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	<title>CNN Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>CNN Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Biden e le infrastrutture: investire nel futuro non rende  nell&#8217;immediato?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 11:25:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Avrebbe dovuto essere una passeggiata. Negli Stati Uniti tutti si lamentano per le strade piene di buche, i ponti traballanti e gli aeroporti decrepiti e si sa che i parlamentari non vedono l’ora di riportare nei loro collegi elettorali i soldi dei contribuenti, sottraendoli possibilmente a Washington. Eppure, le divisioni insanabili del Paese hanno trasformato l’approvazione del provvedimento proposto da Joe Biden per rimettere in sesto le infrastrutture americane in&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/11/16/maran-biden-e-le-infrastrutture-investire-nel-futuro-non-rende-in-immediato/">Biden e le infrastrutture: investire nel futuro non rende  nell&#8217;immediato?</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Avrebbe dovuto essere una passeggiata. Negli Stati Uniti tutti si lamentano per le strade piene di buche, i ponti traballanti e gli aeroporti decrepiti e si sa che i parlamentari non vedono l’ora di riportare nei loro collegi elettorali i soldi dei contribuenti, sottraendoli possibilmente a Washington. Eppure, le divisioni insanabili del Paese hanno trasformato l’approvazione del provvedimento proposto da Joe Biden per rimettere in sesto le infrastrutture americane in un calvario.</p>



<p>A dire il vero, ci hanno provato, senza riuscirci, anche l&#8217;ex presidente Barack Obama (che pensava che una legge sulle infrastrutture potesse stabilire un terreno d’intesa con i repubblicani) ed il suo successore Donald Trump (che si è proclamato uno dei più grandi imprenditori del mondo e che, tuttavia, come presidente si è dimostrato più abile a demolire che a costruire). Al punto che l’idea di sistemare le infrastrutture americane, con il tempo, è diventata una barzelletta. Fino alla settimana scorsa.</p>



<p>Dai e dai, alla fine, dopo mesi di conflitti penosi a Capitol Hill, il presidente Joe Biden è riuscito a far passare al Congresso un provvedimento da mille miliardi di dollari. Le infrastrutture del Paese saranno rimesse a nuovo. Biden, un appassionato di treni, ha assicurato che l&#8217;Amtrak (sottofinanziata) otterrà miliardi. Inoltre, la nuova legge getterà le basi per una nuova rete di stazioni di ricarica elettrica che potrebbe ravvivare la storia d&#8217;amore dell&#8217;America con l&#8217;automobile.</p>



<p>«Non è esagerato dire che, come Paese, abbiamo fatto un enorme passo in avanti», ha detto Joe Biden, che non ha certo risparmiato i superlativi per festeggiare il passaggio di una pietra angolare del suo programma politico. «Ci mette su una strada per vincere la competizione economica del XXI secolo che dobbiamo affrontare con la Cina e altri grandi paesi e il resto del mondo». Sono in molti tra gli economisti e gli esperti a ritenere, tuttavia, che si tratti di un provvedimento importante. Per fare un esempio, secondo Adie Tomer della Brookings Institution, la legge può rendere davvero il paese più inclusivo, resistente dal punto di vista ambientale e competitivo a livello industriale.</p>



<p>Per Biden, inoltre, l’approvazione della legge è senza dubbio un successo. Il presidente americano aveva certo bisogno di una vittoria, ma il passaggio dell’infrastructure bill conferma anche due principi di fondo della sua campagna elettorale. Il primo è che la democrazia può migliorare la vita delle persone comuni, con l’obiettivo spesso taciuto di prosciugare il risentimento e la rabbia che consente ai demagoghi come Trump di prosperare. Il secondo (spesso deriso) principio del “bidenismo” è che nonostante la pericolosa polarizzazione dell’America, i democratici e i repubblicani possono lavorare insieme (in questa occasione, Biden ha ottenuto diversi voti repubblicani sia alla Camera che al Senato).</p>



<p>«Per tutto il tempo, mi avete detto che in ogni caso non potrò fare niente del genere», Biden ha detto sabato ai giornalisti durante uno dei rari (di questi tempi) momenti di trionfo alla Casa Bianca. «Fin dall&#8217;inizio. No, no, dai, siate onesti. Ok? Non credevate che potessimo fare qualcosa. E non vi biasimo. Perché guardate i fatti e vi chiedete: ‘come faranno a farlo?’».</p>



<p>Giusta osservazione, hanno rimarcato alla CNN. Anche se, hanno aggiunto, molto probabilmente «il provvedimento sulle infrastrutture è destinato ad essere un momento una tantum di parziale unità in una capitale stravolta dagli scontri ideologici e culturali che rispecchiano il Paese».</p>



<p>Alla Casa Bianca sostengono che i benefici del provvedimento diventeranno evidenti con il passare del tempo. E forse hanno ragione. Ma per ora, come ha osservato David Leonhardt sul New York Times, la legge rischia di diventare un altro esempio di quello che la politologa Suzanne Mettler ha definito “lo Stato sommerso”, cioè l’attitudine dell’amministrazione pubblica americana moderna a fare il proprio lavoro così “discretamente” che molti cittadini non si rendono nemmeno conto di trarre beneficio da quel lavoro “invisibile”. Col risultato che, pur beneficiandone, molti americani sono inconsapevoli delle prestazioni sociali che ricevono e perfino, in via di principio, ostili ad esse. Il provvedimento di stimolo dell’amministrazione Obama del 2009, al tempo stesso un successo economico e una delusione politica, è un esempio.</p>



<p>Ciononostante, Joe Biden, che si definisce un «ottimista congenito», si è detto convinto che anche il piano Build Back Better (l&#8217;altro pilastro legislativo del programma di Biden che mira a rigenerare lo stato assistenziale americano e ad investire massicciamente nell&#8217;economia verde) supererà l&#8217;ostacolo del Congresso.</p>



<p>Se così fosse, il bilancio del primo anno della sua presidenza (che comprende anche una campagna di vaccinazione impressionante e il ritiro militare definitivo dall&#8217;Afghanistan, nonostante il terribile caos della sua attuazione durante l&#8217;estate) potrebbe essere davvero definito storico. Tuttavia, al di là del dibattito sull&#8217;efficacia delle misure sociali ed economiche previste, il loro finanziamento e la loro durata, il presidente democratico, come ha scritto la redazione di Le Monde in un editoriale, ha fatto emergere «una dolorosa verità politica, non necessariamente irrimediabile: investire nel futuro non rende nulla nell&#8217;immediato».</p>



<p>Da agosto, la popolarità di Joe Biden è precipitata. Secondo l’ultimo sondaggio pubblicato da “Usa Today”, il tasso di approvazione del presidente degli Stati Uniti è calato al 37,8 per cento. Gli elettori indipendenti e moderati che avevano permesso la sua vittoria alle presidenziali, segnate da una partecipazione record, l&#8217;hanno abbandonato, spiega il quotidiano francese. In Virginia, l&#8217;elezione di un governatore repubblicano ha evidenziato il fenomeno. L&#8217;ostilità nei confronti dei progetti democratici nelle zone rurali è un altro segnale di allarme. Le interruzioni nelle catene di approvvigionamento, l&#8217;inflazione preoccupante, la guerra culturale lanciata dai repubblicani sull&#8217;educazione dei bambini o sul diritto all&#8217;aborto, le limitazioni dei diritti di voto delle minoranze costituiscono un problema immediato. E i democratici devono trovare delle risposte, se vogliono sopravvivere alle elezioni di metà mandato, l’anno prossimo.</p>



<p>«So che siamo divisi, so quanto può essere brutto, e so che ci sono delle posizioni estreme da entrambe le parti che rendono le cose più difficili di quanto non siano state per molto, molto tempo», ha concluso Joe Biden sabato scorso, ricorda Le Monde, ammonendo che «la via di mezzo, quella del compromesso, non è la meno pericolosa».</p>
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		<title>Giulio Terzi: Kabul non doveva cadere. Biden ha sbagliato ma con i talebani non può esserci dialogo. Borrell andrebbe rimosso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Aug 2021 07:55:02 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/08/20/giulio-terzi-kabul-non-doveva-cadere-biden-ha-sbagliato-ma-con-i-talebani-non-puo-esserci-dialogo-borrell-andrebbe-rimosso/">Giulio Terzi: Kabul non doveva cadere. Biden ha sbagliato ma con i talebani non può esserci dialogo. Borrell andrebbe rimosso</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Il presidente Biden ha detto che gli USA erano in Afghanistan solo per combattere il terrorismo. Non si poteva restare lì all’infinito. Come è possibile, adesso, dividere quel che di buono è stato fatto in questi 20 anni dagli errori che pure sono stati commessi?</strong><br>È una constatazione che il discorso del Presidente Biden gli abbia portato critiche universali che forse potevano in qualche modo essere evitate. Il discorso non ha certo migliorato l’immagine drammaticamente tragica della tattica e della strategia di disimpegno adottate. Perché disimpegno doveva essere, e non fuga disordinata e incontrollata. Disimpegno che avrebbe dovuto governare le cose inducendo almeno un rallentamento della presa di Kabul. Ricordiamo i dati di fatto. Kabul è una città di quattro milioni di persone che diventano sei con i sobborghi. È una città, come si ricorda nella stampa internazionale, che era un cumulo di capanne, macerie, di quartieri invivibili, di povertà disperata, di repressione e di violenze continue durante il regime talebano, che l’aveva portata in pochi anni in un luogo infernale per la vita di ogni cittadino.</p>



