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	<title>Consulta Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Consulta Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Referendum Eutanasia: la Consulta si fa Legislatore?</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/02/16/davola-referendum-eutanasia-la-consulta-si-fa-legislatore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Davola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Feb 2022 21:37:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Inammissibile. È questo il verdetto della Corte costituzionale. L’abrogazione, seppur parziale, dell’omicidio del consenziente confligge con il dovere dello Stato di proteggere la vita delle persone più vulnerabili. Una decisione sotto alcuni profili prevedibile, ma da sviscerare a fondo per comprendere il nuovo ruolo assunto dal giudice delle leggi. Riavvolgiamo il nastro e rivediamo quanto successo. Il 23 ottobre 2018 la Corte, chiamata a pronunciarsi sulla conformità a costituzione dell’omicidio&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/02/16/davola-referendum-eutanasia-la-consulta-si-fa-legislatore/">Referendum Eutanasia: la Consulta si fa Legislatore?</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Inammissibile. È questo il verdetto della Corte costituzionale. L’abrogazione, seppur parziale, dell’omicidio del consenziente confligge con il dovere dello Stato di proteggere la vita delle persone più vulnerabili. Una decisione sotto alcuni profili prevedibile, ma da sviscerare a fondo per comprendere il nuovo ruolo assunto dal giudice delle leggi.</p>



<p>Riavvolgiamo il nastro e rivediamo quanto successo. Il 23 ottobre 2018 la Corte, chiamata a pronunciarsi sulla conformità a costituzione dell’omicidio del consenziente, riconosce la parziale fondatezza del ricorso, ma adotta un’ordinanza di rinvio di un anno per permettere al Parlamento di legiferare sul punto. È necessario regolare rilevanti profili, quali l’obiezione di coscienza o le modalità di accertamento delle condizioni per il suicidio assistito. Si tratta di temi etici su cui è necessario coinvolgere il Legislatore, “in uno spirito di leale e dialettica collaborazione istituzionale”.</p>



<p>Quest’ultimo, ancora una volta incapace di affrontare questioni etiche e politiche rilevanti, non fa nulla. Si arriva così al 22 novembre 2019. La Corte, non potendo più attendere, dichiara la parziale incostituzionalità dell’art. 579 del Codice penale. Già qui emergono alcuni profili di incoerenza: se fosse stato necessario l’intervento del Parlamento, la Corte formalmente non si sarebbe potuta sostituire ad esso. Ciononostante, la Consulta correttamente si pronuncia perché l’immobilismo del Legislatore non può incidere sui diritti fondamentali degli individui.</p>



<p>Il suicidio assistito è così ammesso al ricorrere di precise condizioni: a) persona affetta da patologie irreversibili, b) fonte di sofferenze fisiche e psicologiche assolutamente intollerabili, c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale e d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Il dato più interessante della sentenza è però un altro: l’omicidio del consenziente è in parte imposto dalla Costituzione. È necessario proteggere la vita degli ultimi, delle persone vulnerabili e indifese, che potrebbero essere indotte a cessare la propria vita con decisioni affrettate.</p>



<p>È questa la medesima argomentazione con cui la Consulta ha dichiarato l’inammissibilità del quesito referendario.</p>



<p>Nonostante la decisione sia sotto alcuni profili condivisibile, vi sono due aspetti da sottolineare. Primo, la decisione della Corte presenta un profondo carattere etico e politico. Lo Stato, per garantire la vita dei cittadini, entra nel merito delle loro decisioni sulla propria vita, ignorando in taluni casi la loro idea di dignità. Secondo, è oggi ammesso il suicidio assistito alle condizioni sopra citate, senza che tuttavia né il Parlamento, né i cittadini si siano mai espressi sul punto. Ciò fa comprendere (gli addetti ai lavori lo sanno da tempo) che la Corte costituzionale non è un giudice come tutti gli altri. Crea il diritto, non si limita a interpretarlo. Sarebbe pertanto opportuno che crescesse l’attenzione sociale e mediatica sulle sue decisioni, così come accade per le Corti supreme di altri paesi.</p>
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		<title>Massimo Luciani: sarebbe opportuno che le forze politiche trovassero un saldo accordo su un nome condiviso</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/01/18/raco-davola-massimo-luciani-sarebbe-opportuno-che-le-forze-politiche-trovassero-un-saldo-accordo-su-un-nome-fortemente-condiviso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jan 2022 17:20:35 +0000</pubDate>
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<p><strong>Abbiamo visto che i poteri del Quirinale sono come un elastico, pronti a estendersi o a comprimersi, a seconda della forza e della credibilità degli altri poteri. Quanto pesa l’eredità di Sergio Mattarella sulla scelta del nuovo Presidente della Repubblica?</strong><br>Tanto quanto può e deve pesare l’esperienza di una Presidenza che è stata caratterizzata sia da una grande sapienza istituzionale che dalla capacità di rappresentare appieno l’unità nazionale. Le accoglienze trionfali che il Presidente riceve in ogni sua apparizione pubblica dimostrano che i cittadini italiani l’hanno capito perfettamente. Insomma: chiunque sarà chiamato al Quirinale avrà un’eredità davvero difficile da raccogliere.</p>



