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	<title>Casa Bianca Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Casa Bianca Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2022 15:06:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale. Putin sta, insomma, dall’altra parte della barricata e converrebbe tenerlo presente. Converrebbe anche alla Lega. Ma, dicevamo, bisogna farsene una ragione. E come scrive la redazione del Washington Post, “gli italiani dovrebbero pensarci due volte prima di fare un regalo del genere a Putin.</p>
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<p>Che abbiano preso i soldi dalla Russia o che l’abbiano fatto “gratuitamente”, senza compenso; che, insomma, se lo siano scelto per professione o l’abbiano fatto per passione, é da un pezzo che i nazionalisti e i populisti conservatori, sia negli Stati Uniti che in Europa, stanno con Putin. Perché? Perché vedono in Putin un potenziale alleato, in quanto hanno gli stessi obiettivi politici e le loro priorità internazionali sono le stesse: la difesa dei valori tradizionali, il nazionalismo, l’opposizione all’islam e puntano a smantellare l’integrazione economica globale, indebolire l’Europa e combattere la secolarizzazione delle società occidentali.</p>



<p>Anche i consiglieri di alto livello di Trump come Stephen Bannon, il chief strategist della Casa Bianca, e il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, hanno espresso (ricordate?) punti di vista molto simili. I populisti conservatori come Marine Le Pen o Matteo Salvini guardano all’avversione di Putin nei confronti delle istituzioni globali come a un modello da imitare per ritornare alla “sovranità nazionale” in opposizione alla cooperazione multilaterale e all’integrazione. E Putin da tempo (in particolare dopo il suo ritorno alla presidenza russa nel 2012) si é posizionato come un baluardo dei valori conservatori, specialmente in opposizione ai diritti degli omosessuali e come alternativa, in linea con i precetti religiosi, ai paesi occidentali che, come si affanna a ripetere, “stanno negando i principi morali e tutte le identità tradizionali: nazionale, culturale, religiosa e perfino sessuale”.</p>



<p>Che sia proprio Putin ad impartire lezioni al mondo sui “principi morali” è piuttosto irritante, eppure è un atteggiamento che suscita l’ammirazione non solo dei populisti di destra in Europa ma anche di quegli attivisti americani che la pensano allo stesso modo, come Patrick J. Buchanan, la cui candidatura per la nomination repubblicana ha anticipato molti dei temi isolazionisti di Trump.</p>



<p>Fatalmente, anche la destra italiana, priva di un forte partito liberal‑democratico, non è “estranea” a questa “relazione pericolosa”. Che Silvio Berlusconi e Vladimir Putin si piacciano molto è evidente da un ventennio. Prima della conversione atlantica, anche Giorgia Meloni, ha avuto delle sbandate putiniane non inferiori a quelle di Salvini (“Putin difende i valori europei e l’identità cristiana”, ha scritto nel suo libro “Io sono Giorgia”).</p>



<p>Del resto, come abbiamo visto, non è bastato certo l’ingresso della Lega nel governo Draghi per traghettare Salvini da Perón a Pera, per dargli, cioè, quella credibilità e quell’affidabilità che ancora non ha. Anzi la caduta del governo di unità nazionale di Draghi ci ha restituito il Carroccio dell’invettiva anti-europea e della protesta contro l’immigrazione, cancellando ogni sforzo dell’area governista del partito, quella incarnata da Giancarlo Giorgetti e dai governatori del Nord, di archiviare il populismo salviniano e la fase antisistema.</p>



<p>C’era chi credeva davvero che Salvini avrebbe anteposto gli interessi degli imprenditori del Nord al mero calcolo elettorale ed erano in molti ad aspettarsi che Giancarlo Giorgetti e Massimo Fedriga avrebbero finalmente capeggiato la rivolta e spaccato il partito pur di salvare il governo. Ma da tempo la Lega ha scelto di posizionarsi nell’area dell’estrema destra, passando dal federalismo al sovranismo, e bisogna farsene una ragione.</p>



<p>L’abbiamo detto molte volte: se la Lega di Matteo Salvini, che ha strappato a Silvio Berlusconi la leadership della destra e che adesso deve vedersela con la Meloni, dovesse proseguire la marcia di avvicinamento al Ppe, potrebbe diventare il perno di un centrodestra moderato, pienamente legittimato come coalizione di governo. Ma la Lega resiste a questa prospettiva proprio perché il suo appeal si è diffuso più a sud, via via che Salvini, messa la sordina ai temi “nordisti” delle origini, ha puntato (emulando altri nazional‑populisti) sulle questioni “culturali”, enfatizzando cioè la minaccia che viene dall’islam e che molti collegano alla crisi dei rifugiati. Per questo, come molti nazionalisti e populisti conservatori, sia negli Stati Uniti sia in Europa, la Lega considera Putin un potenziale alleato.</p>



<p>Ma Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale. “Un viaggiatore nel tempo proveniente dagli anni Trenta non avrebbe nessuna difficoltà ad identificare il regime di Putin come fascista”, ha scritto Timothy Snyder sul New York Times. Putin sta, insomma, dall’altra parte della barricata e converrebbe tenerlo presente. Converrebbe anche alla Lega. Ma, dicevamo, bisogna farsene una ragione. E come scrive la redazione del Washington Post, “gli italiani dovrebbero pensarci due volte prima di fare un regalo del genere a Putin (<a href="https://www.washingtonpost.com/…/europe-elections-right" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.washingtonpost.com/…/europe-elections-right</a>).</p>
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		<title>Se si vuole governare, si governa dal centro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2022 17:59:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” - come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda - bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big tent, c’è la vecchia sinistra di sempre. E che ciascuno vada per la propria strada è inevitabile.</p>
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<p>Prima di lasciarvi all’inedito inizio del campionato, alle gite, alle grigliate e ai pranzi in compagnia di questo strano Ferragosto elettorale, vi dico la mia sulla rottura di Calenda con il Pd e sull’intesa Calenda-Renzi.</p>



<p>Per noi che avevamo promosso l’appello per una nuova alleanza riformista e liberal democratica (ed avevamo organizzato addirittura una “maratona riformista” per spiegarne le ragioni: <a href="https://www.linkiesta.it/…/la-maratona-riformista-per…/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.linkiesta.it/…/la-maratona-riformista-per…/</a>) la nascita di un Terzo polo con queste caratteristiche è una buona notizia.</p>



<p>In Parlamento sarà rappresentata “una componente liberal riformista ed europeista capace, si vedrà in che misura, di condizionare scelte e inclinazioni politiche in un paese – il nostro – che ha sempre fatto scarso uso di idee liberali e nel quale nuove forme di corporativismo autarchico e di massimalismo socialisteggiante attraversano sia il centrodestra sia il centrosinistra” (<a href="https://www.ilfoglio.it/…/nasce-il-terzo-polo-ed-e-una…/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilfoglio.it/…/nasce-il-terzo-polo-ed-e-una…/</a>). Il che di questi tempi non è poco.</p>



<p>Naturalmente, c’è da augurarsi che non si tratti soltanto di un’alleanza elettorale o di una tregua temporanea tra Matteo Renzi e Carlo Calenda in mancanza di alternative, ma che al contrario sia “il primo passo verso la costruzione di un partito liberlademocratico europeo e atlantico in grado di offrire un’alternativa di governo alla confusione programmatica del Pd e al neo, ex, post fascismo di Fratelli d’Italia e Lega” (<a href="https://www.linkiesta.it/…/draghi-elezioni-bipopulismo…/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.linkiesta.it/…/draghi-elezioni-bipopulismo…/</a>). E ora tocca proprio a Renzi e Calenda dimostrare di saper costruire, a partire da questa alleanza, “qualcosa di nuovo, non solo tattico”.</p>



<p>A ben guardare, quello che è stato subito bollato come il “tradimento di Calenda” era nelle cose. Lo dico terra-terra: il Partito democratico non può diventare una sinistra moderna perché la sua gestione non è davvero contendibile, la minoranza liberal-democratica può avere solo un ruolo ancillare, di condizionamento, ma non può guidarlo. Questo è il problema. E prima o poi bisognerà farsene una ragione.</p>



<p>Lo ha spiegato meglio di me Michele Salvati sul Corriere della Sera (<a href="https://www.corriere.it/…/qual-vera-anima-pdil-caso" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.corriere.it/…/qual-vera-anima-pdil-caso</a>). Secondo Salvati quel che è avvenuto è appunto “un altro segnale di un antico difetto di costruzione del Pd”, che “non è riuscito a creare un senso di comunità, di appartenenza e di identità forte quanto è necessario a consentire la convivenza di inevitabili differenza di opinione. Non è riuscito a creare una identità nuova, di sinistra liberale, e dunque diversa da quella delle forze politiche che confluirono nella formazione del partito: questo era l’auspicio con quale in tanti accompagnammo l’iniziativa di Veltroni” (c’ero e posso confermarlo). </p>



<p>E non c’è riuscito perché le forze contrarie ad un indirizzo di sinistra liberale “sono così ingranate negli equilibri interni del Pd” che prendere quella strada, procedere cioè in direzione di una sinistra liberale, non è possibile. Calenda, sottolinea Salvati, chiedeva infatti molto di più di “un accordo tecnico”: aveva in mente una “alleanza politica” e dunque “scelte che non smentissero in maniera plateale la credibilità di una coalizione politica”. Ma, come il coraggio, una identità di sinistra liberale, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.</p>



<p>Messe così le cose, Calenda non poteva che imitare Guido Cavalcanti e, con un salto, andarsene. Mi è tornato infatti in mente il salto del poeta Cavalcanti, protagonista di un episodio del Decameron di Boccaccio. Per Italo Calvino, che sceglie l’agile salto improvviso del poeta-filosofo come “un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio”, nulla illustra meglio la sua idea che una necessaria leggerezza deve sapersi iscrivere nella vita e nella letteratura: “Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: &#8211; Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace – ;e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò”.</p>



<p>Ma vengo ad un esempio dei nostri giorni. Per l’ala più radicale dei democratici americani, il senatore Joe Manchin del West Virginia è un rinnegato, la quinta colonna dei repubblicani, un mostro anti-ambiente al soldo delle compagnie di carbone, petrolio e gas. Insomma, peggio di Calenda e di Renzi messi insieme.</p>



<p>Si sa che al Senato i democratici e i repubblicani controllano 50 seggi a testa. Certo, la maggioranza ce l’hanno i democratici perché in caso di pareggio può votare anche la vicepresidente Kamala Harris. Ma serve il voto di tutti i senatori del partito, compreso Manchin.</p>



<p>Joe Manchin ha 74 anni, è in carica dal 2010 ed è considerato il più conservatore fra i senatori democratici. Da anni insiste sul fatto che le principali riforme devono essere concordate fra i membri di entrambi i partiti. Ma non è così facile. Gli analisti sottolineano da tempo la “polarizzazione” della politica americana e i due partiti incarnano ormai uno scontro aspro e inconciliabile fra due visioni del mondo incompatibili, che mette in discussione le normali regole democratiche. Lo stesso Trump è solo il sintomo più evidente della frattura profonda che attraversa il paese, che si è ampliata fino a diventare una minaccia per la stabilità democratica che generazioni di americani avevano dato per scontata.</p>



<p>Eppure, come ha sottolineato nei giorni scorsi Fareed Zakaria (<a href="https://edition.cnn.com/…/exp-gps-0731-fareeds-take" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://edition.cnn.com/…/exp-gps-0731-fareeds-take</a>), sembra proprio che, in barba ai media e sfidando l’incredulità degli esperti, Joe Biden stia riuscendo nell’impresa di “governare dal centro”, come aveva promesso in campagna elettorale (e a dire il vero fin dalla competizione tra l’ala “moderata” e quella di “sinistra”, che ha caratterizzato le primarie democratiche e ha segnato la fine, in questa stagione, del tentativo del leader radicale Bernie Sanders di spostare l’asse del partito a sinistra, su posizioni che anche in passato non hanno mai portato alla Casa bianca il partito dell’asinello).</p>



