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	<title>Caritas Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Chiara Saraceno: la narrazione fatta dai proponenti del reddito di cittadinanza è stata la sua dannazione. Pronte le proposte di modifica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2021 09:01:50 +0000</pubDate>
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<p><strong>La pandemia ha compresso a lungo molte nostre libertà, ha condizionato il nostro modo di vivere. Come sono cambiate le famiglie in questi ultimi due anni?</strong><br>È difficile dire quanto siano cambiate perché spesso i cambiamenti sono puramente temporanei. Certamente la pandemia ha avuto un impatto fortissimo sulla vita familiare perché ha costretto molte famiglie a vivere 24 ore su 24 per lunghi periodi nello stesso spazio, condividendolo pur conducendo attività diverse. Ha inoltre sovraccaricato di responsabilità gli adulti, come quando hanno affiancato, talora perfino troppo, i docenti nella didattica a distanza. Soprattutto direi che questa vicenda ha mostrato la resilienza di molte famiglie e di molte relazioni familiari, che sono perfino state in grado di trarre benefici da situazioni difficili. Così a volte si sono riscoperti tempi più distesi delle relazioni familiari, attività da fare insieme, in generale capacità diverse dentro sé.</p>



<p><strong>Non per tutti è andata così bene purtroppo.</strong><br>Infatti in altri casi le famiglie sono state traumatizzate o fortemente stressate da questa situazione. In parte dipende dalle biografie personali e familiari, in parte dalle situazioni ambientali, come gli stress dovuti alla perdita del lavoro, al periodo economico, per non parlare dei lutti. A proposito della ristrettezza degli spazi ricordiamo che in Italia c’è una forte incidenza di condizioni di sovraffollamento abitativo, che riguarda inoltre una quota molto alta di minorenni. Se tali spazi sono normalmente inadeguati, è chiaro che in condizione di compressione degli spazi esterni le situazioni posso essere peggiorate.</p>



<p><strong>Questa situazione, anche con l’espansione del lavoro a distanza, ha facilitato una suddivisione più equilibrata del lavoro familiare tra uomini e donne?</strong><br>Qui i dati danno un quadro da bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Sono state fatte molte ricerche, in Italia all’estero, e hanno mostrato che sì, in una parte rilevante anche se non maggioritaria, tra il 40 e il 50% a seconda della ricerca, gli uomini hanno partecipato di più al lavoro familiare a tutti i livelli, sia nella relazione con i figli che nel lavoro domestico in senso stretto. Tuttavia resta una parte consistente di uomini che non è cambiata in nulla, talvolta molto difesa anche dalle rispettive compagne.</p>



<p><strong>La maggior presenza maschile è comunque riuscita ad abbattere il sovraccarico femminile?</strong><br>No, perché la maggioranza delle donne ha comunque dovuto aumentare il carico di lavoro familiare soprattutto in concomitanza con i periodi di lockdown, per cui non si è davvero chiuso il gap nemmeno dove gli uomini sono stati più presenti. Non bisogna comunque essere pessimisti perché in realtà per un numero rilevante di coppie è stata un’occasione di rinegoziazione. Bisognerà vedere se la cosa andrà avanti in situazioni di normalità.</p>



<p><strong>Come ha funzionato il congedo parentale straordinario?</strong><br>I dati mostrano che c’è una differenza di genere e di classe sociale, perché si trattava di perdere il 50% del reddito. Nella stragrandissima maggioranza dei casi lo hanno preso le mamme. Gli uomini lo hanno preso di più quando la differenza del gap salariale non era troppo grande, ma soprattutto i pochi uomini che ne hanno usufruito, intorno al 20%, lo hanno preso a condizione che i bimbi fossero più grandicelli. In altri termini, se i bimbi erano piccoli, lo ha quasi sempre preso la mamma. Inoltre il congedo è stato preso di più dalle donne a basso reddito, e nelle coppie a basso reddito, rispetto a quelle a reddito più elevato.</p>



<p><strong>I lavoratori a reddito più alto come si sono organizzati?<br></strong>Hanno preferito il bonus baby sitter, che era alternativo al congedo. Lì dentro ci saranno state ad esempio tutte le professioni mediche, che certamente facevano fatica a prendere il congedo in un momento come quello, però non sono stati soltanto questi i casi.</p>



<p><strong>In definitiva chi ha perso di più?</strong><br>Tra quelli che non hanno perso il lavoro, hanno perso di più le lavoratrici a basso reddito che non potevano lavorare a distanza. Hanno perso in termini di reddito, in termini di contribuzione pensionistica e infine nella negoziazione con i loro compagni e mariti.</p>



<p><strong>Il presidente del Coni Malagò, prima che l’Italia dello sport vivesse quest’anno d’oro, aveva paventato il</strong> <strong>rischio di perdere una intera generazione di sportivi. È un pericolo che, più in generale, vede anche lei?</strong><br>Sicuramente i giovani hanno, in quest’anno e mezzo, perso moltissime occasioni per la crescita e lo sviluppo di capacità di ogni tipo. C&#8217;era sempre chi poteva compensare online, ma soltanto chi se lo poteva permettere e se aveva i giusti stimoli. Ma certamente si è perduto molto sul piano delle relazioni sociali, sulla possibilità di viaggiare ad esempio. Consideri che in questo anno e mezzo sono state comprese due estati. È una generazione che, senza fasciarsi la testa, ha perso molte occasioni e, in alcuni casi, ha perso anni cruciali, quelli successivi alla scuola media superiore, quando in fondo si fanno le prove della vita adulta.</p>