<p><strong>Quanto è diversa la condizione che portò Napolitano ad accettare la rielezione a termine confrontata con la ferma determinazione di Mattarella di non imporre questa eccezione come una regola?</strong><br>È bene ricordare che fu una scelta consapevole dei Costituenti la mancata regolazione dell’ipotesi della rielezione. Consapevole, insisto, perché si volle evitare di prevederla esplicitamente, ma allo stesso tempo non la si volle escludere: se il Presidente in carica fosse stato il più adatto a ricoprire ancora quel ruolo, si ragionò, perché privarsi della possibilità di rieleggerlo?<br>La rielezione, insomma, non venne concepita come la regola, ma come l’eccezione, eppure può essere proprio questa la scelta da adottare quando altre soluzioni sono impraticabili (magari perché troppo divisive e incapaci di creare un largo consenso). Valuteranno le forze politiche, adesso, se ci troviamo in questa situazione e valuterà il Presidente Mattarella se, una volta che la prospettiva della sua rielezione fosse ampiamente condivisa, recedere dalla intenzione (che parrebbe implicita in alcune sue dichiarazioni) di non ricevere un altro mandato.</p>



<p><strong>Per la prima volta nella storia della Repubblica il centrodestra sembra poter essere nelle condizioni di proporre il nome del nuovo presidente. È così oppure nessuno schieramento, oggi, ha questa forza?</strong><br>A questa domanda è impossibile rispondere. L’attuale Parlamento è davvero indecifrabile, se solo si pensa all’enorme numero di passaggi di gruppo che si sono avuti nel corso della Legislatura. Centrodestra e centrosinistra sono, ovviamente, etichette che contano, ma &#8211; come si suol dire &#8211; nel segreto dell’urna tutto può accadere. Certo, proprio per questo sarebbe opportuno che le forze politiche evitassero di sedersi al tavolo da poker e trovassero un saldo accordo su un nome fortemente condiviso. A quel punto, i dérapages di singoli parlamentari sarebbero molto più difficili.</p>



<p><strong>Presidente di tutti &#8211; da Pertini a Ciampi e Mattarella &#8211; si nasce o si diventa?</strong><br>Entrambe le cose, ovviamente. Si diventa, perché il difficile “mestiere” di capo dello Stato si apprende solo esercitandolo, ma si può diventarlo solo se si è nati con una cultura politica del dialogo, della comprensione e &#8211; perché no &#8211; della mediazione, rifuggendo dallo scontro a tutti i costi e dagli estremismi aprioristici, che non portano da nessuna parte.</p>



<p><strong>La candidatura di un leader di partito, qualunque esso sia, è una forzatura che il Paese in una fase di unità nazionale può permettersi?</strong><br>Non la definirei una forzatura, per la semplice ragione che qualunque cittadino italiano che abbia almeno cinquant’anni e goda dei diritti civili e politici può aspirare a salire al Quirinale. Vero è, però, che l’esperienza insegna che in cima a quel Colle sono arrivati personaggi molto autorevoli, sì, ma che non erano leader di partito. Forse la funzione di rappresentanza dell’unità nazionale che il Presidente deve assolvere spiega sufficientemente il perché.</p>



<p><strong>A proposito di Silvio Berlusconi, Manfred Weber ha dichiarato: “è stato un leader forte, ora lasciategli mostrare che è pronto a unire”. È d’accordo?</strong><br>Sulla prima parte dell’affermazione nessuno potrebbe dissentire, mi pare. Sulla seconda è questione di valutazioni di opportunità. Ma credo che lei stia conversando con me per avere la mia opinione di studioso, non per ascoltare le mie opinioni personali sulle opzioni politiche praticabili.</p>



