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	<title>Castagnetti Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Castagnetti Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Giorgio Gori: Io voto No. Se vince il SI vedremo nuovamente gonfiate le vele dei populisti. Credo che saranno molti i sostenitori del PD a votare No</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2020 09:14:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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<p><strong>Perché ha deciso di votare NO al referendum costituzionale?</strong><br>Sono stato forse tra i primi che hanno manifestato pubblicamente il proprio punto di vista. Fortunatamente nelle settimane successive il numero di coloro che hanno deciso di votare No e che l’hanno voluto dire pubblicamente è aumentato e in parallelo anche i sondaggi hanno registrato una crescita costante dei NO. Io ho deciso per una serie di ragioni di merito e per una scelta politica. Le ragioni di merito abbiamo imparato a conoscerle: peggiora drasticamente il rapporto quantitativo tra elettori ed eletti e questo va a danno soprattutto delle aree meno popolate. Viene spazzato il criterio di rappresentatività dei territori; va molto a danno dei cittadini italiani che vivono all’estero, tra i quali serviranno numeri enormi per avere un rappresentante in Parlamento. Questo minor numero di parlamentari sarà, alle attuali regole di compilazione delle liste, ancora più controllabile dalle segreterie dei partiti: oggi ancora uno spazio per qualche outsider scelto dai cittadini c’è, domani non ce ne sarà più. Il Parlamento non sarà più efficiente: il numero si va a ridurre del 36% in modo lineare ma in termini assoluti il numero dei Senatori sarà ridotto in valori assoluti a soli 200. Questo vuol dire che sarà ancora più difficile far lavorare le commissioni, per cui saremo ancora più lenti e meno efficienti. Questo creerà un maggiore squilibrio tra Parlamento e Governo e porrà il Parlamento in ostaggio di pochi senatori che, cambiando la propria collocazione politica potrebbero mettere in discussione le maggioranze. Tutto questo giustifica ampiamente un NO.</p>



<p><strong>La ragione politica?</strong><br>Non possiamo non vedere da dove venga questo taglio dei parlamentari, cosa rappresenti, perché tutto è tranne che una riforma, è uno spot elettorale. Qualcuno ha detto – con più decisione – che è una “marchetta” in nome dell’antipolitica, in nome di una rappresentazione caricaturale della politica e della rappresentanza parlamentare, dove i politici vengono indicati come occupanti di poltrone da colpire. Sono i cavalli di battaglia dei cinque stelle che non a caso aveva presentato questa proposta insieme ad altre due che ben spiegano il loro atteggiamento: il vincolo di mandato, che significa mettere il destino di ogni rappresentante che siede in quelle aule nelle mani dei segretari di partito, e il referendum propositivo che segnala una prospettiva di conflitto tra volontà pseudo-popolare e democrazia rappresentativa.</p>



<p><strong>Tutti i partiti affermano di aver sempre sostenuto il taglio dei parlamentari. Ma è la stessa cosa?</strong><br>Non è assolutamente vero che questa riforma somigli alla riduzione dei parlamentari che in altre occasioni in passato anche il centro-sinistra ha sostenuto: quella riduzione dei parlamentari stava dentro una cornice di riforma sostanziale del funzionamento del Parlamento che prevedeva una sola camera deliberativa, superando l’anomalia italiana di avere due camere che fanno sostanzialmente lo stesso lavoro. È completamente diverso avere 600 deputati o 400 deputati e 200 senatori in due rami del Parlamento che duplicano lo stesso mestiere. Io non mi riconosco in alcun modo in questo taglio.</p>



<p><strong>Il PD sostiene il Si. È deluso?</strong><br>Mi dispiace che il mio partito, che per tre volte, con questi stessi argomenti, non con altri, aveva rappresentato la sua contrarietà, alla fine abbia deciso di votare Si in quarta votazione perché quella era la condizione posta dai cinque stelle per la nascita del governo. Io non c’ero in quelle trattative e non so dire se il governo non sarebbe nato se il PD avesse detto No, tenendo il punto su quella posizione. Difficile da dire. Ma in ogni caso i correttivi che in quella circostanza erano stati “barattati” per votare in modo favorevole non si sono realizzati, come sappiamo. Se il patto andava onorato, andava rispettato innanzitutto dal M5S che si era impegnato a varare una nuova legge elettorale, a promuovere il voto attivo da parte dei diciottenni anche per il Senato, a modificare la base regionale del voto al Senato. Nulla è arrivato in porto. Qualcosa ha fatto qualche passo ma è ben lontana dall’essere un’approvazione. Tutto questo motiva con forza un No che nella sua sintesi è davvero un No all’antipolitica. Ho visto che nelle ultime ore i cinque stelle hanno rispolverato i loro cavalli di battaglia e cioè: “mandiamo a casa questi dinosauri”, mettendo alla berlina persone perbene che hanno dedicato la loro vita alla politica come Gianni Pittella, indicato come un poltronaro da mandare a casa. Io non creo proprio, da democratico, di poter dare la mia approvazione a questo modo di fare politica.</p>



