grandi differenze. Ritiene che ci sia anche solidarietà, oppure questo è un traguardo ancora da raggiungere?</strong><br>Sto dicendo che la differenza esiste sul versante razzializzante, ma dal punto di vista delle condizioni c’è una dimensione che li tiene tutti insieme. A fronte di questo poi intervengono le norme sull’immigrazione, che sono norme razializzanti, e la paga subisce un ulteriore disparità rispetto alla dimensione geografica. Infine la questione di genere: le donne vengono ancora una volta colpite per il fatto di essere donne e per il fatto di essere donne provenienti da un altro contesto. Però la solidarietà può e deve nascere come frutto di una costruzione sociale. Ad uguale lavoro uguale salario.</p>



<p><strong>Secondo lei in Italia c’è una cultura razzista?</strong><br>Non possiamo dimenticare che siamo in Italia, dove pochi giorni fa abbiamo festeggiato il 25 aprile. La nostra soglia è scritta su una pietra della memoria, non sulle onde del mare. Sono i valori della nostra Costituzione, che sono i valori dell’antifascismo, dell’antirazzismo. I valori della giustizia sociale, con uno Stato che si fa protagonista nel rimuovere quegli ostacoli che impediscono il pieno svolgimento della persona umana, come recita l’articolo 3. O, come dice l’articolo 1, il valore del lavoro, che è poi l’ambito di verifica della salute della nostra democrazia. Questi elementi ci sono. Detto questo, non possiamo dimenticare che nel corso di questi anni c’è stata una sorta di corsa a chi riusciva ad innescare meccanismi che sono espressione di razzismi. </p>



<p><strong>C’è anche questo nell’Italia di oggi, purtroppo.</strong><br>C’è questa cultura, che è osa ben diversa, attenzione, dal dire che l’Italia è un Paese razzista. C’è una certa cultura di deriva razzista. Una certa cultura di deriva razzializzante, che è trasversale nell’ambito delle forze politiche. Non si nasconde dietro ad una determinata bandiera. Se non partiamo da questa premessa, facciamo torto a noi stessi e facciamo torto all’insieme delle persone che stanno facendo un lavoro enorme. </p>



<p><strong>A chi si riferisce?</strong><br>Penso alle ONG che salvano vite umane. Questo dovrebbe essere compito dello Stato, e invece vengono fatte passare per taxi del mare. Penso anche al mondo del volontariato, del terzo settore, che fa un lavoro immenso. Lì tutto è stato distrutto in una operazione che ha dei tratti bipartisan. Bisogna tenere assieme questi valori della nostra Costituzione, e che non sia un libro appoggiato su un comodino. Deve vivere nel nostro agire quotidiano, e qui la cultura diventa importante.</p>



<p><strong>Secondo lei il percorso di riconoscimento della cittadinanza tramite lo ius soli può essere una parte della soluzione ai problemi dell’immigrazione in Italia? Può contribuire alla crescita del Paese?</strong><br>Non si può scindere diritti civili e diritti sociali. Parliamo di giustizia sociale. Abbiamo un tessuto, nelle nostre periferie, di persone che hanno il problema del trasporto pubblico, dell’assenza degli spazi verdi, di vari momenti di partecipazione. Questi parlano lo stesso linguaggio, e c’è una politica che è rimasta scollegata da queste realtà, ma non solo scollegata fisicamente, sentimentalmente. Questa è la sfida di oggi. </p>



<p><strong>Cosa bisognerebbe fare?</strong><br>Iniziamo a rimuovere norme come la Bossi-Fini. Non si tratta di eccitare questi argomenti perché fanno tendenza, giusto per dire qualcosa di rivoluzionario. Bisogna partire dai temi della libertà, della giustizia sociale. Ci sono delle norme che sono altamente in contrasto con i valori della nostra Costituzione. Tutti questi elementi devono viaggiare dentro un’ottica di visione, perché un’azione senza visione è una perdita di tempo.</p>



