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	<title>Aule Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Aule Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Capire il valore della scuola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2021 18:59:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Alnni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel tempo antecedente al Covid19 parlavamo di scuola, sì e no, un paio di volte all’anno, e – se ricordiamo bene – le più interessanti conversazioni si tenevano sotto l’ombrellone nel mese di agosto. Più precisamente, non parlavamo di scuola, ma delle pagelle dei nostri figli. Il più alto interesse era riservato al botto finale, il voto della maturità. Nel resto dell’anno la scuola raramente faceva capolino nei nostri conversari.&#8230;</p>
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<p>Nel tempo antecedente al Covid19 parlavamo di scuola, sì e no, un paio di volte all’anno, e – se ricordiamo bene – le più interessanti conversazioni si tenevano sotto l’ombrellone nel mese di agosto.</p>



<p id="block-e6bb5e63-6a3f-4add-891f-623adfe5e819">Più precisamente, non parlavamo di scuola, ma delle pagelle dei nostri figli. Il più alto interesse era riservato al botto finale, il voto della maturità. Nel resto dell’anno la scuola raramente faceva capolino nei nostri conversari. Convocazione dei genitori, voto per l’elezione degli organi di governo, colloqui con gli insegnanti erano appuntamenti piuttosto trascurabili fino all’impudico vantarsi di non essersi mai recati alla scuola dei figli.</p>



<p id="block-6219e3e5-7d82-48e8-b3fa-a9ccb30b59c6">Poi venne la stagione penultima, quando i genitori diventarono i sindacalisti dei figli per tramutarsi subito dopo nei giustizialisti degli insegnanti: quello che non riuscivano a fare direttamente nelle aule, lo sbrigavano i genitori nel cortile coprendo di botte insegnanti e vicepresidi, spedendoli al pronto soccorso.</p>



<p id="block-44d20427-bb21-450b-a505-4533bfbbfeca">Gran parte del nostro guardare la scuola era più o meno questo, qualcosina in più, qualcosina in meno. In pratica, tutto l’argomentare sulla scuola, si riduceva al pezzo di carta recante un voto. Come dire: la scuola a una sola dimensione.</p>



<p id="block-ef44600e-886b-4d11-9d8a-21cdc29180fc">Quando qualcuno si permetteva di alzare la mano e timidamente accennare che la scuola era ancora altro che incassare un buon voto, veniva zittito e additato come un sessantottino fuori stagione. Dicevano quei pochi arditi: la scuola è vita per insegnanti e alunni, a scuola si sta più ore tra pari di quante se ne trascorrono a casa con i genitori; a scuola si vive, ossia ci si ritrova, si interagisce, ci si confronta, si cresce o non si cresce, ci si innamora e disinnamora, si vince e si perde e si impara che cos’è vincere e che cosa è perdere.</p>



<p id="block-452ea1d1-c804-4a78-bf1e-f6546250cb9b">Quando si ripeteva: guardate che la scuola è un sistema complesso, che a semplificarlo si sbaglia, che ha bisogno di insegnanti e di educatori, che ogni alunno è una persona che va seguita singolarmente e nella dinamica comunitaria; che la scuola ha bisogno di investimenti intelligenti e di risorse adeguate, di spazi, di servizi.</p>



<p id="block-342e5536-f459-4a60-b558-c3594aa5af49">Quando poi si concludeva con l’asserire che la scuola non è un genere di lusso, ma un bene di prima necessità per un paese che vuole dirsi civile, sopraggiungeva il più antipatico e antistorico rimbrotto: ma che cosa vogliono questi insegnanti e questi eterni scontenti di ragazzi? Hanno tutto e si lamentano, sono una massa di sfaticati, lavorano poco e producono niente.</p>



<p id="block-9799e43a-cac4-4171-aade-edbe41666bf4">Dimenticavamo che per la scuola passa tutto e sono passati coloro che anche al tempo dell’imperversare del Covid19, oggi come ieri (e ci riferiamo a coloro che sono morti sul campo), se ci curano e sono in grado di curarci, è perché hanno frequentato buone scuole. Cerchiamo persone competenti, scienziati, abili governanti e ancora sogniamo che possano venire dalle nubi. Vengono da buone scuole e solo da buone scuole dove si vive e si impara, si cresce, si profila il senso del dovere e della fatica, della sana convivenza e ci si vota ad una professione che diventa la grande passione della vita.</p>



