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	<title>Cei Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Alessandro Zan: meglio nessuna legge che una legge discriminatoria. La mediazione di Ostellari è irricevibile. Renzi considera ideologismo una legge che Italia Viva ha contributo fortemente a realizzare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jul 2021 16:43:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Come nasce il DDL che porta il suo nome e perché è divenuto così divisivo da mettere in pericolo la maggioranza?Questa è una legge di iniziativa parlamentare, non c’entra nulla con il Governo. Nasce dall’esigenza di dare al nostro Paese una legge contro i crimini d’odio. Voglio ricordare che l’Italia è l’unico tra i paesi fondatori dell’Unione Europea a non avere ancora una legge contro i crimini d’odio. Abbiamo la&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/08/pafumi-raco-zan-meglio-nessuna-legge-che-una-legge-discriminatoria/">Alessandro Zan: meglio nessuna legge che una legge discriminatoria. La mediazione di Ostellari è irricevibile. Renzi considera ideologismo una legge che Italia Viva ha contributo fortemente a realizzare</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Come nasce il DDL che porta il suo nome e perché è divenuto così divisivo da mettere in pericolo la maggioranza?</strong><br>Questa è una legge di iniziativa parlamentare, non c’entra nulla con il Governo. Nasce dall’esigenza di dare al nostro Paese una legge contro i crimini d’odio. Voglio ricordare che l’Italia è l’unico tra i paesi fondatori dell’Unione Europea a non avere ancora una legge contro i crimini d’odio.</p>



<p><strong>Abbiamo la legge Mancino.</strong><br>Che contrasta i crimini d’odio razziale e religioso, ma mancano tutte le protezioni e le tutele nei confronti delle altre vittime cosiddette vulnerabili: le donne soprattutto, che stanno in cima alla piramide d’odio in rete, le persone della comunità LGBT e le persone con disabilità.</p>



<p><strong>In questo caso più che mai possiamo dire: ce lo chiede l’Europa!</strong><br>C’è una direttiva del 2012 dell’Unione Europea che chiede agli stati di adeguare la propria legislazione per dare protezione e tutela a coloro che sono ancora discriminati e vengono fatti oggetto di violenza di odio per la loro condizione personale, semplicemente perché esistono. Tutti i paesi hanno dato seguito a questa direttiva tranne l’Italia. L’Italia negli ultimi trent’anni ha sempre fallito questo obiettivo.</p>



<p>P<strong>erché?</strong><br>Sostanzialmente perché abbiamo una destra ancora molto arretrata e non liberale. Ricordo che in Francia una legge simile è stata approvata dalla destra sotto la presidenza Chirac. Noi invece abbiamo una destra che firma e sottoscrive la carta valoriale di Orban e Duda, cioè di quei paesi che stanno mettendo in campo delle vere e proprie discriminazioni.</p>



<p><strong>C’è chi accusa la legge Zan di essere divisiva.</strong><br>In realtà è divisiva perché c’è una destra che non accetta di tutelare dei cittadini che sono oggi discriminati e che strizza l’occhio a una parte del Paese ancora omofobo e razzista. Se tutte le forze politiche che l’hanno sostenuta alla Camera la voteranno anche al Senato la legge passerà.</p>



<p><strong>I punto controversi sono gli articoli 1, 4 e 7. Cosa prevedono?</strong><br>L’articolo uno riguarda le definizioni, che sono state rese necessarie proprio da un intervento del Comitato per la legislazione e della Commissione Affari Costituzionali. Tra l’altro tutte le definizioni sono state scritte con il contributo fattivo dell’ufficio legislativo del ministero per le pari opportunità, guidato dalla ministra Bonetti che rappresenta Italia Viva. Non si capisce perché c’è qualcuno che ne chiede oggi il suo stralcio visto che c’è stata una grande volontà per inserirlo alla Camera.</p>



<p><strong>L’articolo 4?</strong><br>Viene incontro a tutta una serie di preoccupazioni, soprattutto del mondo cattolico, che vorrebbero fugare ogni dubbio rispetto alla cosiddetta libertà di espressione. L’articolo 4 è stato inserito riscrivendo pari pari le sentenze della Corte di Cassazione che hanno stabilito che nessuno può mai limitare la libertà di espressione, garantita dall’articolo 21 della Costituzione. Altra cosa è istigare all’odio e alla violenza, esprimere espressioni che possano determinare un concreto pericolo di violenza nei confronti di una persona o di un gruppo sociale. In realtà quindi non abbiamo inventato niente, abbiamo solo ribadito quello che già la giurisprudenza ha deciso in questi anni.</p>



<p><strong>Infine l’articolo 7. Cosa prevede?</strong><br>Parla delle scuole, ma anche qui si fa molta demagogia, si raccontano un sacco di fake news. Questa è un’occasione per contrastare, nelle scuole, tutte le discriminazioni e per valorizzare tutte le differenze. Oggi abbiamo un fenomeno molto preoccupante che è quello del bullismo, che porta addirittura molti adolescenti, che subiscono continue discriminazioni, anche al gesto estremo del suicidio. E’ giusto e importante che nelle scuole si insegni il rispetto per tutti, in modo tale che le persone non siano additate per la loro disabilità, per il loro orientamento sessuale, per il loro colore della pelle. Sostanzialmente si insegna il rispetto.</p>



<p><strong>Nessuna imposizione alle scuole?</strong><br>Le scuole sono dotate di un’autonomia e questo nella legge è scritto. Ciascuna scuola, in base alla propria scelta e in base al piano triennale dell’offerta formativa che prevede l’accordo tra genitori, famiglie e insegnanti, deciderà se avviare questi progetti contro le discriminazioni oppure no. Dunque, nessun tipo di imposizione, stiamo parlando di polemiche montate sul nulla.</p>



<p><strong>L’intervento del Vaticano dunque è stato strumentalizzato?</strong><br>Si, anche perché in più occasioni il Vaticano è intervenuto tramite la CEI, il cui presidente Bassetti aveva invitato a cercare un accordo perché la legge non fosse affossata. La nota diplomatica che ha smosso le diplomazie di stati esteri è sembrato un gesto abnorme. Il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha ribadito che lo Stato italiano è uno Stato laico e che il nostro ordinamento ha tutte le garanzie costituzionali per rispettare i trattati internazionali, compreso il Concordato. Le parole del Presidente del Consiglio, che io condivido e faccio mie, danno una risposta concreta e chiudono la polemica.</p>



<p><strong>La mediazione che sta provando il presidente Ostellari può costituire un punto d’incontro?</strong><br>Il mio faro, mio e di tanti colleghi, è stato quello di pensare a una legge antidiscriminatoria che può essere oggetto di mediazione. L’unico punto su cui non siamo disponibili a mediare è quello dei diritti delle persone. Stiamo parlando di vite umane, della carne viva delle persone. La proposta di Ostellari non è una mediazione ma è una crudeltà, perché toglie dalla protezione e dalla tutela le persone transgender, cioè toglie l’identità di genere, termine che è giuridicamente consolidato dal nostro ordinamento, non un termine sociologico, inventato dal nulla. Lo troviamo nei trattati internazionali, nelle sentenze della Corte Costituzionale, nel nostro ordinamento penitenziario. Se si vuole togliere l’identità di genere dalla legge Zan, bisognerebbe toglierla da innumerevoli altre leggi dello Stato italiano.</p>



<p><strong>La porta sembra davvero sbarrata.</strong><br>Ripeto, quella di Ostellari non può essere considerata come una mediazione, semmai come una crudeltà, perché toglie la protezione a persone che fanno parte di un gruppo sociale che è il più discriminato tra i discriminati. Ricordo che l’Italia è maglia nera in Europa per numero di omicidi nei confronti delle persone trans. Dunque, non può esserci mediazione che trasformi una legge che ha l’obiettivo di combattere delle discriminazioni.</p>