<p><strong>Poi ci sono state perdite che hanno a che fare con il venir meno del contorno alla didattica?</strong><br>Il sistema educativo è centrato sulla scuola ma poi avviene tutto anche nei rapporti con l’esterno. Così, chi aveva più bisogno di sostegni in questo senso, come coloro che avevano bisogno di conferme sulle proprie capacità, quelli sì rischiano di essere persi per sempre. Pensiamo ai rapporti Invalsi di questa estate: sono aumentati sia gli abbandoni veri e propri che i cosiddetti abbandoni impliciti, chi cioè continua ad andare a scuola ma in realtà è come non andasse. Le perdite lì sono molto più difficili da recuperare e secondo me non ci si pensa abbastanza: molto è affidato alle iniziative singole del docente o alle iniziative civiche delle varie associazioni.</p>



<p><strong>Il PNRR parla molto della necessità di una maggiore inclusione sociale. Nei progetti che abbiamo finora potuto visionare trova che si sia fatto abbastanza?</strong><br>Se ne parla un po’ nella scuola, per fortuna, che è un grosso capitolo, dove per esempio viene posta la questione del tempo pieno anche per contrastare la povertà educativa. Così come si parla del rafforzamento, secondo me non sufficiente, dei nidi, che per la primissima infanzia è cruciale, e bisogna investire moltissimo lì. Si parla moltissimo delle strutture, ma se poi non si parla dei fondi per gestirle nell’ordinario si rischia di creare cattedrali nel deserto. Il capitolo espressamente dedicato all’inclusione, poi, che è il capitolo 5 del PNRR, lo trovo carente: c’è un po’ di tutto, dal lavoro alla famiglia passando per l’inclusione sociale e il terzo settore.</p>



<p><strong>In quali parti, in modo particolare?</strong><br>E’ abbastanza ben fatto per quanto riguarda il lavoro, ma quando si parla dei servizi sociali le uniche questioni importanti messe a fuoco sono le politiche per la non autosufficienza e i servizi per le persone con disabilità. Sono due settori importanti ma non esauriscono il problema della coesione sociale. Così, ad esempio, nulla si dice dei servizi di prossimità, del fatto che in alcune regioni italiane mancano gli assistenti sociali e gli educatori, cioè quelli che devono lavorare sul territorio, costituire le antenne per il disagio. Non può essere lasciato tutto al terzo settore, che può esserci o no, ma non può fare tutto. Da questo punto di vista lo trovo carente e non mi pare che ci sia un disegno compiuto di società dietro.</p>



<p><strong>In un recente articolo lei dice che c’è molta fame di lavoro ma c’è anche molta fame di lavoratori. Abbiamo difficoltà a fare incontrare domanda e offerta di lavoro?</strong><br>Le qualifiche che mancano sono quelle di lavoratori altamente specializzati, anche quando si tratta di lavoratori manuali. Mentre non mancano affatto i lavoratori con basse qualifiche.</p>



<p><strong>C’è stato un errore nella programmazione formativa?</strong><br>C’è probabilmente un errore nella relazione tra sistema formativo e sistema imprenditoriale. Si parlano poco. Il che non vuol dire, sia chiaro, che la scuola deve formare soltanto al lavoro: la scuola deve formare cittadini; poi ci sono le scuole che formano anche al lavoro. Penso che ci sia bisogno, soprattutto per alcune scuole tecniche, di una maggiore collaborazione.</p>



<p><strong>E le imprese?</strong><br>Ogni tanto sembra che le imprese vogliano lavoratori già formati, ma nessuno è mai formato, anche il migliore studente che esce dalla migliore scuola è mai formato per lo specifico lavoro di quella specifica fabbrica. È necessario che l’impresa ci metta del suo sia in termini di tirocini non sfruttatori sia in termini di luogo di formazione per integrare l’insegnamento scolastico.</p>



<p><strong>Come funziona in Italia la formazione sul lavoro?</strong><br>In Italia la formazione sul lavoro è scarsa. In parte perché oramai molte imprese hanno un nucleo forte di lavoratori a tempo indeterminato e la parte rimanente, quella di lavoro a tempo determinato, non è quella su cui investono per costruire carriere. Va dunque ripensato il sistema normativo, ma anche le imprese devono ripensare se stesse e il modo in cui relazionarsi con i lavoratori che già hanno e con quelli potenziali. L’Italia è uno dei paesi in cui si fa meno formazione continua sul lavoro, soprattutto la si fa poco nei confronti delle qualifiche medio-basse.</p>



<p><strong>Lei presiede il comitato di esperti voluto dal governo per pensare le modifiche al reddito di cittadinanza.</strong> <strong>Avete iniziato il vostro lavoro?</strong><br>La commissione che presiedo è prevista dalla legge istitutiva del reddito di cittadinanza. Il problema è che non è stata mai istituita fino ad adesso. Si tratta di un comitato scientifico di valutazione del reddito di cittadinanza che non è mai stato messo in funzione. L’attuale governo, in particolare il ministro Orlando, ha deciso di mettere finalmente in piedi questa commissione, anche perché il dibattito su questa misura c’è e, come tutte le altre politiche, ha bisogno di essere valutata per capire che cosa funziona e che cosa no. Ovviamente, valutando, suggeriamo anche che cosa può essere cambiato. Il problema di ciò che eventualmente non va nel reddito di cittadinanza ha però poco a che fare con la mancanza di incontro tra domanda e offerta di lavoro.</p>