<p id="block-2f237721-2a16-4a83-b1c2-7150906b6db9">Mai dimenticare che dietro insegnanti, medici, professionisti di ogni materia, dirigenti e politici all’altezza dei compiti ci sono stati e ci sono insegnanti, professori e maestri. Ci sono stati e si vede; non ci sono stati e si vede. C’è stata scuola o diplomificio. Onestà intellettuale o falsità pseudo-intellettuale. Capiscuola o faccendieri.</p>



<p id="block-77eb99d2-9169-44d7-ac8b-d2ea131c6a25">Solo ai giorni nostri, al tempo in cui il Covid19 la fa da padrone, abbiamo ripreso a parlare di scuola un po’ tutti i giorni. E finalmente non parliamo di pagelle e voti. Se insistiamo, può darsi che riusciamo persino a toccare l’anima della scuola. E l’anima della scuola è la vita che manca ai nostri ragazzi. Arriva sul computer la materia con i suoi argomenti. Ma arriva senza anima, senza emozioni, senza contatto fisico, senza sorrisi, riso e schiamazzi. Davanti al computer si può stare, persino, con un’attenzione distratta. Nel corpo a corpo c’è l’agitarsi del respiro. Nel respiro c’è l’anima.</p>



<p id="block-65c067da-7798-44f6-a6b9-d9ddf024c1b2">Avremo almeno adesso capito qualcosa su che cosa è realmente la scuola o ancora no? Qualora neanche adesso, si può sapere quando?</p>



<p>Più precisamente, non parlavamo di scuola, ma delle pagelle dei nostri figli. Il più alto interesse era riservato al botto finale, il voto della maturità. Nel resto dell’anno la scuola raramente faceva capolino nei nostri conversari. Convocazione dei genitori, voto per l’elezione degli organi di governo, colloqui con gli insegnanti erano appuntamenti piuttosto trascurabili fino all’impudico vantarsi di non essersi mai recati alla scuola dei figli.</p>



<p>Poi venne la stagione penultima, quando i genitori diventarono i sindacalisti dei figli per tramutarsi subito dopo nei giustizialisti degli insegnanti: quello che non riuscivano a fare direttamente nelle aule, lo sbrigavano i genitori nel cortile coprendo di botte insegnanti e vicepresidi, spedendoli al pronto soccorso.</p>



<p>Gran parte del nostro guardare la scuola era più o meno questo, qualcosina in più, qualcosina in meno. In pratica, tutto l’argomentare sulla scuola, si riduceva al pezzo di carta recante un voto. Come dire: la scuola a una sola dimensione.</p>



<p>Quando qualcuno si permetteva di alzare la mano e timidamente accennare che la scuola era ancora altro che incassare un buon voto, veniva zittito e additato come un sessantottino fuori stagione. Dicevano quei pochi arditi: la scuola è vita per insegnanti e alunni, a scuola si sta più ore tra pari di quante se ne trascorrono a casa con i genitori; a scuola si vive, ossia ci si ritrova, si interagisce, ci si confronta, si cresce o non si cresce, ci si innamora e disinnamora, si vince e si perde e si impara che cos’è vincere e che cosa è perdere. </p>



<p>Quando si ripeteva: guardate che la scuola è un sistema complesso, che a semplificarlo si sbaglia, che ha bisogno di insegnanti e di educatori, che ogni alunno è una persona che va seguita singolarmente e nella dinamica comunitaria; che la scuola ha bisogno di investimenti intelligenti e di risorse adeguate, di spazi, di servizi.</p>



<p>Quando poi si concludeva con l’asserire che la scuola non è un genere di lusso, ma un bene di prima necessità per un paese che vuole dirsi civile, sopraggiungeva il più antipatico e antistorico rimbrotto: ma che cosa vogliono questi insegnanti e questi eterni scontenti di ragazzi? Hanno tutto e si lamentano, sono una massa di sfaticati, lavorano poco e producono niente.</p>