<p><strong>Ci parla dell’iniziativa che state organizzando per il 18 maggio a Roma? Che cosa chiederete al governo?</strong><br>Quello che chiederemo, in uno sciopero organizzato dalla lega braccianti, riguarda il fatto che per tanto tempo il grido di sofferenze dei braccianti, dei contadini e degli agricoltori non è stato ascoltato. Gli ultimi attacchi che abbiamo subito in questi giorni, con delegati, braccianti, abitanti presi a fucilate, o attaccati con armi da fuoco, sono espressione di un contesto che per tanti anni, mentre nei salotti si continuava a parlare di caporalato abbiamo continuato a combattere sul campo. Per tanti anni si parlava d’altro e noi continuavamo a chiedere la patente del cibo Per tanto tempo si è continuato a dire che l’agroalimentare è un settore essenziale. Siamo stati essenziali nel produrre cibo, nello zappare la terra, con i rider che vanno a consegnarlo, quel cibo. </p>



<p><strong>Chiederete al governo di schierarsi?</strong><br>Quando parlo di questi lavoratori parlo della precarietà in generale, e quando parlo della precarietà in generale parlo di questo mondo di invisibili che finalmente si sta muovendo per questa grande giornata del 18 al cui centro ci sarà questa domanda rivolta al governo: o si mette dalla parte della giustizia sociale, della dignità del lavoro, dei diritti, e quindi della legalità, o si mette dalla parte degli sfruttatori, dei razzisti, degli schiavisti. Bisogna scegliere da che parte stare. È il momento. Non si può tergiversare e non solo a livello nazionale.</p>



<p><strong>Dove altro?</strong><br>Ci sono enti territoriali che non stanno dalla nostra parte perché non si schierano per la giustizia sociale, per la dignità del lavoro, per le condizioni abitative dignitose, che negano l’espressione anagrafica a donne e uomini che non possono quindi fare visite mediche. È il momento di chiarire da che parte stare. O si sta dalla parte dell’insieme degli invisibili, come dei lavoratori della Whirlpool, che saranno con noi il 18, come dei rider, delle persone senza casa, o si sta contro di loro. Invisibili di tutto il mondo unitevi il 18 e facciamo sentire la nostra voce.</p>



<p><strong>Sente nostalgia della sua terra di origine?</strong><br>Avverto una doppia assenza, perché l’identità non è statica, è mobile. Si può mancare delle cose rispetto ai luoghi che hai vissuto. Questa nostalgia c’è sempre, ma se mi allontano comincio poi ad avvertire nostalgia del luogo da cui sono partito. Questo è il bello dell’identità, ed è questa dimensione che è assente nelle norme che vengono adottate. Non a caso il percorso della comunità degli invisibili in movimento è quello di dare respiro a questi ambiti in un’era dove abbiamo l’avidità globale. E allora noi dobbiamo cercare di dare una dimensione globale ai diritti, alla libertà, alla dignità, alla partecipazione, al protagonismo. Per vivere felici.</p>
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		<title>L’amaro viale del tramonto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2021 16:24:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Mentre vivevo gioventù ed età adulta, progettavo ed eseguivo sogni e ambizioni, ho pensato a tutto, anche al naufragio per il sopraggiungere di impedimenti, malattia o morte improvvisa, ma mai, proprio mai, ho pensato che sarei finito qui dove mi vedi”. L’anziano signore lo incontriamo in una di quelle case che si dicono di “riposo” e invece sono, realisticamente, di “attesa” che morte sopravvenga. Le appelliamo anche case “serene”, “ville&#8230;</p>
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<p>“Mentre vivevo gioventù ed età adulta, progettavo ed eseguivo sogni e ambizioni, ho pensato a tutto, anche al naufragio per il sopraggiungere di impedimenti, malattia o morte improvvisa, ma mai, proprio mai, ho pensato che sarei finito qui dove mi vedi”.</p>



<p>L’anziano signore lo incontriamo in una di quelle case che si dicono di “riposo” e invece sono, realisticamente, di “attesa” che morte sopravvenga. Le appelliamo anche case “serene”, “ville serene”, anche se di sereno c’è solo il cielo che tutto sovrasta e generosamente copre.</p>