<p>Le prove si stanno accumulando. Il compromesso raggiunto al Senato tra il leader della maggioranza Charles E. Schumer e Joe Manchin è passato (con il sostegno dell’altra pecora nera della famiglia, la senatrice Kyrsten Sinema, fermamente posizionata nell&#8217;ala più a destra del partito) ed ora attende il via libera della Camera controllata dai democratici. Si tratta del più grande investimento federale in energia pulita mai realizzato negli Stati Uniti e, allo stesso tempo, del più grande pacchetto di riduzione del disavanzo in un decennio (secondo il Congressional Budget Office ridurrà di deficit di oltre 300 miliardi di dollari in una decina d’anni). </p>



<p>L&#8217;accordo si aggiunge al Chips and Science Act, che prevede enormi investimenti nella ricerca di base e nelle tecnologie essenziali (e un investimento senza precedenti per aumentare la produzione di semiconduttori e affrontare le vulnerabilità della catena di approvvigionamento); al primo intervento legislativo bipartisan sul controllo delle armi e al progetto di legge sulle infrastrutture da trilioni di dollari: una delle (mancate) promesse elettorali di Donald Trump.</p>



<p>Non per caso, J. Bradford DeLong, su Project Syndicate, ha parlato di una “estate dell’amore”, sul piano legislativo, per Biden: “Presi insieme questi provvedimenti sono più che sufficienti per capovolgere la narrazione relativa ai primi due anni in carica di Biden. Improvvisamente, i risultati legislativi dell&#8217;amministrazione sono passati da &#8216;deludenti&#8217; a ‘oltre ogni aspettativa’”.</p>



<p>Insomma, Biden sta dimostrando che si può “governare dal centro”. Non come prima, ovviamente. Zakaria ricorda che quando, negli anni &#8217;80 e ’90, il Congresso discuteva grandi progetti di legge bipartisan sulla Social Security, per riformare le tasse, aiutare gli americani con disabilità o ridurre l&#8217;inquinamento atmosferico, gli autori dei progetti di legge venivano acclamati dai media e all&#8217;interno dei loro stessi partiti. Oggi invece non si fa che ripetere che non bisogna scendere a compromessi; e resistere al “nemico” permette di raccogliere più fondi e guadagnare il sostengo degli elementi più radicali del proprio schieramento.</p>



<p>Infatti, nei primi anni del 2000 un grande sforzo bipartisan per affrontare la riforma dell’immigrazione si è arenato sotto i colpi degli estremisti di entrambe le parti. Il Dream Act, racconta il giornalista americano, era sostenuto da due senatori lontani ideologicamente, che tuttavia erano anche buoni amici: il democratico Edward Kennedy e il repubblicano Orrin G. Hatch. Erano tra i membri più anziani del Senato e incarnavano un vecchio modo di fare politica non più in sintonia con i tempi. La rivoluzione di Gingrich degli anni &#8217;90 ha infatti cambiato il Partito repubblicano e la stessa Washington. E da allora il compromesso è considerato un tradimento.</p>



<p>Cercando di far rivivere quel vecchio modo di far politica e di governare, Biden sta andando controcorrente. Ma sorprendentemente, a piccoli (significativi) passi, sembra riuscirci. Il che rappresenterebbe davvero una rivoluzione in grado di cambiare la struttura degli incentivi e ridurre la tossicità a Washington.</p>



<p>Per i democratici americani c’è, inoltre, un reale spazio di crescita. Perché sono in una posizione migliore dei repubblicani per diventare un grande tent party. Come ha dimostrato uno studio di Brookings, nel 2020 “la vittoria di Biden è arrivata dai sobborghi” e quegli elettori sono verosimilmente più moderati e centristi rispetto alla base democratica. Gli elettori suburbani sembrano essere sempre più distanti dalle posizioni repubblicane su questioni come l&#8217;aborto e le armi. E sull’onda del ribaltamento della storica sentenza Roe v. Wade da parte della Corte Suprema, i sondaggi in vista delle elezioni di medio termine che prima favorivano i repubblicani sembrano ora indicare un pareggio.</p>



<p>Ma (e veniamo al punto che riguarda anche noi) essere un grande tent party, un partito pigliatutto, è difficile. Significa avere a che fare anche con persone con cui sei profondamente in disaccordo. Ma, spiega Zakaria, in un paese grande e diversificato con oltre 330 milioni di persone, è l&#8217;unico modo per governare. Alcuni dei più grandi successi dei democratici si sono concretizzati con quello spirito. Franklin D. Roosevelt ha rinviato l’intervento sui diritti civili per poter approvare il New Deal. Lyndon B. Johnson ha arruolato il sud segregazionista per sostenere gran parte della sua legislazione sulla Great Society. Bill Clinton dovette governare principalmente con un Congresso controllato dai repubblicani. E anche quando Barack Obama aveva la maggioranza al Congresso, ha scelto di dare la priorità all&#8217;assistenza sanitaria universale rispetto a molte altre importanti questioni sociali, incluso il matrimonio tra persone dello stesso sesso. A volte, inoltre, il compromesso può portare a risultati migliori. Ad esempio, spiega il columnist, il disegno di legge sull&#8217;immigrazione era un progetto migliore di quello che entrambe le parti avrebbero approvato in modo autonomo perché teneva conto delle preoccupazioni legittime e delle argomentazioni valide di entrambe le parti.</p>



<p>Senza contare che alcuni degli argomenti di Manchin erano fondati: “Sul clima, il suo punto di vista secondo cui non dovremmo porre fine definitivamente all’uso dei combustibili fossili prima di avere abbastanza tecnologie verdi su larga scala per sostituirli può darsi sia un atteggiamento interessato del senatore del West Virginia, ma è anche una lettura accurata di dove ci troviamo oggi”.</p>



<p>Oltretutto, è la sua risolutezza che dovrebbe sorprendere. Non sarebbe male tenere a mente infatti che Manchin rappresenta uno Stato che Trump, nel 2020, ha vinto con circa 40 punti di distacco. Bisogna pensare a Manchin come a una cartina di tornasole, dice Zakaria. Se i democratici sono in grado di tenere Manchin con loro, per definizione stanno costruendo un grande tent party, che potrebbe comprendere la maggioranza degli americani.</p>



<p>Del resto, anche il Pd di casa nostra nasce (ricordate?) sul presupposto che il centrosinistra, anziché limitarsi unicamente ad allargare l’alleanza mettendo insieme sigle e partiti, doveva puntare a conquistare nuovi elettori ed ampliare l’area del radicamento, scommettendo sul fatto che le propensioni degli elettori potevano mutare. Ma siamo sempre lì: per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. E oggi quel che occorre non è il ritorno alle antiche certezze, ma il dichiarato superamento di vecchi atteggiamenti e vecchie posizioni.</p>



<p>Se i democratici di casa nostra non sono in grado di tenere con loro neppure Calenda e Renzi, come possono costruire una big tent aperta alla maggioranza degli italiani? Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” &#8211; come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda &#8211; bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big tent, c’è la vecchia sinistra di sempre. E che ciascuno vada per la propria strada è inevitabile.<br>Buon Ferragosto!</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/08/14/maran-se-si-vuole-governare-si-governa-dal-centro/">Se si vuole governare, si governa dal centro</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Marzio Breda e Davide Giacalone: il prossimo presidente dovrà aiutare il Parlamento a fare le riforme senza imporle dall&#8217;alto</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/01/20/raco-breda-giacalone-prossimo-presidente-dovra-aiutare-parlamento-a-fare-riforme-senza-imporle/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jan 2022 13:31:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Marzio Breda, il principe dei quirinalisti italiani, è in libreria con “Capi senza Stato”, edito da Marsilio. Davide Giacalone, direttore de “La Ragione” ha pubblicato “Su al Colle”, edito da La Ragione. Breda, i Presidenti di quella che definisci la grande crisi italiana li fai iniziare con l&#8217;elezione al Quirinale di Cossiga. Perché?Perché è Cossiga a profetizzare la grande crisi italiana. È il 1990, la prima parte del suo mandato&#8230;</p>
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<p><strong>Marzio Breda, il principe dei quirinalisti italiani, è in libreria con “Capi senza Stato”, edito da Marsilio. Davide Giacalone, direttore de “La Ragione” ha pubblicato “Su al Colle”, edito da La Ragione. Breda, i Presidenti di quella che definisci la grande crisi italiana li fai iniziare con l&#8217;elezione al Quirinale di Cossiga. Perché?</strong><br>Perché è Cossiga a profetizzare la grande crisi italiana. È il 1990, la prima parte del suo mandato Cossiga l&#8217;aveva trascorsa in modo molto silenzioso, per nulla interventista. Il quadro politico del resto era stabile. Se non che, con il crollo del Muro di Berlino, parliamo della fine dell&#8217;89, Cossiga sente il bisogno di avvertire i capi di partito italiani che il muro è crollato anche addosso a noi; che il sistema sta per crollare; che non regge più nulla; che bisogna fare una vasta e profonda riforma costituzionale. Questa cosa della riforma costituzionale va sottolineata perché Cossiga la riassunse in un lungo messaggio alle Camere di 93 pagine, nella stesura del quale fu un po’ aiutato da Giuliano Amato e Mino Martinazzoli. Quindi non da due eversori, come si direbbe oggi.</p>



<p><strong>Come fu accolto quel messaggio?</strong><br>Malissimo. Il Presidente del Consiglio in carica, per la sesta volta, era Andreotti. Il messaggio fu archiviato come una pratica inutile, anzi pericolosa. Questa cosa, insieme al fatto che Cossiga aveva scoperto che c&#8217;era un complotto per scacciarlo in anticipo &#8211; complotto guidato da alcuni del suo stesso partito &#8211; fecero scatenare la sua vendetta.</p>



<p><strong>Le famose picconate.</strong><br>Sì, le famose picconate, che non servivano solo per consumare una vendetta personale verso alcuni avversari, ma erano anche un modo per aprire un dialogo diretto con il popolo. Ma la faccenda fu molto traumatica non solo per la politica ovviamente, ma anche per l&#8217;opinione pubblica diffusa. Fu un vizio d&#8217;origine che Cossiga pagò caro.</p>



<p><strong>In che senso?</strong><br>Nel senso che, anche dopo che lasciò il Quirinale, fu un grande “rimosso” della politica italiana. Però bisogna dire che con lui si inaugura una stagione diversa, che è quella dei Presidenti interventisti, dei Presidenti esternatori, dei Presidenti viaggiatori, dei Presidenti che non hanno problemi a mettersi contro.</p>



<p><strong>Anche contro gli altri poteri dello Stato?</strong><br>Con i successori Cossiga si sono si sono avute fasi di difficoltà nei rapporti con gli altri poteri dello Stato. Abbiamo avuto Capi dello Stato che avevano contro il Governo, per esempio Scalfaro con Berlusconi, ma anche Ciampi. Magari, in certe fasi, anche il Parlamento. In altri casi erano loro stessi contro il Governo, suoi antagonisti diciamo. Oppure anche contro la Magistratura: Cossiga lo fu in maniera molto esplicita, da capo del CSM. Bisognerebbe ricordare che, siccome il CSM non seguiva le sue indicazioni, lui era arrivato al punto di far circondare Palazzo dei Marescialli qui a Roma da un battaglione dei Carabinieri. Insomma, Cossiga era un po’ così.</p>