<p>Dimenticavamo che per la scuola passa tutto e sono passati coloro che anche al tempo dell’imperversare del Covid19, oggi come ieri (e ci riferiamo a coloro che sono morti sul campo), se ci curano e sono in grado di curarci, è perché hanno frequentato buone scuole. Cerchiamo persone competenti, scienziati, abili governanti e ancora sogniamo che possano venire dalle nubi. Vengono da buone scuole e solo da buone scuole dove si vive e si impara, si cresce, si profila il senso del dovere e della fatica, della sana convivenza e ci si vota ad una professione che diventa la grande passione della vita.</p>



<p>Mai dimenticare che dietro insegnanti, medici, professionisti di ogni materia, dirigenti e politici all’altezza dei compiti ci sono stati e ci sono insegnanti, professori e maestri. Ci sono stati e si vede; non ci sono stati e si vede. C’è stata scuola o diplomificio. Onestà intellettuale o falsità pseudo-intellettuale. Capiscuola o faccendieri.</p>



<p>Solo ai giorni nostri, al tempo in cui il Covid19 la fa da padrone, abbiamo ripreso a parlare di scuola un po’ tutti i giorni. E finalmente non parliamo di pagelle e voti. Se insistiamo, può darsi che riusciamo persino a toccare l’anima della scuola. E l’anima della scuola è la vita che manca ai nostri ragazzi. Arriva sul computer la materia con i suoi argomenti. Ma arriva senza anima, senza emozioni, senza contatto fisico, senza sorrisi, riso e schiamazzi. Davanti al computer si può stare, persino, con un’attenzione distratta. Nel corpo a corpo c’è l’agitarsi del respiro. Nel respiro c’è l’anima.</p>



<p>Avremo almeno adesso capito qualcosa su che cosa è realmente la scuola o ancora no? Qualora neanche adesso, si può sapere quando?</p>
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		<title>Benvenuti a casa dei nonni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2021 18:03:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Benvenuti a casa dei nonni”, &#160;c’è scritto sotto l’immagine di due arzilli vecchietti, &#160;sulla targhetta che mi ha regalato Giorgia e che è diventata un nostro mattutino segnale. Se è esposta sulla maniglia esterna della porta vuol dire che mi sono alzata e loro possono salutarmi prima di andare a scuola, se non c’è vuol dire che loro non vanno a scuola o che io sono ancora a letto e&#8230;</p>
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<p>“Benvenuti a casa dei nonni”, &nbsp;c’è scritto sotto l’immagine di due arzilli vecchietti, &nbsp;sulla targhetta che mi ha regalato Giorgia e che è diventata un nostro mattutino segnale. Se è esposta sulla maniglia esterna della porta vuol dire che mi sono alzata e loro possono salutarmi prima di andare a scuola, se non c’è vuol dire che loro non vanno a scuola o che io sono ancora a letto e i saluti sono rimandati al ritorno. Mai targhetta ha avuto più vicissitudini, più alternanze, e&nbsp;non a causa della mia pigrizia mattutina.</p>



<p>È dal fatidico 5 marzo dell’anno scorso che la targhetta non fa che entrare e uscire. Lockdown totale (dentro), riapertura speranzosa e festosa (fuori), chiusura momentanea con occhiolino per derattizzazione (dentro), apertura (fuori), chiusura per seggio elettorale (dentro), riapertura (fuori), chiusura per ordinanza del sindaco (dentro), riapertura per ricorso genitori (fuori), chiusura per insindacabile decisione di Francesca (dentro), riapertura per protesta inappellabile delle bimbe (fuori), chiusura per ordinanza del presidente della regione (dentro), sentenza contraria del Tar (fuori). Oggi, chiusura del dirigente scolastico causa positivi (dentro).</p>



<p>E dire che io stamattina mi sono alzata, malgrado di malavoglia, proprio per celebrare questo secondo giorno di riapertura della scuola. (ah, i bei tempi quando in un anno c&#8217;era un solo primo giorno di scuola!)</p>