<p>Non c’è livore, ribellione o certificazione d’ingratitudine per chi è rimasto ad abitare la casa naturale o la villa allestita per risiedervi fino all’ultimo. C’è appena la tristissima constatazione che già questa nuova sistemazione è un regalo, dopo aver calcolato che due più due fa quattro. Rimanere nella propria dimora era impossibile.</p>



<p>Ma lo strappo, lo strappo è stato quasi un morire prima di morire e raggiungere una nuova residenza equivale a finire in un punto di non ritorno.</p>



<p>Qualche altra volta può accadere che sulla soglia dell’anzianità la visione è finanche nitida: ospite in una casa serena è mèta messa a bilancio. Ma neanche in tal caso il dolore provocato dallo strappo è meno intenso.</p>



<p>Da quando abbiamo assegnato illusoriamente alla città il ruolo dove la vita si vive a guisa di una retta (senza inizio e senza fine), abbiamo anche ospedalizzato la nascita e la morte. Forse dovevamo, per un’idea di progresso, forse anche di sanità e persino di igiene. Ma ciò non toglie che in città arriviamo belli e fatti e dalla città ci portano via un po’ prima del dovuto.</p>



<p>Sono trascorsi decenni da quando questo percorso è diventato automatico, ma non per questo è convinzione metabolizzata. Restano sempre residui nell’animo che sanno di espulsione, autocritica fin quasi a sentirsi d’ingombro, disturbo e intralcio.</p>



<p>Chi debba prendere decisioni rispetto agli anziani ha finanche il cuore diviso, neanche loro avevano previsto, anche loro si sono trovati dinanzi a scelte ineluttabili.</p>



<p>Si può partire (da casa) epperò non necessariamente morire: gli anziani agli occhi dei più giovani e figli e nipoti agli occhi degli anziani?</p>



<p>E’ quanto dovremo saper progettare, già oggi e non domani. Per esempio: case-albergo di piccole dimensioni, costruite in ciascun comune; in numero più adeguato nelle città; non certamente in luoghi isolati, lontani dalle voci e dal calore umano. </p>



<p>In qualche località italiana è possibile rinvenire case per anziani accanto a palestre e campi sportivi per giovani dilettanti. Quelle voci, quel variopinto mondo che scalpita fa compagnia. E non è detto che disturba. Eccola qui la parola che gli anziani amano: disturbare. Se sono disturbati sono anche considerati.</p>



<p>In una casa di riposo, dove per collocazione territoriale il riposo è anche troppo, si reca due domeniche al mese un gruppo di giovani e adulti, disposti a tutto: dall’aiuto all’igiene personale al servizio mensa; dalla disponibilità all’ascolto all’animazione ricreativa. Gli anziani stanno meglio e i giovani raccontano meraviglie di quello che accade loro nei giorni a seguire. </p>



<p>Giovani che adottano anziani e anziani che adottano giovani. Non si sa bene chi giova a chi, se appena si registra che l’avventura dura da anni e che alcuni giovani padri vi hanno imbarcato vispi pargoletti.</p>



<p>La sciagura più pesante è subire “casa serena”, farla passare per una specie di località destinata alla rottamazione. Qual è il segnale che ciò sia avvenuto?</p>



<p>Semplice. Quando gli anziani raccontano agli estranei visite e poi visite, telefonate e telefonate, doni e ancora doni che riceverebbero dai congiunti. Nella maggior parte dei casi si tratta di esagerazioni (non è quella la frequenza); in altri casi prevale la pietosa bugia; in taluni altri di gigantesche scuse per non dichiarare veri e propri abbandoni.</p>