<p><strong>Renzi ha dichiarato: &#8220;la cosa chiara è che, grazie a noi, il ddl Zan smette di essere discusso su Instagram e va dove deve stare: in Aula. Detto questo, spero sempre che ci sia un sussulto di saggezza perché l’ostruzionismo da un lato e l’ideologismo dall’altro rischiano di far saltare il provvedimento&#8221;. Cosa risponde?</strong><br>Renzi considera ideologismo una legge che Italia Viva ha contributo fortemente a realizzare. Il senatore Renzi mi deve spiegare che cos’è l’ideologismo. Quella legge non è la legge che ho voluto io, il cosiddetto ddl Zan è il frutto di una sintesi, di una mediazione che ha comportato un anno di lavoro. Sono stati accolti prevalentemente emendamenti e contributi di Italia Viva, anzi questa legge vede Italia Viva come azionista di maggioranza. Dunque stiamo parlando di una sintesi che ha visto veramente l’accoglimento delle sensibilità dei diversi gruppi.</p>



<p><strong>Così lo scontro sembra inevitabile.</strong><br>Io sto ai numeri. Se Italia Viva vota la legge al Senato, la legge passa. Se Italia Viva invece preferisce fare una mediazione con la Lega, che non ha nessun tipo di credibilità su questo argomento &#8211; visto che&nbsp;il presidente Ostellari ha tenuto in ostaggio la legge per mesi, visto che Salvini dice che la legge approvata in Ungheria da Orban è una legge innocua e ha sottoscritto con Meloni la cosiddetta carta valoriale delle destre sovraniste, che contiene delle affermazioni terribili, mostruose e inaccettabili &#8211; la legge non passerà.</p>



<p><strong>Anche la Lega propone una mediazione.</strong><br>La Lega sta proponendo una mediazione sulla pelle della gente e questo per noi è inaccettabile. Io l’ho sempre detto, meglio nessuna legge che una legge discriminatoria. Da questo punto di vista noi siamo molto sereni. Abbiamo questo disegno di legge molto equilibrato, che – ripeto – ha visto il contributo fattivo di Italia Viva e su questo andiamo in Aula. Poi le mediazioni ci possono essere purché non siano sui diritti delle persone, perché a quel punto noi non ci stiamo.</p>



<p><strong>Quali modifiche sarebbe disposto ad accettare pur di vedere approvato il testo?</strong><br>L’unica proposta di mediazione oggi in campo è quella di Ostellari, che esclude le persone trans e per noi questo è irricevibile. Se ci saranno altre mediazioni condivise da tutti, che però non ledano i diritti delle persone, sarà il Senato nelle sue prerogative a decidere. Non certo io che sono stato il relatore alla Camera e ho portato avanti un lavoro faticosissimo di mediazione lunghissima che ha portato al testo attuale.</p>



<p><strong>Il voto segreto è una roulette russa. Preferirebbe il voto palese?</strong><br>Io preferirei sempre il voto palese, in modo tale che i senatori si assumano le proprie responsabilità di fronte al Paese. Ma non è che l’iter alla Camera &nbsp;è stato una passeggiata, tutt’altro. E’ stato un Vietnam parlamentare, fatto di pregiudiziali di costituzionalità, di ostruzionismi pesantissimi in Commissione giustizia e in Aula, di tantissimi voti segreti. Tra l’altro la Camera ha un regolamento che concede più facilmente il voto segreto, rispetto a quello del Senato. E’ chiaro che al Senato non sarà una passeggiata. Però se tutte le forze politiche, che hanno votato la legge alla Camera, saranno compatte anche al Senato, i voti ci sono. Se invece qualcuno si sfila, è chiaro che i voti non ci sono più.</p>



<p><strong>Che sentimento avverte nel Paese rispetto al tema e alla legge?</strong><br>Tutti i sondaggi ci dicono che la stragrande maggioranza degli italiani vuole una legge contro i crimini d’odio non solo nel campo del centrosinistra ma in maggioranza anche nel centrodestra. Salvini e Meloni, che osteggiano questa legge, su questo specifico punto sono in opposizione al proprio elettorato. C’è stata una mobilitazione così forte perché i giovani e i giovanissimi si mobilitano, perché non vogliono vivere in un paese oscurantista, non vogliono vivere in un paese che può diventare come l’Ungheria e la Polonia, vogliono vivere in un paese libero e inclusivo che tutela tutte le differenze. Ecco perché c’è stata una grandissima mobilitazione nei social.</p>



<p><strong>La viralità del tema sui social potrebbe costituire la chiave perché lo stallo del DDL possa sbloccarsi?</strong><br>Gli influencer non fanno altro che mettere a disposizione la loro pagina, molto seguita, per un dibattito. Ma se prima non si attira l’attenzione delle persone il tema non decolla, nonostante l’intervento degli influencer. I social e tutte le manifestazioni a sostegno della legge hanno mostrato un Paese reale molto vivo, molto aperto, molto più avanti della classe politica che lo dovrebbe rappresentare. Ecco perché il Senato ha tutti i riflettori puntati. Io spero che le senatrici e i senatori, facendo un po’ di esame di coscienza, capiscano che ormai è arrivato il momento della decisione, di portare a casa questa legge.</p>



<p><strong>Fiducia quindi in vista del 13?</strong><br>Il 13 inizia la discussione. Sarà un iter abbastanza lungo ma io resto fiducioso.</p>
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		<title>Quando arresteranno l’arrotino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco De Fossis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jun 2021 08:33:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando arresteranno l’arrotinosarà giornata di tristezza e pianto?O forse sarà giorno di sollievo?Per il poeta, sì, ma il cor è affranto. Insieme arresteranno l’ombrellaiocolpevole anche lui di menar vantod’aver ricambi d’ogni tipo e marcaper la cucina a gas, guasta d’incanto. Di forbici, coltelli e coltellinifaremo presto un ricco camposanto,non tagliano, rimangon nella mane ci consoleremo col vinsanto Donne! non udirai, forte né pian,entrata ormai in vigor la legge Zan</p>
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<p>Quando arresteranno l’arrotino<br>sarà giornata di tristezza e pianto?<br>O forse sarà giorno di sollievo?<br>Per il poeta, sì, ma il cor è affranto.</p>



<p>Insieme arresteranno l’ombrellaio<br>colpevole anche lui di menar vanto<br>d’aver ricambi d’ogni tipo e marca<br>per la cucina a gas, guasta d’incanto.</p>



<p>Di forbici, coltelli e coltellini<br>faremo presto un ricco camposanto,<br>non tagliano, rimangon nella man<br>e ci consoleremo col vinsanto</p>



<p>Donne! non udirai, forte né pian,<br>entrata ormai in vigor la legge Zan</p>
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		<title>Massimo Faggioli: dal Papa nessuna concessione agli atei devoti e ai neo-conservatori europei e americani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2021 19:42:09 +0000</pubDate>
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<p><strong>Nel suo ultimo libro ha raccontato le cause e le implicazioni politiche dell&#8217;avere un cattolico alla Casa Bianca. La prima volta fu drammatica, questa volta che cosa ci aspetta?</strong><br>L’elezione di Kennedy e il suo assassinio furono drammatici, ma l’evento della elezione fu celebrato dalla chiesa in America in modo unanimemente favorevole, al di là delle diverse opinioni politiche dei cattolici. Ora invece il cattolicesimo di Biden per alcuni cattolici (e molti vescovi) fa problema perché le questioni bioetiche hanno preso il sopravvento. Kennedy non aveva mai dovuto rispondere a domandi sulle sue posizioni o voti al Congresso su aborto, eutanasia, matrimonio omosessuale. Invece queste sono le questioni per eccellenza su cui un politico cattolico in America deve rispondere, a partire dalla fine degli anni Settanta (l’aborto diventa legale negli USA nel 1973) ma in maniera molto più evidente dall’inizio degli anni duemila, specialmente in un paese ancora molto religioso come gli USA. È uno dei motivi della sconfitta della candidatura del cattolico candidato per i democratici, John Kerry, nel 2004. </p>