<p><strong>Qual è dunque il problema di questo strumento, se non è poi così legato all’incontro tra domanda e offerta di lavoro?</strong><br>La narrazione che è stata fatta dai proponenti del reddito di cittadinanza è stata la sua dannazione, perché doveva eliminare la povertà ed essere al tempo stesso una politica attiva del lavoro. È chiaro che avrebbe fallito su entrambi i versanti, perché la povertà non si elimina così, e comunque non poteva essere una politica attiva del lavoro. Questo non perché non sia giusto ed opportuno accompagnare le persone verso il lavoro, ma perché le politiche attive del lavoro non riguardano soltanto i poveri.</p>



<p><strong>L’Italia</strong> <strong>fa politiche attive del lavoro?</strong><br>Ne fa poche: i centri per l’impiego lavorano in modo molto eterogeneo e spesso molto male. Consideriamo che i percettori del reddito sono quelli che più hanno bisogno di accompagnamento, di maggiore investimento in formazione. Basti considerare che le politiche intermedie per il lavoro intermediano il 2% della manodopera, cioè pochissimo. Quindi il lavoro non si trova quasi mai tramite i centri per l’impiego. D’altro canto questo accade perché mancano i lavoratori specializzati.</p>



<p><strong>La soluzione potevano essere i navigator?</strong><br>I cinque stelle hanno pensato di risolvere il problema con i navigator, persone molto qualificate sulla carta, ma che si sono trovati a lavorare in modo del tutto scollegato dai centri per il lavoro. Non c’era collaborazione da parte istituzionale, che cosa potevano fare? Non potevano mica assumere loro, non potevano gestire loro l’incontro fra domanda e offerta. Potevano soltanto aiutare alla compilazione del curriculum, indirizzare, segnalare i posti di lavoro eventualmente disponibili. Oggi si paga il prezzo di una narrazione sbagliata e anche di un disegno che su questo meriterebbe di essere ritoccato.</p>



<p><strong>Poi è arrivata la pandemia.</strong><br>E meno male che c’era il reddito di cittadinanza, perché altrimenti avremmo avuto molta più gente che non sarebbe stata in grado di pagare l’affitto, di mettere assieme il pranzo con la cena. Anzi, non è stato sufficiente al punto che invece di modificare il reddito, come avrei preferito, hanno introdotto un nuovo strumento, il reddito di emergenza, perché il primo, per come è configurato, per le regole d’accesso che ha, non avrebbe potuto coprire chi perdeva il lavoro improvvisamente e non aveva alcuna protezione. Durante la pandemia sono accadute due cose. La prima è che in molti che lo avevano, il lavoro lo hanno perso. La seconda è che per molti mesi sono state sospese le condizionalità, per cui nessuno ha contattato i beneficiari del reddito. Queste due cose hanno reso estremamente complicato procedere ad una valutazione complessiva ed attendibile degli effetti del reddito. Adesso che siamo tornati a regime vedremo.</p>



<p><strong>In Italia per la prima volta le giovani generazioni hanno la percezione di stare peggio delle precedenti. Da ciò è derivato un diffuso rancore sociale. Quali sono i suggerimenti che la sua commissione ha dato o darà al governo?</strong><br>Premetto che non possiamo pensare che il reddito di cittadinanza sia lo strumento per risolvere tutti i problemi di coesione sociale del Paese, perché siamo di fronte alla crescita delle disuguaglianze di opportunità tra le generazioni. Questo è un problema grave che rischia di sfociare in un vortice di rancore o quanto meno di disaffezione, che è forse perfino peggio. Il reddito è un pezzettino della strategia di contrasto a queste disuguaglianze, e dobbiamo smettere di farne il capro espiatorio di tutto quello che non funziona, perché questo sta diventando nel dibattito pubblico: non si trovano i lavoratori? È colpa del reddito di cittadinanza!</p>



<p><strong>Certamente, d’altro canto, ci sono delle cose da cambiare.</strong><br>La mia commissione, che sta per presentare il suo primo rapporto anche sulla base dei dati disponibili, ha lavorato su ciò che non va nelle regole del processo. Bisogna cambiare la norma sugli anni di residenza necessari per accedere al reddito: il requisito sulla residenza in Italia per almeno dieci anni ci espone anche ad una procedura d’infrazione a livello europeo. Poi bisogna cambiare la scala di equivalenza adottata non solo per stabilire l’importo del beneficio, ma anche per definire l’accesso man mano che cresce il numero dei suoi membri. Dato che c’erano due totem, che fosse una politica attiva del lavoro e che fossero 780 euro, che cosa hanno fatto per mantenere i 780 euro?</p>