<p>La pandemia ha scoperto il lembo del mantello, e così siamo riusciti a constatare la povertà esistenziale di tante case serene. Di sereno c’è poco, molto poco. Di inquietante, molto di più. Il boato del virus ha infranto i vetri di quelle finestre. C’è molto da guardare e tanto da progettare. Ma non per coloro che nelle case di riposo già si trovano. No. Se vogliamo intervenire in tempo è per preparare un futuro per noi che adesso, in qualche modo, ne trattiamo.</p>
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		<title>don Francesco Soddu: con la Caritas siamo noi ad andare verso le persone, come chiede Papa Francesco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2020 20:01:02 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Nel rapporto annuale “Caritas è Cultura” che avete pubblicato pochi giorni fa sono 3.632 i Centri di Ascolto che Caritas ha attivato nel 2019 in Italia, generando più di 180 mila interventi di ascolto, consulenza e orientamento. È chiaro che il concetto di Centro d’Ascolto rappresenta uno dei polmoni di Caritas, da sempre attenta alla vicinanza verso i più fragili. Ora che i luoghi di aggregazione hanno subito una nuova configurazione a causa dell’emergenza Covd-19 come state procedendo? Sono aperti e se sì in quale modalità?</strong><br>L’ascolto è sempre stato attivo. Di fronte al crescere dei bisogni legati alla salute, in modo particolare al disagio psicologico e psichico, si registra in particolare l’attivazione di nuovi servizi legati all’ascolto e all’accompagnamento telefonico che ha supportato sino ad oggi decine di migliaia di famiglie. In sinergia con istituzioni e altre realtà locali, sono stati avviati numeri verdi diocesani e contatti telefonici diretti con anziani e altre persone sole. Comunque l’accesso in abitazione non è stato del tutto abbandonato. Ad alcune persone viene portata la spesa a casa; altre vengono raggiunte con visite veloci, naturalmente con tutte le precauzioni, per non spezzare fili di relazione imbastiti nel tempo. Così come, dove è stato possibile, si sono tenuti aperti punti di ascolto con accesso previo appuntamento. L’auspicio è che grazie anche a quel che è nato durante l’emergenza, resti e si rafforzi la “Chiesa in uscita” di cui tanto parla Papa Francesco, cioè che siamo noi ad andare verso le persone e che siamo capaci sempre più di attivare relazioni personalizzate, dove conta l’identità delle persone coinvolte e il processo di accompagnamento che si riesce ad avviare in forme differenziate.</p>



<p><strong>Sempre nello scorso anno sono più di un milione i beni e sevizi che avete erogato e 110 i micro progetti</strong> <strong>che avete messo in piedi in ambito economico e sociale, stanziando un importo di più di 500 mila euro. Riuscirete quest’anno, che sembra già essere partito in grande salita, a mantenere gli stessi numeri?</strong><br>Da quanto le Caritas sperimentano sul territorio si conferma purtroppo da nord a sud del Paese un incremento delle situazioni di povertà e di disagio economico quindi un aumento di famiglie che sperimentano difficoltà materiali legate alla totale o parziale assenza di reddito. Così come crescono i bisogni occupazionali riguardanti soprattutto chi, prima dell’emergenza, poteva contare su un impiego precario, stagionale o magari irregolare, o ancora i piccoli commercianti, i giostrai o i circensi costretti alla stanzialità, o chi era già in uno stato di disoccupazione. Accanto alle fragilità economiche, i dati evidenziano anche un accentuarsi delle problematiche familiari (in termini di conflittualità di coppia, violenza, conflittualità genitori-figli, difficoltà di accudimento dei bambini piccoli o altri familiari), dei bisogni legati alla salute, in modo particolare del disagio psicologico e psichico. Inoltre si registra un incremento di nuovi bisogni, come quelli legati a problemi di solitudine, relazionali, ansie, paure del futuro e disorientamento.<br>Se la pandemia in atto ci ha messo a dura prova, abbiamo però riscoperto la concretezza dei gesti per costruire insieme un orizzonte di nuove relazioni, sono stati rimodulati i servizi e ne sono stati avviati di nuovi. Per questo contiamo, moltiplicando gli sforzi, addirittura di aumentare i numeri dello scorso anno.</p>