<p><strong>In vent’anni cosa è successo a Kabul?</strong><br>Era diventata non certo la Svizzera ma una città fiorita, seppure in un ambiente di estrema corruzione dove gli attentati dei talebani e di altre forze terroriste sono continuate, ma dove l’immagine e la vita era diventata, soprattutto nell’ultimo decennio, quella di una città con banche, luoghi di intrattenimento, libertà per le strade. Io ricordo una missione in cui l’Italia aveva la presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ed io ebbi l’onore di guidare la missione. Ci riunimmo nel principale albergo di Kabul ed aspettavamo di essere raggiunti dal segretario generale dell’Alleanza atlantica, che però non poté unirsi a noi perché nel percorso tra la sua residenza e il nostro albergo scoppiò un’autobomba cui seguì un’allerta generale.</p>



<p><strong>La città dunque viveva un clima di guerra?</strong><br>lo ha sempre vissuto negli ultimi vent’anni, ma era una città dove l’attività economica ferveva, la libertà delle donne era assicurata. Il tasso di alfabetizzazione delle donne afghane è passato, in soli ultimi otto anni, dal 32 al 44 per cento, con una linea di crescita che era appena accennata all’inizio ma è diventata imponente successivamente. Questo è un indicatore importante: la condizione della donna è un chiaro criterio di misurazione quando si parla di interpretazione della Sharia e di ideale del Jihad. Sono questi i due punti, Sharia e Jihad, costitutivi del Dna dei talebani. Lo erano nel 1993-1994 e lo sono ancora oggi.</p>



<p><strong>Quindi tutte le dichiarazioni che i talebani fanno per dare quest’immagine umana, riformista o moderata?</strong><br>Queste dichiarazioni di ravvedimento saranno colte da chi vorrà continuare a fare affari con questa realtà, esattamente come accade con l’Iran, che peraltro è diventato un attore rilevante proprio in Afghanistan dopo esserlo stato nel 2003 in Iraq.</p>



<p><strong>Nessun dubbio quindi sui loro buoni intenti?</strong><br>Questo ritiro disordinato è estremamente dannoso non solo per gli USA ma per l’intero Occidente perché conferisce una straordinaria forza propagandistica al jihadismo globale. L’Afghanistan e il regime talebano sono due contesti in cui la Sharia viene applicata secondo la sua interpretazione più estremista. Oggi quel contesto è lo Stato islamico, l’Emirato, il Califfato, quindi non ci sono dubbi.</p>



<p><strong>Anche perché la storia dei leader che stanno guidando il nuovo Emirato offre grandi garanzie.</strong><br>Esattamente. I dubbi sfumano quando si guarda ai principali leader delle forze talebane che hanno riconquistato il Paese, e soprattutto Kabul. Uno è tra dei primissimi nomi di terroristi ricercati da tutte le intelligence e da tutti gli organismi giudiziari del mondo occidentale; un altro è il figlio del mullah Omar; il terzo è stato otto anni a Guantanamo, catturato dai pakistani e poi liberato durante l’amministrazione Trump per concedergli di essere il capo negoziatore talebano ai negoziati di Doha.</p>



<p><strong>Anche questa storia dei negoziati di Doha non ha portato i risultati sperati.</strong><br>E’ stata un’enorme cortina fumogena elevata dai talebani, e sulla quale Trump prima e Biden poi hanno giocato facendo finta che dall’altra parte ci fossero delle persone oneste mentre c’erano persone che, quando il primo maggio Biden ha confermato il ritiro rapidissimo, addirittura accelerato rispetto a quello previsto da Trump, sono partiti per un’azione di attacco coordinato e contemporaneo in tutte le principali città.</p>



<p><strong>C’è qualcosa che stona molto nel discorso di Biden.</strong><br>È un discorso che io credo, come molti commentatori, abbia peggiorato la sua immagine in modo cospicuo. Perché se è vero, come scrive Thomas Friedman sul New York Times, che i grandi rivolgimenti della storia non si devono interpretare soltanto guardando alla mattina dopo ma si devono guardare con una visione del dopodomani, e quindi tutto quello che i talebani faranno è sub judice, è anche vero che il discorso di Biden non è stato da leader di un mondo occidentale che Biden vuole riunire entro fino anno per una valutazione complessiva della situazione con Cina, Russia e altre realtà che possono costituite una minaccia all’ordine, al diritto, alla sicurezza internazionale.</p>



<p><strong>Che messaggio ha lanciato?</strong><br>Purtroppo è stato un discorso incentrato sulla volontà di compiacere una parte di elettorato americano che voleva a tutti i costi lavarsi le mani del futuro dell’Afghanistan. È un atteggiamento che è stato percepito, forse con più cattiveria dal fronte pubblicano, anche dalla maggioranza del fronte democratico negli USA e dall’opinione pubblica e dagli organi di informazione, che si sono mostrati non solo in dissenso ma in gran parte indignati da ciò che è avvenuto e dagli argomenti usati dal presidente Biden.</p>



<p><strong>Anche in Italia si è avvertito il dissenso. Questa è un’impressione che Biden ha dato a tutto il mondo.</strong><br>A quanto ho letto e sentito c’è stata una sola voce che si è levata a difesa del presidente Biden, una voce peraltro autorevole, quella di Fareed Zakaria, commentatore della CNN. Ha dato una serie di spiegazioni del perché gli afghani devono tornare in toto padroni del loro paese. Questo dell’autodeterminazione degli afghani è un discorso molto cinico perché allora vanno bene anche i genocidi dei grandi laghi, va bene il genocidio nello Xinjiang, e al limite anche quello della seconda guerra mondiale. Invece l’America, che pure è stata esitante tanto nella prima quanto nella seconda guerra mondiale, non ha lasciato imperare quelle forze che avrebbero condotto alla catastrofe interi continenti. Allo stesso modo le cose non resteranno così oggi, perché le forze che vogliono umanità, solidarietà, che vogliono affermare i diritti delle persone, le libertà individuali prevarranno su quelle che contrastano la libertà umana.</p>



<p><strong>Ma l’esportazione della democrazia abbiamo visti che non funziona.</strong><br>Quanto sta accadendo non può essere tollerato, ma non perché dobbiamo sostenere le difese delle democrazie e trasportare i nostri sistemi in altri sistemi. Semplicemente perché così è per il diritto internazionale nell’ambito delle Nazioni Unite. Cerchiamo di vedere che cosa è stato negli ultimi trent’anni, dalla guerra nel Balcani alla crisi dei grandi laghi, che cosa è accaduto alle Nazioni Unite. Si è detto: la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali è un elemento base per lo sviluppo, la pace e la sicurezza. Non c’è sviluppo umano ed economico, non c’è pace o sicurezza senza la difesa dei diritti umani e viceversa.</p>



<p><strong>Diritti alla base dell’agenda per la pace di Boutros-Ghali.</strong><br>Questa sorta di trilogia di principi è stata assunta nell’agenda per la pace di Boutros-Ghali ed è stata affermata in una miriade di risoluzioni del consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale dell’Onu da sempre. Vero che da parte di molti paesi questa affermazione è stata avanzata ipocritamente, ma è sempre stata sottoscritta a qualunque livello di decisione politica, diplomatica e tecnica. Quello che è accaduto in questi giorni in Afghanistan è l’assoluta negazione di questi principi, quindi venirci a spiegare che i diritti negati alle donne sono una cosa che riguarda gli afghani e nessun altro deve interessarne in Occidente, è una cosa che non si può sostenere.</p>



<p><strong>Su chi fa ricadere la responsabilità sull’esercito afghano che non ha combattuto?</strong><br>Dire che il problema sono stati gli uomini afghani che non hanno voluto combattere contro i talebani perché gli avrebbero tagliato la testa, dopo che c’è stata una presenza occidentale di vent’anni per cercare di invertire questa situazione, significa sostenere che alla fine si è trattato soltanto di un grande equivoco, come infine molti commentatori sostengono.</p>



<p><strong>Non è il solo errore.</strong><br>Altro argomento che trovo aberrante è quello secondo cui in fondo agli afghani poveri, quelli delle campagne, che per centinaia di anni sono sopravvissuti facendo i contadini, coltivando oppio, vivacchiando, subendo qualsiasi invasione, della democrazia, dei diritti alle donne e di avere un sistema di governo che non li spogliasse di qualsiasi proprietà o capacità economica, non importa nulla. Questo è aberrante sotto qualsiasi profilo.</p>