<p>Giorgia apre lo zaino, tira fuori un libro e ripete ad alta voce la pianura Padana, &#8220;devo essere interrogata&#8221;, dice guardandoci interrogativamente. Ester tira fuori il telefonino, Marghe, hai sentito? Ci vediamo più tardi come al solito. In videochiamata. Poi toglie l’elastico e due bande di capelli neri le coprono gli occhi. Francesco tira fuori dalla tasca un marshmallow,  L’ho rubato per Iaia, mi sussurra, glielo do di nascosto dalla Maestra. Non mi va di rimproverare Robin Hood. Non stamattina. Francesca ha la faccia di chi non può crederci: Di nuovo chiusa, di chi sotto-sotto è sollevata: Niente contagio, di chi: Ma chi poteva immaginare…</p>



<p>Mi preparerò un bel tè, tonificante, poi aprirò i giornali e leggerò diligentemente e imparzialmente le invettive di quelli, i più, che dicono che la Scuola deve riaprire, che il danno causato a questa generazione è incalcolabile, che un Paese non ha bene maggiore da tutelare, che le aule sono in sicurezza, che le Dad non funziona. Le sosterranno Governo, insegnanti, studenti, genitori, comitati medici e scientifici, scrittori e intellettuali e gente comune. </p>



<p>Poi leggerò, allo stesso modo, le invettive di quelli che dicono che la salute viene prima della scuola, che le aule, malgrado rotelle e mascherine, sono luoghi di contagio, che i giovani soffrono né più né meno di tutte le altre categorie, che in tempi di guerra scuole non ce n’erano, che le capacità di ripresa dei ragazzi sono incalcolabili, che la Dad non è il diavolo. Le sosterranno Governo, insegnanti, studenti, genitori, comitati medici e scientifici, scrittori, intellettuali e gente comune.</p>



<p>Io penso ai 55 anni che ho trascorso, in varie vesti, nelle aule scolastiche e all’indifferenza, esagero un po’, generalizzata di Governo, insegnati, studenti, genitori, comitati medici e scientifici, scrittori, intellettuali e gente comune nei confronti della Scuola. Non mi pare di ricordare che in Italia sia mai stata la prima preoccupazione o occupazione. </p>



<p>Mi pare di ricordare invece che allegramente, superficialmente, autolesionisticamente si è sempre fatto il minimo o malfatto il massimo per la Scuola. E se comunque la Scuola italiana ha raggiunto grandi e bei risultati, è perché è vero che siamo un popolo di santi e di eroi, ma per fortuna di santi della porta accanto e di eroi del quotidiano a cui le imprese e i miracoli riescono bene.  </p>



<p>Mi scriverò al partito del Risvolto della medaglia: ci voleva una pandemia per ristabilire le priorità. Salvo scordarcene immediatamente a pericolo superato.</p>



<p>Tolgo la targhetta da “fuori”, la metto “dentro” (per qualche giorno, definitivamente?). Faccio l&#8217;occhiolino ai due vecchietti che per la verità non mi sembrano in gran forma.&nbsp;</p>



<p><strong>Patologia:</strong> stati di indecisione indotti o spontanei<br><strong>Terapia:</strong> nell&#8217;immediato un buon tè tonificante, in seguito giornali indipendenti o sedicenti tali, ma vi avverto potreste diventare strabici. ( Meglio ancora una volta il discusso don Milani?)&nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Che danno stiamo portando a questi ragazzi, congelando i contatti dei loro corpi dentro degli schermi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Falciola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2020 08:45:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Alunni]]></category>
		<category><![CDATA[Aule]]></category>
		<category><![CDATA[Cervello]]></category>
		<category><![CDATA[Contatto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Prof, il mio cane piange.. posso consolarlo?”. Bei tempi, quando nel punto focale di una spiegazione, quando il docente appassionatissimo condivideva, nel conquistato attento silenzio, il pathos della poesia (o del brano musicale, del dipinto) e lo studente alzava la mano per chiedere di andare in bagno. Bei tempi. Ci veniva un attacco di nervi, ma era una routine conosciuta. Ora, nelle videolezioni, le interruzioni sono parecchio più varie, e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>“Prof, il mio cane piange.. posso consolarlo?”. Bei tempi, quando nel punto focale di una spiegazione, quando il docente appassionatissimo condivideva, nel conquistato attento silenzio, il pathos della poesia (o del brano musicale, del dipinto) e lo studente alzava la mano per chiedere di andare in bagno. Bei tempi. Ci veniva un attacco di nervi, ma era una routine conosciuta.</p>