<p><strong>Cosa ti ha colpito di più nel seguire i vari Presidenti?</strong><br>La cosa che a me ha colpito molto è stata che ognuno, quando veniva investito del ruolo, saliva al Quirinale con una specie di promessa di impegno a fare dei passi indietro, a ritornare in una cifra interpretativa della Costituzione piuttosto sommessa, silenziosa, poco interventista. Tuttavia, siccome nel frattempo è crollato il sistema dei partiti &#8211; nel ’93 c&#8217;è stata la tabula rasa dei partiti &#8211; c&#8217;era una questione morale enorme che esplodeva. Con tangentopoli, sebbene a fasi alterne, c’è stata anche una gravissima crisi economica: bisogna ricordare che nel ‘93 le banche non acquistavano più alle aste i titoli di stato. Insomma, c’è stata una vera crisi sociale e culturale della politica. Di conseguenza tutti i Presidenti si sono più o meno sentiti necessitati ed obbligati a espandere il loro ruolo, rifacendosi al precedente di Cossiga, e anche utilizzando quella famosa e ormai abusata espressione “allargare la fisarmonica dei poteri”.</p>



<p><strong>Parliamo di questi poteri a fisarmonica.</strong><br>E’ una definizione di Giuliano Amato, secondo la quale i poteri del Quirinale così come sono descritti nella Costituzione sono vaghi, incerti, interpretabili. Quindi, interpretando ed allargando questa fisarmonica dei poteri, a volte si è arrivati ad allargarla fino al limite estremo.</p>



<p><strong>Ad esempio, quando?</strong><br>Cito Napolitano, perché è relativamente recente. Napolitano che insedia Mario Monti al Governo. È un Governo del Presidente, è un Governo calato dall&#8217;alto, dove anche la scelta dei Ministri e la stesura stessa del programma è stata concepita in Quirinale. Per dare un&#8217;idea di come il ruolo del Presidente era diventato un ruolo da Presidente governante, bisogna ricordare che Napolitano insediò due Commissioni di Saggi presso il Quirinale: una commissione aveva il compito di stendere un elenco delle riforme da farsi, l’altra, invece, un impegno a fissare il programma di Governo. Già questo era un atto di forza molto, ma molto singolare, molto ai limiti.</p>



<p><strong>Altri esempi?</strong><br>Si potrebbe citare, procedendo a ritroso, la controversa fine del Governo Berlusconi con la nascita del Governo Dini. Ma anche arrivando, oggi, a Draghi. Il più delle volte i Presidenti hanno motivato certi loro scatti in avanti con il fatto che il Paese aveva bisogno di stabilità e che non si poteva, per esempio, interrompere anzitempo la legislatura. Ovviamente, se penso a quando viene insediato Mario Monti non posso non ricordare che ci si trovava davanti a un quadro drammatico: l&#8217;Italia rischiava il default e rischiavamo di essere commissariati dalla Troika. Quindi quel Governo fu necessario, anche perché, altrimenti, saremmo andati incontro a tre o quattro mesi di stallo e di vuoto politico, fra lo scioglimento delle Camere, la campagna elettorale e il varo di un nuovo Governo. Non potevamo permettercelo.</p>



<p><strong>Giacalone, questo potere a fisarmonica del Capo dello Stato è un po’ anche la cifra della nostra Costituzione. Infatti, molto spesso si parla di una Costituzione formale e di una Costituzione materiale.</strong><br>Non per pignoleria, ma perché ha un significato, ricordo che quella definizione non relativa alla fisarmonica ma all&#8217;elastico è di Piero Calamandrei e non di Giuliano Amato, oggi giudice costituzionale. Che quei poteri lì fossero in qualche modo estendibili era chiaro ai Costituenti. Piero Calamandrei era un Costituente. Non bisogna confondere quello che dal Quirinale in espansione copriva la debolezza della politica &#8211; e quindi vedere quali sono state le risposte della politica &#8211; con invece altre forme di estensione del proprio potere. Ad esempio Cossiga, ricordato da Breda, mosse un fermo alla magistratura che stava allargando i suoi poteri, perché quello non era più l&#8217;elasticità dei poteri, ma era una deviazione, era un deragliare dai binari costituzionali. Però l’elasticità si mostrò fin dall&#8217;inizio, basti pensare al caso del Presidente Gronchi.</p>



<p><strong>Parliamone</strong><br>A un certo punto Gronchi pensò di essere l&#8217;interprete della politica estera italiana, pensò di poter interloquire direttamente con la Casa Bianca, tant&#8217;è che il Governo dovette intervenire dicendo: “Scusi Presidente, ma che sta facendo? Si fermi”. Considerato che ogni atto del Presidente, a causa della sua irresponsabilità prevista dalla Costituzione deve essere controfirmato da un esponente del Governo, gli negarono le controfirme. Però, appunto, Gronchi fu fermato dal Governo, perché il Governo aveva una sua forza, la politica aveva una sua realtà. Lui era diventato Presidente contro la maggioranza di Governo, aveva una maggioranza creata da Enrico Mattei. Lui aveva votato contro il Patto Atlantico. Aveva una maggioranza di cui facevano parte i comunisti. Ma anche il Governo aveva, a sua volta, una sua maggioranza solida e, quindi, seppe contrapporsi.</p>



<p><strong>E qual è la differenza con gli anni più recenti?</strong><br>Non sempre è successa la stessa cosa in anni a noi più vicini, ma non tanto per il fatto che il Presidente si allargasse troppo, ma perché la politica si rattrappiva. Poi ognuno la mette come vuole, ma era il rattrappimento della politica che portava a questo espandersi. Invece, per quanto riguarda Cossiga, egli ha avuto il merito, purtroppo non coronato da successo, di aver avvertito il momento in cui questo stava succedendo. La cosa curiosa è che lui stesso non dormiva granché la notte, seguiva la radio con il CB e si accorse che stava crollando il Muro di Berlino: chiamò il Ministero degli Esteri e non c&#8217;era nessuno, era notte, dormivano. Chiamò Palazzo Chigi; chiamò il nostro ambasciatore in Germania. Quando vide questa cosa, Cossiga capì che era finito un mondo.</p>



<p><strong>Mentre, il resto della classe politica non lo capì così presto.</strong><br>Questa è la vera colpa della classe dirigente della Prima Repubblica. Tangentopoli viene molto dopo. La vera colpa della classe dirigente della Prima Repubblica è non avere capito questo. Al Quirinale, in quel caso, c&#8217;era chi aveva visto giusto. Aveva cominciato il settennato che lo chiamavano “il sardo muto”, perché non parlava mai e l’ha finito, come è noto, parlando più volte al giorno e occupando la scena. L&#8217;altra cosa che si ricorda di noi stessi, leggendo il libro di Breda, è che molto spesso il disegno politico che si ha in mente quando si elegge un Presidente non è mica detto che sia coronato da successo.</p>



<p><strong>Anche qui, possiamo fare degli esempi?</strong><br>Certo. Leone viene eletto con una maggioranza, in cui sono determinanti i voti del Movimento Sociale per fermare l&#8217;avanzata dei comunisti e durante la sua presidenza i comunisti vanno al governo. Pertini viene eletto con una maggioranza che comprende i comunisti, per consolidare il clima della sovranità nazionale, e durante il suo settennato i comunisti escono dal governo. Cossiga, che è stato il più giovane Presidente della Repubblica Italiana, viene eletto da una vastissima maggioranza al primo scrutinio, non per merito dell&#8217;abilità tattica di De Mita ma perché fu Ministro degli Interni durante il rapimento Moro, un Governo della solidarietà nazionale: aveva un rapporto con i comunisti. Con il crollo del Muro di Berlino emerge Gladio. Cossiga si presenta dicendo di essere orgoglioso di essere stato gladiatore. Quel mondo salta, i comunisti cominciano a diventare feroci nei suoi confronti, i democristiani ancora di più. Breda ha ricordato prima il caso di quel suo messaggio alle Camere. Quel messaggio fu letto alla Camera dei Deputati e dopo la lettura fu presentato un ordine del giorno che recitava testualmente: “La Camera dei Deputati, udito il messaggio del Presidente della Repubblica, passa all&#8217;ordine del giorno”. Neanche un dibattito. Niente. Zero. Ecco, quella classe politica non capì il significato di quel che stava avvenendo.</p>



<p><strong>Ma quanto è davvero importante il nome di chi andrà al Quirinale?</strong><br>Il tema non è chi fa il Presidente della Repubblica. Tra l&#8217;altro quasi mai – Cossiga fu una eccezione – quello che parte per fare il Presidente del Repubblica viene poi eletto. Quando Gronchi diventa Presidente della Repubblica il candidato era Fanfani. La stessa cosa capitò con Leone e con Pertini, il candidato era Antonio Giolitti. Non è tanto il gioco di chi arriva al Colle, ma sulla scorta di quale disegno politico e quanto saprà poi o potrà interpretarlo nel corso di sette anni, che sono lunghi.</p>



<p><strong>Breda, tu di telefonate, fatte in orari non canonici da parte del Presidente Cossiga ne sai qualcosa?</strong><br>Sì, una specie di intervista testamento. È stata l’ultima che lui abbia fatto, nella quale si dichiarava pentito. Ma il suo orgoglio era tale che pentito davvero non era. Il punto è che una persona che ha l&#8217;incarico di occuparsi di Presidenti della Repubblica, come è capitato a me, per capire quello che c&#8217;è dietro la scena, è fondamentale che abbia un rapporto dialogico robusto con i Consiglieri del Presidente. Lo staff è circa una dozzina di persone.</p>



<p><strong>Tu hai avuto modo di avere un rapporto diretto con i Presidenti.</strong><br>Io ho avuto la fortuna e mi è stata tributata una certa fiducia evidentemente, per avere questo tipo di rapporti con praticamente tutti i Presidenti. Un po’ meno con Mattarella, perché per indole Mattarella è uno che anche in un colloquio faccia a faccia e privato trova la maniera di far parlare te e di parlare pochissimo lui.</p>



<p><strong>E gli altri?</strong><br>Con gli altri si sono creati questi tipi di rapporti quasi familiari. Tanto è vero che un paio di questi presidenti, cioè Cossiga e anche Scalfaro, in tempi diversi, vennero a pranzo a casa mia a Verona. Non è una roba che succede tutti i giorni di ricevere a pranzo a casa un Capo dello Stato. Questo non lo dico per vanteria, sarei sciocco, ma per testimoniare il grado di confidenza, che a me servì moltissimo. In primo luogo, per appassionarmi al tema e poi, soprattutto, per capire in base a quali dinamiche, a quali considerazioni, a quali eventi, i Presidenti si muovessero in un certo modo, piuttosto che in un altro. Quindi è chiaro che poi in questi colloqui “al caminetto” – chiamiamoli così – che potevano avvenire al Quirinale o a casa loro ero tenuto per ragioni di decenza e di rispetto a un vincolo di riservatezza. Certo, se il colloquio prendeva una certa piega percepivo io stesso che avrei potuto usare, anche in modo molto esplicito, quello che mi era stato detto.</p>



<p><strong>Ad esempio quando?</strong><br>Faccio un piccolo, ma importantissimo esempio: nel novembre 2011, quando Berlusconi stava per cadere, nel senso che già la Lega lo aveva scaricato, c&#8217;era il problema dello spread a 561. Io ero a Milano al giornale, suona il telefono, era Napolitano. A un Napolitano che ti dice, come successe quella volta: “oggi ho ricevuto due telefonate, una di Junker e una di Angela Merkel, che mi chiedono che cosa succede in Italia. Cerco di spiegare. Poi mi chiedono se l&#8217;opposizione è pronta, come dire, a subentrare se cade il Governo”. E lui dice: “ho dovuto dire che l&#8217;opposizione non era pronta. Poi mi chiedono che cosa posso fare io. Non avevano ben chiaro quali fossero i miei poteri”. Beh era un tipo di telefonata che francamente non mi sono sentito di tenere riservata: ho scritto immediatamente tutta questa cosa, perché, come dire, dava anche l&#8217;idea della drammaticità e del fatto che stava tutto precipitando.</p>