<p><strong>La povertà non fa mai notizia, ma voi avete sempre operato silenziosamente prima e continuate a farlo ora che la povertà è diventata notiziabile raggiungendo anche quelle persone che a causa dell’emergenza Coronavirus hanno perso il lavoro diventando i “nuovi poveri”. Come giudica a riguardo le misure economiche prese dal governo per contrastare povertà economica e sociale?</strong><br>Caritas Italiana vive con grande preoccupazione l’inedita fase storica che il nostro Paese sta attraversando ed è consapevole che è necessario agire con rapidità e decisione. Questa responsabilità è di tutti e deve coinvolgere sia le scelte personali, sia le decisioni delle pubbliche Istituzioni. Solo mettendo in sicurezza il presente, infatti, sarà possibile costruire la fiducia necessaria ad affrontare il futuro. Ecco perché sostiene tutte le proposte operative per fronteggiare immediatamente la caduta di reddito delle famiglie – a partire da quelle più povere- dovuta alla crisi innescata dalla diffusione della pandemia Covid-19. Tra queste in modo particolare quella di un piano per una protezione sociale universale contro la crisi, elaborata dal Forum Disuguaglianze Diversità – di cui Caritas Italiana è parte &#8211; e dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Tre, in particolare, sono gli obiettivi da segnalare, che vanno nella direzione auspicata di uno sviluppo integrale in vista della costruzione del bene comune. Primo, mettere in campo un intervento straordinario per i poveri. Bisogna costruire subito una diga contro l’impoverimento e raggiungere rapidamente la popolazione colpita. Secondo, fornire una risposta all’intera società italiana, sostenendo ognuno in base alle sue differenti esigenze e valorizzando le sue risorse. La questione povertà va infatti affrontata considerando la nostra società nel suo insieme, attraverso interventi equi e sostenibili di promozione umana. Terzo, guardare al futuro. Una volta predisposto l’auspicato piano per questi primi mesi bisognerà subito cominciare a preparare gli interventi necessari alla fase successiva, anch’essa impegnativa, senza omettere la partecipazione e il coinvolgimento sussidiario di tutte le realtà del nostro Paese impegnate nella lotta alla povertà, incluso il Terzo Settore. Sarà questo un modo per dare ascolto al recente messaggio di Papa Francesco “mentre pensiamo alla lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, s’insinua un pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro”.</p>



<p><strong>Pensando appunto a chi è rimasto indietro, come state continuando a fare i servizi per le persone più in difficoltà e come organizzate i nuovi servizi per essere vicini alle persone a cui nessuno pensa: gli anziani soli in casa, le persone fragili, le famiglie con figli disabili? Chi si prende cura di loro?</strong><br>Come già accennato si registra in particolare l’attivazione di nuovi servizi legati all’ascolto e all’accompagnamento telefonico, la fornitura dei pasti in modalità da asporto o con consegne a domicilio di cui hanno beneficiato decine di migliaia di persone; il potenziamento di empori/market solidali, o ancora la fornitura di dispositivi di protezione individuale e igienizzanti; le iniziative a supporto della didattica a distanza (fornitura di tablet, pc), l&#8217;assistenza ai senza dimora (rimodulata per garantire gli standard di sicurezza), le mense, l’acquisto di farmaci e prodotti sanitari o i servizi di supporto psicologico. A questi interventi si aggiungono poi anche alcune esperienze inedite e preziose, che vanno al di là di una risposta al bisogno materiale, come ad esempio quella denominata #TiChiamoio, nata per offrire  vicinanza, seppur solo telefonica, alle persone accompagnate nei centri di ascolto, cercando così una modalità per condividere fragilità, preoccupazioni e restituire un po&#8217; di speranza; o il progetto &#8220;Message in a Bottle&#8221; ideato per far recapitare assieme, ai pasti da asporto,  messaggi e poesie da parte della cittadinanza. </p>