<p><strong>Che vuol dire per un costituzionalista ascoltare l’affermazione: “è arrivato il momento di una donna al Quirinale”?</strong><br>Che si è finalmente diffusa l’idea che uomo e donna non sono eguali solo per proclamazione costituzionale, ma devono esserlo anche nei fatti. Il che ovviamente non significa, però, che basti un’appartenenza di genere per essere la persona giusta.</p>



<p><strong>Sembra che non sia ancora chiaro se sarà consentito il voto a distanza? Nel caso di numerosi grandi elettori positivi, come ci si comporterà? C’è il rischio di considerare l’elezione contestata?</strong><br>L’elezione sarà comunque pienamente legittima e chi parla di un Presidente potenzialmente “azzoppato” si assume una grave responsabilità. È il problema politico che, semmai, c’è tutto, ma non è possibile risolverlo con forzature e improvvisazioni. A mio avviso, il voto da remoto, allo stato attuale, non è consentito perché lo rendono impraticabile le norme regolamentari e anche una corretta lettura di quelle costituzionali. Più opportuno trovare accorgimenti tecnici che, nel rispetto delle esigenze di tutela della salute, consentano di esprimere in sicurezza un voto in presenza.</p>



<p><strong>L’unica cosa certa è che per la prima volta nella storia della Repubblica il nuovo Capo dello Stato non potrà tenere il discorso a Camere riunite. Sarà un appello ai cittadini che rafforzerà la disintermediazione nella comunicazione politica che abbiamo vissuto negli ultimi anni?</strong><br>Ma no! Un fatto eccezionale non può essere scambiato per la certificazione di una crisi della rappresentanza. Sappiamo bene che da anni le istituzioni rappresentative vivono un’esperienza complicata; sappiamo che i partiti sono sempre più deboli; sappiamo che le nuove tecnologie hanno reso possibile scavalcare i tradizionali soggetti della mediazione. Ma da qui a sostenere che un problema materiale dovuto all’emergenza pandemica sia la pietra tombale della mediazione ce ne corre.</p>



<p><strong>Non si registrano precedenti di elezione del Presidente del Consiglio in carica. Quale sarebbe la procedura da seguire nel caso in cui fosse eletto Draghi?</strong><br>Questione delicata. Penso che in questo caso l’eletto dovrebbe immediatamente (intendo: subito dopo essere stato proclamato) rassegnare le proprie dimissioni nelle mani del capo dello Stato uscente, che, pertanto, dirigerebbe la prima parte della crisi di governo. Così non si porrebbero problemi di sovrapposizione di ruoli istituzionali: ricordo che il Presidente della Repubblica assume le funzioni col giuramento, sicché fino a quel momento l’eletto non è ancora il capo dello Stato. C’è dunque tempo per risolvere la questione.</p>



<p><strong>Il problema di avere e voler tenere uno come Draghi a Chigi vuol dire che per il Quirinale bisogna trovare una o un Presidente tanto autorevole quanto lui? Siamo da più di due anni in stato di emergenza. Quando questo si protrae per un periodo prolungato è legittimo continuare ad adottare mezzi straordinari? Per quanto tempo la Costituzione può essere derogata per esigenze di fatto?</strong><br>In che senso la Costituzione è stata derogata? Non mi pare proprio. È stato proclamato, nel rispetto delle norme di legge vigenti, uno stato di emergenza e sono stati limitati i diritti dei cittadini molto pesantemente, certo, ma in osservanza dei limiti formali e sostanziali della Costituzione. Si sono avute magari singole violazioni e singole slabbrature, ma non c’è stata nessuna rottura della legalità costituzionale, nessuna deroga.<br>Se, invece, lei mi sta chiedendo quanto possa durare uno stato di emergenza, allora è altra cosa. E le rispondo che non può durare all’infinito, perché l’emergenza non può trasformarsi in ordinarietà (dottrina e giurisprudenza hanno sempre insistito sul suo carattere necessariamente temporaneo). Il legislatore dovrà al più presto, dunque, intervenire per assicurare un ordinato passaggio alla normale ordinarietà.</p>



<p><strong>Cosa pensa della riduzione del numero dei parlamentari? È una riforma che può determinare effetti sugli equilibri costituzionali?</strong><br>Mi sono già espresso pubblicamente a suo tempo. È stata una scelta affrettata, non meditata e frutto di una stagione della nostra politica che non sembra più in corso. Quando si tocca la Costituzione si dovrebbe guardare lontano, non piegarsi alle convenienze contingenti del momento.</p>