<p><strong>Questo c’entra, in parte, anche con la politica estera.</strong><br>Sì. Prima Giacalone ha fatto giustamente accenno alla politica estera. Negli ultimi trent&#8217;anni o quasi è successo che le forze politiche considerassero normale far svolgere attività di politica estera ai Presidenti. A volte, però, è successo che la facessero in chiave antagonista al Governo. È sufficiente pensare a tutte le volte in cui ci sono stati governi o ministri un po’ euro-scettici. Non erano i Capi dello Stato a cercare di compensare? Mi viene in mente, per esempio, Ciampi.</p>



<p><strong>Perché, però, proprio la politica estera?</strong><br>Perché nella permanente instabilità italiana, l&#8217;unica figura che viene percepita come stabile, come una specie di autorità morale, un garante, è il Capo dello Stato. Tra l&#8217;altro, a norma di Costituzione, il Capo dello Stato è anche il garante dei trattati internazionali. Questo è il motivo per il quale, per esempio, Mattarella aveva depennato Savona come superministro dell&#8217;economia. Savona era quello che, in quel periodo, aveva ipotizzato lo scenario del cigno nero, dell&#8217;Italia che doveva uscire dalla moneta unica e anche, forse, dall&#8217;Unione Europea se si fossero verificati certi eventi.</p>



<p><strong>Per comprendere appieno questi aspetti sono fondamentali, come dicevamo, i rapporti diretti con i Presidenti?</strong><br>Sì, la fortuna dei rapporti diretti aiuta a capire: infatti, 24 ore dopo quella telefonata che citavo prima con Napolitano, quando alla sera verso le sette e mezza otto arrivò la notizia che Mario Monti era stato nominato Senatore a vita mi fu tutto chiarissimo. La nomina al Governo ci fu tre &#8211; quattro giorni dopo, ma era chiaro che con quella mossa il Capo dello Stato voleva dire che Monti era un uomo delle Istituzioni, non apparteneva né a questo, né a quel campo politico. Era una risorsa della Repubblica e come tale, dopo tre o quattro giorni fu incaricato di formare un Governo del Presidente, che poi era un governo molto tecnico, anzi esclusivamente tecnico.</p>



<p><strong>Non lo diciamo noi, ma lo dice il mondo della politica, lo dice il mondo del giornalismo. Quando su Il Corriere della Sera appare un articolo a firma Marzio Breda la prima riflessione è: “il Quirinale vuole che questo si sappia”. Perché la fonte è certa e non è smentibile.</strong><br>Però, per me, a volte, è fastidioso essere percepito come una specie di forza di secondo grado e fonte di riserva. Tieni conto che anche al Quirinale io sono stato visto spesso come un grande rompiscatole, perché magari scrivevo l&#8217;indicibile, quello che non si deve dire e quello che non si può dire, perché tante cose sono coperte dal segreto. A volte è successo, sì, di ricevere delle telefonate, come dire, impostate. Però tutto il mio lavoro, poi, si rafforza nell&#8217;incrociare considerazioni, colloqui, con altre fonti non del palazzo.</p>



<p><strong>In quali casi?</strong><br>Per esempio se c&#8217;è di mezzo una questione che riguarda il Governo e che coinvolge, per dire, la sinistra: sentirò il segretario del Partito Democratico e poi cercherò di equilibrare, di capire chi mente, chi ingrandisce, chi minimizza. Tra l&#8217;altro va aggiunto che giornalisticamente sono pezzi un po’ complicati, perché rischiano di apparire un po’ involuti, noiosi. A me piacerebbe essere più brioso, brillante. In secondo luogo, c&#8217;è il problema di far capire che cosa c&#8217;è dietro una certa scelta: anche lì, non si possono fare molte semplificazioni, va spiegato in un certo modo. Insomma non è tutto facile. Altrimenti sarebbe semplicissimo: il Quirinale mi dà delle notizie e io le annuncio. Certe volte ho potuto anticipare che il Presidente della Repubblica non avrebbe firmato quella legge. Io mi sono dannato la vita a sentire Presidenti di Corte Costituzionale, giuristi, anche quelli che lavorano al Quirinale. Al Quirinale c&#8217;è un ufficio giuridico di grandi competenti: c&#8217;è stato per molti anni Salvatore Sechi, che è un uomo straordinario e che è stato Consigliere giuridico di Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Una testa d&#8217;uovo, un umanista, oltre che giurista, col quale mi confrontavo molto e col quale era nato un rapporto di amicizia e di fiducia.</p>



<p><strong>Giacalone. Vorrei chiedere a Breda dove si colloca esattamente il confine tra l&#8217;essere il giornalista che racconta e l’essere una persona che per mestiere, ma anche per vocazione riesce ad avere un rapporto fiduciario con il Capo dello Stato, cioè con una figura istituzionale. Il Capo dello Stato è il numero uno, che ha responsabilità delle sue azioni, delle cose che fa. Dove si colloca il confine tra la telefonata di Napolitano e tra il pensare di essere la persona cui il Presidente fa una confidenza o essere il canale che il Presidente ha scelto per far uscire una notizia? Perché immagino che non sia proprio così netta questa linea di demarcazione…</strong><br>No non è netta, non è mai netta. Non so dire con certezza come siano nati certi rapporti. Napolitano io l&#8217;avevo conosciuto. Avevamo fatto insieme un paio di dibattiti, prima che fosse eletto, quindi c&#8217;era una certa, ma molto alla lontana consuetudine. Con Scalfaro non ce n&#8217;era affatto. Con Ciampi neppure. Sono cose che scattano così poco a poco, che crescono. Tieni conto che con questi è nato un rapporto di amicizia, se non pare improprio, tanto è vero che ho continuato a seguirli, finché hanno vissuto. Andavo a trovarli a Palazzo Giustiniani, quando erano già nel dimenticatoio degli emeriti. Mi rendo conto anch&#8217;io del rischio di essere usato, però quando c&#8217;è una situazione molto complessa a me interessa capire che succede. Questo è il mio lavoro. A me si chiede di spiegare perché, come e in che direzione si muove il Presidente. Insomma avere il rapporto con la fonte numero uno, cioè con lui, incrociando magari poi quello che mi viene raccontato, come è andato un certo incontro. Io mi ricordo quando Ciampi mi raccontava di certi incontri durissimi con Berlusconi. All&#8217;epoca Berlusconi aveva un molto amabile portavoce che era Paolo Bonaiuti col quale avevo un ottimo dialogo. Delle volte ho parlato con Gianni Letta, per avere le due campane.</p>



<p><strong>Non c’è il rischio di diventare di parte?</strong><br>Non è che non mi rendessi conto del rischio di diventare tifoso del Presidente. C&#8217;è poi la corte del Quirinale, cioè i consiglieri, che detesta chi ha un rapporto col Presidente. Mi chiedevano perché avessi scritto una determinata cosa. Restavano malissimo quando gli dicevo: “chiedi al Presidente, ci ho parlato ieri sera.” Perché i comunicati a nodini diramati da un ufficio stampa non spiegano tutto.</p>



<p><strong>Facci un altro esempio.</strong><br>Napolitano ha introdotto una pratica, che prima non c&#8217;era e che è stata fatta propria anche da Mattarella, quella dell&#8217;approvazione delle leggi con osservazioni. Così, dicono al Quirinale. In realtà è con riserva. Il Presidente fa un calcolo costi-benefici, probabilmente ricava la convinzione che bocciare quella certa legge varata dal Parlamento avrebbe un impatto troppo negativo, per cui la promulga. Però accompagnata con una lettera di due, tre, quattro cartelle, dove spiega alcuni punti. Lui la firma, però bisogna correggere alcuni elementi. Anche questa è una pratica un po’ borderline, che però è passata ormai. Allora in casi come questo è fondamentale poter parlare con il Consigliere giuridico, oppure, se ci si riesce, con lo stesso Presidente, per capire come mai si è arrivati a questo punto e non si è bocciato. C’è il rischio di diventare un cortigiano, il che non mi piace.</p>



<p><strong>Bisogna avere piena fiducia anche dal proprio giornale.</strong><br>Ricordo, una volta, con Paolo Mieli direttore: lui è un uomo molto molto politico, impregnato di politica, molto colto. Una volta andai da lui molto arrabbiato, perché in quello stesso giorno mi ero ritrovato attaccato da Feltri da una parte e dall&#8217;altra parte attaccato adesso non ricordo se era Travaglio e gli dico: “ma che faccio? Devo rispondere a ste cose?”. Mi consigliò di lasciar perdere, che andava benissimo essere attaccato. Per giunta, quello stesso giorno, arrivò una protesta formale del Quirinale. Allora mi convinsi di aver fatto benissimo, perché tutti si erano arrabbiati. È un mestiere un po’ difficile. Si rischia, quando si arriva ad un certo punto, di assumere un ruolo improprio.</p>



<p><strong>Non è mai scattata l’identificazione?</strong><br>In certe fasi sì. Per esempio, quando ho visto svillaneggiato in modo inverecondo un uomo perbene come Ciampi: io veramente gli ero solidale in modo umano. Gli ero solidale umanamente, culturalmente, in tutti i sensi. Patì un bombardamento per certe sue posizioni. Per esempio, rispetto al revisionismo storico. Mi associavo molto a lui.</p>



<p><strong>Per chiudere farei la stessa domanda a entrambi i nostri ospiti: abbiamo evitato accuratamente di fare il toto nomi. Abbiamo parlato della storia dei nostri Presidenti della Repubblica. Ognuno di loro ha avuto un mandato, una una cifra per la quale viene ricordato. Mattarella, probabilmente, ha avuto il compito di tenere unita la Nazione in un momento difficile, in cui c’è stata una forte fase antipolitica e in cui poi è arrivata anche la difficoltà della pandemia. Vogliamo provare a immaginare quale sarà la caratteristica, il ruolo del prossimo Presidente? Inizia Giacalone.</strong><br>Il prossimo Presidente, chiunque sia, dovrà avere due caratteristiche: la prima è che dovrà essere eletto da una maggioranza simile o possibilmente più ampia, ma almeno simile a quella che regge il Governo Draghi, altrimenti ne va della stabilità del Governo Draghi. Non dimentichiamoci che noi, adesso, parliamo tutti del Quirinale, ma la stabilità dell&#8217;Italia deve essere garantita, non per i prossimi cinque giorni, ma per i prossimi cinque anni, almeno sino al 2025 quando si concluderà il ciclo dei finanziamenti europei, di cui poi ci sarà la realizzazione. Quindi è una roba che guarda molto oltre, financo il 2023, che è la data delle prossime elezioni. Chiunque sia, questa sarà la sua caratteristica di partenza.</p>



<p><strong>E poi?</strong><br>Poi sarà il Presidente che dovrà sovrintendere ad un cambio istituzionale profondo, dato da una riforma costituzionale scombiccherata – almeno questo è il mio giudizio – che fra l&#8217;altro mette l&#8217;elezione del successore in mano ad un collegio presidenziale che non sarà, per la prima volta, quello disegnato dai costituenti, perché per la prima volta il peso dei delegati regionali sarà sproporzionatamente più alto di quello disegnato all&#8217;epoca dai costituenti, perché è stato diminuito il numero dei parlamentari senza alcuna forma di coordinamento con il resto della Costituzione. Quindi sarà un compito difficile, perché da una parte dovrà in qualche modo accompagnare una stagione politica che deve essere stabile per la parte relativa a tutta la questione economica e quindi ai fondi del PNRR; dall&#8217;altra non potrà non cercare di lavorare ad una riforma costituzionale che, se non altro, metta in pari quello che si è fatto con il resto che è rimasto invariato. Quindi sarà ricordato o ricordata per queste due cose fondamentali, che ci riesca o non ci riesca.</p>