<p><strong>È ultra quarantennale il rapporto che avete con i giovani, da sempre impegnati nelle vostre attività attraverso il servizio civile. Come giudica questa forzata assenza che il momento ha portato? Per voi in quanto mancanza di aiuto e di raccordo con la comunità, soprattutto quella più anziana, ma anche per loro che socialmente si sentivano occupati ed impegnati in un progetto di bene comune?</strong><br>In realtà la vivacità di iniziative e opere realizzate è stata resa possibile grazie alla disponibilità di centinaia di migliaia di volontari e operatori che da nord a sud del Paese non hanno fatto mancare il loro impegno quotidiano, la loro prossimità e generosità verso i più poveri, anche durante questa pandemia. Il monitoraggio svolto tra le Caritas conferma che sono aumentati i volontari giovani, under 34, impegnati nelle attività e nei servizi, che hanno consentito di far fronte al calo degli over 65. Il Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale, nel periodo più grave della crisi ha sospeso tutti i progetti in Italia, come aveva già fatto nella zona rossa. Tuttavia, lo stesso Dipartimento ha permesso agli enti di proseguire quei progetti che avevano una particolare rilevanza sociale e utilità pubblica in questa emergenza. E così, ad esempio, molte Caritas diocesane e le Misericordie hanno continuato ad impiegare comunque i volontari in servizio civile per attività di emergenza e magari proprio per rimpiazzare quei volontari un po’ anziani che in quei giorni dovevano restare a casa per motivi precauzionali.</p>



<p><strong>Con un’epidemia mondiale in corso che sembra in alcuni paesi del mondo, soprattutto i più poveri, non</strong> <strong>arrestarsi, che fine faranno tutti i progetti di sviluppo che riguardano il fronte europeo e internazionale?</strong><br>Il 55% di persone nel mondo oggi vive senza alcuna tutela sociale, significa che hanno perduto i diritti umani fondamentali come quelli dell’accesso al cibo, alla salute, al lavoro dignitoso, e si ritrovano privi di ogni tipo di protezione e ancora più vulnerabili ed esposti alla pandemia. L’Africa purtroppo sembra riconfermare il proprio triste primato della disperazione, e presto, potrebbero aggiungersi l’India e alcuni paesi di Asia, America Latina, Medioriente e Europa dell’Est. Stiamo parlando di numeri di una vera catastrofe umanitaria. Più di un miliardo di persone che lottano per la sopravvivenza, un miliardo e seicentomila bambini e ragazzi hanno smesso di andare a scuola e molti non vi torneranno una volta che queste riapriranno. Per far fronte a questo la Cei ha stanziato 9 milioni di euro dai fondi dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica. Il Servizio per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo e la Caritas Italiana hanno così finanziato 541 progetti in 65 Paesi del mondo in ambito sanitario e nel settore formativo. Inoltre Caritas Italiana e FOCSIV stanno per lanciare una grande campagna con due obiettivi principali. Da un lato la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, con un intervento di carattere culturale e dall’altro la raccolta fondi per un grande progetto di solidarietà globale per sostenere gli interventi nelle varie aree del mondo delle Caritas e dei soci FOCSIV.</p>



<p><strong>E su quello dell’immigrazione e dei corridoi umanitari attraverso i quali ogni anno accogliete richiedenti asilo in piena sicurezza?</strong><br>Anche su questo fronte non ci fermiamo. In attesa che possano riprendere gli arrivi in sicurezza, proprio in questo periodo undici università italiane, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Caritas Italiana insieme ad 11 Caritas diocesane, Diaconia Valdese e Gandhi Charity hanno aderito ad un protocollo d’intesa che darà a 20 studenti rifugiati attualmente in Etiopia l’opportunità di proseguire il loro percorso accademico in Italia attraverso delle borse di studio. Il progetto University Corridors for Refugees (UNI-CO-RE) consiste nel rilascio di visti di ingresso per motivi di studio per studenti che siano titolari di protezione internazionale in Etiopia. In base al nuovo protocollo, gli atenei, anche attraverso il fondamentale sostegno di un’ampia rete di partner locali, assicureranno il supporto necessario agli studenti per frequentare un programma di laurea magistrale della durata di due anni e per integrarsi nella vita universitaria. Caritas Italiana insieme al partner Gandhi Charity, si impegna alla diffusione del bando in Etiopia, all’assistenza per le pratiche pre partenza, alla copertura dei costi vivi pre partenza e al pagamento del biglietto aereo, ma anche all&#8217;erogazione di un contributo economico in favore delle Caritas diocesane che hanno aderito all&#8217;iniziativa, per la gestione del progetto quando i beneficiari raggiungeranno l&#8217;Italia.</p>



