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	<title>Comiso Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Comiso Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Breve catalogo poetico su &#8220;L’amaro miele&#8221; illustrato da Alessandro Finocchiaro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 17:12:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Finocchiaro]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Comiso]]></category>
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		<category><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La ristampa di un classico della poesia italiana contemporanea (Fondazione Gesualdo Bufalino, Comiso 2020) e la sua prima illustrazione dopo le fortunate edizioni Einaudi (1982, 1989, 1996), sono spunto per riflessioni appassionanti e inedite sulla poesia del cantore siciliano forse più enigmatico della letteratura di fine Novecento e sulla possibilità di rendere le sue liriche per immagini. Il compito è stato affidato ad Alessandro Finocchiaro, che della poetica dell’immagine ha&#8230;</p>
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<p>La ristampa di un classico della poesia italiana contemporanea (Fondazione Gesualdo Bufalino, Comiso 2020) e la sua prima illustrazione dopo le fortunate edizioni Einaudi (1982, 1989, 1996), sono spunto per riflessioni appassionanti e inedite sulla poesia del cantore siciliano forse più enigmatico della letteratura di fine Novecento e sulla possibilità di rendere le sue liriche per immagini.</p>



<p>Il compito è stato affidato ad Alessandro Finocchiaro, che della poetica dell’immagine ha fatto un punto di forza sin dalle prime prove degli anni novanta. Nel recensirlo la critica ha richiamato un ampio spettro di precedenti storici, da Morandi a Zuccaro a Guccione, da Music a De Staël e in ultimo, ma non ultimo, il Jean Fautrier delle <em>Hautes pâtes</em>. Accosto mi sembra soprattutto il paragone con gli <em>Ultimi naturalisti</em> italiani (Ennio Morlotti in testa), in consonanza di toni e rapporti musicali che sono nelle corde di Finocchiaro, originariamente pianista. I suoi paesaggi, sovente <em>en plain air</em>, sempre e comunque mentalizzati, attendevano al passo Gesualdo Bufalino; o almeno il Bufalino che ne <em>L’amaro miele</em> vaga &#8211; «in sfoghi metrici e sentimentali» tra adolescenza e senilità, epica e paesaggio, poesia e canzone &#8211; nell’esercizio calcinatorio e assiduo dell’andar lievi incontro alla morte. «Troppo facile cuore / quando mi crescerai?»</p>



<p>Per immagini dipinte cerchiamo di capire cosa serviva al poeta. Sicuramente una corrispondenza col <em>landscape</em>, che Nunzio Zago in prefazione illustra magistralmente alla <em>maniera nera</em>: «un gusto del colore locale, un cromatismo, un paesaggismo tutt’altro che banalmente illustrativo o esornativo, perché trasforma in fiaba, in leggenda, un personale teatrino di memorie, non solo mediterranee, e ne fa una metafora della vita, la quale, mentre ci abbaglia e seduce con la sua fantasmagoria di luci e di suoni, inesorabilmente ci delude, lasciandoci in bocca un’acre sensazione di cenere e dentro l’anima un pungente sedimento di lutto». Prolegomeno necessario a dischiudere porte, lasciando come suo segno una rorida rosa. «Resta di tanta vacanza / solo una pozza di sole / scordata sulle lenzuola / della mia ultima stanza; // E questa rosa che il gelo / del davanzale consuma, / e se ne perde il profumo / verso un inutile cielo».</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1000" height="970" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01.jpg" alt="" data-id="2373" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2373" class="wp-image-2373" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01.jpg 1000w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01-300x291.jpg 300w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01-768x745.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure></li></ul></figure>