<p><strong>Che hanno fatto?</strong><br>Li hanno spacchettati tra 500 da un canto e 280 dall’altro, come contributo per l’affitto. Poi hanno fatto una cosa inaccettabile, cioè hanno stabilito che per valutare il quantum gli adulti valgono 0.4 e i minori 0.2, cioè i minorenni valgono la metà di un adulto. Così le famiglie piccole sono sovrarappresentate tra quelle percettrici di reddito rispetto a quelle più grandi dove sono presenti i minorenni, che è l’esatto contrario rispetto alla distribuzione della povertà, che riguarda molto di più le famiglie più numerose. Queste due cose vanno assolutamente cambiate.</p>



<p><strong>Su cos’altro sta lavorando la sua commissione?</strong><br>L’altra cosa su cui stiamo lavorando sono le politiche attive. I beneficiari, a seconda delle caratteristiche, possono essere indirizzate verso un centro per l’impiego, dove devono firmare un patto per il lavoro, o verso i servizi sociali, dove devono firmare un patto d’inclusione sociale. Per adesso abbiamo lavorato di più sulla prima soluzione: lì mancano le politiche attive, e quindi non si può imputare ai beneficiari ciò che capita strutturalmente nei servizi. Si può forse riguardare quali sono i lavori che possono essere rifiutati. Si può ad esempio rifiutare un lavoro se non è a tempo indeterminato, anche se sappiamo che ormai si entra nel lavoro con contratti quasi sempre a tempo determinato.</p>



<p><strong>Come creare un sistema che incentivi il lavoro per chi riceve il reddito?</strong><br>Al momento, per ogni dieci euro che si guadagnano, otto vengono detratti dal reddito di cittadinanza. Quindi, in realtà, non c’è alcun incentivo a lavorare, a meno di ottenere un reddito da lavoro significativo. Imparando dall’esperienza di moltissimi altri paesi, come Francia, Inghilterra e Germania, dovremmo ridisegnare l’incentivo. Se tu lavori ti devo lasciare una quota sufficiente del reddito. Bisogna far sì che il reddito di cittadinanza sia l’integrazione di un reddito da lavoro modesto, altrimenti per guadagnare due euro su dieci perché si dovrebbe andare a lavorare?</p>



<p><strong>Questi, in sintesi, saranno i suggerimenti della commissione?</strong><br>Bisogna lavorare su queste regole. Poi che accettino o meno i nostri suggerimenti è altra cosa. Sulle cose che ho detto c’è consenso. Ovviamente nella commissione, ma c’è consenso anche presso associazioni, istituzioni che lavorano sul campo e hanno un forte riconoscimento, come l’Alleanza contro la povertà e la Caritas, anche se personalmente non sono d’accordo con tutto ciò che dice la Caritas. Ad esempio non lo sono sull’opportunità di stabilire delle soglie differenziate a livello regionale perché mi ricorda le gabbie salariali.</p>



<p><strong>E se invece dovesse passare la linea dell’abrogazione?<br></strong>Sono forse troppo vecchia per scendere in piazza ma sarei indignata, scandalizzata. L’Italia ci ha messo, da quando mi occupo di questi temi, quarant’anni. Io ho fatto parte della commissione Gorrieri che fu la prima, nel 1986, a proporre un reddito minimo per il contrasto alla povertà. Ci abbiamo messo tantissimo, siamo arrivati buoni ultimi nell’Unione europea. Tornare indietro mi sembra pazzesco. Riformiamolo, ma non facciamo l’errore che è stato fatto quando è stato introdotto il reddito di cittadinanza abolendo il Reddito di inclusione, cioè che l’ultimo che arriva fa un’altra cosa. Questo distrugge fiducia e competenze.</p>



<p><strong>Riformiamolo allora.</strong><br>Avrebbero potuto farlo allora, ma ciascuno ha sempre una bandierina da salvare. Era appena stato introdotto il Rei. Poco finanziato, che prendeva solo i poverissimi e nemmeno a loro dava a sufficienza per vivere dignitosamente, ma era un inizio. Si poteva lavorare su quello ma non sostituirlo con un altro. Adesso non vorrei fare la stessa cosa. Mi sembra che tutto questo dibattito sia molto, molto ideologico e sia diventato un bel capro espiatorio per non parlare d’altro.</p>



<p><strong>Possiamo dire che lo Stato nei prossimi anni dovrà assumere l’impegno di raggiungere  l’uguaglianza dei punti di partenza?</strong><br>Assolutamente sì, sapendo che ciascuno ha la propria famiglia alle spalle, e quindi per il solo fatto di vivere in una famiglia al posto di un’altra, già siamo disuguali. Lo Stato deve ridurre e non ampliare queste disuguaglianze. Purtroppo l’Italia è uno dei Paesi che le riduce di meno. Lo vediamo dai test Invalsi, lo vediamo dai test Pisa, lo vediamo quando confrontiamo le carriere lavorative di chi è figlio di operaio rispetto a chi è figlio di dirigente e così via. Per garantire l’uguaglianza dei punti di partenza dobbiamo investire molto, e soprattutto meglio, in tutto il percorso formativo, consentendo davvero alle nuove generazioni di sviluppare appieno le proprie capacità, a prescindere dalle origini di nascita. Infine vorrei dire una cosa assolutamente impopolare.</p>