<p><strong>Che tipo di cattolico è Biden?</strong><br>Biden è un cattolico in politica nel partito democratico che fino agli anni Settanta era il partito storicamente preferito dai cattolici, prima che dal 1980 in poi il voto cattolico si dividesse in due parti tendenzialmente uguali tra democratici e repubblicani. Biden inizia la carriera politica negli anni Settanta come cattolico liberale conservatore in questioni economiche e sociali, e col passare del tempo si sposta su posizioni più da cattolico sociale e democratico. Contribuisce negli anni Ottanta e Novanta a portare il sistema economico e sociale in America su posizioni più liberiste, ma dalla presidenza Obama in poi collabora al tentativo di correggere il sistema in direzione più solidarista (specialmente con la legge sulla riforma del sistema sanitario). Approda a posizioni più vicine al cattolicesimo sociale sulla spinta degli effetti della grande recessione che inizia nel 2008 ma anche per la radicalizzazione del partito democratico a sinistra sull’onda del movimento di Bernie Sanders.</p>



<p><strong>Che conferenza episcopale è quella statunitense?</strong><br>È una conferenza molto grande, alla guida di una chiesa molto grande – grande quasi quanto il continente nordamericano con grandi differenze al suo interno culturali, economiche, e sociali. Un problema è che una conferenza così grande non ha più una assemblea di vescovi che discute, ma è diventata una specie di federazione di commissioni episcopali. Ma il vero problema è la politicizzazione dei vescovi e l’allineamento di molti di loro al partito repubblicano, e non solo sulle questioni dell’aborto e difesa della vita. È un allineamento politico che ha reso moralmente ciechi molti vescovi e la presidenza della conferenza in un modo a tratti scioccante, e che ora ha reso politicamente orfana la leadership dell’episcopato USA, vista la situazione del partito repubblicano dopo la fine della presidenza Trump.</p>



<p><strong>Negli ultimi anni è parso che un’ondata di integrismo abbia travolto molte confessioni generando saldature con estremismi politici di ogni latitudine. Com’è potuto succedere? E che cosa ci attende?</strong><br>La distopia politica dell’America di oggi è inseparabile dal ritorno di convinzioni religiose che minano quel consenso morale-religioso alla base della democrazia in America. Il fattore nuovo è il riaffacciarsi nella cultura mainstream americana di convinzioni religiose che la teologia accademica di formazione euro-atlantica aveva dato per morte e sepolte: idee zombie, morte che tornano ad aggrapparsi ai vivi, o che forse non sono morte ma continuano a vivere in quella zona di “global south” religioso che sono gli USA. C’è il ritorno delle teorie cospirative ma anche una nuova cultura integralista cattolica che è un aspetto di questa saldatura tra crisi religiosa e crisi politica. C’è il tentativo di tornare a un modello integralista dei rapporti tra stato e chiesa, con la chiesa (cattolica o evangelicale, in entrambi i casi concepita come chiesa dei bianchi) incaricata di conferire legittimità ai poteri pubblici – però non per risolvere il problema del razzismo, ma solo per le questioni bioetiche che sono care alla cultura religiosa bianca conservatrice.</p>



<p><strong>Molti, dentro la Chiesa, sembrano vivere Bergoglio come un corpo estraneo, ed egli stesso sembra aver fatto poco per non alimentare questa percezione. In particolare lo si accusa di non avere un’agenda Cristocentrica. È d’accordo?</strong><br>Si può discutere sulle scelte fatte da Francesco ma questa è una critica che secondo me non ha fondamento, se uno guarda a tutti gli insegnamenti di Francesco, a partire dall’enciclica Fratelli Tutti. Francesco ha certamente portato nuove enfasi su alcuni aspetti e una nuova gerarchia delle priorità rispetto ai predecessori, ma non ha senso dire che non ha Cristo al centro: uno degli eventi teologici del pontificato è infatti aver posto il Cristocentrismo al posto dell’ecclesiocentrismo che alcuni ancora rimpiangono. Certamente Francesco ha scelto di non fare concessioni tattiche agli “atei devoti” e ai neo-conservatori europei e americani, e infatti questa è una delle chiavi con cui va letto il progetto del viaggio in Iraq.</p>



<p><strong>L’elezione di Bergoglio come successore di Ratzinger è stata l’elezione di un progressista in alternativa ad un conservatore? Più in generale: la coppia conservazione/progresso è in grado di spiegare le tensioni ecclesiali?</strong><br>Ci sono sicuramente differenze tra Ratzinger e Bergoglio, ma Bergoglio non è certamente il liberal-progressista che viene dipinto dalla stampa anglosassone. Secondo me ha maggiore importanza la differenza tra la cultura europea e occidentale dei predecessori di Francesco e Francesco come rappresentante di un cattolicesimo che si apre al mondo globale, in misura molto più evidente rispetto al passato. Queste tensioni tra radicamento euro-occidentale e orientamento globale sono molto più profonde rispetto alla spaccatura tra progressisti e conservatori.</p>



<p><strong>Sembrerebbe palesarsi, nella Chiesa di oggi, un conflitto risalente al Concilio Vaticano II, e che poi si è mantenuto sottotraccia durante il Pontificato di Giovanni Paolo II. Per quanto universale, quel Concilio aveva fortissimi legami con l&#8217;Italia. Come è stata vissuta dai vescovi italiani la convocazione del Concilio e la sua dichiarata, fin dalle origini, apertura al mondo? Era già sconfitta la visione ecclesiale e politica della curia romana e dei suoi protagonisti come il cardinale Ottaviani?</strong><br>La convocazione del concilio da parte di Giovanni XXIII fu una sorpresa ma la visione di Ottaviani e della Curia romana (che comunque non erano la stessa cosa) non era destinata alla sconfitta. Quella al Vaticano II fu una vera battaglia di idee, combattuta in un lungo periodo di tempo e a diversi livelli: basta leggere alcuni diari di padri e periti conciliari per capire che quella conciliare fu una maturazione teologica e spirituale sofferta ma autentica, non solo al livello mediatico, e ha portato frutti irrinunciabili per l’equilibrio teologico della chiesa nella modernità globale. Una maggiore distanza tra papato e la chiesa italiana è una delle conseguenze di una maggiore apertura verso il mondo globale: sarebbe anche una opportunità per la chiesa italiana di crescere.</p>



<p><strong>Papa Roncalli e l&#8217;episcopato italiano potevano immaginare cosa sarebbe stato della dimensione quasi monolitica della Chiesa del tempo? Come apparirebbe ai loro oggi l’attuale CEI?</strong><br>Non so come gli apparirebbe oggi. Certamente la differenza tra la chiesa di oggi e quella degli anni sessanta non è maggiore della differenza tra la chiesa italiana degli anni sessanta e quella immediatamente successiva alla caduta dello Stato pontificio, il periodo in cui nacque Roncalli. In un certo senso, è maggiore la differenza tra la situazione di stagnazione della CEI di oggi e quella del primo decennio di post-concilio, quella coraggiosa dei piani di evangelizzazione fino ai documenti dei primi anni ottanta, come per esempio “Comunione e comunità”.</p>