<p><strong>Per te, Breda?</strong><br>Sono perfettamente d&#8217;accordo con Davide. Aggiungo, dopo 30 anni di transizione incompiuta, nella quale ancora ci troviamo, davvero dovrebbe aprirsi, dopo le prossime politiche, una stagione costituente. Nel senso che certe riforme vanno fatte, sono indispensabili, perfino alcune che riguardano il ruolo del Presidente della Repubblica. Lasciarlo così, vago, indeterminato, interpretabile, ci espone tutti &#8211; come ammoniva del resto proprio il povero Cossiga &#8211; al rischio di avere un Presidente che non si comporti bene, che faccia politica. Questo sarebbe un grande guaio. Quindi deve essere l&#8217;uomo che aiuta il Parlamento a fare le riforme, ma non è dall&#8217;alto. Questo tentativo di imporre le riforme dall&#8217;alto lo ha fatto Napolitano ed è stato un errore, perché un&#8217;imposizione su un altro potere dello Stato non funziona. Infatti, non ha funzionato. Comunque, c&#8217;è da incrociare le dita.</p>
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		<title>Biden e le infrastrutture: investire nel futuro non rende  nell&#8217;immediato?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 11:25:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Avrebbe dovuto essere una passeggiata. Negli Stati Uniti tutti si lamentano per le strade piene di buche, i ponti traballanti e gli aeroporti decrepiti e si sa che i parlamentari non vedono l’ora di riportare nei loro collegi elettorali i soldi dei contribuenti, sottraendoli possibilmente a Washington. Eppure, le divisioni insanabili del Paese hanno trasformato l’approvazione del provvedimento proposto da Joe Biden per rimettere in sesto le infrastrutture americane in&#8230;</p>
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<p>Avrebbe dovuto essere una passeggiata. Negli Stati Uniti tutti si lamentano per le strade piene di buche, i ponti traballanti e gli aeroporti decrepiti e si sa che i parlamentari non vedono l’ora di riportare nei loro collegi elettorali i soldi dei contribuenti, sottraendoli possibilmente a Washington. Eppure, le divisioni insanabili del Paese hanno trasformato l’approvazione del provvedimento proposto da Joe Biden per rimettere in sesto le infrastrutture americane in un calvario.</p>



<p>A dire il vero, ci hanno provato, senza riuscirci, anche l&#8217;ex presidente Barack Obama (che pensava che una legge sulle infrastrutture potesse stabilire un terreno d’intesa con i repubblicani) ed il suo successore Donald Trump (che si è proclamato uno dei più grandi imprenditori del mondo e che, tuttavia, come presidente si è dimostrato più abile a demolire che a costruire). Al punto che l’idea di sistemare le infrastrutture americane, con il tempo, è diventata una barzelletta. Fino alla settimana scorsa.</p>



<p>Dai e dai, alla fine, dopo mesi di conflitti penosi a Capitol Hill, il presidente Joe Biden è riuscito a far passare al Congresso un provvedimento da mille miliardi di dollari. Le infrastrutture del Paese saranno rimesse a nuovo. Biden, un appassionato di treni, ha assicurato che l&#8217;Amtrak (sottofinanziata) otterrà miliardi. Inoltre, la nuova legge getterà le basi per una nuova rete di stazioni di ricarica elettrica che potrebbe ravvivare la storia d&#8217;amore dell&#8217;America con l&#8217;automobile.</p>



<p>«Non è esagerato dire che, come Paese, abbiamo fatto un enorme passo in avanti», ha detto Joe Biden, che non ha certo risparmiato i superlativi per festeggiare il passaggio di una pietra angolare del suo programma politico. «Ci mette su una strada per vincere la competizione economica del XXI secolo che dobbiamo affrontare con la Cina e altri grandi paesi e il resto del mondo». Sono in molti tra gli economisti e gli esperti a ritenere, tuttavia, che si tratti di un provvedimento importante. Per fare un esempio, secondo Adie Tomer della Brookings Institution, la legge può rendere davvero il paese più inclusivo, resistente dal punto di vista ambientale e competitivo a livello industriale.</p>



<p>Per Biden, inoltre, l’approvazione della legge è senza dubbio un successo. Il presidente americano aveva certo bisogno di una vittoria, ma il passaggio dell’infrastructure bill conferma anche due principi di fondo della sua campagna elettorale. Il primo è che la democrazia può migliorare la vita delle persone comuni, con l’obiettivo spesso taciuto di prosciugare il risentimento e la rabbia che consente ai demagoghi come Trump di prosperare. Il secondo (spesso deriso) principio del “bidenismo” è che nonostante la pericolosa polarizzazione dell’America, i democratici e i repubblicani possono lavorare insieme (in questa occasione, Biden ha ottenuto diversi voti repubblicani sia alla Camera che al Senato).</p>



<p>«Per tutto il tempo, mi avete detto che in ogni caso non potrò fare niente del genere», Biden ha detto sabato ai giornalisti durante uno dei rari (di questi tempi) momenti di trionfo alla Casa Bianca. «Fin dall&#8217;inizio. No, no, dai, siate onesti. Ok? Non credevate che potessimo fare qualcosa. E non vi biasimo. Perché guardate i fatti e vi chiedete: ‘come faranno a farlo?’».</p>



<p>Giusta osservazione, hanno rimarcato alla CNN. Anche se, hanno aggiunto, molto probabilmente «il provvedimento sulle infrastrutture è destinato ad essere un momento una tantum di parziale unità in una capitale stravolta dagli scontri ideologici e culturali che rispecchiano il Paese».</p>



<p>Alla Casa Bianca sostengono che i benefici del provvedimento diventeranno evidenti con il passare del tempo. E forse hanno ragione. Ma per ora, come ha osservato David Leonhardt sul New York Times, la legge rischia di diventare un altro esempio di quello che la politologa Suzanne Mettler ha definito “lo Stato sommerso”, cioè l’attitudine dell’amministrazione pubblica americana moderna a fare il proprio lavoro così “discretamente” che molti cittadini non si rendono nemmeno conto di trarre beneficio da quel lavoro “invisibile”. Col risultato che, pur beneficiandone, molti americani sono inconsapevoli delle prestazioni sociali che ricevono e perfino, in via di principio, ostili ad esse. Il provvedimento di stimolo dell’amministrazione Obama del 2009, al tempo stesso un successo economico e una delusione politica, è un esempio.</p>



<p>Ciononostante, Joe Biden, che si definisce un «ottimista congenito», si è detto convinto che anche il piano Build Back Better (l&#8217;altro pilastro legislativo del programma di Biden che mira a rigenerare lo stato assistenziale americano e ad investire massicciamente nell&#8217;economia verde) supererà l&#8217;ostacolo del Congresso.</p>



<p>Se così fosse, il bilancio del primo anno della sua presidenza (che comprende anche una campagna di vaccinazione impressionante e il ritiro militare definitivo dall&#8217;Afghanistan, nonostante il terribile caos della sua attuazione durante l&#8217;estate) potrebbe essere davvero definito storico. Tuttavia, al di là del dibattito sull&#8217;efficacia delle misure sociali ed economiche previste, il loro finanziamento e la loro durata, il presidente democratico, come ha scritto la redazione di Le Monde in un editoriale, ha fatto emergere «una dolorosa verità politica, non necessariamente irrimediabile: investire nel futuro non rende nulla nell&#8217;immediato».</p>



<p>Da agosto, la popolarità di Joe Biden è precipitata. Secondo l’ultimo sondaggio pubblicato da “Usa Today”, il tasso di approvazione del presidente degli Stati Uniti è calato al 37,8 per cento. Gli elettori indipendenti e moderati che avevano permesso la sua vittoria alle presidenziali, segnate da una partecipazione record, l&#8217;hanno abbandonato, spiega il quotidiano francese. In Virginia, l&#8217;elezione di un governatore repubblicano ha evidenziato il fenomeno. L&#8217;ostilità nei confronti dei progetti democratici nelle zone rurali è un altro segnale di allarme. Le interruzioni nelle catene di approvvigionamento, l&#8217;inflazione preoccupante, la guerra culturale lanciata dai repubblicani sull&#8217;educazione dei bambini o sul diritto all&#8217;aborto, le limitazioni dei diritti di voto delle minoranze costituiscono un problema immediato. E i democratici devono trovare delle risposte, se vogliono sopravvivere alle elezioni di metà mandato, l’anno prossimo.</p>



<p>«So che siamo divisi, so quanto può essere brutto, e so che ci sono delle posizioni estreme da entrambe le parti che rendono le cose più difficili di quanto non siano state per molto, molto tempo», ha concluso Joe Biden sabato scorso, ricorda Le Monde, ammonendo che «la via di mezzo, quella del compromesso, non è la meno pericolosa».</p>
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		<title>L’indagine del Comitato della Camera sull’insurrezione del 6 gennaio: un (altro) passaggio importante per la democrazia americana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jul 2021 15:12:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«La verità conta ancora qualcosa?», si chiedono Stephen Collison e Shelby Rose. È questa, scrivono i due giornalisti della CNN, la domanda che sta al cuore dell’indagine del Comitato ristretto della Camera dei Rappresentanti sull’insurrezione del 6 gennaio scorso che si è appena aperta a Capitol Hill con le lancinanti testimonianze degli agenti di polizia pestati dalla folla aizzata da Donald Trump («È stato come combattere in una battaglia medievale»,&#8230;</p>
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<p>«La verità conta ancora qualcosa?», si chiedono Stephen Collison e Shelby Rose. È questa, scrivono i due giornalisti della CNN, la domanda che sta al cuore dell’indagine del Comitato ristretto della Camera dei Rappresentanti sull’insurrezione del 6 gennaio scorso che si è appena aperta a Capitol Hill con le lancinanti testimonianze degli agenti di polizia pestati dalla folla aizzata da Donald Trump («È stato come combattere in una battaglia medievale», ha detto un poliziotto).</p>



<p>La Camera ci ha messo sei mesi per avviare l’indagine sul saccheggio della cittadella della democrazia americana perché i repubblicani hanno fatto sforzi straordinari per impedire una ricostruzione storica dei fatti.</p>



<p>La speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha fatto parecchie concessioni (un numero uguale di democratici e repubblicani, identico potere di chiamare persone a comparire o produrre documenti, ecc.) per ottenere un accordo su una commissione indipendente, nonpartisan, sul modello di quella istituita per l’11 settembre, per indagare su uno dei capitoli più oscuri della storia americana.</p>



<p>Ma dopo che Trump l’ha disapprovata pubblicamente, il leader repubblicano della Camera Kevin McCarthy si è affrettato a buttare all’aria l’accordo che aveva accettato. Quando Pelosi, «with respect to the integrity of the investigation», ha bocciato due delle scelte di McCarthy per il comitato &#8211; in entrambi i casi, i deputati avevano votato contro la certificazione del risultato elettorale del 6 gennaio e propagandavano le false affermazioni di Trump sulla supposta frode elettorale &#8211; ha colto la palla al balzo per boicottare il comitato.</p>



<p>Ci sono comunque due repubblicani nel comitato ristretto &#8211; Liz Cheney del Wyoming (la figlia maggiore dell’ex vicepresidente Dick Cheney) e Adam Kinzinger dell’Illinois &#8211; che sono disposti a sacrificare la loro promettente carriera per tenere testa alla demagogia di Trump. La Cheney è una dei repubblicani più conservatori della Camera, ma ritiene che i principi che sono oggi in ballo giustifichino la sua partecipazione al comitato con i democratici.</p>



<p>«Se i responsabili non saranno chiamati a rispondere del loro operato e se il Congresso non agirà in modo responsabile, quel che è accaduto continuerà ad essere un cancro sulla nostra repubblica costituzionale, minando il pacifico trasferimento dei poteri al cuore del nostro sistema democratico», ha detto ieri. «Dovremo affrontare la minaccia di ulteriore violenza nei mesi che verranno e un altro 6 gennaio ogni quattro anni».</p>