<p>L’inutile cielo di Finocchiaro è fatto di albume gessoso, parte visibile di quell’acre sensazione cinerea, inventario dell’untore in prossimità della morte: «un letto, una sedia, uno specchio / un calendario vecchio / appeso dietro la porta, / sul comodino un bicchiere, / una radio a galena […]».<br>La melancholia dell’autore continuerà fino a <em>Malanotte</em>, poi qualcosa s’accende nei <em>Fogli dal diario d’inverno</em>, la tavolozza si stempera e quell’albume gessoso chiarisce nel poeta la prospettiva esistenziale di una nuova amara possibilità: «La stagione che sciupa le foglie / s’è rimessa in cammino».</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img decoding="async" width="1000" height="998" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02.jpg" alt="" data-id="2375" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2375" class="wp-image-2375" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02.jpg 1000w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02-300x300.jpg 300w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02-150x150.jpg 150w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02-768x766.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure></li></ul></figure>



<p><em>Agli amici in armi</em> Finocchiaro riserva un viluppo di rami secchi stagliati su quel medesimo cielo invernale. È la prospettiva di un convalescente che vorrebbe brigare con le armi ed è invece costretto «a nutrire la febbre fedele, a nutrire la morte / che prospera come un insetto nelle pieghe del materasso.» L’inverno, malgrado ciò passerà, tornerà l’<em>Esercizio con sentimento</em> «per l’alto cielo odoroso d’arance»; il pittore ne coglie il significato inondando la tela di colori pastello, con il delta di Venere affogato nei chiarori rosei della vita.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-3 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img decoding="async" width="1000" height="948" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03.jpg" alt="" data-id="2377" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2377" class="wp-image-2377" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03.jpg 1000w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03-300x284.jpg 300w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03-768x728.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure></li></ul></figure>



<p>In fin dei conti cos’è l’esistenza di un uomo se non il paesaggio che gli si forma dentro negli anni, dentro e fuori di sé? In un serrato gioco di corrispondenze Bufalino mescola sguardi interiori ed esterni con grande maestria. Quando va <em>Al fiume</em> «Ippari vecchio, bianchissimo greto» che dal Monte Serra di Burgio si getta verso la riviera di Camarina, egli non contempla solo l’orizzonte, ma se stesso. Quel fiume tanto caro sin dall’infanzia è amico al punto da parlargli come a un <em>genius loci</em>. «Quanta rena di tempo è volata» gli dice, «fra le tue sponde di luce veloce, / quante tacquero trecce scellerate / ai davanzali che non scordo più. / Ah moscacieca d’occhi e di scialli, / ah vaso mio di basilico scuro / bocca murata dell’amor mio!» Finocchiaro getta su quella rena gli astragali come solo potrebbe Nestore sulla spiaggia scea, e vaticina al poeta la sua stessa sorte «di crepe pigre, di canne dolenti». Nel registro alto del quadro si vede l’azzurro del cielo, come da sotto una duna. Solo chi viaggia in Sicilia nella Contea di Modica può avere il segno dell’indecifrabilità della costa; il pittore lo sa e ci invita a cogliere da quelle dune l’altra e più complessa indecifrabilità che è la vita.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-4 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="742" height="999" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-04.jpg" alt="" data-id="2379" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-04.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2379" class="wp-image-2379" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-04.jpg 742w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-04-223x300.jpg 223w" sizes="(max-width: 742px) 100vw, 742px" /></figure></li></ul></figure>