<p><strong>L’errore principale commesso dagli americani e dagli Alleati qual è stato?</strong><br>Quello di alzare le mani. Dove falliscono i tentativi di rimettere in piedi delle forme efficienti di governo? Dove riteniamo di fallire noi in Italia da tanti anni, e forse negli ultimi dieci o quindici anche altri paesi europei, Germania compresa? Il comune denominatore è la termite della corruzione, che si insedia in qualsiasi foresta in crescita e divora tutto. La tragedia della corruzione. Le primavere arabe sono scoppiate in reazione alla corruzione. C’era un movimento di giovani musulmani che non ne potevano più dei loro leader corrotti. Non ne potevano più delle ingiustizie che la corruzione provocava. Pensi alla lotta affinché l’Afghanistan cessasse di essere il primo paese al mondo per produzione di eroina, metodo di finanziamento probabilmente dei signori della guerra al governo, ma soprattutto dei talebani. Questa recente massiccia immissione di fondi ha determinato una enorme corruzione, che ha fatto fallire ogni tentativo di portare qualità di governo, ha fatto fallire Karzai, Ghani ed altri.</p>



<p><strong>Perché la popolazione è stata indotta a stancarsi della prospettiva di un nuovo Afghanistan dove la gente poteva esprimersi liberamente?</strong><br>Perché vedeva che questa prospettiva finiva in una grande discarica di corrotti, un enorme pantano di corruzione. E allora la popolazione abbandona questa prospettiva e tende verso gli ideali propagandati dai talebani, che si sono sempre falsamente presentati come i promotori di un Islam puro e duro, che guarda solamente all’aldilà.</p>



<p><strong>Lei ha potuto verificare sul campo.</strong><br>Si, lo dico con una certa cognizione di causa perché nel 2008-2009, e cioè oramai dodici anni fa, ho partecipato ad un tentativo quando l’allora inviato speciale per l’Afghanistan aveva messo su un team di magistrati, giuristi ed operatori esterni per avviare un contrasto alla corruzione in Afghanistan. Sa che cosa è accaduto? Che molto rapidamente l’opera di questo team è stata congelata di fronte alle lotte intestine che questa scelta imposta dall’esterno comportava. A un certo punto le riunioni non si sono più fatte. Contattiamo il Dipartimento di stato che ci risponde che è meglio soprassedere. Non voglio fare paragoni, ma non appare qualcosa che sentiamo spesso anche vicino a noi quando parliamo di lotta alla corruzione?</p>



<p><strong>Questa fuga disordinata da Kabul fa temere che per l’Occidente sarà sempre più difficile apparire credibile nelle operazioni internazionali cui sarà chiamato?</strong><br>È un evento che avrà ripercussioni non soltanto in Afghanistan ma nell’intero mondo islamico, e parliamo di un miliardo e mezzo di esseri umani. Fatto in percentuale altissima di persone sagge, moderate, straordinarie e purtroppo però anche da un proliferare fortissimo di altre realtà, favorite dai sistemi di informatizzazione e comunicazione diffusa. Tra l’altro, a proposito di tecnologia, l’interesse della Cina si spiega con le enormi risorse minerarie proprio nel campo delle terre rare. Di quelle la Cina vuole avere l’assoluto dominio a livello globale.</p>



<p><strong>Ci sono già contatti?</strong><br>I mezzi di comunicazione hanno sicuramente permesso all’intelligence cinese di prendere già contatto con i leader talebani per mostrare loro come i propri sistemi di condizionamento delle masse possono servire al radicamento della Sharia nella testa della gente come al radicamento di tutto quello che conviene alla collaborazione tra Cina e governo talebano. Ne discende che la modernizzazione tecnologica non sarà per la libertà ma per il sistema orwelliano di controllo.</p>



<p><strong>E’ il motivo per cui Mosca e Pechino sono i soli a non aver chiuso le ambasciate?</strong><br>Nel giro di pochissimo riconosceranno la legittimità del nuovo governo. La collaborazione è ormai avviata. Questo è un altro risvolto negativo della vicenda: la congiunzione astrale di questo patto di convenienza tra potenze globali come la Cina e la Russia, di altri attori, locali ma globali per motivi religiosi, come l’Iran, e poi anche di alleati secondari come Venezuela, Cuba, Cambogia e Myanmar favorisce un mondo spaventosamente fanatico come quello dei talebani o degli sciiti iraniani.</p>



<p><strong>Insomma, Kabul non doveva cadere.</strong><br>Quanto avvenuto in Afghanistan è enormemente rafforzato dalle condizioni geopolitiche. E non mi riferisco alla strategia di disimpegno americano, che doveva essere fatta in ben diversi modi, ma dalla terribile confusione pubblica, aperta e propagandata, della caduta di Kabul, che doveva assolutamente essere tenuta in piedi. Il ponte aereo di Kabul doveva essere tenuto in piedi non dico per anni ma almeno per mesi, producendo anche una capacità di condizionamento su un minimo di apertura talebana nel futuro governo del Paese, perché era quella la carta da giocare. Kabul doveva essere la carta strategica da giocare da parte dell’Occidente e di tutte quelle forze afghane che adesso sono disperate.</p>



<p><strong>Che succederà ora?</strong><br>Io sono molto preoccupato da quale sarà il costo per tutti gli americani e gli occidentali in generale che operano nel mondo globale, dove ci sono milioni e milioni di musulmani estremamente radicalizzati. Uno degli esempi che ha sovvertito la situazione in Afghanistan, ad esempio, è stata la formazione nelle madrase al confine tra Afghanistan e Pakistan, di questi giovani che vediamo barbuti di diciotto-vent’anni. Migliaia di madrase finanziate da organizzazioni e fondazioni islamiste fondamentaliste come quella dei fratelli musulmani.</p>



<p><strong>Ce ne sono anche in Italia?</strong><br>E’ una domanda che dovremmo rivolgerci: quante madrase di questo tipo abbiamo in Italia, dove ci sono più di mille moschee non riconosciute, delle quali si ignorano i finanziamenti e delle quali non è mai stato stabilito un certificato di identità chiaro? Dove sono formati e da dove vengono i Mullah? Ho visto delle dichiarazioni entusiasmanti, deliranti di gioia da parte di alcuni leader musulmani fondamentalisti italiani, che hanno inneggiato alla sconfitta dell’Occidente in chiave jihad. Ci siamo resi conto di ciò che significa la caduta di Kabul in questo contesto?</p>



<p><strong>Ha molto impressionato la dichiarazione di Josep Borrell, per il quale i talebani hanno vinto la guerra e quindi dobbiamo parlare con loro per impegnarci in un dialogo prima possibile.</strong><br>Josep Borrell doveva essere rimosso già da quando è andato a farsi prendere in giro senza reagire in alcun modo durante la famosa visita a Mosca in cui è stato trattato come un lacchè, e ha continuato ad agire nello stesso modo demenziale nella politica con l’Iran nonostante ci siano stati attentati organizzati dal regime iraniano. Mi riferisco all’attentato che doveva esser fatto nel luglio 2018, che sarebbe stato simile a quello dell’11 settembre, contro un’enorme manifestazione di decine di migliaia di persone, essenzialmente profughi iraniani, con sessanta delegazioni straniere presenti tra cui quella italiana. Avrebbero dovuto esser fatti saltare in aria durante un’operazione guidata da un diplomatico iraniano in servizio all’ambasciata di Vienna che sorvegliava un network di agenti segreti, terroristi iraniani in Europa.</p>



<p><strong>Come finì?</strong><br>Il diplomatico fu arrestato e condannato a vent’anni e l’operazione fu sventata negli ultimi minuti prima che la bomba esplodesse. Su tutto questo Borrell non ha mai detto una parola. Quando ci si è appellati a lui in occasione dell’insediamento di un massacratore di oppositori politici come il nuovo presidente iraniano, Borrell ha risposto all’appello mandando il suo vice a quell’insediamento. Il concetto di dialogo di Borrell è quello che per dialogare occorre non parlare mai di diritti umani. Avrebbe dovuto essere cacciato dal Parlamento europeo, ma purtroppo dai tempi di Solana i responsabili europei degli esteri sono l’immagine provata di dove stia andando l’Europa e di come si sia sfasciata la politica estera europea.</p>



<p><strong>Quindi che cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane?</strong><br>Dobbiamo aspettarci che l’Europa dovrà provare, cosa che spero ma per la quale non sono molto ottimista, a reagire immediatamente in positivo per dare una immagine di coesione, assicurando coerenza come ha fatto il presidente Draghi. L’Italia deve impegnarsi fortemente a evitare che, Dio non voglia, l’immagine che abbiamo al momento della situazione peggiori a causa dei litigi interni all’Unione perché un paese o l’altro ospiti o meno mille, duemila o tremila rifugiati politici, questi veramente rifugiati politici. Mi auguro che l’Europa dimostri serietà e senso di visione su questo, che è in fondo una piccola cartina di tornasole anche nei confronti di questi movimenti terroristici inqualificabili che vogliono soltanto, ossessivamente, uccidere, negare l’esistenza di chi la pensa diversamente o di chi ha una fede diversa. Diamo almeno la dimostrazione di buonsenso, di visione e di libertà nell’aiutare chi la libertà e la visione l’ha condivisa con noi.</p>