<p><strong>Si riusciranno a fare altre riforme in questo scorcio di legislatura, a cominciare dalla riforma elettorale che non è in Costituzione?</strong><br>Dovrebbe chiederlo ai rappresentanti dei partiti. Dico solo che un Parlamento che ha subito per due volte l’onta di vedere la legge elettorale politica dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale dovrebbe avere l’orgoglio di reagire e di trovare una soluzione non imposta da Palazzo della Consulta. È un problema politico delicato, è ovvio, ma forse è prima ancora un problema istituzionale.</p>



<p>Massimo Luciani è Professore Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso la Facoltà di Giurisprudenza &#8211; Università degli Studi di Roma &#8211; La Sapienza.</p>
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		<title>Michele Ainis: il metodo usato per le grandi riforme non funziona. Il bicameralismo è una garanzia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 15:33:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Emanuele Raco e Salvo Spagano Per lei la formazione del governo Draghi ha costituito la rivincita della Costituzione scritta su quella deformata nella prassi. Ci spiega perché?In Italia abbiamo due costituzioni, e dunque nessuna alla prova dei fatti. C’è una Costituzione scritta che si mantiene, non del tutto inalterata, rispetto a quella di settantatré anni fa, e c’è poi una Costituzione materiale, cioè quella che vive di fatto nei&#8230;</p>
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<p>di Emanuele Raco e Salvo Spagano</p>



<p><strong>Per lei la formazione del governo Draghi ha costituito la rivincita della Costituzione scritta su quella deformata nella prassi. Ci spiega perché?</strong><br>In Italia abbiamo due costituzioni, e dunque nessuna alla prova dei fatti. C’è una Costituzione scritta che si mantiene, non del tutto inalterata, rispetto a quella di settantatré anni fa, e c’è poi una Costituzione materiale, cioè quella che vive di fatto nei rapporti politici. La Costituzione materiale, che alcuni considerano &#8211; credo sbagliando &#8211; la vera Costituzione, ha spesso deformato il volto di quella scritta. Ma a volte succede che la lettera della Costituzione si prenda una rivincita.</p>



<p><strong>Ci spieghi come.</strong><br>Se leggiamo le – peraltro scarne &#8211; disposizioni costituzionali dedicate alla formazione dei governi, troviamo due primattori, che sono il Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio. Il primo nomina il secondo e, su proposta del secondo, nomina poi pure i ministri. Non si parla di partiti. Ai partiti la Costituzione dedica un’altra norma, che è l’articolo 49, con il quale attribuisce loro un ruolo non di assoluto o preminente protagonista della vita pubblica, ma di soggetto collettivo che concorre alla vita pubblica insieme ad altri soggetti collettivi come sindacati, associazioni e perfino come noi stessi che in questo momento ci interroghiamo sulle vicende della cosa pubblica. Nella formazione del governo Draghi i partiti sono rimasti quasi al buio, hanno cioè dovuto attendere il momento in cui il Presidente ha sciolto la riserva e ha comunicato la lista dei ministri. Questo corrisponde alla lettera dell’articolo 92.</p>



<p><strong>Un’altra rivincita della Costituzione è il fatto che è stato Draghi a presentare il programma e non i partiti?</strong><br>Direi di sì, perché un’altra norma della Costituzione, l’articolo 95, assegna un ruolo di leadership al Presidente del Consiglio. È lui che coordina l’attività dei ministri ed è lui che scandisce l’andamento generale del governo. Lo fa sulla base di un programma, che era stato scritto in maniera puntuale, e perfino puntuta, nelle esperienze “contrattuali” tra gialli e verdi, in trenta punti, ove il presidente Conte apparve come una sorta di portavoce dei vicepresidenti del Consiglio, che poi erano i segretari dei due partiti che formavano la coalizione. In quel caso la debolezza del Presidente fu la sua forza.</p>



<p><strong>Col Conte due come andò?</strong><br>Con il secondo governo Conte il ruolo del Presidente del Consiglio, per quanto anche in quel caso preceduto da un documento programmatico in ventinove punti tra Zingaretti e Di Maio, si è accentuato anche a causa della pandemia, e lì direi che è successo il contrario: la sua forza è stata la sua debolezza, ciò che ne ha infine determinato la crisi. Io penso che possiamo anche trarre una lezione da tutto quello che è accaduto.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Intanto la crisi dei partiti, che è attestata dal fatto che ci avviamo a completare la legislatura con tre governi e due presidenti del Consiglio che non si sono presentati alle elezioni, e perfino con tre formule diverse l’una dall’altra. Questa legislatura era cominciata zoppa, con tre formazioni politiche più o meno equivalenti, in una situazione di apparente ingovernabilità delle assemblee parlamentari, tant’è vero che si minacciava un pronto ritorno alle urne e perfino l’impeachment per Mattarella che non voleva accettare alcuni nomi. Invece abbiamo sperimentato il governo forse più di destra della storia italiana, e poi quello più di sinistra, quantomeno a sommare le sigle. Infine ora stiamo sperimentando il governo più di unità nazionale di tutta la storia repubblicana.</p>