<p>L’amaro miele è costellato di ricordi. <em>Malincuore, il giorno del santo</em> è la poesia che faceva da copertina alle edizioni Einaudi. Alla lirica più emblematica del volume Alessandro Finocchiaro conferisce lo statuto della terra e dell’ombra, con quell’ultimo verso «e più m’attempo e più voglio morire» che tanto fortemente contrasta con lo incipit trasognato delle antiche sagre: «Quando c’è festa nei miei paesi / vengono da lontano i venditori, / mangia spade, mangiafuoco, / con mani immense e scamiciate […]». Sarà perché tutta la poesia di Bufalino si nutre di opposti contrasti di vitalismo e morte, sarà perché la via di fuga sembra poggiare su un’accidiosa insistenza verso l’enigma borgesiano, fatto sta che per dar corpo all’ossimoro Finocchiaro sceglie <em>A media luz</em>, un dipinto aurorale ma flebile, metafora esatta del ricordo amoroso, «Come chi brucia in quest’ora le labbra / l’amaro miele della giovinezza; // e come affonda in un livore d’acque / la minuscola stella che ci piange». E che splendido taglio egli riserva al <em>Paese </em>di Bufalino, tra le liriche maggiormente disposte alla vita e all’amore senza ombre! Un paio d’occhi dove svernano «una stella dura, una gemma eterna», e una bocca che raccoglie «anche un’erba, un’arancia, una nuvola …». Pure quando l’amore finisce, una piega del cuore resta come indelebilmente tracciata. Sul litorale di Punta Scalabra Bufalino «s’asciuga le vecchie penne», ci esorta a ché quando «verrà sotto i balconi / un cieco venditore d’almanacchi / a persuaderci di vivere … / Crediamogli un’ultima volta», facciamo che Eros si erga ancora a dispetto degli anni. Il quadro finale della serie è un nudo biliare, eppure in esso un estremo desiderio si distende e dice: «La sera è un’acqua verde che trema / fra le tue dita, d’erba / odori ai seni minuti, amore».</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-5 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="742" height="1001" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-05.jpg" alt="" data-id="2381" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-05.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2381" class="wp-image-2381" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-05.jpg 742w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-05-222x300.jpg 222w" sizes="(max-width: 742px) 100vw, 742px" /></figure></li></ul></figure>
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		<title>Gesualdo Bufalino, ieri e oggi nella Sicilia &#8220;ammiscata&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Palazzolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2020 11:38:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Comiso]]></category>
		<category><![CDATA[Gesualdo Bufalino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ammiscari. Così il siciliano dice il contagio, la trasmissione della malattia per prossimità e contatto. Ma ammiscari vuol dire anche mescolare e mescolarsi. Gesualdo Bufalino, lo scrittore comisano che in questi giorni – il 15 novembre –avrebbe compiuto il secolo di vita, se la morte non lo avesse raggiunto il 14 giugno del 1996, chiosa con il protagonista di Diceria dell’untore questo cortocircuito semantico: «Significa che c’è un travaso di&#8230;</p>
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<p><em>Ammiscari</em>. Così il siciliano dice il contagio, la trasmissione della malattia per prossimità e contatto. Ma <em>ammiscari </em>vuol dire anche mescolare e mescolarsi.</p>



<p>Gesualdo Bufalino, lo scrittore comisano che in questi giorni – il 15 novembre –avrebbe compiuto il secolo di vita, se la morte non lo avesse raggiunto il 14 giugno del 1996, chiosa con il protagonista di <em>Diceria dell’untore</em> questo cortocircuito semantico: «Significa che c’è un travaso di sé nell’altro, altrettanto mistico, forse, di quello di due altre assai diverse solennità: voglio dire la comunione col sacro nell’ostia; e la confusione, su un letto, di due corpi amici».</p>



<p>Il romanzo che nel 1981 fece conoscere al pubblico l’autore sessantenne, con un esordio tardivo e folgorante, è frutto di una lunga maturazione attraverso cui la reale esperienza biografica del ricovero per tisi nel sanatorio della Conca d’Oro diventa una specola privilegiata. La malattia si rivela stigma e stemma, marchio d’infamia e segno di distinzione, in ogni caso «scoperta di quel sentimento di morte» che genera e alimenta la scrittura bufaliniana. </p>



<p>In giorni scanditi dallo stillicidio dei bollettini di ricoveri e contagi e pervasi dall’angoscia per l’apparente inanità dei nostri sforzi nel contrastare la diffusione della pandemia, Bufalino ci viene in soccorso con il guizzo dello scrittore malpensante che «accarezza i nodi dentro di sé, senza risolversi a tagliarli con un’energica scure».</p>