<p>Ma non c’è da sperare che l’House Select Commitee possa cambiare la dinamica politica dell’America. McCarthy e i suoi colleghi, tutti adepti del culto di Trump, stanno dando la colpa dell’invasione del Campidoglio alla Pelosi &#8211; sostenendo che non avrebbe garantito una protezione sufficiente &#8211; anche se questo genere di compiti sono completamente al di fuori della sua competenza. Ricordiamoci la verità, sollecitano perciò Collison e Rose: «Un presidente in carica ha mentito riguardo alla sua sconfitta in elezioni regolari, ha convocato una folla a Washington, incitandola a ‘combattere come una furia’ ed è stato a guardare mentre faceva irruzione nel Congresso per interrompere la certificazione dell’elezione di Joe Biden».</p>



<p>Ovviamente, come osserva il Washington Post, l’opposizione quasi totale dei repubblicani all&#8217;esame delle cause e della ramificazione dell&#8217;insurrezione da parte del Congresso, ha delle ragioni: «vogliono evitare un&#8217;indagine approfondita sul peggior attacco al Campidoglio dopo la guerra del 1812 a causa del suo collegamento con le false affermazioni di Trump sulle elezioni e per paura del danno politico che potrebbe produrre nelle elezioni di metà mandato del 2022».</p>



<p>Ma si tratta indubbiamente di un momento importante per la democrazia americana. Come tutti sanno, Nixon si dimise perché la Commissione Watergate del Senato (i suoi componenti democratici e repubblicani) fece il suo lavoro e di fronte ad un momento di crisi nazionale, i politici di entrambi gli schieramenti misero da parte le faziosità per scoprire la verità; misero, in altre parole, al primo posto la difesa della democrazia americana e i pesi e contrappesi progettati dalla Costituzione funzionarono.</p>



<p>Ma l’apertura dell’indagine del comitato ristretto ha evidenziato, se ancora ce ne fosse bisogno, che la divisione politica più importante nella politica statunitense di oggi non è quella tra conservatori e progressisti. È tra quelli che proteggono la democrazia e quanti mettono il potere al primo posto, anche a costo di distruggerla.</p>
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		<title>Massimo Faggioli: dal Papa nessuna concessione agli atei devoti e ai neo-conservatori europei e americani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2021 19:42:09 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/03/15/spagano-faggioli-dal-papa-nessuna-concessione-agli-atei-devoti-e-ai-neo-conservatori/">Massimo Faggioli: dal Papa nessuna concessione agli atei devoti e ai neo-conservatori europei e americani</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Nel suo ultimo libro ha raccontato le cause e le implicazioni politiche dell&#8217;avere un cattolico alla Casa Bianca. La prima volta fu drammatica, questa volta che cosa ci aspetta?</strong><br>L’elezione di Kennedy e il suo assassinio furono drammatici, ma l’evento della elezione fu celebrato dalla chiesa in America in modo unanimemente favorevole, al di là delle diverse opinioni politiche dei cattolici. Ora invece il cattolicesimo di Biden per alcuni cattolici (e molti vescovi) fa problema perché le questioni bioetiche hanno preso il sopravvento. Kennedy non aveva mai dovuto rispondere a domandi sulle sue posizioni o voti al Congresso su aborto, eutanasia, matrimonio omosessuale. Invece queste sono le questioni per eccellenza su cui un politico cattolico in America deve rispondere, a partire dalla fine degli anni Settanta (l’aborto diventa legale negli USA nel 1973) ma in maniera molto più evidente dall’inizio degli anni duemila, specialmente in un paese ancora molto religioso come gli USA. È uno dei motivi della sconfitta della candidatura del cattolico candidato per i democratici, John Kerry, nel 2004. </p>



<p><strong>Che tipo di cattolico è Biden?</strong><br>Biden è un cattolico in politica nel partito democratico che fino agli anni Settanta era il partito storicamente preferito dai cattolici, prima che dal 1980 in poi il voto cattolico si dividesse in due parti tendenzialmente uguali tra democratici e repubblicani. Biden inizia la carriera politica negli anni Settanta come cattolico liberale conservatore in questioni economiche e sociali, e col passare del tempo si sposta su posizioni più da cattolico sociale e democratico. Contribuisce negli anni Ottanta e Novanta a portare il sistema economico e sociale in America su posizioni più liberiste, ma dalla presidenza Obama in poi collabora al tentativo di correggere il sistema in direzione più solidarista (specialmente con la legge sulla riforma del sistema sanitario). Approda a posizioni più vicine al cattolicesimo sociale sulla spinta degli effetti della grande recessione che inizia nel 2008 ma anche per la radicalizzazione del partito democratico a sinistra sull’onda del movimento di Bernie Sanders.</p>



<p><strong>Che conferenza episcopale è quella statunitense?</strong><br>È una conferenza molto grande, alla guida di una chiesa molto grande – grande quasi quanto il continente nordamericano con grandi differenze al suo interno culturali, economiche, e sociali. Un problema è che una conferenza così grande non ha più una assemblea di vescovi che discute, ma è diventata una specie di federazione di commissioni episcopali. Ma il vero problema è la politicizzazione dei vescovi e l’allineamento di molti di loro al partito repubblicano, e non solo sulle questioni dell’aborto e difesa della vita. È un allineamento politico che ha reso moralmente ciechi molti vescovi e la presidenza della conferenza in un modo a tratti scioccante, e che ora ha reso politicamente orfana la leadership dell’episcopato USA, vista la situazione del partito repubblicano dopo la fine della presidenza Trump.</p>



<p><strong>Negli ultimi anni è parso che un’ondata di integrismo abbia travolto molte confessioni generando saldature con estremismi politici di ogni latitudine. Com’è potuto succedere? E che cosa ci attende?</strong><br>La distopia politica dell’America di oggi è inseparabile dal ritorno di convinzioni religiose che minano quel consenso morale-religioso alla base della democrazia in America. Il fattore nuovo è il riaffacciarsi nella cultura mainstream americana di convinzioni religiose che la teologia accademica di formazione euro-atlantica aveva dato per morte e sepolte: idee zombie, morte che tornano ad aggrapparsi ai vivi, o che forse non sono morte ma continuano a vivere in quella zona di “global south” religioso che sono gli USA. C’è il ritorno delle teorie cospirative ma anche una nuova cultura integralista cattolica che è un aspetto di questa saldatura tra crisi religiosa e crisi politica. C’è il tentativo di tornare a un modello integralista dei rapporti tra stato e chiesa, con la chiesa (cattolica o evangelicale, in entrambi i casi concepita come chiesa dei bianchi) incaricata di conferire legittimità ai poteri pubblici – però non per risolvere il problema del razzismo, ma solo per le questioni bioetiche che sono care alla cultura religiosa bianca conservatrice.</p>



<p><strong>Molti, dentro la Chiesa, sembrano vivere Bergoglio come un corpo estraneo, ed egli stesso sembra aver fatto poco per non alimentare questa percezione. In particolare lo si accusa di non avere un’agenda Cristocentrica. È d’accordo?</strong><br>Si può discutere sulle scelte fatte da Francesco ma questa è una critica che secondo me non ha fondamento, se uno guarda a tutti gli insegnamenti di Francesco, a partire dall’enciclica Fratelli Tutti. Francesco ha certamente portato nuove enfasi su alcuni aspetti e una nuova gerarchia delle priorità rispetto ai predecessori, ma non ha senso dire che non ha Cristo al centro: uno degli eventi teologici del pontificato è infatti aver posto il Cristocentrismo al posto dell’ecclesiocentrismo che alcuni ancora rimpiangono. Certamente Francesco ha scelto di non fare concessioni tattiche agli “atei devoti” e ai neo-conservatori europei e americani, e infatti questa è una delle chiavi con cui va letto il progetto del viaggio in Iraq.</p>



<p><strong>L’elezione di Bergoglio come successore di Ratzinger è stata l’elezione di un progressista in alternativa ad un conservatore? Più in generale: la coppia conservazione/progresso è in grado di spiegare le tensioni ecclesiali?</strong><br>Ci sono sicuramente differenze tra Ratzinger e Bergoglio, ma Bergoglio non è certamente il liberal-progressista che viene dipinto dalla stampa anglosassone. Secondo me ha maggiore importanza la differenza tra la cultura europea e occidentale dei predecessori di Francesco e Francesco come rappresentante di un cattolicesimo che si apre al mondo globale, in misura molto più evidente rispetto al passato. Queste tensioni tra radicamento euro-occidentale e orientamento globale sono molto più profonde rispetto alla spaccatura tra progressisti e conservatori.</p>



<p><strong>Sembrerebbe palesarsi, nella Chiesa di oggi, un conflitto risalente al Concilio Vaticano II, e che poi si è mantenuto sottotraccia durante il Pontificato di Giovanni Paolo II. Per quanto universale, quel Concilio aveva fortissimi legami con l&#8217;Italia. Come è stata vissuta dai vescovi italiani la convocazione del Concilio e la sua dichiarata, fin dalle origini, apertura al mondo? Era già sconfitta la visione ecclesiale e politica della curia romana e dei suoi protagonisti come il cardinale Ottaviani?</strong><br>La convocazione del concilio da parte di Giovanni XXIII fu una sorpresa ma la visione di Ottaviani e della Curia romana (che comunque non erano la stessa cosa) non era destinata alla sconfitta. Quella al Vaticano II fu una vera battaglia di idee, combattuta in un lungo periodo di tempo e a diversi livelli: basta leggere alcuni diari di padri e periti conciliari per capire che quella conciliare fu una maturazione teologica e spirituale sofferta ma autentica, non solo al livello mediatico, e ha portato frutti irrinunciabili per l’equilibrio teologico della chiesa nella modernità globale. Una maggiore distanza tra papato e la chiesa italiana è una delle conseguenze di una maggiore apertura verso il mondo globale: sarebbe anche una opportunità per la chiesa italiana di crescere.</p>



<p><strong>Papa Roncalli e l&#8217;episcopato italiano potevano immaginare cosa sarebbe stato della dimensione quasi monolitica della Chiesa del tempo? Come apparirebbe ai loro oggi l’attuale CEI?</strong><br>Non so come gli apparirebbe oggi. Certamente la differenza tra la chiesa di oggi e quella degli anni sessanta non è maggiore della differenza tra la chiesa italiana degli anni sessanta e quella immediatamente successiva alla caduta dello Stato pontificio, il periodo in cui nacque Roncalli. In un certo senso, è maggiore la differenza tra la situazione di stagnazione della CEI di oggi e quella del primo decennio di post-concilio, quella coraggiosa dei piani di evangelizzazione fino ai documenti dei primi anni ottanta, come per esempio “Comunione e comunità”.</p>



<p><strong>A distanza di oltre 50 anni dal Concilio, com&#8217;è possibile che ci siano vescovi, sacerdoti e laici che ne mettono in discussione l&#8217;approccio e le scelte di direzione impresse alla Chiesa?</strong><br>È possibile perché la recezione del concilio Vaticano II conosce fasi e movimenti diversi in aree diversi del cattolicesimo globale. Negli USA la recezione del concilio è stata veloce e profonda nei primi vent’anni circa, fino a metà anni ottanta, e poi c’è stata una interruzione e ora c’è una crisi, una spaccatura tra cultura pre- e anti-conciliare sulla destra, e una cultura post-conciliare e post-ecclesiale sulla sinistra. Il cattolicesimo conciliare coincide con un centrismo teologico in crisi a causa di un sistema politico e ideologico a due partiti che ha invaso anche lo spazio ecclesiale. La chiesa negli USA è una chiesa molto particolare che risente di dinamiche interne molto forti e legate all’identità religiosa della comunità civile e politica, e in questo senso la recezione del concilio ha risentito in modo diretto di dinamiche politiche nazionali fin dagli anni ottanta. Le conseguenze dell’11 settembre 2001 sull’identità religiosa del paese, con una torsione in senso etno-nazionalista, hanno aggiunto ulteriori problemi che abbiamo visto durante gli anni di Trump.</p>
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		<title>«Si chiama diplomazia». Gli Stati Uniti, MBS e l’Arabia Saudita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2021 09:06:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Crediamo ci siano modi più efficaci per assicurarci che non succeda di nuovo ed essere inoltre in grado di lasciare spazio alla collaborazione con i sauditi sui settori dove esiste un comune accordo; qualora siano in gioco gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Questa si chiama diplomazia». Così ha risposto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki a Dana Bash della CNN che le ha chiesto perché l’amministrazione americana non&#8230;</p>
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<p>«Crediamo ci siano modi più efficaci per assicurarci che non succeda di nuovo ed essere inoltre in grado di lasciare spazio alla collaborazione con i sauditi sui settori dove esiste un comune accordo; qualora siano in gioco gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Questa si chiama diplomazia». Così ha risposto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki a Dana Bash della CNN che le ha chiesto perché l’amministrazione americana non punisce il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) colpevole, secondo l’intelligence americana, dell’omicidio e dello smembramento del columnist del Washington Post Jamal Khashoggi.</p>