<p><strong>E poi? E poi il dialogo con questi come si fa?</strong><br>Non chiamiamolo dialogo, per favore. È ormai un termine abusato. Le linee di comunicazione esistono ma sono ben lontane da quelle che possano implicare una qualunque forma di legittimazione. Non c’è nessuna legittimazione con questi talebani al potere, con quello che hanno fatto e che stanno facendo. La dimostrazione è nel filmato di quella donna anziana fermata per strada da quella specie di folle che gli ha fatto una invocazione di Allah per mezz’ora mentre lì accanto ci stava un altro che poi le ha sparato un colpo alla nuca uccidendola. Tutti hanno visto queste cose e di cose simili ne sono successe a migliaia nelle ultime ore. Quindi non parliamo di dialogo con questa gente.</p>



<p><strong>Che contatti potranno essere attivati?</strong><br>I contatti devono essere basati sull’interesse nazionale e sulla nostra identità, dobbiamo agire in modo che questi essere, non chiamiamoli uomini e donne anche perché donne non ce ne sono, sappiano che non faremo loro alcuno sconto e metteremo in atto tutte le idee e le operazioni, le strategie e le tattiche possibili per mostrare che i loro comportamenti avranno dei costi insopportabili e che restano sotto il nostro scrutinio. Dovremo condizionarli in ogni modo possibile ad un agire che sia consono al mantenimento delle conquiste ottenute dalle donne, dalle bambine, dalle realtà più fragili e deboli della comunità afghana.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/08/20/giulio-terzi-kabul-non-doveva-cadere-biden-ha-sbagliato-ma-con-i-talebani-non-puo-esserci-dialogo-borrell-andrebbe-rimosso/">Giulio Terzi: Kabul non doveva cadere. Biden ha sbagliato ma con i talebani non può esserci dialogo. Borrell andrebbe rimosso</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>L’indagine del Comitato della Camera sull’insurrezione del 6 gennaio: un (altro) passaggio importante per la democrazia americana</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/07/28/maran-indagine-comitato-ristretto-camera-su-insurrezione-6-gennaio-altro-passaggio-importante-per-democrazia-americana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jul 2021 15:12:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«La verità conta ancora qualcosa?», si chiedono Stephen Collison e Shelby Rose. È questa, scrivono i due giornalisti della CNN, la domanda che sta al cuore dell’indagine del Comitato ristretto della Camera dei Rappresentanti sull’insurrezione del 6 gennaio scorso che si è appena aperta a Capitol Hill con le lancinanti testimonianze degli agenti di polizia pestati dalla folla aizzata da Donald Trump («È stato come combattere in una battaglia medievale»,&#8230;</p>
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<p>«La verità conta ancora qualcosa?», si chiedono Stephen Collison e Shelby Rose. È questa, scrivono i due giornalisti della CNN, la domanda che sta al cuore dell’indagine del Comitato ristretto della Camera dei Rappresentanti sull’insurrezione del 6 gennaio scorso che si è appena aperta a Capitol Hill con le lancinanti testimonianze degli agenti di polizia pestati dalla folla aizzata da Donald Trump («È stato come combattere in una battaglia medievale», ha detto un poliziotto).</p>



<p>La Camera ci ha messo sei mesi per avviare l’indagine sul saccheggio della cittadella della democrazia americana perché i repubblicani hanno fatto sforzi straordinari per impedire una ricostruzione storica dei fatti.</p>



<p>La speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha fatto parecchie concessioni (un numero uguale di democratici e repubblicani, identico potere di chiamare persone a comparire o produrre documenti, ecc.) per ottenere un accordo su una commissione indipendente, nonpartisan, sul modello di quella istituita per l’11 settembre, per indagare su uno dei capitoli più oscuri della storia americana.</p>



<p>Ma dopo che Trump l’ha disapprovata pubblicamente, il leader repubblicano della Camera Kevin McCarthy si è affrettato a buttare all’aria l’accordo che aveva accettato. Quando Pelosi, «with respect to the integrity of the investigation», ha bocciato due delle scelte di McCarthy per il comitato &#8211; in entrambi i casi, i deputati avevano votato contro la certificazione del risultato elettorale del 6 gennaio e propagandavano le false affermazioni di Trump sulla supposta frode elettorale &#8211; ha colto la palla al balzo per boicottare il comitato.</p>



<p>Ci sono comunque due repubblicani nel comitato ristretto &#8211; Liz Cheney del Wyoming (la figlia maggiore dell’ex vicepresidente Dick Cheney) e Adam Kinzinger dell’Illinois &#8211; che sono disposti a sacrificare la loro promettente carriera per tenere testa alla demagogia di Trump. La Cheney è una dei repubblicani più conservatori della Camera, ma ritiene che i principi che sono oggi in ballo giustifichino la sua partecipazione al comitato con i democratici.</p>



<p>«Se i responsabili non saranno chiamati a rispondere del loro operato e se il Congresso non agirà in modo responsabile, quel che è accaduto continuerà ad essere un cancro sulla nostra repubblica costituzionale, minando il pacifico trasferimento dei poteri al cuore del nostro sistema democratico», ha detto ieri. «Dovremo affrontare la minaccia di ulteriore violenza nei mesi che verranno e un altro 6 gennaio ogni quattro anni».</p>



<p>Ma non c’è da sperare che l’House Select Commitee possa cambiare la dinamica politica dell’America. McCarthy e i suoi colleghi, tutti adepti del culto di Trump, stanno dando la colpa dell’invasione del Campidoglio alla Pelosi &#8211; sostenendo che non avrebbe garantito una protezione sufficiente &#8211; anche se questo genere di compiti sono completamente al di fuori della sua competenza. Ricordiamoci la verità, sollecitano perciò Collison e Rose: «Un presidente in carica ha mentito riguardo alla sua sconfitta in elezioni regolari, ha convocato una folla a Washington, incitandola a ‘combattere come una furia’ ed è stato a guardare mentre faceva irruzione nel Congresso per interrompere la certificazione dell’elezione di Joe Biden».</p>



<p>Ovviamente, come osserva il Washington Post, l’opposizione quasi totale dei repubblicani all&#8217;esame delle cause e della ramificazione dell&#8217;insurrezione da parte del Congresso, ha delle ragioni: «vogliono evitare un&#8217;indagine approfondita sul peggior attacco al Campidoglio dopo la guerra del 1812 a causa del suo collegamento con le false affermazioni di Trump sulle elezioni e per paura del danno politico che potrebbe produrre nelle elezioni di metà mandato del 2022».</p>



<p>Ma si tratta indubbiamente di un momento importante per la democrazia americana. Come tutti sanno, Nixon si dimise perché la Commissione Watergate del Senato (i suoi componenti democratici e repubblicani) fece il suo lavoro e di fronte ad un momento di crisi nazionale, i politici di entrambi gli schieramenti misero da parte le faziosità per scoprire la verità; misero, in altre parole, al primo posto la difesa della democrazia americana e i pesi e contrappesi progettati dalla Costituzione funzionarono.</p>



<p>Ma l’apertura dell’indagine del comitato ristretto ha evidenziato, se ancora ce ne fosse bisogno, che la divisione politica più importante nella politica statunitense di oggi non è quella tra conservatori e progressisti. È tra quelli che proteggono la democrazia e quanti mettono il potere al primo posto, anche a costo di distruggerla.</p>
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		<title>Biden: «Ho fatto quello per cui ero venuto»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Jun 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
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<p>«Ho fatto quello per cui ero venuto», ha detto il presidente americano Joe Biden, dopo aver messo in guardia Vladimir Putin, esortandolo a fermare gli attacchi informatici sulle infrastruttura americane e chiarendo che, sebbene non desideri una nuova Guerra fredda, difenderà in modo fermo gli interessi e i valori degli Stati Uniti. Il suo commento, al termine di una settimana di vertici, show diplomatico e blitz mediatici, riassume il senso di un viaggio con il quale ha ricucito le relazioni con gli alleati dell’America traumatizzati da Donald Trump, ha lanciato la sua crociata globale per salvare la democrazia ed ha offerto la leadership (sia pure tardiva) degli Stati Uniti in merito alla pandemia da COVID-19.</p>



<p>Ovviamente, ci vorranno mesi per capire se il dialogo avviato porterà alla liberazione dei prigionieri americani in Russia e se si attenueranno la prova di forza sulla sicurezza informatica e lo scontro strategico con Mosca in Ucraina e altrove. Per allora, il suo primo viaggio all’estero sarà un ricordo lontano, hanno scritto Stephen Collison e Caitlin Hu della CNN, riflettendo sul fatto che sebbene i viaggi presidenziali possano essere senz’altro efficaci nel favorire progressi incrementali, il più delle volte sono troppo pubblicizzati (e sopravvalutati). Chi si ricorda del discorso di Barack Obama al mondo musulmano al Cairo?</p>