<p><strong>Questo giornale ama le cose impopolari. Ci racconti.</strong><br>Occorre incrementare la tassazione dell’eredità e fare in modo che questa tassazione contribuisca ad una sorta di dote per mettere i giovani in condizione di percorrere la propria strada. Però questa dote sarebbe meglio darla alla nascita, accompagnata da servizi, iniziative che insegnino come utilizzare questi soldi. Dare soldi a diciotto anni senza avere accompagnato i ragazzi, perché decidano come investirli, può essere inutile. Insomma, un po’ di ricchezza va redistribuita, altrimenti si cristallizzano le disuguaglianze.</p>
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		<title>don Francesco Soddu: con la Caritas siamo noi ad andare verso le persone, come chiede Papa Francesco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2020 20:01:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel rapporto annuale “Caritas è Cultura” che avete pubblicato pochi giorni fa sono 3.632 i Centri di Ascolto che Caritas ha attivato nel 2019 in Italia, generando più di 180 mila interventi di ascolto, consulenza e orientamento. È chiaro che il concetto di Centro d’Ascolto rappresenta uno dei polmoni di Caritas, da sempre attenta alla vicinanza verso i più fragili. Ora che i luoghi di aggregazione hanno subito una nuova&#8230;</p>
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<p><strong>Nel rapporto annuale “Caritas è Cultura” che avete pubblicato pochi giorni fa sono 3.632 i Centri di Ascolto che Caritas ha attivato nel 2019 in Italia, generando più di 180 mila interventi di ascolto, consulenza e orientamento. È chiaro che il concetto di Centro d’Ascolto rappresenta uno dei polmoni di Caritas, da sempre attenta alla vicinanza verso i più fragili. Ora che i luoghi di aggregazione hanno subito una nuova configurazione a causa dell’emergenza Covd-19 come state procedendo? Sono aperti e se sì in quale modalità?</strong><br>L’ascolto è sempre stato attivo. Di fronte al crescere dei bisogni legati alla salute, in modo particolare al disagio psicologico e psichico, si registra in particolare l’attivazione di nuovi servizi legati all’ascolto e all’accompagnamento telefonico che ha supportato sino ad oggi decine di migliaia di famiglie. In sinergia con istituzioni e altre realtà locali, sono stati avviati numeri verdi diocesani e contatti telefonici diretti con anziani e altre persone sole. Comunque l’accesso in abitazione non è stato del tutto abbandonato. Ad alcune persone viene portata la spesa a casa; altre vengono raggiunte con visite veloci, naturalmente con tutte le precauzioni, per non spezzare fili di relazione imbastiti nel tempo. Così come, dove è stato possibile, si sono tenuti aperti punti di ascolto con accesso previo appuntamento. L’auspicio è che grazie anche a quel che è nato durante l’emergenza, resti e si rafforzi la “Chiesa in uscita” di cui tanto parla Papa Francesco, cioè che siamo noi ad andare verso le persone e che siamo capaci sempre più di attivare relazioni personalizzate, dove conta l’identità delle persone coinvolte e il processo di accompagnamento che si riesce ad avviare in forme differenziate.</p>



<p><strong>Sempre nello scorso anno sono più di un milione i beni e sevizi che avete erogato e 110 i micro progetti</strong> <strong>che avete messo in piedi in ambito economico e sociale, stanziando un importo di più di 500 mila euro. Riuscirete quest’anno, che sembra già essere partito in grande salita, a mantenere gli stessi numeri?</strong><br>Da quanto le Caritas sperimentano sul territorio si conferma purtroppo da nord a sud del Paese un incremento delle situazioni di povertà e di disagio economico quindi un aumento di famiglie che sperimentano difficoltà materiali legate alla totale o parziale assenza di reddito. Così come crescono i bisogni occupazionali riguardanti soprattutto chi, prima dell’emergenza, poteva contare su un impiego precario, stagionale o magari irregolare, o ancora i piccoli commercianti, i giostrai o i circensi costretti alla stanzialità, o chi era già in uno stato di disoccupazione. Accanto alle fragilità economiche, i dati evidenziano anche un accentuarsi delle problematiche familiari (in termini di conflittualità di coppia, violenza, conflittualità genitori-figli, difficoltà di accudimento dei bambini piccoli o altri familiari), dei bisogni legati alla salute, in modo particolare del disagio psicologico e psichico. Inoltre si registra un incremento di nuovi bisogni, come quelli legati a problemi di solitudine, relazionali, ansie, paure del futuro e disorientamento.<br>Se la pandemia in atto ci ha messo a dura prova, abbiamo però riscoperto la concretezza dei gesti per costruire insieme un orizzonte di nuove relazioni, sono stati rimodulati i servizi e ne sono stati avviati di nuovi. Per questo contiamo, moltiplicando gli sforzi, addirittura di aumentare i numeri dello scorso anno.</p>