<p><strong>A distanza di oltre 50 anni dal Concilio, com&#8217;è possibile che ci siano vescovi, sacerdoti e laici che ne mettono in discussione l&#8217;approccio e le scelte di direzione impresse alla Chiesa?</strong><br>È possibile perché la recezione del concilio Vaticano II conosce fasi e movimenti diversi in aree diversi del cattolicesimo globale. Negli USA la recezione del concilio è stata veloce e profonda nei primi vent’anni circa, fino a metà anni ottanta, e poi c’è stata una interruzione e ora c’è una crisi, una spaccatura tra cultura pre- e anti-conciliare sulla destra, e una cultura post-conciliare e post-ecclesiale sulla sinistra. Il cattolicesimo conciliare coincide con un centrismo teologico in crisi a causa di un sistema politico e ideologico a due partiti che ha invaso anche lo spazio ecclesiale. La chiesa negli USA è una chiesa molto particolare che risente di dinamiche interne molto forti e legate all’identità religiosa della comunità civile e politica, e in questo senso la recezione del concilio ha risentito in modo diretto di dinamiche politiche nazionali fin dagli anni ottanta. Le conseguenze dell’11 settembre 2001 sull’identità religiosa del paese, con una torsione in senso etno-nazionalista, hanno aggiunto ulteriori problemi che abbiamo visto durante gli anni di Trump.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/03/15/spagano-faggioli-dal-papa-nessuna-concessione-agli-atei-devoti-e-ai-neo-conservatori/">Massimo Faggioli: dal Papa nessuna concessione agli atei devoti e ai neo-conservatori europei e americani</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Tra crisi e speranza, i cattolici italiani di fronte al pianeta che cambia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rocco Gumina]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 07:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[2021]]></category>
		<category><![CDATA[Cei]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Abbiamo bisogno di un cambiamento, vogliamo un cambiamento, cerchiamo un cambiamento». Con queste parole papa Francesco si è rivolto ai partecipanti all’evento The Economy of Francesco appena conclusosi. Un invito rivolto tanto ai giovani quanto ai diversi attori sociali per avviare processi destinati a generare la cultura dell’incontro e a superare definitivamente quella dello scarto. In contemporanea all’iniziativa che ha visto San Francesco d’Assisi come ispiratore del cambiamento, il Comitato&#8230;</p>
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<p>«Abbiamo bisogno di un cambiamento, vogliamo un cambiamento, cerchiamo un cambiamento». Con queste parole papa Francesco si è rivolto ai partecipanti all’evento The Economy of Francesco appena conclusosi. Un invito rivolto tanto ai giovani quanto ai diversi attori sociali per avviare processi destinati a generare la cultura dell’incontro e a superare definitivamente quella dello scarto.</p>



<p>In contemporanea all’iniziativa che ha visto San Francesco d’Assisi come ispiratore del cambiamento, il Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani ha pubblicato il documento preparatorio in vista della prossima settimana sociale che si svolgerà a Taranto nell’ottobre del 2021. Il tema scelto dalla Chiesa italiana è strettamente connesso all’insegnamento sociale di Francesco e desidera indicare – alle comunità credenti e all’intera società italiana – percorsi tesi alla tutela dell’ambiente, alla centralità del lavoro e alla costruzione del futuro.</p>



<p>Il documento intitolato <em>Il pianeta che speriamo</em> prende in considerazione la crisi prodotta dalla pandemia da Covid-19 come passaggio rivelatore delle tante e profonde ingiustizie presenti nella nostra società. Infatti, nello scoprirci bisognosi l’uno dell’altro, la diffusione del virus ha messo in evidenza le storture e le inefficienze del nostro modello di crescita, fondato sull’assenza del limite e su di una relazione meramente estrattiva nei confronti della natura. Il risultato di tale visione è che «l’attività umana si trasforma in un idolo, fino a diventare un’economia che uccide» (n. 15). Da ciò ne consegue che «laddove l’ambiente non è rispettato non lo è nemmeno la persona che lavora, sovente trattata come una merce da sfruttare» (n. 22).</p>



<p>Proprio la scelta di svolgere a Taranto la prossima Settimana Sociale manifesta concretamente come il nostro territorio e le nostre comunità – al pari di quanto accade nella cittadina pugliese – possono corrodersi dinanzi a progetti dissennati di presunto sviluppo. Il tentativo di leggere, a partire dal messaggio cristiano, la realtà, stimola una forza profetica finalizzata alla ricerca di risposte adeguate alla crisi. Non si tratta di criticare lo sviluppo e la tecnologia, bensì di contribuire – alla luce della conciliazione fra cristianesimo e modernità sancita con il Concilio Vaticano II – al sorgere di modelli di crescita economica e sociale, a cominciare dalle esigenze degli uomini e dal contrasto alle diseguaglianze. Per far ciò, è necessario avviare un ripensamento radicale dei nostri stili di vita e dell’organizzazione delle nostre società.</p>



<p>Redatto alla luce della visione teologica, antropologica e sociale della <em>Laudato si’</em> e della <em>Fratelli tutti</em>, il documento propone un messaggio capace di presentare la grande importanza della relazione positiva fra uomo e ambiente, tanto da prefigurare un approccio fraterno non destinato esclusivamente a migliorare la vita dei cittadini ma anche a custodire il creato.</p>



<p>Infatti, per il Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali, la soluzione alle crisi economiche e al collasso ecologico risiede nella «sostenibilità ambientale raggiunta attraverso una virtuosa combinazione di economia di mercato, tecnologie pulite, coscienza ecologica e azioni dei governi» (n. 36). Da questi presupposti siamo chiamati a concepire nuovi modelli di progresso che, a partire dai poveri, possano mirare sia alla crescita economica, sia alla promozione integrale dell’uomo. Difatti, è giunto il tempo di superare quella convinzione che «per far progredire la società sia sufficiente perseguire il proprio interesse senza preoccuparsi degli effetti diretti e indiretti sulle vite altrui e sull’ambiente circostante» (n. 27).</p>



<p>L’impegno culturale messo in campo in vista della prossima settimana sociale avrà una rilevanza nel tessuto sociale del nostro Paese soltanto se si concretizzerà un reale coinvolgimento delle associazioni cattoliche, delle diocesi e di tutte le aggregazioni d’ispirazione cristiana, chiamate a fare rete con tutti i protagonisti dei territori. Si tratta di far maturare nella Chiesa italiana la ricezione della proposta pastorale di papa Francesco che – come abbiamo visto all’evento The Economy of Francesco – confida molto nelle future generazioni per ripensare le politiche pubbliche e le strategie di sviluppo.</p>
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		<title>don Francesco Soddu: con la Caritas siamo noi ad andare verso le persone, come chiede Papa Francesco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2020 20:01:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Caritas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel rapporto annuale “Caritas è Cultura” che avete pubblicato pochi giorni fa sono 3.632 i Centri di Ascolto che Caritas ha attivato nel 2019 in Italia, generando più di 180 mila interventi di ascolto, consulenza e orientamento. È chiaro che il concetto di Centro d’Ascolto rappresenta uno dei polmoni di Caritas, da sempre attenta alla vicinanza verso i più fragili. Ora che i luoghi di aggregazione hanno subito una nuova&#8230;</p>
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<p><strong>Nel rapporto annuale “Caritas è Cultura” che avete pubblicato pochi giorni fa sono 3.632 i Centri di Ascolto che Caritas ha attivato nel 2019 in Italia, generando più di 180 mila interventi di ascolto, consulenza e orientamento. È chiaro che il concetto di Centro d’Ascolto rappresenta uno dei polmoni di Caritas, da sempre attenta alla vicinanza verso i più fragili. Ora che i luoghi di aggregazione hanno subito una nuova configurazione a causa dell’emergenza Covd-19 come state procedendo? Sono aperti e se sì in quale modalità?</strong><br>L’ascolto è sempre stato attivo. Di fronte al crescere dei bisogni legati alla salute, in modo particolare al disagio psicologico e psichico, si registra in particolare l’attivazione di nuovi servizi legati all’ascolto e all’accompagnamento telefonico che ha supportato sino ad oggi decine di migliaia di famiglie. In sinergia con istituzioni e altre realtà locali, sono stati avviati numeri verdi diocesani e contatti telefonici diretti con anziani e altre persone sole. Comunque l’accesso in abitazione non è stato del tutto abbandonato. Ad alcune persone viene portata la spesa a casa; altre vengono raggiunte con visite veloci, naturalmente con tutte le precauzioni, per non spezzare fili di relazione imbastiti nel tempo. Così come, dove è stato possibile, si sono tenuti aperti punti di ascolto con accesso previo appuntamento. L’auspicio è che grazie anche a quel che è nato durante l’emergenza, resti e si rafforzi la “Chiesa in uscita” di cui tanto parla Papa Francesco, cioè che siamo noi ad andare verso le persone e che siamo capaci sempre più di attivare relazioni personalizzate, dove conta l’identità delle persone coinvolte e il processo di accompagnamento che si riesce ad avviare in forme differenziate.</p>