<p>Ma la conferma (e la garanzia) della leadership americana da parte di Biden, in Europa è stata senz’altro ben accolta. Un Occidente unito è sicuramente più efficace nel contrastare Putin, la pandemia e anche la Cina. Ed è meglio per tutti se il presidente degli Stati Uniti non vuole distruggere le alleanze di vecchia data. Ma l’incontro di Biden con il presidente russo è servito anche a ricordare che sono state le turbolenze politiche interne a rendere l’America una potenza globale inaffidabile. Putin, che è alla guida del Cremlino da più di vent’anni, aveva di fronte il suo quinto presidente americano. Durante questo periodo, gli Stati Uniti sono andati in Medio oriente e hanno cercato poi di uscirne. Hanno sottoscritto l’accordo sul clima di Parigi, lo hanno lasciato e ci sono rientrati. Hanno definito un patto nucleare con l’Iran, hanno cercato di cancellarlo ed ora vogliono rianimarlo. Si sono concentrati sull’Asia e poi hanno fatto marcia indietro. Questi precedenti da capogiro spiegano quel certo scetticismo che ha accompagnato anche una tournée, come quella di Biden, intitolata «L’America è tornata».</p>



<p>Sulla CNN, raccontano anche che il deputato repubblicano Steve Scalise della Louisiana, un devoto di Trump (il presidente che con Putin si è comportato in modo servile), si è lamentato sostenendo che è giunto il momento per Biden di «opporsi» all’uomo forte del Cremlino. Si sa che (dappertutto) il senso del ridicolo è morto e sepolto da un pezzo e che (dappertutto) la faccia di bronzo oggi è un requisito indispensabile, ma l’uscita di Scalise mostra anche la frattura politica che Biden deve ora affrontare in patria. Finché l’America non deciderà che genere di paese vuole essere, non potrà essere una forza in grado di garantire davvero la stabilità internazionale. E non avverrà così presto.</p>



<p>E Putin? Putin ha ottenuto quel che voleva. Anche se Biden non ha voluto condividere la conferenza stampa con Putin come faceva il suo predecessore, il summit di Ginevra si adatta alla perfezione alle esigenze interne del presidente russo. Sedendo accanto a Biden, Putin è apparso su un piano di parità con l’uomo più potente del mondo. Inoltre, l’incontro è stato richiesto dagli Stati Uniti, il che, in patria, accresce la sua statura. Nella conferenza stampa lunga quasi un’ora che ne è seguita, Putin ha dato poco spazio alle domande sulla democrazia e sui diritti umani, confutando spesso le critiche e sottolineando i difetti degli Stati Uniti: segno evidente che non si è trattato di una riconciliazione. Come ha detto sempre alla CNN Oleg Ignatov, un analista del Crisis Group: «Non è ancora l’inizio di una normalizzazione delle relazioni. É una pausa nel loro ulteriore deterioramento».</p>
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		<title>Esce, inseguito da un orso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 May 2021 12:17:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Si dice spesso che la politica americana è una trappola per orsi («a bear pit»). Un’espressione che sta a indicare un luogo pieno zeppo di gente ambiziosa, polemica e bellicosa. Insomma, una baraonda. Ovviamente, la maggior parte dei candidati non prende la metafora alla lettera. Martedì scorso, invece, il businessman californiano John Cox ha lanciato la sua candidatura per spodestare il Governatore della California in carica, Gavin Newsom, con al&#8230;</p>
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<p>Si dice spesso che la politica americana è una trappola per orsi («a bear pit»). Un’espressione che sta a indicare un luogo pieno zeppo di gente ambiziosa, polemica e bellicosa. Insomma, una baraonda.</p>



<p>Ovviamente, la maggior parte dei candidati non prende la metafora alla lettera. Martedì scorso, invece, il businessman californiano John Cox ha lanciato la sua candidatura per spodestare il Governatore della California in carica, Gavin Newsom, con al seguito un orso Kodiak in carne ed ossa (un omaggio, verosimilmente, all’animale ufficiale dello Stato).</p>



<p>Il mandato di Newman, del Partito democratico, dovrebbe concludersi nel 2023. Ma deve affrontare una «recall election» straordinaria attivata da quasi un milione e mezzo di persone che hanno firmato una petizione per chiedere la sua estromissione. Si tratta di una procedura con la quale gli elettori americani possono rimuovere un politico o un altro funzionario eletto in un pubblico ufficio attraverso una votazione diretta, prima che il suo mandato sia terminato. Nel 2003, anche l’ex attore Arnold Schwarzenegger vinse le elezioni e diventò governatore della California (l’ultimo governatore repubblicano dello stato, rimasto in carica per due mandati, fino al 2011) a seguito di una petizione per il recall del governatore uscente Gray Davis.</p>



<p>Newson si trova nei guai per la sua gestione della pandemia. La petizione, infatti, è stata promossa dai Repubblicani che hanno accusato Newsom di avere gestito malissimo la pandemia da coronavirus e di avere imposto restrizioni troppo dure. I conservatori sostengono che abbia tardato troppo a riaprire l’economia, sebbene il virus imperversasse ancora. A sinistra, alcuni ritengono invece che non sia stato abbastanza severo. Newsom, è finito anche nel tritacarne mediatico dopo essersi fatto beccare ad un party in un ristorante, proprio il genere di evento che aveva raccomandato a tutti i californiani di evitare.</p>



<p>Trattandosi della California, la sfida si prospetta pittoresca. Diversi repubblicani hanno già annunciato che si candideranno contro Newsom, e tra questi ci sarà anche Caitlyn Jenner, ex atleta statunitense famosa anche per la sua partecipazione al reality Keeping Up with the Kardashians. Caitlyn Jenner è una donna transgender e una attivista che come Bruce Jenner ha vinto la medaglia d’oro nel decathlon maschile alle Olimpiadi di Montreal nel 1976. La notorietà di Jenner spiega perché Cox, che è stato sconfitto da Newsom nelle elezioni del 2018, si senta obbligato ad aggiungere un pò di brio alla sua campagna.</p>



<p>Fatto sta che l’orso che Cox si porta a spasso, è diventato l’attrazione principale in un aggressivo spot elettorale nel quale il candidato repubblicano, giocando sull’immagine politica da «pretty boy» di Newsom, dipinge il recall come una sfida tra il «bello e la bestia».</p>



<p>Nel filmato, Cox usa gli scatti glamour di Newsom, sia nel suo ruolo ufficiale di governatore sia come commensale a quella cena incriminata al French Laundry, mentre un pappagallo cinguetta ripetutamente «bel ragazzo». Nello spot elettorale l&#8217;annunciatore si chiede in modo grave: «Che cosa è successo alla California… il nostro grande stato, che per generazioni ha fatto scuola nel mondo quanto a vivibilità, innovazione, creatività, ingegno?»</p>



<p>La risposta non si fa attendere: «Abbiamo scelto la bellezza prima del cervello»; e intanto Newsom viene mostrato mentre si guarda in uno specchio. «Non funziona. Dobbiamo scegliere qualcuno in grado di sistemare questo posto». E con un orso minaccioso al suo fianco, Cox si propone come «la bestia»: un duro, un uomo d&#8217;affari che si è fatto da solo e che può affrontare il problema dei senzatetto e le difficoltà economiche e arrestare l&#8217;esodo di residenti e leader aziendali dallo Stato che è così grande che «perfino Elon Musk se ne è andato» dice lo spot. «Abbiamo bisogno di grandi, bestiali cambiamenti a Sacramento. Ci penso io», assicura Cox guardando la telecamera. Lo slogan insiste: «Revoca il bello ed eleggi la bestia più bella e intelligente che tu abbia mai incontrato».</p>



<p>Indugiando sulle riprese di un orso che ruggisce, che dovrebbero dimostrare che il puritano Cox è capace di autoironia, il candidato repubblicano chiede agli elettori che tre anni fa gli hanno preferito Newsom: «Volete la bellezza o un animale che lavora sodo?». È presto per dire se la trovata aiuterà Cox nella competizione. Se dovesse perdere, alla CNN hanno pronto un titolo tratto da una celebre indicazione di scena contenuta nel «Racconto d’inverno» di William Shakespeare: «Esce, inseguito da un orso».</p>
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		<title>Inizia il processo per l’omicidio di George Floyd. Alla sbarra le violenze della polizia contro gli afroamericani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2021 11:15:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni si è fatto un gran parlare delle rivelazioni di Harry e Meghan nell&#8217;intervista ad Oprah Winfrey, in cui i duchi di Sussex spiegano perché hanno voltato le spalle alla famiglia reale. Quando la moglie di origine afroamericana del principe Harry era incinta del primo figlio «a Palazzo c&#8217;era chi si chiedeva con preoccupazione quanto sarebbe stata scura la pelle del nascituro, il piccolo Archie». Tuttavia, negli Stati&#8230;</p>
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<p>In questi giorni si è fatto un gran parlare delle rivelazioni di Harry e Meghan nell&#8217;intervista ad Oprah Winfrey, in cui i duchi di Sussex spiegano perché hanno voltato le spalle alla famiglia reale. Quando la moglie di origine afroamericana del principe Harry era incinta del primo figlio «a Palazzo c&#8217;era chi si chiedeva con preoccupazione quanto sarebbe stata scura la pelle del nascituro, il piccolo Archie».</p>