<p><strong>Un limite o un pregio del nostro sistema?</strong><br>Questa è la virtù del sistema parlamentare, la sua attitudine ad accompagnare le stagioni della politica con formule di governo, e quindi maggioranze parlamentari, diverse. Perché il sistema parlamentare questo lo consente, a differenza del sistema presidenziale che, al contrario, irrigidisce dando mandato ad un singolo che permane per un certo tempo, anche se combina sfracelli come nel caso di Trump e non lo schiodi se non mandandolo davanti a un tribunale. Il sistema parlamentare consente al contrario di liberarsi dei corpi morti e di fare resuscitare un corpo vivo. Può essere un vantaggio o meno: ci sono difensori ed oppositori del sistema parlamentare, ma in questa nostra esperienza esso ha dimostrato la qualità della flessibilità, che è poi qualità dei vivi e non dei morti. I morti sono rigidi.</p>



<p><strong>Un governo con una base parlamentare così ampia potrebbe essere una buona occasione per tentare qualche riforma di sistema?</strong><br>Abbiamo visto che il metodo usato per le grandi riforme che sono state tentate non funziona. Se mettiamo insieme la riforma di una cinquantina articoli, come fecero Berlusconi nel 2005 e Renzi nel 2016, il corpo elettorale li boccia. Intanto perché, mettendo tutto assieme, violento la libertà degli elettori costringendoli, se chiamati al referendum confermativo, ad una scelta binaria: prendere o lasciare. Mi ricordo che avevo suggerito di spacchettare la riforma Renzi, perché ad esempio si poteva essere d’accordo con l’abrogazione del CNEL, d’accordo a ricentralizzare alcune competenze regionali, ma al tempo stesso in disaccordo sul tipo di Senato che veniva fuori da quella riforma. Il suggerimento non è stato accettato perché Renzi probabilmente pensava di incassare tutto e invece è rimasto a secco.</p>



<p><strong>E poi perché non funzionano le grandi riforme?</strong><br>Il secondo motivo per cui non funziona tale metodo è perché una riscrittura profonda della Costituzione non avviene perché un genio della lampada si sveglia un mattino e scrive una lenzuolata di nuovi articoli, tra l’altro redatti in burocratese stretto. L’art. 70 della Costituzione nella sua versione originaria e per fortuna ancora vigente è composto da nove parole: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Nelle riforme proposte a quest’articolo c’era un delirio di rinvii, centinaia di parole con rimandi a questo e quell’altro testo legislativo. Sa perché è avvenuto questo?</p>



<p><strong>Ce lo spieghi.</strong><br>Perché la nostra Costituzione è figlia di una pagina tragica della storia seguita a una dittatura di vent’anni, ai bombardamenti, a una guerra civile. Quella fu un’esperienza affratellante per liberali, comunisti, cattolici, socialisti che tutti insieme, in diciotto mesi, scrissero una nuova Costituzione. Il quarto Presidente degli Stati Uniti si chiese una volta se non fosse una ferita alla democrazia il fatto che si vincolino le generazioni successive alla generazione che ha scritto la Costituzione. Non dovrebbe ogni generazione potersi impadronire non soltanto dei governi ma anche delle Costituzioni? </p>



<p><strong>Quale fu la risposta?</strong><br>No, perché la generazione costituente ha il merito storico di avere restituito al suo popolo la libertà, come accadde per l’Italia, o l’indipendenza come accadde agli americani. E così come nessuno ha la possibilità di scegliere la terra in cui nascere o l’aria del suo primo respiro, così non tutte le generazioni possono darsi una Costituzione. Per fortuna questi tornanti della storia non si ripetono molto spesso perché sono tragici, e io non credo siamo adesso di fronte ad uno di questi tornanti. Credo tuttavia che alcune riforme siano utili.</p>