<p><strong>L’intera sua giunta ha deciso di schierarsi per il No, come buona parte del popolo del PD.</strong> <strong>Soddisfatto?</strong><br>Cerco sempre di non sovrapporre i piani: la mia giunta è un gruppo di persone che lavora per l’amministrazione di Bergamo. Alcuni di loro sono iscritti al Partito Democratico, altri appartengono a formazioni civiche o neppure a quelle, hanno un profilo tecnico. Ho appreso dai giornali che tutti e nove i miei assessori erano orientati a votare per il No. Ne ho preso atto e ne sono contento ma non voglio strumentalizzare la loro posizione che è personale. Certo è che in generale il fatto che così tanti iscritti e militanti del PD, a prescindere dalla loro collocazione, anche persone molto vicine alla posizione del segretario Zingaretti, abbiano espresso la loro posizione per il No è molto significativo. A me pare che ci sia un difetto di comprensione da parte del vertice del partito di quale sia l’orientamento naturale ma ragionato degli elettori e degli iscritti. Si è deciso di tenere formalmente la posizione del si. Così ha deciso la direzione. Io rispetto quella decisione ma è anche vero che in quel passaggio il segretario è stato abbastanza comprensivo delle ragioni del no, non ha forzato né ha rivolto critiche aggressive a chi sostiene il No. Il PD ha deciso di votare Si nel quarto e ultimo passaggio parlamentare. La direzione ha votato Si di nuovo, peraltro con un meccanismo abbastanza curioso e inedito, che è quello di contare tra i favorevoli coloro che non avevano segnalato anzitempo la loro assenza. Il silenzio assenso è una cosa abbastanza curiosa. Io credo che saranno moltissimi i militanti e i sostenitori del PD a votare No.</p>



<p><strong>Se passa il SI chi può ritenersi vincitore?</strong><br>Vince Di Maio, vincono i cinque stelle. Resuscitiamo un partito che per il resto, per fortuna, è in caduta libera nei consensi tra i nostri concittadini. Lo ha scritto molto bene il direttore di Repubblica, segnalando che questa crescita eterogenea del fronte del No comprende nomi di nobili rappresentanti della tradizione del PCI, insieme alle Sardine, Pierluigi Castagnetti, Romano Prodi e molti sindaci. Questa cosa testimonia una vitalità della società italiana nell’opporsi a una deriva populista che è in calo. Quello che abbiamo passato negli ultimi mesi ha riportato in auge un bisogno di serietà, di concretezza, di fattività, di qualità della rappresentanza politica, esattamente l’opposto della vulgata che sostiene questo spot elettorale dei cinque stelle. Quindi se vince il SI vedremo nuovamente gonfiate le vele dei populisti: andranno sui balconi ad annunciare una svolta epocale, rivendicando di aver fatto quello che avevano promesso.</p>



<p><strong>Se prevale il NO?</strong><br>Se vince il NO gli sconfitti saranno ancora i cinque stelle. Saranno i populisti, quelli che misurano la politica un tanto al chilo. Io credo che sarebbe un segnale molto interessante. Non credo che avrà conseguenze né per il Governo né per il Partito Democratico, per la sua segreteria. Allo stesso modo penso che neanche l’esito delle regionali avrà conseguenze di questa natura. Ma sarà un segno molto forte di reattività per il PD in particolare, perché sarebbe una indicazione della strada da intraprendere nei prossimi mesi che potrà essere spesa anche in altri contesti.</p>
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		<title>Italia occidentale ed europea grazie a De Gasperi</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 13:38:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Davide Giacalone Ho letto l’intervista che avete fatto a Pierlugi Castagnetti, colma di spunti e riflessioni che meritano studio e approfondimento. Non potendolo fare qui, mi limiterò ad alcune brevi osservazioni. La grandezza di Alcide De Gasperi e il ruolo determinante che ebbe nell’avviare e consolidare le istituzioni democratiche si vede, certamente, nelle elezioni del 18 aprile 1948, ma aggiungerei quelle del 7 giugno 1953. Non meno rilevanti, anche&#8230;</p>
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<p>di Davide Giacalone</p>



<p>Ho letto l’intervista che avete fatto a Pierlugi Castagnetti, colma di spunti e riflessioni che meritano studio e approfondimento. Non potendolo fare qui, mi limiterò ad alcune brevi osservazioni.</p>