<p>Tuttavia, negli Stati Uniti, in questi giorni, come ci hanno ricordato Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, la storia più significativa a proposito di problemi razziali non riguarda la denuncia di Megan Markle. L’episodio più importante sarà il processo a Minneapolis di Derek Chauvin per l’omicidio di George Floyd la cui morte ha suscitato indignazione in tutto il mondo e scatenato la resa dei conti razziale in America.</p>



<p>Il processo metterà alla prova il sistema giudiziario americano che dovrà emettere una sentenza tale da essere considerata universalmente giusta dopo anni di discriminazioni che hanno favorito la polizia in tutti i casi di decessi in cui erano coinvolti afroamericani. Avrà anche enormi conseguenze politiche in un paese che sta cercando di elaborare il significato delle proteste di Black Lives Matter, per non parlare dell’eredità del suo peccato originale. E questo caso è solo uno dei fronti (sia pure di alto valore simbolico) nella battaglia per la giustizia degli afroamericani.</p>



<p>Il caso giudiziario, in apparenza, è molto semplice. Dopotutto, l’anno scorso il mondo intero ha visto i video e le fotografie atroci di Floyd con il ginocchio di un poliziotto sul collo. Allora Chauvin sembrava indifferente alle proteste di Floyd che con un filo di voce ripeteva «Non riesco a respirare» e «Sto per morire». I prosecutors lo hanno accusato di omicidio involontario di secondo grado e di omicidio colposo di secondo grado, ma è probabile che la difesa sostenga che Floyd è morto a causa del fentanyl (un farmaco che viene usato nelle terapie del dolore e che è diventato l’oppioide sintetico più comune nelle morti per overdose) e di patologie preesistenti.</p>



<p>Inoltre, l’ampia risonanza che ha avuto la morte di Floyd renderà la selezione dei giurati un compito molto delicato; senza contare che la composizione razziale della giuria potrebbe influenzare la sua credibilità agli occhi del pubblico.</p>



<p>La sala del tribunale è protetta da recinzioni di cemento e filo spinato piazzati nel centro di Minneapolis e saranno dispiegati migliaia di poliziotti e di soldati della Guardia Nazionale nel caso in cui le proteste dei gruppi in lotta contro il razzismo e dei gruppi di estrema destra diventino violente.</p>



<p>La selezione dei giurati è cominciata ieri. Ma quando il processo entrerà nel vivo, sicuramente riaprirà tutte le ferite non ancora sanate dopo la morte di Floyd. Alla sbarra con Derek Chauvin ci saranno le violenze passate e presenti della polizia contro la comunità afroamericana. Come ha scritto Riccardo Paradisi, sulla Voce di New York, la battaglia per l’anima degli Stati Uniti passa anche da qui.</p>
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		<title>Il Partito repubblicano riuscirà a sopravvivere?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jan 2021 17:45:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Solo dieci repubblicani, mercoledì scorso alla Camera dei Rappresentanti, non se la sono sentita di difendere l’indifendibile e hanno votato per l’impeachment (compresa Liz Cheney, la presidente della House Republican Conference, il caucus del partito alla Camera). Donald Trump è il primo (e l’unico) presidente americano ad essere posto in stato d’accusa per due volte, ma la maggior parte del suo partito si è rifiutata di fargliela pagare per aver&#8230;</p>
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<p>Solo dieci repubblicani, mercoledì scorso alla Camera dei Rappresentanti, non se la sono sentita di difendere l’indifendibile e hanno votato per l’impeachment (compresa Liz Cheney, la presidente della House Republican Conference, il caucus del partito alla Camera).</p>



<p>Donald Trump è il primo (e l’unico) presidente americano ad essere posto in stato d’accusa per due volte, ma la maggior parte del suo partito si è rifiutata di fargliela pagare per aver istigato una insurrezione violenta. I pochi membri del GOP della Camera che hanno votato l’impeachment hanno sfidato gli insulti e gli attacchi dei colleghi, e rischiano di perdere il posto.</p>



<p>Il dibattito che ha preceduto il voto alla Camera è stato un festival dell’ipocrisia che ha fatto ricorso alle menzogne, dato che i sostenitori di Trump, per difenderlo, hanno dovuto negare la realtà. Alcuni di loro, dopo aver passato mesi a fingere che Joe Biden non avesse vinto un’elezione regolare e libera, hanno accusato i democratici di voler rompere l’unità della nazione. Altri hanno ammonito che l’impeachment potrebbe scatenare la violenza, confermando le tattiche intimidatorie della turba della scorsa settimana. Diversi repubblicani hanno ammesso che Trump era colpevole ma hanno sostenuto che, in linea di principio, l’impeachment era troppo affrettato; altri ancora hanno descritto il processo come una mossa dei nemici di Trump «di sinistra» ansiosi di cancellarlo in un accesso di «political correctness».</p>



<p>Ora il destino di Trump è nelle mani del Senato (e più concretamente in quelle di un altro dei suoi vecchi sodali, che ha assecondato a lungo le sue cattive e pericolose abitudini, Mitch McConnell). Il leader di maggioranza del Senato ritiene sia tempo per il partito di prendere congedo da Trump, e sebbene non intenda riconvocare il Senato in tempo per rimuovere il presidente americano dall’incarico, ha fatto sapere che potrebbe votare per l’impeachment. Se dovesse farlo, altri repubblicani potrebbero unirsi a lui per raggiungere la maggioranza necessaria dei due terzi. Per allora Trump sarà un ex presidente, ma un’eventuale ricandidatura potrebbe essergli impedita per sempre. É ovviamente molto improbabile. Ma il voto del secondo impeachment di mercoledì scorso assicura comunque che il nome di Trump sarà accompagnato da una macchia indelebile.</p>



<p>Il New York Times ha riportato che le grandi aziende che finanziano entrambi i grandi partiti americani hanno sospeso i finanziamenti ai repubblicani che si sono opposti a certificare la vittoria del presidente eletto Joe Biden, segnalando l’irritazione del circuito degli affari e del grande pubblico. Al punto che Fareed Zakaria si è chiesto se il Partito repubblicano riuscirà a sopravvivere alle conseguenze dell’assedio al Campidoglio e del secondo impeachment del presidente Trump. «Forse no», ha scritto nella sua rubrica sul Washington Post, sottolineando che anche in passato i partiti sono crollati a causa delle gravi diatribe interne. </p>



<p>I Federalisti si sono atrofizzati dopo che si sono opposti alla Guerra del 1812 e i Whigs declinarono dopo uno scisma interno sul tema della schiavitù. Se l’attuale tendenza persiste, scrive Zakaria, «potremmo assistere ad una dinamica pericolosa»: «Alcuni repubblicani (…) abbandoneranno il partito, resti ad aderire al culto della famiglia Trump. Il Partito repubblicano superstite (…) sarà dominato da persone che rifiutano la democrazia americana e sono affascinati dalle teorie del complotto, infuriati per la loro impotenza e sempre più disposti ad appoggiare mezzi estremi, perfino violenti, per raggiungere i propri fini. In altre parole, i futuri repubblicani al Congresso potrebbero assomigliare molto alla turba che lo ha preso d’assalto la settimana scorsa».</p>



<p>Anche il columnist conservatore del New York Times, Ross Douthat, si è chiesto se il Partito repubblicano riuscirà a rimanere unito. Senza fare previsioni, Douthat tratteggia uno scenario nel quale «quel che rimane del voto di centrodestra dei sobborghi e dell’establishment del GOP diventa come minimo altrettanto NeverTrump del senatore repubblicano Mitt Romney» mentre «il cuore dei supporter di Trump diventano altrettanto paranoici dei devoti di Q. Forse ciò condurrà a nuovi atti inutili di violenza (…) o forse condurrà solo a primarie repubblicane che produrranno molti più candidati come (la sostenitrice di QAnon e neoeletta deputata repubblicana) Marjorie Taylor Greene della Georgia, al punto che una buona fetta del GOP della Camera occuperà un universo completamente diverso» da quello del resto del partito. Ed è possibile che il gruppo di repubblicani centristi del Senato possa cambiare cavallo e formare un mini partito indipendente, suggerisce infatti Douthat.</p>