<p><strong>Sempre nello scorso anno sono più di un milione i beni e sevizi che avete erogato e 110 i micro progetti</strong> <strong>che avete messo in piedi in ambito economico e sociale, stanziando un importo di più di 500 mila euro. Riuscirete quest’anno, che sembra già essere partito in grande salita, a mantenere gli stessi numeri?</strong><br>Da quanto le Caritas sperimentano sul territorio si conferma purtroppo da nord a sud del Paese un incremento delle situazioni di povertà e di disagio economico quindi un aumento di famiglie che sperimentano difficoltà materiali legate alla totale o parziale assenza di reddito. Così come crescono i bisogni occupazionali riguardanti soprattutto chi, prima dell’emergenza, poteva contare su un impiego precario, stagionale o magari irregolare, o ancora i piccoli commercianti, i giostrai o i circensi costretti alla stanzialità, o chi era già in uno stato di disoccupazione. Accanto alle fragilità economiche, i dati evidenziano anche un accentuarsi delle problematiche familiari (in termini di conflittualità di coppia, violenza, conflittualità genitori-figli, difficoltà di accudimento dei bambini piccoli o altri familiari), dei bisogni legati alla salute, in modo particolare del disagio psicologico e psichico. Inoltre si registra un incremento di nuovi bisogni, come quelli legati a problemi di solitudine, relazionali, ansie, paure del futuro e disorientamento.<br>Se la pandemia in atto ci ha messo a dura prova, abbiamo però riscoperto la concretezza dei gesti per costruire insieme un orizzonte di nuove relazioni, sono stati rimodulati i servizi e ne sono stati avviati di nuovi. Per questo contiamo, moltiplicando gli sforzi, addirittura di aumentare i numeri dello scorso anno.</p>



<p><strong>La povertà non fa mai notizia, ma voi avete sempre operato silenziosamente prima e continuate a farlo ora che la povertà è diventata notiziabile raggiungendo anche quelle persone che a causa dell’emergenza Coronavirus hanno perso il lavoro diventando i “nuovi poveri”. Come giudica a riguardo le misure economiche prese dal governo per contrastare povertà economica e sociale?</strong><br>Caritas Italiana vive con grande preoccupazione l’inedita fase storica che il nostro Paese sta attraversando ed è consapevole che è necessario agire con rapidità e decisione. Questa responsabilità è di tutti e deve coinvolgere sia le scelte personali, sia le decisioni delle pubbliche Istituzioni. Solo mettendo in sicurezza il presente, infatti, sarà possibile costruire la fiducia necessaria ad affrontare il futuro. Ecco perché sostiene tutte le proposte operative per fronteggiare immediatamente la caduta di reddito delle famiglie – a partire da quelle più povere- dovuta alla crisi innescata dalla diffusione della pandemia Covid-19. Tra queste in modo particolare quella di un piano per una protezione sociale universale contro la crisi, elaborata dal Forum Disuguaglianze Diversità – di cui Caritas Italiana è parte &#8211; e dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Tre, in particolare, sono gli obiettivi da segnalare, che vanno nella direzione auspicata di uno sviluppo integrale in vista della costruzione del bene comune. Primo, mettere in campo un intervento straordinario per i poveri. Bisogna costruire subito una diga contro l’impoverimento e raggiungere rapidamente la popolazione colpita. Secondo, fornire una risposta all’intera società italiana, sostenendo ognuno in base alle sue differenti esigenze e valorizzando le sue risorse. La questione povertà va infatti affrontata considerando la nostra società nel suo insieme, attraverso interventi equi e sostenibili di promozione umana. Terzo, guardare al futuro. Una volta predisposto l’auspicato piano per questi primi mesi bisognerà subito cominciare a preparare gli interventi necessari alla fase successiva, anch’essa impegnativa, senza omettere la partecipazione e il coinvolgimento sussidiario di tutte le realtà del nostro Paese impegnate nella lotta alla povertà, incluso il Terzo Settore. Sarà questo un modo per dare ascolto al recente messaggio di Papa Francesco “mentre pensiamo alla lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, s’insinua un pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro”.</p>



<p><strong>Pensando appunto a chi è rimasto indietro, come state continuando a fare i servizi per le persone più in difficoltà e come organizzate i nuovi servizi per essere vicini alle persone a cui nessuno pensa: gli anziani soli in casa, le persone fragili, le famiglie con figli disabili? Chi si prende cura di loro?</strong><br>Come già accennato si registra in particolare l’attivazione di nuovi servizi legati all’ascolto e all’accompagnamento telefonico, la fornitura dei pasti in modalità da asporto o con consegne a domicilio di cui hanno beneficiato decine di migliaia di persone; il potenziamento di empori/market solidali, o ancora la fornitura di dispositivi di protezione individuale e igienizzanti; le iniziative a supporto della didattica a distanza (fornitura di tablet, pc), l&#8217;assistenza ai senza dimora (rimodulata per garantire gli standard di sicurezza), le mense, l’acquisto di farmaci e prodotti sanitari o i servizi di supporto psicologico. A questi interventi si aggiungono poi anche alcune esperienze inedite e preziose, che vanno al di là di una risposta al bisogno materiale, come ad esempio quella denominata #TiChiamoio, nata per offrire  vicinanza, seppur solo telefonica, alle persone accompagnate nei centri di ascolto, cercando così una modalità per condividere fragilità, preoccupazioni e restituire un po&#8217; di speranza; o il progetto &#8220;Message in a Bottle&#8221; ideato per far recapitare assieme, ai pasti da asporto,  messaggi e poesie da parte della cittadinanza. </p>



<p><strong>È ultra quarantennale il rapporto che avete con i giovani, da sempre impegnati nelle vostre attività attraverso il servizio civile. Come giudica questa forzata assenza che il momento ha portato? Per voi in quanto mancanza di aiuto e di raccordo con la comunità, soprattutto quella più anziana, ma anche per loro che socialmente si sentivano occupati ed impegnati in un progetto di bene comune?</strong><br>In realtà la vivacità di iniziative e opere realizzate è stata resa possibile grazie alla disponibilità di centinaia di migliaia di volontari e operatori che da nord a sud del Paese non hanno fatto mancare il loro impegno quotidiano, la loro prossimità e generosità verso i più poveri, anche durante questa pandemia. Il monitoraggio svolto tra le Caritas conferma che sono aumentati i volontari giovani, under 34, impegnati nelle attività e nei servizi, che hanno consentito di far fronte al calo degli over 65. Il Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale, nel periodo più grave della crisi ha sospeso tutti i progetti in Italia, come aveva già fatto nella zona rossa. Tuttavia, lo stesso Dipartimento ha permesso agli enti di proseguire quei progetti che avevano una particolare rilevanza sociale e utilità pubblica in questa emergenza. E così, ad esempio, molte Caritas diocesane e le Misericordie hanno continuato ad impiegare comunque i volontari in servizio civile per attività di emergenza e magari proprio per rimpiazzare quei volontari un po’ anziani che in quei giorni dovevano restare a casa per motivi precauzionali.</p>