<p>Il presidente americano Joe Biden ha promesso di mettere il principe ereditario saudita di fronte alle proprie responsabilità. Ed ora è accusato di permettergli di farla franca.</p>



<p>Dopo la pubblicazione del report della CIA, la Casa Bianca è sulla difensiva. Biden ha sanzionato 76 sauditi che avrebbero cercato di intimidire attivisti e giornalisti e ha intenzione di ricalibrare le relazioni degli Stati Uniti con il Regno. Sta mettendo fine alla partecipazione americana nella guerra in Yemen e ha sospeso una gigantesca vendita di armi ai sauditi. Inoltre, ha intenzione di negoziare con il rivale regionale dell’Arabia Saudita, l’Iran; e la stessa pubblicazione del report capovolge l’assoluzione di MBS da parte dell’amministrazione Trump.</p>



<p>Biden ha «squalificato» Riyadh ed è impensabile che ci capiti di vedere MBS nell’Ufficio Ovale. Ma ora deve affrontare le critiche che gli rimproverano di essersi rimangiata la promessa di fare dell’Arabia Saudita un «paria» per le sue violazioni dei diritti umani. Il columnist del New York Times, Nick Kristoff ha detto che non sanzionando personalmente il principe ereditario, Biden non ha dato una gran prova di sé e ha «lasciato andare un assassino».</p>



<p>La situazione difficile in cui si è cacciato Biden evidenzia i pericoli insisti nelle parole in libertà durante la campagna elettorale e riflette le acque torbide che i governi degli Stati Uniti devono solcare quando infilano la morale negli affari sporchi e «transactional» della politica estera. Ma il suo approccio prende atto anche della forza di un principe ereditario giudicato sconsiderato e senza scrupoli a Washington, ma che potrebbe presto diventare il re di un vecchio alleato degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita, si sa, è un partner essenziale nella lotta contro il terrorismo e rimane l’elemento chiave per stabilizzare i mercati petroliferi che potrebbero affossare la prosperità economica dell’America. Abbandonarlo renderebbe inoltre l’Iran, l’avversario principale degli Stati Uniti nel Medio Oriente, più potente.</p>



<p>Secondo alcuni, Biden dovrebbe confiscare i beni americani del principe ereditario e vietargli di entrare nel paese. Altri vorrebbero che Washington faccia capire chiaramente che la successione di MBS al trono renderebbe insostenibili le strettissime relazioni tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Ma separare la relazione dell’America con il Regno dalla relazione con il principe ereditario è impossibile. Oltretutto, quand’è stata, si chiedono in molti, l’ultima volta in cui gli Stati Uniti sono riusciti a dettare (efficacemente) l’assetto e la forma di governo dei regimi nel Medio Oriente?</p>



<p>Su Project Syndicate, il presidente del Council on Foreign Relations Richard Haass, ha spiegato perché gli Stati Uniti non hanno altra scelta se non quella di mantenere i rapporti con il principe ereditario: «L’Arabia Saudita non è certo l’unico paese al mondo in cui gli Stati Uniti hanno a che fare con un leader pieno di difetti. L’amministrazione Biden appena firmato un importante accordo per il controllo delle armi nucleari con la Russia, sebbene il presidente Vladimir Putin abbia cercato di uccidere &#8211; ed ora ha mandato in galera &#8211; il suo principale rivale politico» (Putin ha negato, ovviamente, ogni coinvolgimento nell’avvelenamento di Alexey Navalny). </p>



<p>l funzionari dell’amministrazione Biden, prosegue Haass, hanno accusato il governo cinese di compiere un genocidio contro la minoranza uigura (che il governo cinese ha naturalmente negato) e «tuttavia recentemente Biden ha parlato con Xi e vuole incontrarlo regolarmente per discutere della Corea del Nord, di commercio, del cambiamento climatico e di molto altro ancora». Piaccia o no, scrive Haass, gli Stati Uniti avranno bisogno dell&#8217;aiuto dell&#8217;Arabia Saudita per perseguire i propri obiettivi nella regione.</p>



<p>Del resto, secondo Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, il brutale omicidio di Khashoggi rivela la spiacevole verità che la relazione degli Stati Uniti con la famiglia reale saudita, che ha impiegato la violenza e ha finanziato le forme più estreme di islamismo per rimanere al potere, è sempre stata una specie di «corrupt bargain». Uno scambio «che rivela le tensioni tra i valori fondanti dell’America ed il paese che è in realtà». Come dappertutto, ovviamente.</p>
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		<title>Una Repubblica, se saprete conservarla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 09:10:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’illusione di Donald Trump di acciuffare per i capelli un secondo mandato è finita in niente. Il colpo mortale alla burrascosa presidenza di Trump è arrivato ieri, quasi tre settimane dopo la vittoria di Joe Biden alle elezioni, quando una funzionaria governativa americana finora sconosciuta, Emily Murphy, ha dato il via ufficialmente alla transizione presidenziale. Nel frattempo, le assurde azioni legali del presidente uscente si stanno sgretolando, gli Stati chiave&#8230;</p>
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<p>L’illusione di Donald Trump di acciuffare per i capelli un secondo mandato è finita in niente. Il colpo mortale alla burrascosa presidenza di Trump è arrivato ieri, quasi tre settimane dopo la vittoria di Joe Biden alle elezioni, quando una funzionaria governativa americana finora sconosciuta, Emily Murphy, ha dato il via ufficialmente alla transizione presidenziale. Nel frattempo, le assurde azioni legali del presidente uscente si stanno sgretolando, gli Stati chiave hanno certificando la sua sconfitta elettorale e Biden ha cominciato a scegliere il suo gabinetto.</p>



<p>La transizione libera i fondi a disposizione del presidente eletto per prepararsi a subentrare nell’incarico e obbliga l’amministrazione attuale ad informare il team entrante. Il che, tuttavia, non significa che anche Trump collabori alla transizione. Per salvare la faccia, Trump ha fatto sapere in un tweet di essere stato lui ad ordinare a Murphy di iniziare il trasferimento dei poteri, ma il fatto che rimanga in carica per ancora due mesi, gli lascia un sacco di tempo per tentare di sabotare l’amministrazione Biden.</p>



<p>Trump tenterà sicuramente di rovinare la presidenza di Joe Biden cercando di convincere metà del paese che il nuovo inquilino della Casa Bianca è un occupante abusivo, privo di legittimazione, e darsi così una motivazione per una possibile rivincita nel 2024 tenendo oltretutto mobilitati gli elettori repubblicani (anche in vista dei due seggi della Georgia che andranno al ballottaggio il 5 gennaio e che potrebbero dare ai Democratici il controllo del Senato). Anche se va detto che, contando e ricontando le schede elettorali, salta agli occhi che questa elezione non è stata poi così combattuta. Nel voto popolare, Biden ha un vantaggio di sei milioni di voti. Ha strappato al presidente uscente cinque Stati contesi e si è portato a casa 306 grandi elettori (lasciando Trump a 232): insomma, proprio quello che, ai bei tempi, Trump aveva definito «una valanga».</p>



<p>Tuttavia, Trump potrebbe avere qualche altra sorpresa in serbo prima di lasciare lo Studio Ovale. Dopo che il New York Times ha rivelato che il presidente americano ha sondato i collaboratori sulla possibilità di lanciare un attacco militare contro un sito nucleare iraniano, Karl Schake ha scritto sull’Atlantic che Trump ha ancora «l&#8217;autorità per fare un sacco di danni nei giorni in cui rimarrà in carica». Come quasi tutti gli analisti, Schanke ha bocciato non soltanto l’eventualità di un’azione militare, ma anche i risultati di quattro anni di politiche trumpiane di «massima pressione» nei confronti dell’Iran. Inoltre, definendo l’eventuale attacco una cattiva idea che potrebbe scatenare un incendio nella regione (l’anno scorso, un dettagliato saggio di Ilan Goldenberg su Foreign Affairs ha predetto come andrebbero le cose), Christoph Bluth, su The Conversation, si è chiesto se per Trump, colpire l&#8217;Iran non sia nient’altro che un modo per impedire al presidente eletto Joe Biden di riattivare l&#8217;accordo sul nucleare.</p>



<p>Insomma, Trump resta Trump. E molto probabilmente non ci sarà mai una formale concessione da parte di Trump, che verosimilmente lascerà l’Ufficio Ovale a gennaio insistendo ancora che Biden ha rubato le elezioni. Ma le fondamenta della democrazia americana hanno resistito e gli sono sopravvissute. Si racconta che nel 1787, uscendo dalla Convenzione, Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori della democrazia americana, venne fermato da una signora, che gli chiese con fare inquisitorio «Dunque, dottore, che cosa avremo allora? Una repubblica o una monarchia?». Franklin rispose compassato: «Una repubblica, signora, se saprete conservarla». Quest’anno, i funzionari statali e locali ed i giudici che hanno respinto i reiterati tentativi di Trump di invalidare milioni di voti, hanno fatto proprio questo.</p>



<p>Tutto ciò ci ricorda quanta influenza il sistema di governo americano attribuisca a persone diverse dal presidente. Non per caso, il recentissimo libro (che raccomando) di Francesco Clementi e Gianluca Passarelli, «Eleggere il Presidente», che analizza il complesso meccanismo di elezione presidenziale a partire dalla lunga presidenza di Franklin Delano Roosevelt, porta alla luce la rete di istituzioni «che fanno del presidente, soltanto uno dei nodi, seppure evidentemente cruciale, del sistema politico-istituzionale americano».</p>



<p>A volte, il presidente può sembrare onnipotente, e la presidenza di Trump ha cercato spesso di farlo credere. Perfino i membri del Congresso, e specialmente i repubblicani, negli ultimi quattro anni sostenevano di non essere in grado di modificare il comportamento di Trump. Ma il sistema di governo degli Stati Uniti non funziona così. Come ha detto al New York Times, il politologo della Georgetown University Matt Glassman: «Il presidente si misura con numerosi attori &#8211; il Congresso, le Corti, i gruppi di interesse, le nomine politiche nei dipartimenti e nelle agenzie e i civil servants &#8211; per influire sulle politiche pubbliche. Per convincere gli altri attori politici che è nel loro interesse stare al gioco e assecondarlo, o almeno non ostacolarlo, il presidente deve contare sulla sua abilità informale».</p>