<p>Ovviamente, non tutti sono d’accordo. Riflettendo probabilmente la profonda ambivalenza del Partito repubblicano, Andrew C. McCarthy sulla rivista conservatrice National Review ha scritto che il presidente Trump si è reso responsabile di una condotta «impeachable», ma ha anche criticato la mossa della presidente della Camera Nancy Pelosi di metterlo sotto accusa, definendola una scelta «politica» ed inutile, ad appena una settimana di distanza dal termine della presidenza Trump. Anche alcuni dei critici più feroci del presidente americano si sono chiesti se davvero l’impeachment possa servire a dissuaderlo dal diffondere pericolose teorie cospirative o se, come è accaduto in passato, Trump riemergerà «più forte» proprio per essere stato messo sotto accusa. </p>



<p>Su Politico Magazine, Michael Krause ha scritto che quella di vincere perdendo è, appunto, la storia di Trump. «Nel 1973 il Dipartimento di Giustizia ha citato Trump (assieme al padre e alla sua azienda), denunciando il diffuso razzismo nei contratti d’affitto», scrive Krause. «Imparando l’arte dal famoso (avvocato ed ex mentore di Trump) Roy Cohn … il ventenne Trump ha trasformato quella che avrebbe potuto essere fin dall’inizio una macchia in un trampolino di lancio. Ha negato, ritardato e distratto. Si infuriò contro l&#8217;accusa, suscitando titoli cubitali e una tale bagarre sfacciata che oscurò la sostanza reale e la gravità del caso». Alla fine patteggiò e si impegnò a compiere cambiamenti concreti. Ovviamente, la risoluzione contava «sulla buona fede e sulla buona volontà» da parte di Trump. Ma «Trump era incorreggibile. Non rispettò i termini, definendo per tutto il tempo il suo fallimento una vittoria, cosa che effettivamente era». Ed il timore di Krause (riproposto anche da Michael Smerconish della CNN) è che, dato che la sua politica del vittimismo finora ha funzionato, il sostegno per Trump possa crescere ancora. Nonostante l’impeachment.</p>
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		<title>Se nel primo atto c’è una pistola, è probabile che nell’ultimo atto sparerà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2021 15:31:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Doveva succedere. Dopo quattro anni di incitamenti all’odio, complotti, allarmi e menzogne che hanno messo uno contro l’altro gli americani, un’esplosione di collera era nell’aria. Doveva succedere e ieri è successo. A Washington una folla inferocita ha assalito il Campidoglio, la sede dei due rami del Parlamento degli Stati Uniti (per la prima volta dopo l’assalto inglese nel 1814), interrompendo l’assemblea plenaria convocata per confermare la vittoria elettorale di Joe&#8230;</p>
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<p>Doveva succedere. Dopo quattro anni di incitamenti all’odio, complotti, allarmi e menzogne che hanno messo uno contro l’altro gli americani, un’esplosione di collera era nell’aria. Doveva succedere e ieri è successo. A Washington una folla inferocita ha assalito il Campidoglio, la sede dei due rami del Parlamento degli Stati Uniti (per la prima volta dopo l’assalto inglese nel 1814), interrompendo l’assemblea plenaria convocata per confermare la vittoria elettorale di Joe Biden.</p>



<p>«Se nella prima scena del dramma, c&#8217;è un fucile appeso alla parete, nel terzo atto dovrà sparare», diceva Anton Cechov. Lo ha ricordato, qualche giorno fa sul Wall Street Journal, prima che i rivoltosi, tutti sostenitori di Trump, invadessero il Campidoglio, il senatore repubblicano Ben Sasse, che si è opposto al tentativo, spalleggiato da Trump, di contestare la vittoria elettorale di Biden. Troppi americani, ha ammonito Sasse, si sono abituati a sentirsi dire quel che vogliono sentire, in particolare riguardo alle elezioni presidenziali di novembre, e la cosa è pericolosa. Fatto sta che, alla fine, l’arma che in molti hanno contribuito a caricare (bastava dare un’occhiata, in questi anni, ai servizi di Fox News) ha sparato.</p>



<p>Per chiunque abbia visitato il Campidoglio e abbia una certa familiarità con le sue restrizioni (che impongono di muoversi attraverso controlli di sicurezza e di esibire in ogni momento il badge identificativo, mentre i turisti vengono condotti con circospezione attraverso le sale), le immagini e i suoni di ieri sono davvero scioccanti. Mentre scoppiava il caos, il deputato repubblicano Mike Gallagher ha detto alla CNN: «Non vedo niente del genere da quando ero in Iraq»; e il repubblicano Adam Kinzinger lo ha definito un tentativo «colpo di stato». Josep Borrell, l’alto rappresentante della Unione Europea, si è fatto poi interprete dell’incredulità e della preoccupazione del mondo intero dicendo «Questa non è l’America».</p>



<p>Perché è successo? La CNN ha subito sottolineato che è stato il presidente americano ad incoraggiare i manifestanti a marciare sul Campidoglio, ma Trump va ripetendo da mesi che le elezioni di novembre sono state manipolate e da tempo sono in molti tra gli analisti ad interrogarsi sulle possibili conseguenze delle sue dichiarazioni senza fondamento. Anne Applebaum sull’Atlantic ha scritto che Trump ha propagandato la pericolosa idea che le elezioni sono per loro natura illegittime a meno che non sia il suo partito a vincerle; e Michael Kruse su Politico ha descritto la riunione plenaria del Congresso interrotta ieri dalla sommossa (nella quale i legislatori avrebbero dovuto riconoscere la vittoria di Biden) come l’ultimo «test di fedeltà» preteso dal presidente: o sei con Trump o sei contro di lui, costi quel che costi.</p>



<p>E pensare che ieri, per alcune ore, la notizia del giorno era stata la vittoria dei democratici nei due ballottaggi in Georgia che assicura loro il controllo di entrambe le camere per la prima volta negli ultimi dieci anni. Si sa che la maggioranza democratica al Senato è risicatissima e si regge sul voto decisivo della futura vicepresidente Kamala Harris. Un margine così ristretto implica che i democratici non potranno vincere, se non raramente, l’ostruzionismo parlamentare e dovranno contare sui loro senatori più moderati come Joe Manchin del West Virginia (che è membro, per capirci, della National Rifle Association) e Kyrsten Sinema dell’Arizona (che fa parte della Blue Dog Coalition). </p>



<p>Ma la maggioranza al Senato farà comunque la differenza. L’amministrazione Biden potrà approvare le leggi di bilancio e confermare i giudici (nessuna delle due cose è esposta al filibustering) finché i democratici rimarranno uniti. Mitch McConnell non sarà più il leader di maggioranza, con il potere di decidere su quali provvedimenti votare. E sarà il democratico Chuck Schumer ad assumere, per la prima volta, quel ruolo e a decidere il calendario dei lavori.</p>



<p>È in gioco buona parte dell’agenda economica che Biden ha proposto nel corso della campagna elettorale. E si tratta di una agenda coraggiosamente progressista, che comprende programmi per ridurre i costi sanitari, espandere Medicare, creare nuovi posti di lavoro nella manifattura e promuovere l’energia pulita, oltre ad alzare le tasse per i più ricchi; e molte di questi provvedimenti (assiemo alle misure per accelerare le vaccinazioni di massa e aumentare gli incentivi all’economia) possono essere inseriti nella legge di bilancio di quest’anno.</p>



<p>Prima di ieri, la netta vittoria contro il presidente uscente dei democratici era bilanciata dalla prestazione, sorprendentemente buona, dei repubblicani a livello locale e di collegio. La giornata di ieri non cancella i risultati ottenuti dai repubblicani, ma ha sottratto loro il premio più ambito: il controllo del Senato. Senza contare che l’assalto al Campidoglio accelererà probabilmente la resa dei conti interna al GOP. E senza dubbio Biden ha ora molte più possibilità di portare a termine il suo lavoro.</p>
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		<title>Georgia on my mind</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Dec 2020 18:44:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Georgia on my mind», la canzone scritta da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, diventata universalmente popolare grazie alla versione di Ray Charles, è stata adottata nel 1979 come canzone ufficiale dello Stato della Georgia (anche se, in realtà, sembra che Gorrell scrisse il testo per la sorella di Hoagy, Georgia). Ma oggi, come hanno scritto Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, «tutti a Washington hanno la Georgia&#8230;</p>
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<p>«Georgia on my mind», la canzone scritta da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, diventata universalmente popolare grazie alla versione di Ray Charles, è stata adottata nel 1979 come canzone ufficiale dello Stato della Georgia (anche se, in realtà, sembra che Gorrell scrisse il testo per la sorella di Hoagy, Georgia).</p>



<p>Ma oggi, come hanno scritto Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, «tutti a Washington hanno la Georgia nei loro pensieri», e non per colpa della vecchia canzone. Ieri scadeva il termine per registrarsi per i ballottaggi. E proprio quando credevamo che la lunga stagione elettorale americana fosse (finalmente) alle nostre spalle, tutti gli occhi sono puntati sulla Georgia.</p>