<p><strong>Con un’epidemia mondiale in corso che sembra in alcuni paesi del mondo, soprattutto i più poveri, non</strong> <strong>arrestarsi, che fine faranno tutti i progetti di sviluppo che riguardano il fronte europeo e internazionale?</strong><br>Il 55% di persone nel mondo oggi vive senza alcuna tutela sociale, significa che hanno perduto i diritti umani fondamentali come quelli dell’accesso al cibo, alla salute, al lavoro dignitoso, e si ritrovano privi di ogni tipo di protezione e ancora più vulnerabili ed esposti alla pandemia. L’Africa purtroppo sembra riconfermare il proprio triste primato della disperazione, e presto, potrebbero aggiungersi l’India e alcuni paesi di Asia, America Latina, Medioriente e Europa dell’Est. Stiamo parlando di numeri di una vera catastrofe umanitaria. Più di un miliardo di persone che lottano per la sopravvivenza, un miliardo e seicentomila bambini e ragazzi hanno smesso di andare a scuola e molti non vi torneranno una volta che queste riapriranno. Per far fronte a questo la Cei ha stanziato 9 milioni di euro dai fondi dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica. Il Servizio per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo e la Caritas Italiana hanno così finanziato 541 progetti in 65 Paesi del mondo in ambito sanitario e nel settore formativo. Inoltre Caritas Italiana e FOCSIV stanno per lanciare una grande campagna con due obiettivi principali. Da un lato la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, con un intervento di carattere culturale e dall’altro la raccolta fondi per un grande progetto di solidarietà globale per sostenere gli interventi nelle varie aree del mondo delle Caritas e dei soci FOCSIV.</p>



<p><strong>E su quello dell’immigrazione e dei corridoi umanitari attraverso i quali ogni anno accogliete richiedenti asilo in piena sicurezza?</strong><br>Anche su questo fronte non ci fermiamo. In attesa che possano riprendere gli arrivi in sicurezza, proprio in questo periodo undici università italiane, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Caritas Italiana insieme ad 11 Caritas diocesane, Diaconia Valdese e Gandhi Charity hanno aderito ad un protocollo d’intesa che darà a 20 studenti rifugiati attualmente in Etiopia l’opportunità di proseguire il loro percorso accademico in Italia attraverso delle borse di studio. Il progetto University Corridors for Refugees (UNI-CO-RE) consiste nel rilascio di visti di ingresso per motivi di studio per studenti che siano titolari di protezione internazionale in Etiopia. In base al nuovo protocollo, gli atenei, anche attraverso il fondamentale sostegno di un’ampia rete di partner locali, assicureranno il supporto necessario agli studenti per frequentare un programma di laurea magistrale della durata di due anni e per integrarsi nella vita universitaria. Caritas Italiana insieme al partner Gandhi Charity, si impegna alla diffusione del bando in Etiopia, all’assistenza per le pratiche pre partenza, alla copertura dei costi vivi pre partenza e al pagamento del biglietto aereo, ma anche all&#8217;erogazione di un contributo economico in favore delle Caritas diocesane che hanno aderito all&#8217;iniziativa, per la gestione del progetto quando i beneficiari raggiungeranno l&#8217;Italia.</p>



<p><strong>È evidente che Caritas Italiana lascia segni concreti del proprio operato, lo dicono i numeri del rapporto “Caritas è Cultura” ma lo dice anche e soprattutto l’immagine e la considerazione che le persone e le comunità hanno di voi. Questi segni li ponete anche come esempio per l’avvenire, ma come fare in modo che gli altri li seguano e ne facciano un modello?</strong><br>Una carità che vuole esprimere, plasmare e veicolare una buona cultura lo può fare solo se produce cambiamento. Nella consapevolezza che, oggi più di ieri, la cultura, le culture, sono mutevoli, porose, permeabili, cambiano dinamicamente e velocemente, in Italia e in Europa, all’interno di un contesto globale che le condiziona e le trasforma in continuazione. Ecco che anche la nostra testimonianza della carità non può che essere dinamica, innovativa, attenta ai cambiamenti culturali, ai nuovi fenomeni. Occorre tra l’altro sottolineare il rischio di una cultura della carità che si riduca unicamente ad esercitazione accademica, tanto più evidente là dove la Parola di Dio non riesce a tradursi in vita concreta nelle relazioni quotidiane e nella misura in cui non avviene la tessitura o il semplice collegamento tra fede e vita, il Vangelo non riesce neanche ad assumere le caratteristiche di cultura accademica; esso finisce per diventare come quella semente caduta sui sassi, di cui nella parabola evangelica. Da qui l’esigenza invece di una carità interna, concreta, politica, ecologica, europea, educativa. Tutto questo per noi oggi potrebbe quasi tradursi in una sorta di mandato ad essere artisti di carità, attingendo dalla cultura cristiana del servizio, partendo dal cambiamento di sé per giungere ad un cambiamento della società.</p>



<p><strong>Sono tantissimi gli episodi che in questo periodo hanno dato prova di fratellanza tra le persone e solidarietà verso la società. Ci sono stati e continuano ad esserci però anche episodi che dimostrano la perdita di senso civico e quella di appartenenza alla comunità. Mi riferisco alle risse nei supermercati, alle forze dell’ordine aggredite o alla più generica diffidenza che c’è nel vicino, nel fratello che potrebbe essere un potenziale pericolo di trasmissione del virus. Pensa che questa situazione stia aumentando l’egoismo sociale allentando così l’appartenenza alla comunità? Come riconciliarsi ad una comunità disorientata e ora a volte diffidente?</strong><br>Questa emergenza ci deve far sentire tutti uniti e solidali. Sta emergendo il volto bello dell’Italia che non si arrende. Come comunità ecclesiali siamo chiamati a pensare nuove forme di carità e, come ci ha ricordato papa Francesco nell’Angelus di domenica 15 marzo, a “riscoprire e approfondire il valore della comunione che unisce tutti i membri della Chiesa”. Certo, il rischio dell’egoismo sociale è sempre in agguato. Come ha sottolineato papa Francesco, in questa &#8220;lenta e faticosa ripresa dalla pandemia si insinua&#8221; un pericolo: &#8220;dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell&#8217;egoismo indifferente&#8221;.  Secondo il Papa nella ripresa post-emergenza c’è il rischio di arrivare &#8220;a selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull&#8217;altare del progresso. Questa pandemia ci ricorda che non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l&#8217;ingiustizia che mina alla radice la salute dell&#8217;intera umanità”.  Quello per cui dobbiamo impegnarci è dunque di cogliere questa prova come un&#8217;opportunità per preparare il domani di tutti, senza scartare nessuno. Perché senza una visione d&#8217;insieme non ci sarà futuro per nessuno. </p>