<p><strong>Il governo Draghi proporrà delle riforme?</strong><br>Osservo che questo governo appena nato non ha un Ministro per le riforme, e forse la cosa gli porterà bene, però ciò implica che non scommette sulle riforme costituzionali come caposaldo del proprio programma. Almeno una riforma penso però che dovrà essere fatta, quella elettorale, perché abbiamo tagliato i numeri del Parlamento. Questo implica un effetto maggioritario indiretto perché funziona come un collo di bottiglia: meno posti a tavola significa meno commensali, e quindi le forze politiche minori hanno una difficoltà se non una impossibilità ad essere rappresentate. Inoltre subiamo una disparità territoriale perché la riduzione finisce con il penalizzare le regioni più piccole. Quindi una legge elettorale che si adegui alla riforma costituzionale andrà fatta. Dopodiché sarebbe probabilmente utile intervenire per punti specifici senza mettere troppa parte al fuoco. Ad esempio vedrei bene un riordino delle competenze regionali, dopo tutto quello che abbiamo visto durante questa pandemia.</p>



<p><strong>Il superamento del bicameralismo non lo vede come una priorità?</strong><br>Noi abbiamo un bicameralismo perfetto che non ha nessun altro Paese. I costituenti votarono un ordine del giorno in cui dissero: noi scegliamo la forma di governo parlamentare però dobbiamo costruire degli anticorpi contro l’assemblearismo, dei meccanismi di stabilizzazione dei governi. Io personalmente opterei per il meccanismo tedesco della sfiducia costruttiva, in cui si può mandare a casa un governo solo se contestualmente se ne costituisce un altro, mentre noi in Italia abbiamo sperimentato la fiducia distruttiva, perché Conte ha avuto la fiducia dopodiché se n’è dovuto andare a casa. Il bicameralismo in fondo è una garanzia, come è una garanzia che esista un giudice d’appello rispetto a quello di primo grado. Le Istituzioni, come gli uomini, sono imperfette, e dobbiamo quindi dotarci di anticorpi contro la loro fallibilità.</p>



<p><strong>In pandemia il diritto alla salute è sembrato prevalere su tutti gli altri, anche sui diritti afferenti alla dimensione economica. È presente in Costituzione una gerarchia tra diritti fondamentali, che vanno tutelati in modo diverso?</strong><br>L’articolo 32, che sancisce il diritto alla salute, lo dichiara fondamentale, ed è l’unico diritto che la Costituzione dichiara fondamentale. È dunque evidente che primum vivere, però i diritti costituzionali si pongono in linea orizzontale, mai verticale. Non c’è e non ci può essere una gerarchia perché altrimenti giungeremmo alla tirannia di un valore sugli altri. La fatica della politica, e poi del giudice costituzionale, che deve scrutinare le scelte della politica, è quella di bilanciare questi diritti. Dipende dalle situazioni. Un caso emblematico è quello dell’Ilva: diritto al lavoro contro diritto alla salute. La Corte costituzionale, in una sentenza che venne scritta dal professor Silvestri prima che divenisse presidente della Consulta, cercò di bilanciarli.</p>



<p><strong>Sarà compito di questo governo cercare di bilanciare il diritto alla crescita economica con quello alla salute?</strong><br>Bisogna assicurare degli onesti compromessi nella vita come nel diritto. Kelsen diceva che la democrazia è compromesso, e il Parlamento è il luogo in cui si scrivono i compromessi. Ma per farlo occorrerebbe una capacità di ascolto. In Parlamento invece spesso tutti parlano e nessuno ascolta.</p>
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		<title>Marta Cartabia: possibili limitazioni ai diritti ma proporzionate e a tempo. Fondamentale cooperazione tra Istituzioni. La priorità sono i giovani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Dec 2020 17:09:38 +0000</pubDate>
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<p><strong>“Apertura” è stata la parola d’ordine a palazzo della Consulta sotto la sua presidenza. Lasciarsi conoscere, ha dichiarato, fa parte dei doveri di trasparenza di un’Istituzione. In che modo la Corte sta perseguendo questo obiettivo?</strong><br>Farsi conoscere è un dovere delle Istituzioni. Direi di più. È doveroso farsi comprendere dai cittadini: far comprendere, cioè, che cosa, come e perché si decide. È esperienza diffusa, specie in questo momento storico, che ogni decisione presa nelle Istituzioni incide in modo molto significativo sulla vita dei cittadini, ed è quindi fondamentale che si spieghino con chiarezza i contorni delle decisioni e le ragioni che le supportano. Ciò che è in gioco in questa conoscenza reciproca è il tema della fiducia nelle Istituzioni, e la fiducia è una linfa vitale per tutto il sistema istituzionale. La fiducia, lo sappiamo bene dalle nostre esperienze personali, si costruisce molto lentamente, ma può essere distrutta molto in fretta. Ma è un bene di cui le Istituzioni non possono fare a meno. Tuttavia, è bene chiarire che la fiducia non coincide con il mero consenso: si può avere fiducia nelle Istituzioni anche a fronte di decisioni che richiedono qualche sacrificio, se questo è orientato a uno scopo condiviso, chiaro e ragionevole.</p>