<p><strong>La povertà non fa mai notizia, ma voi avete sempre operato silenziosamente prima e continuate a farlo ora che la povertà è diventata notiziabile raggiungendo anche quelle persone che a causa dell’emergenza Coronavirus hanno perso il lavoro diventando i “nuovi poveri”. Come giudica a riguardo le misure economiche prese dal governo per contrastare povertà economica e sociale?</strong><br>Caritas Italiana vive con grande preoccupazione l’inedita fase storica che il nostro Paese sta attraversando ed è consapevole che è necessario agire con rapidità e decisione. Questa responsabilità è di tutti e deve coinvolgere sia le scelte personali, sia le decisioni delle pubbliche Istituzioni. Solo mettendo in sicurezza il presente, infatti, sarà possibile costruire la fiducia necessaria ad affrontare il futuro. Ecco perché sostiene tutte le proposte operative per fronteggiare immediatamente la caduta di reddito delle famiglie – a partire da quelle più povere- dovuta alla crisi innescata dalla diffusione della pandemia Covid-19. Tra queste in modo particolare quella di un piano per una protezione sociale universale contro la crisi, elaborata dal Forum Disuguaglianze Diversità – di cui Caritas Italiana è parte &#8211; e dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Tre, in particolare, sono gli obiettivi da segnalare, che vanno nella direzione auspicata di uno sviluppo integrale in vista della costruzione del bene comune. Primo, mettere in campo un intervento straordinario per i poveri. Bisogna costruire subito una diga contro l’impoverimento e raggiungere rapidamente la popolazione colpita. Secondo, fornire una risposta all’intera società italiana, sostenendo ognuno in base alle sue differenti esigenze e valorizzando le sue risorse. La questione povertà va infatti affrontata considerando la nostra società nel suo insieme, attraverso interventi equi e sostenibili di promozione umana. Terzo, guardare al futuro. Una volta predisposto l’auspicato piano per questi primi mesi bisognerà subito cominciare a preparare gli interventi necessari alla fase successiva, anch’essa impegnativa, senza omettere la partecipazione e il coinvolgimento sussidiario di tutte le realtà del nostro Paese impegnate nella lotta alla povertà, incluso il Terzo Settore. Sarà questo un modo per dare ascolto al recente messaggio di Papa Francesco “mentre pensiamo alla lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, s’insinua un pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro”.</p>



<p><strong>Pensando appunto a chi è rimasto indietro, come state continuando a fare i servizi per le persone più in difficoltà e come organizzate i nuovi servizi per essere vicini alle persone a cui nessuno pensa: gli anziani soli in casa, le persone fragili, le famiglie con figli disabili? Chi si prende cura di loro?</strong><br>Come già accennato si registra in particolare l’attivazione di nuovi servizi legati all’ascolto e all’accompagnamento telefonico, la fornitura dei pasti in modalità da asporto o con consegne a domicilio di cui hanno beneficiato decine di migliaia di persone; il potenziamento di empori/market solidali, o ancora la fornitura di dispositivi di protezione individuale e igienizzanti; le iniziative a supporto della didattica a distanza (fornitura di tablet, pc), l&#8217;assistenza ai senza dimora (rimodulata per garantire gli standard di sicurezza), le mense, l’acquisto di farmaci e prodotti sanitari o i servizi di supporto psicologico. A questi interventi si aggiungono poi anche alcune esperienze inedite e preziose, che vanno al di là di una risposta al bisogno materiale, come ad esempio quella denominata #TiChiamoio, nata per offrire  vicinanza, seppur solo telefonica, alle persone accompagnate nei centri di ascolto, cercando così una modalità per condividere fragilità, preoccupazioni e restituire un po&#8217; di speranza; o il progetto &#8220;Message in a Bottle&#8221; ideato per far recapitare assieme, ai pasti da asporto,  messaggi e poesie da parte della cittadinanza. </p>



<p><strong>È ultra quarantennale il rapporto che avete con i giovani, da sempre impegnati nelle vostre attività attraverso il servizio civile. Come giudica questa forzata assenza che il momento ha portato? Per voi in quanto mancanza di aiuto e di raccordo con la comunità, soprattutto quella più anziana, ma anche per loro che socialmente si sentivano occupati ed impegnati in un progetto di bene comune?</strong><br>In realtà la vivacità di iniziative e opere realizzate è stata resa possibile grazie alla disponibilità di centinaia di migliaia di volontari e operatori che da nord a sud del Paese non hanno fatto mancare il loro impegno quotidiano, la loro prossimità e generosità verso i più poveri, anche durante questa pandemia. Il monitoraggio svolto tra le Caritas conferma che sono aumentati i volontari giovani, under 34, impegnati nelle attività e nei servizi, che hanno consentito di far fronte al calo degli over 65. Il Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale, nel periodo più grave della crisi ha sospeso tutti i progetti in Italia, come aveva già fatto nella zona rossa. Tuttavia, lo stesso Dipartimento ha permesso agli enti di proseguire quei progetti che avevano una particolare rilevanza sociale e utilità pubblica in questa emergenza. E così, ad esempio, molte Caritas diocesane e le Misericordie hanno continuato ad impiegare comunque i volontari in servizio civile per attività di emergenza e magari proprio per rimpiazzare quei volontari un po’ anziani che in quei giorni dovevano restare a casa per motivi precauzionali.</p>