<p>La grandezza di Alcide De Gasperi e il ruolo determinante che ebbe nell’avviare e consolidare le istituzioni democratiche si vede, certamente, nelle elezioni del 18 aprile 1948, ma aggiungerei quelle del 7 giugno 1953. Non meno rilevanti, anche se amare nella conclusione. De Gasperi volle, dopo la vittoria del ’48, un governo di coalizione. Avrebbe potuto fare diversamente, ma compì quella scelta come indicazione politica generale, di grande valore: il governo non sarebbe dovuto essere quello di una parte, pur se espressione, naturalmente, di una maggioranza e con una irrinunciabile opposizione. Fu presto chiaro, però, che non solo i partiti di minore consistenza, ma anche le componenti interne alla Democrazia Cristiana avrebbero potuto sfruttare l’essenzialità dei loro voti parlamentari per rendere troppo debole e incerto il cammino del governo. Sicché fu promossa e varata una riforma del sistema elettorale, di modo che la coalizione che avesse preso la maggioranza assoluta dei voti (prego fare attenzione: non la maggioranza relativa, ma quella assoluta dei voti, erano esclusi in partenza i governi di minoranza, che da lustri si succedono, oggi) avrebbe avuto un premio in seggi. Ciò avrebbe reso più stabili i governi e più forte chi li guida. La campagna elettorale del ’53 fu condotta all’insegna della “legge truffa”. È largamente probabile che una truffa ci fu, effettivamente, ma ai danni della maggioranza e del disegno degasperiano, talché il premio non scattò. In quell’occasione De Gasperi scelse di non chiedere il riconteggio dei voti. Avrebbe esposto il Paese a tensioni troppo forti. Nasce lì il suo successivo indebolimento, anche dentro il suo stesso partito, e nasce lì l’idea che senza il consenso di parte consistente dell’opposizione in Italia si può essere accusati d’illegittimità. Ma De Gasperi ebbe ragione. Gli era chiara la conseguenza di quella rinuncia, ma anche il rischio eccessivo cui l’Italia non doveva essere esposta.</p>



<p>La scelta occidentale ed europeista non era affatto scontata, essendo già forti le pressioni che spingevano verso un disallineamento neutralista. Ancora molti anni dopo, del resto, c’era chi guardava con ammirazione al gruppo dei “non allineati”, che poi erano, inevitabilmente, satelliti sovietici. De Gasperi ebbe il merito, enorme, di non cedere sul punto: l’Italia sarebbe stata occidentale ed europea. Molti farebbero bene a studiarlo, quel passaggio, perché a noi sembra essere passato tanto tempo, ma è un attimo della storia e certi vizi non si cancellano così in fretta. Purtroppo settori consistenti, non solo comunisti, vissero quella scelta come illegittimo sopruso, fu poi digerita come vincolo, accettata come realtà rassicurante (si dovette attendere Berlinguer), quindi declassata a cosa normale, per poi ripassare dal punto di partenza, riproponendosi un nazionalismo straccione, oramai dimentico di quanto sangue e disonore è costato all’Italia.</p>



<p>Infine, ma è cosa minore, Castagnetti ricorda quanto sia necessaria la mediazione. Il compromesso, aggiungerei. Il mondo senza compromessi è quello in cui la mattina si esce da casa per andare ad ammazzare qualcuno (talora senza neanche dovere uscire da casa). Il guaio, però, non è che oggi non ci siano mediazioni o non si realizzino compromessi, il guaio è che lo si fa su faccende miserrime. Talora anche in modo sfacciato. La democrazia è rappresentanza di idee diverse, ma anche di interessi diversi, e si media fra idee e fra interessi. È bellissimo e utilissimo. Quando, però, la politica s’impoverisce di idee e sentimenti, affollandosi di risentimenti e trasformismi, quando si adotta un atteggiamento falso e moralistico nei confronti degli interessi, il compromesso rimane fra gli interessati. Per niente interessanti.</p>



<pre class="wp-block-preformatted">Contributo al dibattito scaturito dall’intervista a Pierluigi Castagnetti pubblicata il 18 aprile.
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		<title>Solidarietà, cooperazione, equità e inclusione</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 13:31:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Salvatore Martino Contributo al dibattito scaturito dall’intervista a Pierluigi Castagnetti pubblicata il 18 aprile. https://ilcaffeonline.it/2020/04/18/castagnetti-18-aprile-de-gasperi-democrazia/ L&#8217;analisi che Castagnetti fa è lucida e largamente condivisibile. il problema è che, in tempi più recenti rispetto a quelli di De Gasperi, all&#8217;indomani della crisi della politica italiana, quando occorreva in maniera seria e coerente rifondare i partiti, non lo si fece perché, molti, preoccupati solo del consenso, cercarono di presentare facce nuove&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/04/20/solidarieta-cooperazione-equita-inclusione/">Solidarietà, cooperazione, equità e inclusione</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>di Salvatore Martino</p>