<p><strong>Un grande esempio in tal senso è rappresentato dal Presidente Mattarella.</strong><br>Indubbiamente. Mi aveva colpito che uno dei primi gesti dell’attuale Presidente della Repubblica fosse stato quello di aprire il palazzo del Quirinale alla visita dei cittadini, dando seguito a quanto aveva dichiarato in occasione del suo insediamento, che il Quirinale dovesse essere la casa degli italiani, un ambiente in cui tutti potessero riconoscersi e rispecchiarsi. Ecco, quel suo gesto simbolico doveva essere raccolto e declinato. La Corte costituzionale non è il Quirinale e ha una difficoltà in più, che è costituita dalla tecnicità del suo linguaggio e dal suo pronunciarsi attraverso le sentenze. Per compensare questa difficoltà di linguaggio, anche prima della mia presidenza si era quindi avviato un percorso di apertura alla cittadinanza. Innanzitutto, la Corte ha rafforzato molto i suoi rapporti con i media, attraverso comunicati stampa, conferenze stampa, podcast, presenza del presidente e dei giudici su giornali e trasmissioni televisive, al solo scopo di far conoscere e far comprendere l’attività della Corte.</p>



<p><strong>Con le limitazioni imposte dal Covid ha dovuto interrompere il suo viaggio verso le scuole e le carceri.</strong><br>La Corte aveva intrapreso, cosa che si è dovuta interrompere per le evidenti circostanze sanitarie, un viaggio tra la gente. Nelle scuole, anzitutto. Negli ultimi anni, la Corte ha raggiunto le scuole in ogni regione d’Italia. In seguito, aveva preso avvio uno straordinario viaggio nelle carceri, che ha portato i giudici nei luoghi più remoti, più nascosti, forse più rimossi della vita sociale. Questo è stato molto importante, perché ogni visita era preparata da un grande lavoro di riflessione ed era poi seguita da una continua attenzione alla Costituzione e alla Corte costituzionale. Altre cose si faranno. Non spetta più a me, ma credo che la strada intrapresa sia proprio quella giusta.</p>



<p><strong>La seconda parola d’ordine della sua presidenza è stata “cooperazione”. La piena attuazione della Costituzione ha richiesto e continua a esigere una collaborazione attiva e leale di tutte le Istituzioni. Come si combina la cooperazione istituzionale con la separazione dei poteri?</strong><br>Astrattamente parlando, cooperazione istituzionale e separazione dei poteri sembrano due principi in contraddizione l’uno con l’altro, ma se ci pensiamo bene l’uno esige l’altro. Proprio perché ciascun potere ha una porzione delimitata di ambito decisionale, è necessario che ci siano dei raccordi, dei momenti di collaborazione, altrimenti ciascuno andrebbe per la sua strada provocando una mancanza di coordinazione se non addirittura una contraddittorietà delle decisioni. Tutto il nostro sistema istituzionale è basato su questi snodi di raccordo e coordinamento, a partire dal fondamentale rapporto tra Parlamento e Governo che si fonda, in una forma di governo parlamentare come la nostra, proprio sul rapporto di fiducia, che è infatti il termine tecnico adottato dall’articolo 94 della Costituzione: il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.</p>



<p><strong>La cooperazione è risultata ancor più importante nei mesi di pandemia.</strong><br>Esattamente. Che questo sia un punto cruciale per la vita delle Istituzioni e per l’andamento della cosa pubblica, lo vediamo in questa particolare circostanza: siamo di fronte ad una crisi molto complessa, che investe molteplici ambiti della vita sociale. Se non ci fosse coordinamento, non solo tra le Istituzioni politiche centrali, ma anche tra quelle centrali e locali, come Regioni e Comuni, oppure tra Istituzioni politiche e strutture tecnico-scientifiche, o ancora tra le stesse autorità politiche, le forze dell’ordine e le autorità sanitarie, se ognuno andasse per la sua strada il risultato provocherebbe un disorientamento dei cittadini, e l’azione per il bene comune diverrebbe molto meno efficace. Dunque, ciascuno fa il suo, ma una crisi così complessa richiede un’azione corale.</p>