<p>Nello stato meridionale che Joe Biden ha conquistato per un soffio il mese scorso, il prossimo 5 gennaio si svolgeranno due ballottaggi per il Senato che contribuiranno a caratterizzare la sua presidenza. Se i due candidati democratici dovessero vincere entrambe le sfide contro gli incumbent repubblicani, i democratici raggiungerebbero il magico numero di 50. In caso di parità 50-50, infatti, a decidere il controllo del Senato sarà la nuova vicepresidente Kamala Harris che potrà esercitare i poteri che la Costituzione le assegna e votare in modo decisivo. Se invece i repubblicani dovessero conquistare anche uno solo dei due seggi in palio in Georgia, allora controlleranno il Senato e conserveranno il potere di bloccare le scelte, le leggi e le nomine alla Corte del gabinetto di Biden, determinando una impasse nella capitale che potrebbe strangolare la sua amministrazione.</p>



<p>La posta in gioco è molto alta e non c’è da stupirsi che sulla Georgia, come ha scritto il New York Times, si stia abbattendo una tempesta politica. La Georgia è diventata un chiodo fisso per un sacco di gente a Washington e, nel «Peach State», entrambi i partiti stanno dando fondo a tutte le loro risorse. La spesa per la propaganda elettorale nel secondo turno ha già raggiunto i 300 milioni di dollari. L’ex presidente Barack Obama sta sostenendo i candidati democratici (il Rev. Raphael Warnock e Jon Ossoff) su Zoom. «Non si tratta solo della Georgia», ha detto Obama in un evento virtuale. «Si tratta dell’America e del mondo».</p>



<p>Anche il presidente Trump ha smesso di tenere il broncio ed è volato in Georgia con la moglie Melania sabato scorso per il suo primo comizio dopo le elezioni presidenziali. A dire il vero, il presidente uscente potrebbe non avere aiutato granché i senatori uscenti David Perdue (sotto tiro per aver realizzato un guadagno sbalorditivo vendendo e poi riacquistando le azioni della Cardlytics, una società con sede ad Atlanta, si è rifiutato di partecipare ad un dibattito con Jon Ossoff) e Kelly Loeffler (che invece nel corso di un dibattito si è rifiutato di ammettere che Trump ha perso le elezioni).</p>



<p>Trump ha vomitato sciocchezze per più di un’ora e mezza, affermando (ancora una volta) falsamente di avere vinto le elezioni presidenziali dello scorso novembre (in precedenza, aveva esortato il governatore della Georgia a convocare una sessione legislativa speciale per rovesciare la vittoria di Biden nello Stato). Tanto che lo stesso Geoff Duncan, il vicegovernatore repubblicano della Georgia, domenica scorsa ha ribadito alla CNN: «Ho votato per il presidente Trump. Sfortunatamente, non ha vinto lo Stato della Georgia». Duncan ha aggiunto, inoltre, che «la montagna di informazioni false» del presidente rischiano di essere controproducenti. Gli strateghi repubblicani sono, infatti, molto preoccupati: se gli elettori prendono per buone le affermazioni di Trump e credono davvero che il voto in Georgia sia stato truccato, potrebbero disertare i ballottaggi.</p>



<p>Anche a prescindere dal significato che oggi assume in relazione all’equilibrio dei poteri a Washington, la vicenda politica della Georgia è molto interessante. Biden è il primo democratico dai tempi di Bill Clinton (nel 1992) a conquistare lo Stato; e la sua vittoria rivela il grande cambiamento demografico in corso e la rapida crescita delle periferie che, per la prima volta da generazioni, stanno aprendo nuove prospettive ai democratici proprio nel profondo sud. Del resto, gli elettori neri hanno contribuito in modo decisivo a far arrivare Biden alla Casa Bianca, e la loro disponibilità a votare in massa dopo Capodanno potrebbe essere, ancora una volta, decisiva.</p>
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		<title>Howdy Joe!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Nov 2020 17:30:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sabato, alle 11:24 del mattino (ET), l’America, ed il mondo, hanno svoltato. Nell’istante in cui la CNN ha annunciato che Joe Biden sarebbe diventato il 46º presidente, gli Stati Uniti hanno imboccato una strada molto diversa da quella che avrebbero preso se il presidente Donald Trump fosse stato rieletto. «Vale la pena di approfittare del momento per brindare e tirare un respiro di sollievo», ha scritto la redazione del New&#8230;</p>
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<p>Sabato, alle 11:24 del mattino (ET), l’America, ed il mondo, hanno svoltato. Nell’istante in cui la CNN ha annunciato che Joe Biden sarebbe diventato il 46º presidente, gli Stati Uniti hanno imboccato una strada molto diversa da quella che avrebbero preso se il presidente Donald Trump fosse stato rieletto.</p>



<p>«Vale la pena di approfittare del momento per brindare e tirare un respiro di sollievo», ha scritto la redazione del New York Times, che ha sostenuto la candidatura di Biden. Il paese ha superato quello che, a detta del giornale, «per l’esperimento americano» sarà probabilmente considerato «come un prolungato stress test». «Il presidente ha fatto del suo meglio per minare le basi democratiche della nazione. Sono state scosse, ma non sono andate in frantumi. Trump ha messo in luce i loro punti deboli, ma anche la loro forza».</p>



<p>Cesseranno, dunque, gli attacchi presidenziali alle istituzioni democratiche, alla scienza e ai più deboli, compresi gli immigrati e le minoranze religiose. La Casa Bianca cesserà di essere la più grande fonte di menzogne del paese. L’America non avrà più un presidente che usa le divisioni ed i contrasti come strumenti di potere; e gli americani di colore non dovranno sopportare il peso della politica del «terrore razziale». La governance e la politica estera del paese non procederanno a colpi di tweet. Inoltre, Biden ha già annunciato una task force per combattere una pandemia che sta peggiorando.</p>



<p>La presidenza demagogica di Trump, invece di trasformarsi in una «rifondazione» che avrebbe calpestato i valori irrinunciabili del paese, resterà, dunque, un’anomalia nella storia americana. Per quanto il mondo rimanga insidioso, i timori che un secondo mandato di Trump avrebbe distrutto la Nato e compromesso il ruolo dell’America quale esempio dei valori democratici, non si materializzeranno. Gli Stati Uniti cercheranno di fare qualcosa per un pianeta che si sta riscaldando. La sconfitta di Trump sarà motivo di sollievo anche all’estero, dove le nostre vite, le vite di persone che non possono in alcun modo influenzare il potere americano, sono tuttavia plasmate dal gigante collocato a cavallo tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico.</p>



<p>Ma l’esplosione di gioia nelle strade di città come Philadelphia ed Atlanta, dove i cittadini hanno votato numerosissimi, non è stata condivisa dal vasto entroterra americano. Più di 70 milioni di americani hanno votato comunque per Trump e lo hanno seguito con un’intensità che eguaglia l’antipatia che provavano i suoi detrattori, che hanno sempre stentato a comprendere come possano gli amici e i parenti che lo amano giustificare la sua aggressività, le menzogne, la sua intolleranza. Eppure, i sostenitori di Trump, anche nel caos che lo contraddistingue, vedono un fustigatore delle «élites», che sono convinti li trattino, e trattino i loro valori, con un atteggiamento insopportabile di superiorità.</p>



<p>Trump ha parlato per un gran numero di americani che credono che l’adesione del governo alla globalizzazione abbia distrutto i loro mezzi di sostentamento. La crescente secolarizzazione e le riforme sociali «di sinistra» hanno convinto poi altri che la loro fede cristiana fosse in pericolo. E il fatto che i Repubblicani possano mantenere il controllo del Senato e addirittura recuperare qualche seggio alla Camera, riducendo il margine di maggioranza dei Democratici, lascia intendere che mentre molti conservatori sono stufi delle pagliacciate di Trump, non hanno affatto chiuso con le sue politiche.</p>



<p>Trump se ne andrà presto, ma lo smarrimento politico che ha sfruttato per ottenere la presidenza nel 2016 rimane. Il suo rifiuto di ammettere la sconfitta ora fomenterà una rabbia dal basso che potrebbe creare parecchi problemi alla presidenza di Biden. Gli strascichi delle elezioni serviranno solo ad evidenziare il distacco e la disaffezione interna ad un paese sempre più simile agli Stati «Disuniti» d’America. Non per caso, parlando dal suo paese natale a Wilmington nel Delaware, sabato sera il nuovo presidente si è rivolto agli elettori che sostengono Trump. «Poniamo fine, qui ed ora, a questo periodo infausto di demonizzazione in America», ha detto Biden. «Il rifiuto dei Democratici e dei Repubblicani a collaborare l’uno con l’altro non dipende da qualche misteriosa forza al di là del nostro controllo. È una decisione. È una scelta che facciamo. E se possiamo decidere di non cooperare, allora possiamo anche decidere di cooperare». Biden si rende conto delle furie (e della loro collera) che stanno scuotendo la nazione che guiderà tra 73 giorni. La sua presidenza dirà se sarà in grado di placarle.</p>
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