<p>Quando un presidente non riesce a farlo, spesso rimane paralizzato. Ed è quel che è successo a Trump. Centinaia di funzionari pubblici locali si sono rifiutati di sottomettersi alla sua volontà. Negli ultimi giorni, diversi congressman repubblicani gli hanno detto pubblicamente che doveva prendere atto della realtà (molti altri si sono mostrati compiacenti, dando credito alle sue bugie, senza tuttavia muovere un dito in supporto ai suoi sforzi di cambiare il risultato). Anche il mondo degli affari (tradizionale alleato dei repubblicani), gli ha detto di avviare la transizione. Alla fine, Trump ha fatto come gli hanno detto di fare.</p>
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		<title>Howdy Joe!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Nov 2020 17:30:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sabato, alle 11:24 del mattino (ET), l’America, ed il mondo, hanno svoltato. Nell’istante in cui la CNN ha annunciato che Joe Biden sarebbe diventato il 46º presidente, gli Stati Uniti hanno imboccato una strada molto diversa da quella che avrebbero preso se il presidente Donald Trump fosse stato rieletto. «Vale la pena di approfittare del momento per brindare e tirare un respiro di sollievo», ha scritto la redazione del New&#8230;</p>
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<p>Sabato, alle 11:24 del mattino (ET), l’America, ed il mondo, hanno svoltato. Nell’istante in cui la CNN ha annunciato che Joe Biden sarebbe diventato il 46º presidente, gli Stati Uniti hanno imboccato una strada molto diversa da quella che avrebbero preso se il presidente Donald Trump fosse stato rieletto.</p>



<p>«Vale la pena di approfittare del momento per brindare e tirare un respiro di sollievo», ha scritto la redazione del New York Times, che ha sostenuto la candidatura di Biden. Il paese ha superato quello che, a detta del giornale, «per l’esperimento americano» sarà probabilmente considerato «come un prolungato stress test». «Il presidente ha fatto del suo meglio per minare le basi democratiche della nazione. Sono state scosse, ma non sono andate in frantumi. Trump ha messo in luce i loro punti deboli, ma anche la loro forza».</p>



<p>Cesseranno, dunque, gli attacchi presidenziali alle istituzioni democratiche, alla scienza e ai più deboli, compresi gli immigrati e le minoranze religiose. La Casa Bianca cesserà di essere la più grande fonte di menzogne del paese. L’America non avrà più un presidente che usa le divisioni ed i contrasti come strumenti di potere; e gli americani di colore non dovranno sopportare il peso della politica del «terrore razziale». La governance e la politica estera del paese non procederanno a colpi di tweet. Inoltre, Biden ha già annunciato una task force per combattere una pandemia che sta peggiorando.</p>



<p>La presidenza demagogica di Trump, invece di trasformarsi in una «rifondazione» che avrebbe calpestato i valori irrinunciabili del paese, resterà, dunque, un’anomalia nella storia americana. Per quanto il mondo rimanga insidioso, i timori che un secondo mandato di Trump avrebbe distrutto la Nato e compromesso il ruolo dell’America quale esempio dei valori democratici, non si materializzeranno. Gli Stati Uniti cercheranno di fare qualcosa per un pianeta che si sta riscaldando. La sconfitta di Trump sarà motivo di sollievo anche all’estero, dove le nostre vite, le vite di persone che non possono in alcun modo influenzare il potere americano, sono tuttavia plasmate dal gigante collocato a cavallo tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico.</p>



<p>Ma l’esplosione di gioia nelle strade di città come Philadelphia ed Atlanta, dove i cittadini hanno votato numerosissimi, non è stata condivisa dal vasto entroterra americano. Più di 70 milioni di americani hanno votato comunque per Trump e lo hanno seguito con un’intensità che eguaglia l’antipatia che provavano i suoi detrattori, che hanno sempre stentato a comprendere come possano gli amici e i parenti che lo amano giustificare la sua aggressività, le menzogne, la sua intolleranza. Eppure, i sostenitori di Trump, anche nel caos che lo contraddistingue, vedono un fustigatore delle «élites», che sono convinti li trattino, e trattino i loro valori, con un atteggiamento insopportabile di superiorità.</p>



<p>Trump ha parlato per un gran numero di americani che credono che l’adesione del governo alla globalizzazione abbia distrutto i loro mezzi di sostentamento. La crescente secolarizzazione e le riforme sociali «di sinistra» hanno convinto poi altri che la loro fede cristiana fosse in pericolo. E il fatto che i Repubblicani possano mantenere il controllo del Senato e addirittura recuperare qualche seggio alla Camera, riducendo il margine di maggioranza dei Democratici, lascia intendere che mentre molti conservatori sono stufi delle pagliacciate di Trump, non hanno affatto chiuso con le sue politiche.</p>



<p>Trump se ne andrà presto, ma lo smarrimento politico che ha sfruttato per ottenere la presidenza nel 2016 rimane. Il suo rifiuto di ammettere la sconfitta ora fomenterà una rabbia dal basso che potrebbe creare parecchi problemi alla presidenza di Biden. Gli strascichi delle elezioni serviranno solo ad evidenziare il distacco e la disaffezione interna ad un paese sempre più simile agli Stati «Disuniti» d’America. Non per caso, parlando dal suo paese natale a Wilmington nel Delaware, sabato sera il nuovo presidente si è rivolto agli elettori che sostengono Trump. «Poniamo fine, qui ed ora, a questo periodo infausto di demonizzazione in America», ha detto Biden. «Il rifiuto dei Democratici e dei Repubblicani a collaborare l’uno con l’altro non dipende da qualche misteriosa forza al di là del nostro controllo. È una decisione. È una scelta che facciamo. E se possiamo decidere di non cooperare, allora possiamo anche decidere di cooperare». Biden si rende conto delle furie (e della loro collera) che stanno scuotendo la nazione che guiderà tra 73 giorni. La sua presidenza dirà se sarà in grado di placarle.</p>
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		<title>Trump festeggia gli Accordi di Abramo. L’alba di un nuovo Medio Oriente?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2020 11:31:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Martedì scorso, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i ministri degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed Al-Nahyan, e del Bahrein, Abdullatif al-Zayani, si sono incontrati con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per suggellare la normalizzazione dei rapporti tra i loro paesi. La cerimonia ha sancito indiscutibilmente un passo di portata storica. Che il presidente americano abbia davvero negoziato un «trattato di pace» è tuttavia&#8230;</p>
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<p>Martedì scorso, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i ministri degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed Al-Nahyan, e del Bahrein, Abdullatif al-Zayani, si sono incontrati con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per suggellare la normalizzazione dei rapporti tra i loro paesi. La cerimonia ha sancito indiscutibilmente un passo di portata storica. Che il presidente americano abbia davvero negoziato un «trattato di pace» è tuttavia meno pacifico.</p>



<p>Quando Israele firmò gli accordi di pace con l’Egitto nel 1970 e con la Giordania nel 1994, quegli accordi hanno messo fine a decenni di ostilità e a innumerevoli guerre tra quei paesi. Ma Israele non è mai stata in guerra con gli Emirati Arabi Uniti o con il Bahrein e pertanto le nuove intese sono, di fatto, diverse dagli accordi di pace precedenti. Si tratta, più che di trattati di pace veri e propri, di intese volte alla normalizzazione dei rapporti, che mirano a stabilire formali relazioni diplomatiche tra due paesi che non sono mai stati in guerra tra loro.</p>



<p>Va detto che, almeno con gli Emirati Arabi Uniti, le relazioni tra i cittadini dei due paesi dovrebbero diventare più amichevoli. Si tratta di una differenza importante rispetto alla perdurante ostilità nei confronti di Israele che si registra nelle strade egiziane e giordane nonostante accordi di pace vecchi di decenni. Quella del Bahrein, nel quale una popolazione a maggioranza sciita potrebbe ancora protestare contro l’accordo, è una storia diversa.</p>



<p>Ovviamente, Israele aveva già stabilito relazioni riservate con gli Emirati Arabi Uniti ed il Bahrein, stimolate, negli ultimi anni, da una mutua alleanza di fatto contro l’Iran. Ed è stato proprio in questo conflitto con l’Iran che Trump ha visto l’occasione per avvicinare Israele agli Stati arabi. Sia gli Emirati Arabi Uniti che il Bahrein sono governi musulmani sunniti, in contrasto con la leadership sciita e l’espansionismo regionale dell’Iran e Israele si è schierato con fermezza dalla parte degli Stati sunniti del Golfo.</p>



<p>Resta da chiedersi in che modo questi accordi, riusciranno ad influenzare il conflitto israelo-palestinese. Da un lato, l’intesa con gli Emirati Arabi Uniti ha fermato la prevista annessione di parti della Cisgiordania da parte di Israele. Il che sarebbe stato un colpo mortale per la soluzione dei due Stati. Ma i palestinesi ritengono di essere stati traditi ed è improbabile che siano disposti a dialogare con una visione del Medioriente (quella dell’amministrazione Trump) fortemente sbilanciata verso Israele. Non bisogna, dunque, aspettarsi grandi progressi in merito al conflitto più intrattabile della regione solo perché Israele, gli Emirati Arabi Uniti ed il Bahrein ora vanno d’accordo.</p>



<p>Trump ha avuto comunque la sua cerimonia per la firma alla Casa Bianca, che, a distanza di 49 giorni dalle elezioni, lo ha rafforzato nella convinzione di essere un grande pacemaker ed un grande dealmaker. L’amministrazione americana senza dubbio ha il merito di aver favorito la normalizzazione diplomatica tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, così come tra Israele e il Bahrein. Tuttavia, gli accordi raggiunti sono anche il segno del cambiamento delle dinamiche geopolitiche nella regione. Non è un mistero per nessuno che è stata la potenziale minaccia dell’Iran sciita ad indurre gli Stati a guida sunnita a prendere in considerazione il loro comune interesse con Israele e a stabilizzare le nuove suddivisioni in Medio Oriente.</p>



<p>Diversi caveat indicano però che la cerimonia di Trump nel South Lawn della Casa Bianca non è del tutto all’altezza di quelle degli anni passati. In primo luogo non è chiaro che prezzo abbia dovuto pagare l’amministrazione americana per celebrare, a poche settimane dalle elezioni, il trionfo del presidente. Il genero di Trump, Jared Kushner, ha tuttavia fatto capire chiaramente che gli Stati Uniti invieranno gli F-35 agli Emirati Arabi Uniti nonostante le obiezioni israeliane. In secondo luogo, in realtà l’accordo di martedì maschera il mancato raggiungimento, da parte dell’amministrazione americana, della pace israelo-palestinese progettata da Kushner. E l’affermazione del presidente che i palestinesi muoiono dalla voglia di salire a bordo va presa con beneficio d’inventario.</p>



<p>Va da sé che è difficile che arrivi un apprezzamento bipartisan, ma nel valutare l’accordo, l’ex segretaria di stato Madeline Albright (che ha prestato servizio con Bill Clinton) e l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley (che ha prestato servizio con George W. Bush), hanno scritto su Politico Magazine che vale la pena sostenere la strategia di Trump.</p>



<p>Non deve sorprendere che i palestinesi non siano contenti, scrivono Albright e Hadley, ma questi accordi potrebbero consentire legami arabo-israeliani più profondi attraverso la cooperazione economica, un più semplice ritiro americano dalla regione e ulteriori concessioni israeliane contro l’annessione e in favore di uno Stato palestinese. Specie se, nella prospettiva di accordi simili, altri paesi arabi condizioneranno il riconoscimento di Israele ai passi compiuti sulla questione. «Comprendiamo che molti americani restino pessimisti», scrivono Albright e Hadley. «Ma se queste azioni dovessero riuscire, potrebbero offrire la piattaforma di cui c’è bisogno per progredire in direzione di un Medio Oriente pacifico e prospero».</p>



<p>Certo, si tratta di politica estera, un tema che in America (come dappertutto) è considerato di poco peso nelle elezioni presidenziali. Ma non è un caso che la campagna del presidente americano stia sfruttando al massimo anche la candidatura di Trump al Nobel (sorvolando sul fatto che è stata proposta da un eccentrico parlamentare norvegese ultra-conservatore). Si tratta pur sempre di show business, un campo nel quale Trump eccelle.</p>
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