<p><strong>Con un’epidemia mondiale in corso che sembra in alcuni paesi del mondo, soprattutto i più poveri, non</strong> <strong>arrestarsi, che fine faranno tutti i progetti di sviluppo che riguardano il fronte europeo e internazionale?</strong><br>Il 55% di persone nel mondo oggi vive senza alcuna tutela sociale, significa che hanno perduto i diritti umani fondamentali come quelli dell’accesso al cibo, alla salute, al lavoro dignitoso, e si ritrovano privi di ogni tipo di protezione e ancora più vulnerabili ed esposti alla pandemia. L’Africa purtroppo sembra riconfermare il proprio triste primato della disperazione, e presto, potrebbero aggiungersi l’India e alcuni paesi di Asia, America Latina, Medioriente e Europa dell’Est. Stiamo parlando di numeri di una vera catastrofe umanitaria. Più di un miliardo di persone che lottano per la sopravvivenza, un miliardo e seicentomila bambini e ragazzi hanno smesso di andare a scuola e molti non vi torneranno una volta che queste riapriranno. Per far fronte a questo la Cei ha stanziato 9 milioni di euro dai fondi dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica. Il Servizio per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo e la Caritas Italiana hanno così finanziato 541 progetti in 65 Paesi del mondo in ambito sanitario e nel settore formativo. Inoltre Caritas Italiana e FOCSIV stanno per lanciare una grande campagna con due obiettivi principali. Da un lato la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, con un intervento di carattere culturale e dall’altro la raccolta fondi per un grande progetto di solidarietà globale per sostenere gli interventi nelle varie aree del mondo delle Caritas e dei soci FOCSIV.</p>



<p><strong>E su quello dell’immigrazione e dei corridoi umanitari attraverso i quali ogni anno accogliete richiedenti asilo in piena sicurezza?</strong><br>Anche su questo fronte non ci fermiamo. In attesa che possano riprendere gli arrivi in sicurezza, proprio in questo periodo undici università italiane, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Caritas Italiana insieme ad 11 Caritas diocesane, Diaconia Valdese e Gandhi Charity hanno aderito ad un protocollo d’intesa che darà a 20 studenti rifugiati attualmente in Etiopia l’opportunità di proseguire il loro percorso accademico in Italia attraverso delle borse di studio. Il progetto University Corridors for Refugees (UNI-CO-RE) consiste nel rilascio di visti di ingresso per motivi di studio per studenti che siano titolari di protezione internazionale in Etiopia. In base al nuovo protocollo, gli atenei, anche attraverso il fondamentale sostegno di un’ampia rete di partner locali, assicureranno il supporto necessario agli studenti per frequentare un programma di laurea magistrale della durata di due anni e per integrarsi nella vita universitaria. Caritas Italiana insieme al partner Gandhi Charity, si impegna alla diffusione del bando in Etiopia, all’assistenza per le pratiche pre partenza, alla copertura dei costi vivi pre partenza e al pagamento del biglietto aereo, ma anche all&#8217;erogazione di un contributo economico in favore delle Caritas diocesane che hanno aderito all&#8217;iniziativa, per la gestione del progetto quando i beneficiari raggiungeranno l&#8217;Italia.</p>



<p><strong>È evidente che Caritas Italiana lascia segni concreti del proprio operato, lo dicono i numeri del rapporto “Caritas è Cultura” ma lo dice anche e soprattutto l’immagine e la considerazione che le persone e le comunità hanno di voi. Questi segni li ponete anche come esempio per l’avvenire, ma come fare in modo che gli altri li seguano e ne facciano un modello?</strong><br>Una carità che vuole esprimere, plasmare e veicolare una buona cultura lo può fare solo se produce cambiamento. Nella consapevolezza che, oggi più di ieri, la cultura, le culture, sono mutevoli, porose, permeabili, cambiano dinamicamente e velocemente, in Italia e in Europa, all’interno di un contesto globale che le condiziona e le trasforma in continuazione. Ecco che anche la nostra testimonianza della carità non può che essere dinamica, innovativa, attenta ai cambiamenti culturali, ai nuovi fenomeni. Occorre tra l’altro sottolineare il rischio di una cultura della carità che si riduca unicamente ad esercitazione accademica, tanto più evidente là dove la Parola di Dio non riesce a tradursi in vita concreta nelle relazioni quotidiane e nella misura in cui non avviene la tessitura o il semplice collegamento tra fede e vita, il Vangelo non riesce neanche ad assumere le caratteristiche di cultura accademica; esso finisce per diventare come quella semente caduta sui sassi, di cui nella parabola evangelica. Da qui l’esigenza invece di una carità interna, concreta, politica, ecologica, europea, educativa. Tutto questo per noi oggi potrebbe quasi tradursi in una sorta di mandato ad essere artisti di carità, attingendo dalla cultura cristiana del servizio, partendo dal cambiamento di sé per giungere ad un cambiamento della società.</p>



<p><strong>Sono tantissimi gli episodi che in questo periodo hanno dato prova di fratellanza tra le persone e solidarietà verso la società. Ci sono stati e continuano ad esserci però anche episodi che dimostrano la perdita di senso civico e quella di appartenenza alla comunità. Mi riferisco alle risse nei supermercati, alle forze dell’ordine aggredite o alla più generica diffidenza che c’è nel vicino, nel fratello che potrebbe essere un potenziale pericolo di trasmissione del virus. Pensa che questa situazione stia aumentando l’egoismo sociale allentando così l’appartenenza alla comunità? Come riconciliarsi ad una comunità disorientata e ora a volte diffidente?</strong><br>Questa emergenza ci deve far sentire tutti uniti e solidali. Sta emergendo il volto bello dell’Italia che non si arrende. Come comunità ecclesiali siamo chiamati a pensare nuove forme di carità e, come ci ha ricordato papa Francesco nell’Angelus di domenica 15 marzo, a “riscoprire e approfondire il valore della comunione che unisce tutti i membri della Chiesa”. Certo, il rischio dell’egoismo sociale è sempre in agguato. Come ha sottolineato papa Francesco, in questa &#8220;lenta e faticosa ripresa dalla pandemia si insinua&#8221; un pericolo: &#8220;dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell&#8217;egoismo indifferente&#8221;.  Secondo il Papa nella ripresa post-emergenza c’è il rischio di arrivare &#8220;a selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull&#8217;altare del progresso. Questa pandemia ci ricorda che non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l&#8217;ingiustizia che mina alla radice la salute dell&#8217;intera umanità”.  Quello per cui dobbiamo impegnarci è dunque di cogliere questa prova come un&#8217;opportunità per preparare il domani di tutti, senza scartare nessuno. Perché senza una visione d&#8217;insieme non ci sarà futuro per nessuno. </p>