<p>Dai suoi diuturni conti con il Manzoni della Colonna infame ricava «il dilemma che ogni coscienza si pone di fronte al male del mondo: se negare la Provvidenza o accusarla» e ce ne consegna una lezione camuffata con ironica sapienza letteraria. Guarda all’isola, che è stata per lui tana e clausura, e ne mostra la costituzione plurale, ibrida, cangiante, «mischia di lutto e di luce», isola per geografia ma continente per storia. <em>Ammiscata</em>, mescolata appunto, e in questa molteplice vitalità ci riconosciamo.</p>
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		<title>Gesualdo Bufalino, andata e ritorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2020 11:14:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Comiso]]></category>
		<category><![CDATA[Gesualdo Bufalino]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Leone]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Libro]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Alla sua rivista e al suo direttore non concedo interviste». Comiso, un vago Novecento. Luogo della conversazione, il salotto dello scrittore Gesualdo Bufalino. Inutile reiterare l’invito. L’autore di “Argo il cieco”, dispiegando il palmo della mano, oppose un divieto risoluto, rifiutando financo l’aggancio oculare. Il volto dai tratti puntuti, si irrigidì, fino a rivelare un ossuto profilo di airone. «La prego di non insistere». Lo scrittore premio Strega, certificò così&#8230;</p>
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<p>«Alla sua rivista e al suo direttore non concedo interviste». Comiso, un vago Novecento. Luogo della conversazione, il salotto dello scrittore Gesualdo Bufalino. Inutile reiterare l’invito. L’autore di “Argo il cieco”, dispiegando il palmo della mano, oppose un divieto risoluto, rifiutando financo l’aggancio oculare. Il volto dai tratti puntuti, si irrigidì, fino a rivelare un ossuto profilo di airone. «La prego di non insistere». Lo scrittore premio Strega, certificò così tutto il suo risentimento, senza venire meno al suo proverbiale garbo signorile.</p>



<p>Nel corso di quasi quaranta anni di scorribande giornalistiche, quella di Bufalino, è stata la mia unica bocciatura. Fino ad allora, avevano accettato l’invito tutti: artisti, politici e furfanti di ogni genere. Ma il tratto singolare, bizzarro di questa vicenda, era che condividevo pienamente il risentimento di Bufalino e il suo diniego. La rivista evocata era “Kalòs, arte in Sicilia”, Aldo Scimè il suo direttore, un intellettuale di primo piano nel panorama culturale siciliano. Il direttore mi aveva spedito da Palermo alla volta di Comiso. Un viaggio in diagonale attraverso la “Terra tricuspide arata dal vomere della storia”, per dirla con Bufalino.</p>



<p>Subodorato il finale di partita, avevo chiesto una sorta di patronage al fotografo Giuseppe Leone. L’artista ragusano, vantava una lunga frequentazione con lo scrittore. Giungemmo in una Comiso intabarrata da un’irreale e metafisica nebbia. Bufalino, ci accolse con signorile ospitalità. Sedeva compunto e impeccabile nella sua eleganza d’antan. La cravatta, bizzarramente, faceva capolino dal pullover che aveva la stessa tonalità pastello del salotto. Le pareti gravide di libri. Una conversazione, piana, pacata, di circostanza. Con una punta di stizza, quando accennammo al crescente fenomeno leghista. Fu mera illusione l’aver guadagnato quella fiammata infervorata. Inesorabilmente, l’untuoso tentativo di blandirlo, giunse al dunque: il motivo della mia presenza a Comiso.</p>



<p>Svelato l’arcano mistero, si illuminò il volto di Bufalino, come quello di uno spadaccino al momento de l’en gard. Attese qualche tempo, non senza compiacimento. Senza scomporsi, puntò lo sguardo in altra direzione. Quasi ad anticipare la bocciatura che si apprestava a certificarmi. Prima di proferire parola, dispiegò il palmo della mano nella mia direzione, per tutta la sua ampiezza, come una sorta di cartello stradale di divieto. Dopo, quel tempo immobile, giunsero le sue parole, come nel bel mezzo di una pochade surreale: «Alla sua rivista e al suo direttore non concedo interviste». Sentenziò, scadendo parole secche, un sibilo, come una scudisciata. Questa vicenda, il suo racconto, assumono oggi questa inedita connotazione teatrale. Sapevamo già, tutti i protagonisti dell’incontro, quale sarebbe stata la risposta. Tutto quel tempo immobile, quel rondeau di detto e non detto, l’attesa, il viaggio, il patronage, le frasi di circostanza, valevano, forse, più dell’intervista.</p>