<p><strong>È evidente che Caritas Italiana lascia segni concreti del proprio operato, lo dicono i numeri del rapporto “Caritas è Cultura” ma lo dice anche e soprattutto l’immagine e la considerazione che le persone e le comunità hanno di voi. Questi segni li ponete anche come esempio per l’avvenire, ma come fare in modo che gli altri li seguano e ne facciano un modello?</strong><br>Una carità che vuole esprimere, plasmare e veicolare una buona cultura lo può fare solo se produce cambiamento. Nella consapevolezza che, oggi più di ieri, la cultura, le culture, sono mutevoli, porose, permeabili, cambiano dinamicamente e velocemente, in Italia e in Europa, all’interno di un contesto globale che le condiziona e le trasforma in continuazione. Ecco che anche la nostra testimonianza della carità non può che essere dinamica, innovativa, attenta ai cambiamenti culturali, ai nuovi fenomeni. Occorre tra l’altro sottolineare il rischio di una cultura della carità che si riduca unicamente ad esercitazione accademica, tanto più evidente là dove la Parola di Dio non riesce a tradursi in vita concreta nelle relazioni quotidiane e nella misura in cui non avviene la tessitura o il semplice collegamento tra fede e vita, il Vangelo non riesce neanche ad assumere le caratteristiche di cultura accademica; esso finisce per diventare come quella semente caduta sui sassi, di cui nella parabola evangelica. Da qui l’esigenza invece di una carità interna, concreta, politica, ecologica, europea, educativa. Tutto questo per noi oggi potrebbe quasi tradursi in una sorta di mandato ad essere artisti di carità, attingendo dalla cultura cristiana del servizio, partendo dal cambiamento di sé per giungere ad un cambiamento della società.</p>



<p><strong>Sono tantissimi gli episodi che in questo periodo hanno dato prova di fratellanza tra le persone e solidarietà verso la società. Ci sono stati e continuano ad esserci però anche episodi che dimostrano la perdita di senso civico e quella di appartenenza alla comunità. Mi riferisco alle risse nei supermercati, alle forze dell’ordine aggredite o alla più generica diffidenza che c’è nel vicino, nel fratello che potrebbe essere un potenziale pericolo di trasmissione del virus. Pensa che questa situazione stia aumentando l’egoismo sociale allentando così l’appartenenza alla comunità? Come riconciliarsi ad una comunità disorientata e ora a volte diffidente?</strong><br>Questa emergenza ci deve far sentire tutti uniti e solidali. Sta emergendo il volto bello dell’Italia che non si arrende. Come comunità ecclesiali siamo chiamati a pensare nuove forme di carità e, come ci ha ricordato papa Francesco nell’Angelus di domenica 15 marzo, a “riscoprire e approfondire il valore della comunione che unisce tutti i membri della Chiesa”. Certo, il rischio dell’egoismo sociale è sempre in agguato. Come ha sottolineato papa Francesco, in questa &#8220;lenta e faticosa ripresa dalla pandemia si insinua&#8221; un pericolo: &#8220;dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell&#8217;egoismo indifferente&#8221;.  Secondo il Papa nella ripresa post-emergenza c’è il rischio di arrivare &#8220;a selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull&#8217;altare del progresso. Questa pandemia ci ricorda che non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l&#8217;ingiustizia che mina alla radice la salute dell&#8217;intera umanità”.  Quello per cui dobbiamo impegnarci è dunque di cogliere questa prova come un&#8217;opportunità per preparare il domani di tutti, senza scartare nessuno. Perché senza una visione d&#8217;insieme non ci sarà futuro per nessuno. </p>