<p><strong>Crede che le tematiche al centro dell’Enciclica del Santo Padre Laudato si’: il rispetto verso la natura, l’equità verso i poveri, l’impegno comune nella società, la gioia di vivere e la pace interiore risultino tangibili all’interno del periodo socio politico che il nostro paese sta attraversando?</strong><br>Questa lettera enciclica, nella tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa, fissa un nuovo paradigma per lo sviluppo umano integrale, dove sono riconosciuti i diritti di ogni persona umana nel pianeta che è la nostra casa comune. La ricorrenza cade in piena emergenza da pandemia per la diffusione del COVID-19, fonte di terribili sofferenze, che hanno avuto ripercussione in misura maggiore soprattutto sulle persone più fragili e vulnerabili. La pandemia è una situazione imprevista, eppure non imprevedibile. La probabilità che si ripresenti aumenta in ragione della pressione esercitata dal genere umano sull’ambiente. È necessario pertanto riconoscere cosa sta cambiando nella nostra vita con riferimento alle modalità di lavoro, all’uso della tecnologia, ai modelli di sviluppo economico, alla politica, alla società, allo spazio globale. È necessario riprendere il cammino. A partire dalla nostra responsabilità di lasciarci toccare da quanto avviene, e di non essere spettatori del cambiamento. La Laudato si’ ci indica la prospettiva di un mondo in grado di assicurare una vita dignitosa a tutti i suoi abitanti e alle generazioni future. Scritta ben prima della pandemia, la Laudato si’ dice parole profetiche sul rischio delle eccessive diseguaglianze, sulla necessità di stabilire una nuova alleanza tra umanità e natura, sull’urgenza di riformare profondamente i principi alla base di una economia e una società che sembrano avere l’esclusione e lo scarto come conseguenza necessaria.<br> <br><strong>Papa Francesco è un Papa innovatore, al centro delle sue attenzioni oltre alle tematiche verso le quali la Chiesa è da sempre impegnata (la famiglia, il lavoro, la politica, le dottrine sociali) ha posto una nuova tematica: l’economia. Lo ha dimostrato convocando un evento globale “’The economy of Francesco” in cui saranno chiamati a raccolta migliaia di giovani studiosi e operatori dell’economa per condividere sinergie e creare un nuovo modello economico che metta al centro la dignità della persona umana. Qual è il ruolo della Caritas italiana nella costruzione concreta della &#8220;Economia di Francesco”?</strong><br>Abbiamo ora di fronte una tripla emergenza: riavviare le attività di produzione, ma farlo in un contesto di sostenibilità e senza lasciare indietro nessuno in termini di partecipazione positiva al cambiamento stesso. Il cambiamento sostenibile non è il passaggio da una tecnocrazia a un’altra, ma la maturazione di una coscienza che appartiene a ogni donna e ogni uomo. Ecco, è su questo che dobbiamo impegnarci. Rispetto a una prospettiva di “crescita a ogni costo” occorre ricordare ancora il rischio che essa non vada affatto a beneficio di chi ne ha maggiormente bisogno. La storia degli ultimi quarant’anni racconta infatti che la maggior parte dei benefici della crescita economica tendono a finire agli strati più ricchi della società; ciò non vuole dire, come è ovvio, che non occorra far ripartire la produzione, ma che questo da solo rischia di non aiutare i più poveri.<br>È interessante anche notare quale tipo di produzione sia stata considerata prioritaria, quando nelle prime fasi del lockdown, tra i grandi gruppi industriali cui veniva riconosciuta la possibilità di continuare le proprie attività, vi erano quelli impegnati nella produzione di armamenti! C’è quindi da lavorare, tutti insieme, per mantenere una prospettiva di transizione ecologica dell’economia, favorendo ad esempio quelle iniziative di microimpresa maggiormente legate alla terra e ai suoi frutti e, più in generale, rilanciando l’attività economica, soprattutto a partire da attività incentrate sulla produzione di beni e servizi essenziali, sulla formazione e ricerca, e su attività che abbiano il maggiore potenziale di coinvolgere le fasce più vulnerabili della società, in una prospettiva che non torni indietro rispetto alla consapevolezza dei limiti della biosfera. Questo richiede, ora ancora più di prima, il coraggio di ripensare radicalmente le forme dell’economia e i suoi obiettivi, e probabilmente il concetto stesso di sviluppo, per renderlo più aderente alle esigenze delle donne e gli uomini che abitano e abiteranno la nostra casa comune.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/07/01/provinciali-don-francesco-soddu-caritas/">don Francesco Soddu: con la Caritas siamo noi ad andare verso le persone, come chiede Papa Francesco</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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