<p><strong>Crede che le tematiche al centro dell’Enciclica del Santo Padre Laudato si’: il rispetto verso la natura, l’equità verso i poveri, l’impegno comune nella società, la gioia di vivere e la pace interiore risultino tangibili all’interno del periodo socio politico che il nostro paese sta attraversando?</strong><br>Questa lettera enciclica, nella tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa, fissa un nuovo paradigma per lo sviluppo umano integrale, dove sono riconosciuti i diritti di ogni persona umana nel pianeta che è la nostra casa comune. La ricorrenza cade in piena emergenza da pandemia per la diffusione del COVID-19, fonte di terribili sofferenze, che hanno avuto ripercussione in misura maggiore soprattutto sulle persone più fragili e vulnerabili. La pandemia è una situazione imprevista, eppure non imprevedibile. La probabilità che si ripresenti aumenta in ragione della pressione esercitata dal genere umano sull’ambiente. È necessario pertanto riconoscere cosa sta cambiando nella nostra vita con riferimento alle modalità di lavoro, all’uso della tecnologia, ai modelli di sviluppo economico, alla politica, alla società, allo spazio globale. È necessario riprendere il cammino. A partire dalla nostra responsabilità di lasciarci toccare da quanto avviene, e di non essere spettatori del cambiamento. La Laudato si’ ci indica la prospettiva di un mondo in grado di assicurare una vita dignitosa a tutti i suoi abitanti e alle generazioni future. Scritta ben prima della pandemia, la Laudato si’ dice parole profetiche sul rischio delle eccessive diseguaglianze, sulla necessità di stabilire una nuova alleanza tra umanità e natura, sull’urgenza di riformare profondamente i principi alla base di una economia e una società che sembrano avere l’esclusione e lo scarto come conseguenza necessaria.<br> <br><strong>Papa Francesco è un Papa innovatore, al centro delle sue attenzioni oltre alle tematiche verso le quali la Chiesa è da sempre impegnata (la famiglia, il lavoro, la politica, le dottrine sociali) ha posto una nuova tematica: l’economia. Lo ha dimostrato convocando un evento globale “’The economy of Francesco” in cui saranno chiamati a raccolta migliaia di giovani studiosi e operatori dell’economa per condividere sinergie e creare un nuovo modello economico che metta al centro la dignità della persona umana. Qual è il ruolo della Caritas italiana nella costruzione concreta della &#8220;Economia di Francesco”?</strong><br>Abbiamo ora di fronte una tripla emergenza: riavviare le attività di produzione, ma farlo in un contesto di sostenibilità e senza lasciare indietro nessuno in termini di partecipazione positiva al cambiamento stesso. Il cambiamento sostenibile non è il passaggio da una tecnocrazia a un’altra, ma la maturazione di una coscienza che appartiene a ogni donna e ogni uomo. Ecco, è su questo che dobbiamo impegnarci. Rispetto a una prospettiva di “crescita a ogni costo” occorre ricordare ancora il rischio che essa non vada affatto a beneficio di chi ne ha maggiormente bisogno. La storia degli ultimi quarant’anni racconta infatti che la maggior parte dei benefici della crescita economica tendono a finire agli strati più ricchi della società; ciò non vuole dire, come è ovvio, che non occorra far ripartire la produzione, ma che questo da solo rischia di non aiutare i più poveri.<br>È interessante anche notare quale tipo di produzione sia stata considerata prioritaria, quando nelle prime fasi del lockdown, tra i grandi gruppi industriali cui veniva riconosciuta la possibilità di continuare le proprie attività, vi erano quelli impegnati nella produzione di armamenti! C’è quindi da lavorare, tutti insieme, per mantenere una prospettiva di transizione ecologica dell’economia, favorendo ad esempio quelle iniziative di microimpresa maggiormente legate alla terra e ai suoi frutti e, più in generale, rilanciando l’attività economica, soprattutto a partire da attività incentrate sulla produzione di beni e servizi essenziali, sulla formazione e ricerca, e su attività che abbiano il maggiore potenziale di coinvolgere le fasce più vulnerabili della società, in una prospettiva che non torni indietro rispetto alla consapevolezza dei limiti della biosfera. Questo richiede, ora ancora più di prima, il coraggio di ripensare radicalmente le forme dell’economia e i suoi obiettivi, e probabilmente il concetto stesso di sviluppo, per renderlo più aderente alle esigenze delle donne e gli uomini che abitano e abiteranno la nostra casa comune.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/07/01/provinciali-don-francesco-soddu-caritas/">don Francesco Soddu: con la Caritas siamo noi ad andare verso le persone, come chiede Papa Francesco</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Ceccanti: Salvini parla a chi non gradisce l&#8217;attuale pontificato. Si può battere con un nuovo europeismo</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/04/28/ceccanti-salvini-parla-a-chi-non-gradisce-lattuale-pontificato-si-puo-battere-con-un-nuovo-europeismo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2020 08:31:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Maurizio Cuzzocrea e Salvo Spagano Con l’annuncio delle misure che daranno il via alla cosiddetta Fase 2, abbiamo assistito a un inedito scontro a colpi di comunicati tra la CEI e il Governo. È stato un difetto di comunicazione o nella scelta dei provvedimenti è stato sottovalutato l’impatto che la restrizione alla partecipazione ai sacramenti sta avendo sulla Chiesa italiana?La libertà religiosa e di culto è altamente protetta dalla&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/04/28/ceccanti-salvini-parla-a-chi-non-gradisce-lattuale-pontificato-si-puo-battere-con-un-nuovo-europeismo/">Ceccanti: Salvini parla a chi non gradisce l&#8217;attuale pontificato. Si può battere con un nuovo europeismo</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>di Maurizio Cuzzocrea e Salvo Spagano</p>



<p><strong>Con l’annuncio delle misure che daranno il via alla cosiddetta Fase 2, abbiamo assistito a un inedito scontro a colpi di comunicati tra la CEI e il Governo. È stato un difetto di comunicazione o nella scelta dei provvedimenti è stato sottovalutato l’impatto che la restrizione alla partecipazione ai sacramenti sta avendo sulla Chiesa italiana?</strong><br>La libertà religiosa e di culto è altamente protetta dalla Costituzione. In una fase di grave emergenza sono state opportune forti limitazioni. Però se si annuncia una nuova fase è legittimo attendersi attenuazioni. Se esse non sono ancora pronte, perché evidentemente c&#8217;è una necessaria complessità da affrontare e c&#8217;è l&#8217;urgenza di emanare un dpcm, basta inserire nello stesso una norma procedurale che rinvia l&#8217;apertura a quando sarà pronto un protocollo. Se invece si dà la sensazione che su quell&#8217;aspetto resta tutto uguale si crea un conflitto perché appare una contraddizione con l&#8217;annuncio di una fase nuova.&nbsp;</p>



<p><strong>Lei ha annunciato un emendamento al decreto 19, ipotizzando l’adozione di un protocollo tra Stato e confessioni religiose per la tutela della salute dei partecipanti alle funzioni. Ce lo spiega nei dettagli? Non c’è il rischio di ridurre le confessioni religiose a mere parti sociali?</strong><br>Siccome quella scelta non si è fatta nel dpcm, a meno che nel frattempo la questione non venga risolta in qualche altro provvedimento, abbiamo a nostra disposizione una legge di conversione di un decreto legge destinato a riordinare il sistema delle fonti e quindi si può tranquillamente inserire lì. Le confessioni religiose, secondo gli articoli 7 e 8 della Costituzione, Concordato e Intese, sono già abituate alla logica pattizia, non sarebbe affatto una novità. Loro sono interessate a ridurre i limiti e lo Stato a tutelare la salute: è giusto trovare soluzioni condivise.</p>



<p><strong>Il governo ha annunciato che “si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza”. C’è il rischio di incentivare la clandestinità delle funzioni religiose? I cristiani torneranno nelle catacombe in attesa di un nuovo editto?</strong><br>Il protocollo è necessario per le ragioni che ho detto. Non è materia di decisioni unilaterali. Eviterei inutili drammatizzazioni. Il Governo vuole tutelare la salute, non persegue una politica ideologicamente ostile. La Chiesa non si sente affatto oppressa, ma solo limitata. Rimettiamo le cose nella loro giusta dimensione.</p>



<p><strong>Secondo lei, i cristiani che “prendono parte a tutti gli obblighi come cittadini, ma tutto sopportano come stranieri” arriveranno al punto di affermare, con Don Milani, che l’obbedienza non è più una virtù?</strong><br>Non c&#8217;è materia di scontro, non c&#8217;è alcuna necessità di arrivare a forme di disobbedienza civile perché gli obiettivi del Governo e della Chiesa, pur partendo legittimamente da esigenze diverse, non sono contraddittori. La Chiesa non vuole mettere a rischio la vita dei fedeli e il Governo non vuole mantenere limiti irragionevoli. Ci vuole tempo per conciliare esigenze non opposte.</p>



<p><strong>Da più parti giungono perplessità sull’eventuale incostituzionalità dei DPCM con cui il governo sta gestendo l’emergenza. Qual è il suo punto di vista? Ci sono state delle forzature o condivide le scelte normative adottate?</strong><br>Proporrei anche qui di evitare le polemiche retrospettive e di pensare in positivo per il futuro. Ho pensato ad un secondo emendamento su quella legge di conversione proprio su questo tema.<br>I dpcm sono una fonte che nel corso dell’emergenza ha finito per avere un rilievo sconosciuto in precedenza. Entrando in una nuova fase appare opportuno regolarli in modo diverso: ferma la responsabilità piena del Governo sulla sua emanazione, appare però opportuno introdurre un parere preventivo del Parlamento, obbligatorio anche se non vincolante, con un tempo certo di una settimana. In tal modo alcune criticità potrebbero essere prevenute dal Parlamento, senza che esso debba essere costretto ad intervenire ex post su altre fonti. Una tecnica che in questo periodo ha consentito di risolvere alcune questioni, ma che ha finito fatalmente per rendere molto più complesso e difficilmente comprensibile il sistema delle fonti. Il decreto 19, che era nato appunto per riportare ordine nel sistema, darebbe così anche una soluzione stabile e ragionevole.</p>