<p><strong>Crede che le tematiche al centro dell’Enciclica del Santo Padre Laudato si’: il rispetto verso la natura, l’equità verso i poveri, l’impegno comune nella società, la gioia di vivere e la pace interiore risultino tangibili all’interno del periodo socio politico che il nostro paese sta attraversando?</strong><br>Questa lettera enciclica, nella tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa, fissa un nuovo paradigma per lo sviluppo umano integrale, dove sono riconosciuti i diritti di ogni persona umana nel pianeta che è la nostra casa comune. La ricorrenza cade in piena emergenza da pandemia per la diffusione del COVID-19, fonte di terribili sofferenze, che hanno avuto ripercussione in misura maggiore soprattutto sulle persone più fragili e vulnerabili. La pandemia è una situazione imprevista, eppure non imprevedibile. La probabilità che si ripresenti aumenta in ragione della pressione esercitata dal genere umano sull’ambiente. È necessario pertanto riconoscere cosa sta cambiando nella nostra vita con riferimento alle modalità di lavoro, all’uso della tecnologia, ai modelli di sviluppo economico, alla politica, alla società, allo spazio globale. È necessario riprendere il cammino. A partire dalla nostra responsabilità di lasciarci toccare da quanto avviene, e di non essere spettatori del cambiamento. La Laudato si’ ci indica la prospettiva di un mondo in grado di assicurare una vita dignitosa a tutti i suoi abitanti e alle generazioni future. Scritta ben prima della pandemia, la Laudato si’ dice parole profetiche sul rischio delle eccessive diseguaglianze, sulla necessità di stabilire una nuova alleanza tra umanità e natura, sull’urgenza di riformare profondamente i principi alla base di una economia e una società che sembrano avere l’esclusione e lo scarto come conseguenza necessaria.<br> <br><strong>Papa Francesco è un Papa innovatore, al centro delle sue attenzioni oltre alle tematiche verso le quali la Chiesa è da sempre impegnata (la famiglia, il lavoro, la politica, le dottrine sociali) ha posto una nuova tematica: l’economia. Lo ha dimostrato convocando un evento globale “’The economy of Francesco” in cui saranno chiamati a raccolta migliaia di giovani studiosi e operatori dell’economa per condividere sinergie e creare un nuovo modello economico che metta al centro la dignità della persona umana. Qual è il ruolo della Caritas italiana nella costruzione concreta della &#8220;Economia di Francesco”?</strong><br>Abbiamo ora di fronte una tripla emergenza: riavviare le attività di produzione, ma farlo in un contesto di sostenibilità e senza lasciare indietro nessuno in termini di partecipazione positiva al cambiamento stesso. Il cambiamento sostenibile non è il passaggio da una tecnocrazia a un’altra, ma la maturazione di una coscienza che appartiene a ogni donna e ogni uomo. Ecco, è su questo che dobbiamo impegnarci. Rispetto a una prospettiva di “crescita a ogni costo” occorre ricordare ancora il rischio che essa non vada affatto a beneficio di chi ne ha maggiormente bisogno. La storia degli ultimi quarant’anni racconta infatti che la maggior parte dei benefici della crescita economica tendono a finire agli strati più ricchi della società; ciò non vuole dire, come è ovvio, che non occorra far ripartire la produzione, ma che questo da solo rischia di non aiutare i più poveri.<br>È interessante anche notare quale tipo di produzione sia stata considerata prioritaria, quando nelle prime fasi del lockdown, tra i grandi gruppi industriali cui veniva riconosciuta la possibilità di continuare le proprie attività, vi erano quelli impegnati nella produzione di armamenti! C’è quindi da lavorare, tutti insieme, per mantenere una prospettiva di transizione ecologica dell’economia, favorendo ad esempio quelle iniziative di microimpresa maggiormente legate alla terra e ai suoi frutti e, più in generale, rilanciando l’attività economica, soprattutto a partire da attività incentrate sulla produzione di beni e servizi essenziali, sulla formazione e ricerca, e su attività che abbiano il maggiore potenziale di coinvolgere le fasce più vulnerabili della società, in una prospettiva che non torni indietro rispetto alla consapevolezza dei limiti della biosfera. Questo richiede, ora ancora più di prima, il coraggio di ripensare radicalmente le forme dell’economia e i suoi obiettivi, e probabilmente il concetto stesso di sviluppo, per renderlo più aderente alle esigenze delle donne e gli uomini che abitano e abiteranno la nostra casa comune.</p>
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