<pre class="wp-block-verse">Contributo al dibattito scaturito dall’intervista a Pierluigi Castagnetti pubblicata il 18 aprile.
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<p>L&#8217;analisi che Castagnetti fa è lucida e largamente condivisibile. il problema è che, in tempi più recenti rispetto a quelli di De Gasperi, all&#8217;indomani della crisi della politica italiana, quando occorreva in maniera seria e coerente rifondare i partiti, non lo si fece perché, molti, preoccupati solo del consenso, cercarono di presentare facce nuove che, nella maggior parte dei casi, erano espressione di politici impresentabili che, da dietro le quinte, continuarono a gestire il potere.</p>



<p>Per quanto riguarda poi, i cattolici, con la chiusura della Dc, si verificò ciò che in effetti doveva accadere. Una buona parte confluì col centro destra attraverso la creazione di due formazioni che, in effetti, raccolsero tanta gente che era nel partito ma che, in realtà, era sempre stata di destra. A sinistra, invece, con la fondazione del Ppi, si cercò di portare avanti quelle istanze sociali che da sempre erano appartenute al vecchio Partito Popolare e, successivamente, alla Democrazia Cristiana.</p>



<p>Purtroppo, in quella fase, che doveva segnare la vera novità all’interno del quadro politico nazionale, la fondazione del nuovo Partito Popolare, che si richiamava alla tradizione del cattolicesimo democratico, all’inizio, raccolse l’adesione non solo di soggetti appartenenti alla Dc ma anche di tanti altri provenienti dall’associazionismo cattolico e dalla società civile. Purtroppo ciò che avvenne, nonostante gli sforzi di Castagnetti, di Bianco e di Cananzi (ex Presidente nazionale dell’Aci) fu, in realtà, boicottato perché, in periferia, dove realmente occorreva piantare le radici del nuovo partito, i giovani e i nuovi aderenti, non sostenuti dagli organi centrali del partito, furono costretti ad abbandonare il campo perché i vecchi padronidella Dc, grazie ai loro agganci romani, divennero la faccia del nuovo partito che poi, chiaramente, dovette sparire dallo scenario politico anche perchénon avrebbe avuto successo. Contemporaneamente, conl’appoggio esplicito del cardinale Ruini al centro destra, il Ppi divenne un partito che nonostante si dichiarasse di ispirazione cattolica non godette della fiducia della gerarchia, per cui si trovò a navigare in acque abbastanza difficili.</p>



<p>Io credo, invece, che fu un errore grave far naufragare quella esperienza perché, per quanto giovane, le scelte a cui si ispirarono inizialmente i promotori, erano molto coerenti con la tradizione cattolica e, soprattutto, col progetto che Aldo Moro intendeva realizzare per il bene dell’Italia,e quel partitosarebbe potuto essereuno strumento importante per sperimentare un nuovo modo di far politica. Quel nuovo modo che, in Italia, non fu mai più cercato, nonostante le tappe successive che si cercò di realizzare con la istituzione di nuove aggregazioni e nuove sigle di partiti. Ovviamente, terminata quella fase, l’idea di un partito di ispirazione cattolica o di un partito di cattolici, non ha più avuto alcun senso.</p>



<p>In questi giorni, la tragedia che sta consumando la società italiana impone delle scelte che, necessariamente, si dovranno discostare dal modo precedente di fare e di intendere la politica. Ce lo dicono e ce lo impongono le decine di migliaia di morti, ce lo dice una sanità privata, che nel corso degli anni ha goduto di finanziamenti esagerati, e che ha ridotto all’impotenza l’assistenza e le cure ai cittadini. Ce lo impone un Sud completamente impreparato e privo di strutture sanitarie elementari, che, forse, solo per miracolo, non ha dovuto affrontare le situazioni estreme che si sono verificate altrove. Se ciò fosse accaduto, il Mezzogiorno sarebbe diventato un carnaio, e sarebbe stato abbandonato a se stesso. Allora, se davvero si vuole tornare a far politica in maniera intelligente e credibile, se davvero si ha a cuore il bene del Paese, occorre spazzare via ogni equivoco e dichiarare senza incertezza che il sistema liberista che è stato costruito in Italia e che ha distrutto la presenza dello stato in periferia va cancellato e va immaginato un progetto politico che abbia alla base valori importanti come la solidarietà, la cooperazione, l’equità e l’inclusione.</p>



<p>Salvatore Martino </p>
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