<p>L’aspetto ancor più delizioso di tutta questa vicenda stanella motivazione che sottende al diniego bufaliniano. L’accusa pendente era quella di reiterata partigianeria letteraria. La rivista, il suo direttore, e l’agognante intervistatore, si erano macchiati di un grave reato. Tutti schierati in una singolare tenzone letteraria, quella che vedeva contrapposti gli scrittori Vincenzo Consolo da una parte e Gesualdo Bufalino dall’altra. Oggetto del contendere, la presunta eredità letteraria di Leonardo Sciascia, scomparso nel novembre del 1989. Una sorta di Cavalleria rusticana che aveva infervorato le redazioni dei giornali e i salotti letterari. Ovviamente, ed è questa la dura realtà, Leonardo Sciascia non lasciò alcun erede letterario.</p>



<p>Prima del congedo, fermi sull’uscio di casa, chiesi a Bufalino un autografo sulla copia de “Le menzogne della notte” che avevo portato con me. Richiesta che sembrò sortire l’effetto di un inaspettato rabbonimento. Vergò un lungo messaggio sul frontespizio. Socchiuse le ante del libro, con esse anche l’ultima illusione di approvazione e mi consegnò il volume. In macchina, Peppino Leone se la rideva fragorosamente, divertito fino alle lacrime. La captatio mielosa si era miseramente infranta al cospetto della risoluta caparbietà dello scrittore di Comiso.</p>



<p>Mi imbatto in Gesualdo Bufalino e Giuseppe Leone, a distanza di tre decenni da quel lontano episodio. Il pretesto, le celebrazioni legate al centenario della nascita di Bufalino. Per l’occasione, Giuseppe Leone ha licenziato un libro fotografico dedicato allo scrittore. Una pubblicazione tanto minuta quanto raffinata. Lo scrittore di Comiso appare solo in una foto introduttiva. In maniche di camicia, galleggia in un’accecante luce di riverbero, quasi aggrottato nel paesaggio ibleo. Il resto del racconto fotografico è affidato a una serie di immagini di Camarina e della foce del fiume Ippari. Scenario della presentazione del libro la corte del castello di Donnafugata.</p>



<p>Dopo trenta anni, ripercorrevo lo stesso viaggio diagonale. Questa volta, accompagnato da mio nipote Gaetano, giovane studente di lettere a Bologna in vacanza in Sicilia. Un agosto irreale, di smarrimento. Con l’emergenza di pandemia che limitava la presenza degli spettatori. L’emozionale corte del castello è luogo di evocazioni, narra di ineffabili rapimenti di regine di Navarra. Nell’attesa, un incontro eccentrico che sembra scivolato da una pagina di Mrożek. Giuseppe Leone mi presenta Salvatore Schembari, editore, gallerista, raffinato cinéphile, tra gli amici più intimi di Bufalino. Schembari, misteriosamente, mi confida che proprio nella corte del castello di Donnafugata, un giovane Gesualdo Bufalino tenne uno dei suoi primi interventi pubblici. Presentava la proiezione di un film francese: “La fin du jour”. Una pellicola del 1939 firmata dal regista Julien Duvivier. Il film è un omaggio alla gente di teatro, ambientato in una casa di riposo per attori. La storia è incentrata sui tre protagonisti e il loro egocentrismo da teatranti.</p>