<p><strong>In questo periodo si è insistito molto sulla libertà di accesso a quelli che sono stati individuati come beni di necessità materiali. Possono essere sufficienti per il pieno dispiegamento della persona umana? Il prossimo accesso al lotto e a giochi simili vale più di un ordinato accesso a una funzione religiosa, al di là della religione di appartenenza?</strong><br>Man mano che usciamo dalla stretta emergenza dobbiamo aprirci ad esigenze diverse da quelle solo materiali, anche se le cose sono sempre intrecciate e il rischio di una contrazione delle risorse personali e familiari va di pari passo anche con forme di disagio diverso. Dobbiamo trovare un equilibrio con saggezza. Stiamo attenti a non opporre troppo facilmente essere e avere perché per essere occorre anche avere risorse. In questo, certo, non credo sia bene mettere tra le priorità il gioco d&#8217;azzardo.</p>



<p><strong>Pensa che la sensazione, che hanno alcuni, del passaggio da uno Stato di diritto a uno Stato di polizia sia esagerata?</strong><br>Sono sempre stato estraneo a un certo costituzionalismo ansiogeno che partendo da problemi reali tende poi a costruire concetti onnicomprensivi, derive autoritarie, stati di polizia, democrature e così via, come se l&#8217;Italia fosse il Cile degli anni &#8217;70 o la Polonia e l&#8217;Ungheria di oggi. Inviterei a leggere su Facebook il parere pacato del professor Paolo Ridola, un maestro di equilibrio oltre che di diritti.</p>



<p><strong>Col senno di poi, alla luce di ciò che l&#8217;emergenza ci ha insegnato, non ritiene un errore la riforma del titolo V della Costituzione con la conseguente devoluzione della materia sanitaria alle regioni?</strong><br>Il problema del Titolo quinto non è quello che c&#8217;è, il tentativo di superamento di un assetto troppo centralizzato che di per sé non garantisce uguali prestazioni effettive. È quello che non c&#8217;è: una sede formale di cooperazione prevista in Costituzione (non abbiamo una seconda Camera così concepita e la Stato-Regioni è solo su base legislativa) e una clausola di supremazia che consenta senza dubbi di legittimità di esercitare una regia unica che possa modulare, a seconda delle fasi e delle aree di policy, uniformità e differenziazione.</p>



<p><strong>Prima di diventare senatore e poi deputato del PD, lei è stato presidente nazionale della Fuci, protagonista di un forte impegno per i referendum per il sistema maggioritario e tra i promotori del movimento dei Cristiano Sociali. Come vede il ruolo dei laici cristiani nella politica italiana ed europea? Quali sono i suoi riferimenti nella tradizione dell’impegno politico dei cattolici?</strong><br>Alla radice c&#8217;è la precisa collocazione europea del personalismo che propone Emmanuel Mounier: per Mounier lo spazio del personalismo che deve unificare credenti e non credenti è lo spazio della sinistra non comunista, del centrosinistra come diremmo noi nel nostro contesto. Non quindi generici centrismi o confusi massimalismi. Filone che nei vari Paesi europei ha prodotto ad esempio la seconda sinistra di Delors e Rocard in Francia; la Terza via inglese attraverso il Christian Socialist Movement; in Portogallo le premiership di Pintasilgo e Guterres, attuale segretario generale dell&#8217;Onu; in Spagna dopo le esperienze pilota di Peces Barba ed altri nella fondazione del Psoe; l&#8217;attuale gruppo dei Cristianos Socialistas, sempre nel Psoe, con Carlos Garcia de Andoin. Sono per alcuni di noi anche delle reti amicali e generazionali, dei movimenti specializzati di Azione Cattolica negli anni &#8217;80, che sono rimaste e si sono anche fortificate. Per la politica italiana l&#8217;esperienza che mi ha più segnato è stata senza dubbio negli anni giovanili la partecipazione alla Lega Democratica di Scoppola, Ardigò e Giuntella. In particolare Scoppola sosteneva che il cattolicesimo democratico andava visto come la somma delle due caratteristiche positive dei diversi filoni precedenti, depurate dei loro aspetti negativi: l&#8217;apertura agli ultimi del cattolicesimo sociale depurato dal suo integralismo e intransigentismo originario, l&#8217;attenzione alle istituzioni e alla modernizzazione del cattolicesimo liberale depurato dal suo moderatismo sociale.&nbsp;</p>



<p><strong>Il ruolo della Chiesa italiana, e in particolare del clero, è stato per lungo tempo determinante per gli esiti elettorali. È ancora attuale questa lettura? Pensa che l’insorgenza sulla scena politica di atei devoti abbia favorito, nella prima fase della seconda repubblica, una maggiore influenza del clero o possiamo dire che con il ridimensionamento del centrodestra, come l’abbiamo conosciuto tra il 1994 e il 2013, sia possibile un rapporto più laico tra politica e Chiesa italiana?</strong><br>Ho sempre pensato che quello che la Chiesa riceve è molto di più di quello che la Chiesa dà alla vita politica. C&#8217;è un gioco di influenze reciproche in cui la prima direzione è prevalente. Come la Dc di De Gasperi ha su molti aspetti anticipato il Concilio, quando ci sono stati momenti alti di offerta politica anche la Chiesa è stata sollecitata in senso positivo. Più che lamentarci di questa o quella chiusura che si è vista in alcune fasi nella Chiesa, dobbiamo piuttosto sentirci responsabili di facilitare questa evoluzione, sentendoci responsabili delle eventuali incomprensioni e lavorando per rimuoverle.</p>



<p><strong>Pierluigi Castagnetti, in una recente intervista al nostro giornale, ha definito simonia l’uso dei simboli religiosi fatto da Salvini. È d’accordo? A chi parla Salvini quando sventola il Rosario alla stregua di un manifesto?</strong><br>Parla evidentemente ai settori che non gradiscono l&#8217;attuale pontificato, anche in sintonia con quei settori politici che a partire dagli Stati Uniti si muovono sulla stessa lunghezza d&#8217;onda. Questo cortocircuito si può battere soprattutto con un nuovo europeismo in cui, come per i Padri fondatori, l&#8217;ispirazione religiosa gioca, insieme ad altre, nel segno dell&#8217;apertura e del superamento dei pregiudizi reciproci.</p>



<p><strong>È appena trascorso il 25 aprile e ancora molti non la considerano una festa fondativa e di tutti, lo abbiamo visto anche in Parlamento. Perché a 75 anni dalla Liberazione non si riesce ad avere ancora una lettura condivisa di un evento che sta indiscutibilmente alle radici della nostra democrazia?</strong><br>Per noi che ci crediamo è un programma di lavoro contrario alla faziosità: comportarci per creare consenso, ossia ribadire che il 25 aprile non è sinistra contro destra, ma liberazione contro oppressione, pluralismo contro omogeneità forzosa.&nbsp;</p>



<p><strong>Che cosa manca a questo governo per diventare qualcosa di diverso dall’argine, che attualmente è, alla destra salviniana?</strong><br>Io non so se il Governo come tale, l&#8217;arco di forze che lo sostiene, possa diventare più dell&#8217;argine alla destra salviniana. Credo però che si dovrebbe sentire più risoluta la voce del Partito Democratico secondo l&#8217;impostazione ampia ed aperta della fase originaria del 2007. Se Il Pd riscopre quell&#8217;ambizione maggioritaria può fare da calamita anche per altre forze di maggioranza.</p>
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