<p>Ora, nelle videolezioni, le interruzioni sono parecchio più varie, e spaziano dagli animali domestici, ai fratellini ululanti, al “devo cercare un caricatore o mi si spegne il tablet, prof!!”, facendoci quasi rimpiangere l’improvvido bidello che spalancava la porta per consegnare una busta per la famiglia tal dei tali, ovviamente nel momento meno opportuno. Questa variazione “casalinga” dell’aula porta anche un’altra conseguenza: ha reso la vita dei ragazzini, più “asettica”. Quando normalmente gli alunni sporcano se stessi e il banco, di colla, per attaccare una stampa sul mitico cartellone 50 x 70, o quando poi si bucano con una puntina, appendendo il cartoncino al muro, oppure, se fanno il bagher decisivo nella partitella, con l’eroica scivolata sul linoleum… l’aspetto fisico della vita prende il sopravvento nella didattica, e menomale! Non si può vivere “virtualmente”, e dunque non si può fare scuola virtualmente.</p>



<p>Io insegno arte e, da anni, mi sono abituata ai nasini arricciati, quando sentono l’odore del Das, ossia la pasta da modellare. Molti alunni non sono più abituati a sporcarsi, perché nelle case, non è permesso. Appena io li riporto nella dimensione del “toccare”, però, non vorrebbero più uscirne, e spesso finiscono col pasticciarsi la faccia col colore o a ritagliare molta più carta di quella necessaria, o insistono per pulire la lavagna, starnutendo della povere colorata dei gessi. L’elemento del toccare, del contatto, di farsi i dispetti e poi abbracciarsi, è completamente proibito loro, da quasi due mesi ormai, ma nessun adolescente può crescere senza. È dimostrato che una ridotta quantità di stimolazione di tatto, impedisca il corretto sviluppo del cervello. Quindi mi chiedo: che danno stiamo portando a questi ragazzi, congelando i contatti dei loro corpi dentro degli schermi?</p>



<p>Ieri leggevo di un professore di pediatria che approva il prolungamento della chiusura delle aule, perché i bambini così non si passano, non solo il Covid, ma pure tutte le altre schifezze (dai pidocchi, al mal di pancia) che normalmente transitano fra i banchi. Questo pediatra auspica che, nell’ottica di essere più “moderni”, la scuola più avanti mantenga comunque una forte riduzione della frequenza delle aule, per favorire una più salubre e tecnologicamente avanzata didattica digitale a distanza.</p>



<p>Non ho dubbi che, dal punto di vista di infezioni, ma pure di aggiornamento informatico, questa scelta porterebbe dei vantaggi. Ma credo anche che l’impoverimento sensoriale dei ragazzi sarebbe incalcolabile. I ragazzi sono come i leoncini, devono scambiare, secondo me, graffi, starnuti e baci. Devono allagare un banco rovesciando l’acqua e poi pulirlo dopo la sacrosanta urlata di reprimenda. Devono toccare la mano della compagna carina e poi arrossire, togliendola di scatto. Devono fare le smorfie quando il prof non vede e sghignazzare, dando di gomito al vicino di banco. Nessun adulto, in una casa, nemmeno il più pedagogicamente preparato, può sostituire i pari. Il gap generazionale è insuperabile.</p>



<p>“Prof, mi scusi, vedo dallo schermo che ha arrotolato le maniche, fa caldo a casa sua oggi?”<br>“no guarda volevo imitare Marc Lenders”<br>“e chi è prof?”<br>Seguono lacrime di vecchiaia.</p>
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