<p>Tra i presenti venuti ad assistere alla presentazione del libro di Leone, seduta in prima fila, anche la vedova dello scrittore di Comiso, la signora Giovanna. La serata si apre con una vecchia registrazione audio. La voce è quella di Gesualdo Bufalino, quella compassata, composta, udita tanti anni prima nel suo salotto. Gesualdo declama una delle sue poesie, “Al Fiume”:</p>



<p><em>Ippari vecchio, bianchissimo greto<br>a te ho consegnato la mia infanzia,<br>l’empia novella t’ho raccontato.<br>Come serpi nelle tue crepe<br>stanno tutti i miei giorni ad aspettarmi,<br>sotterrata nell’acque tue<br>c’è la pietra del mio cuore.<br>Ippari vecchio, fiume di vento,<br>voglio un’estate venirti a trovare.<br>Quanta rena di tempo è volata<br>fra le tue sponde di luce veloce,<br>quante tacquero trecce scellerate<br>ai davanzali che non scordo più<br>Ah moscacieca d’occhi e di scialli,<br>ah vaso mio di basilico scuro,<br>bocca murata dell’amor mio!<br>Ippari vecchio, fiume ferito,<br>fammi sentire la tua voce ancora.<br>Per strade rosse me ne sono andato,<br>per strade nere ritornerò;<br>col guizzo estremo d’aria fra le labbra<br>da lontano il tuo nome griderò.<br>Arrivare potessi alla tua foce<br>di crete pigre, di canne dolenti,<br>dove ti cerca sterminato il mare.<br>Ippari vecchio, zingaro fiume,<br>dove tu muori voglio anch’io morire.</em></p>



<p>Le parole di Bufalino, i suoni, sembrano rimbalzare sulle pietre della corte. “(…) Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d’opalina, e l’aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello (…)”. Così avrebbe scritto l’antico, meraviglioso, antagonista; Vincenzo Consolo. Tutti questi accadimenti, gli incontri, lo scenario emozionale, si sono tradotti quella sera, nelle mie pubbliche scuse rivolte all’indirizzo della signora Giovanna e all’ineffabile professore Bufalino. Un riconoscimento, tardivo, alla genialità e all’erudizione della scrittura bufaliniana. Dopo l’intervento, volgendo il capo, a destra della corte, nella penombra di un accesso con il tetto a volta, ho avuto l’illusione di scorgere un uomo e il suo profilo ossuto di airone.</p>



<p>Dopo i saluti di commiato, in macchina sopraffatto dai ricordi ho smarrito la strada di un viaggio al termine della notte. La salvezza, grazie al cellulare di mio nipote Gaetano, aveva la voce femminile e metallica di Google Maps. Notte fonda quando guadagno il mio giaciglio di approdo. Non prima di aver cercato il libro di Bufalino, quello che recava la sua dedica. Sul frontespizio però campeggiava una scritta ormai quasi svanita. Leggibile solo la firma dello scrittore. Era stata vergata con un pennarello, l’inchiostro si era quasi del tutto volatilizzato. Voltata la pagina, l’esergo di Bufalino: “A noi due”.<br>A noi due, en gard, dunque. Scorrendo le pagine de “La menzogna della notte” si aggiungono particolari di verità. Tra quelle pagine si dispiega la storia di un addio nell’ultima notte dei condannati a morte, prigionieri in una fortezza arroccata su un’isola. I protagonisti, rinchiusi in una cella, nottetempo, tentano di esorcizzare la morte con le parole. Sono il giovane Narciso Lucifora, il barone Corrado Ingafù, il guerriero Agesilao degli Incerti e il poeta beffardo, Saglimbeni che così sentenzia:<br>«Io sono cresciuto indiviso &#8211; come un pesce nell&#8217;acqua di due bocce comunicanti &#8211; fra verità e menzogna, fra menzogna e verità. Al punto di non distinguere più la parete di vetro dall&#8217;aria, la cabala dalla vita».<br>Dunque, esiste un margine tra la menzogna e la verità?<br>La realtà è solo una proiezione della nostra mente?</p>



<p>Fotografia di Giuseppe Leone</p>
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