<p><strong>È la prima volta nella storia della Repubblica che si registrano delle compressioni dei diritti costituzionali in modo così ampio e prolungato. Il diritto alla salute è sembrato prevalere su tutti gli altri. È presente in Costituzione una gerarchia dei diritti, seppur tutti fondamentali, da tutelare in modo prioritario?</strong><br>I diritti individuali non sono mai assoluti, e questo vale sempre e non solo nelle situazioni di emergenza, nella nostra Costituzione come in tutto il panorama costituzionalistico contemporaneo. Proprio perché viviamo in rapporto con gli altri, e noi stessi siamo portatori di esigenze complesse, nessun diritto è mai assoluto. Tutti vanno bilanciati. Le parole d’ordine nella giurisprudenza costituzionale, e in generale nelle corti dei diritti, sono bilanciamento, ragionevole limitazione, proporzionalità, adeguatezza. Che cosa significa? Che il legislatore, o chi altri abbia il compito di prendere decisioni che implichino il sacrificio dell’uno o dell’altro diritto, deve tenere conto del quadro complessivo delle esigenze in gioco. No dunque a gerarchie predeterminate, non c’è mai un diritto che in assoluto prevale sugli altri. Tutti vanno ponderati, cioè un po’ limitati, per preservare il nucleo essenziale di ciascuno di essi.</p>



<p><strong>Un delicato gioco di equilibri tra diritti fondamentali.</strong><br>Si, ecco perché vediamo che anche nel corso della pandemia è un continuo riadattamento delle regole, perché non esiste una formula che ci dice esattamente quanto si possano limitare il diritto alla salute, la libertà di circolazione o la libertà economica in astratto. Il difficile compito di chi ha responsabilità pubbliche è valutare, nella condizione concreta data, quali siano le restrizioni necessarie e verificare sempre che esse siano proporzionate rispetto allo scopo; e soprattutto interrogarsi se esistano strumenti meno restrittivi che perseguano gli stessi obiettivi.</p>



<p><strong>Quest’anno si è tenuto un referendum costituzionale, promosso dalla Fondazione Einaudi, sulla riduzione lineare del numero dei parlamentari. La riforma è passata, al contrario di quanto è accaduto in passato con i tentativi di operare modifiche più profonde della Costituzione.</strong><br>La riforma, prima che con referendum, è passata in Parlamento con un ampio consenso espresso nei numerosissimi voti favorevoli. Alla Camera la quarta e ultima lettura ha avuto un sostegno molto robusto da parte di tutte le forze politiche, e la successiva partecipazione alle urne in supporto alla riforma è stata elevatissima. Si tratta di una riforma che nell’agenda politica era presente da molto tempo. In Italia si parla ormai da quasi quarant’anni di riforme istituzionali, sin dagli anni ’80 con la prima commissione Bozzi, e spesso si tratta di riforme che riguardano le Istituzioni politiche e il Parlamento in particolare. Vero è che quelle riforme non hanno avuto successo, molte si sono fermate addirittura in Parlamento, mentre altre sono state respinte alla prova del referendum popolare, ma erano riforme che incidevano ad ampio spettro sul testo costituzionale. La Costituzione è stata ritoccata tante volte, ma indubbiamente le riforme che hanno avuto più successo sono state quelle che avevano un oggetto chiaro e delimitato. Forse, anche con l’ultima riforma, è stato determinante che il quesito risultasse comprensibile per la popolazione.</p>



<p><strong>Che segnale possiamo cogliere?</strong><br>In questo caso la riduzione del numero dei parlamentari faceva parte di una riflessione sul Parlamento, segnalata già da molti studiosi e politici, volta a rafforzare la struttura parlamentare, riducendo il numero dei suoi componenti e valorizzando il ruolo del singolo parlamentare, allo scopo di rendere più efficiente e incisiva l’azione del Parlamento stesso. Nel passato, questa proposta è stata sempre accompagnata da una riflessione sul bicameralismo perfetto, cioè sulla possibilità di differenziare i compiti delle due camere. Questo aspetto non è entrato nella riforma che è stata approvata e si è ritoccato solo il numero dei parlamentari. Tuttavia, molti hanno notato che questo primo passo potrebbe aprire la strada ad ulteriori passaggi per altre riforme che da tanti sono state segnalate come necessarie per rendere più efficace il nostro sistema istituzionale democratico.</p>



<p><strong>Una terza parola d’ordine, a lei particolarmente cara, è “riconciliazione”. Cosa intende quando dichiara che la giustizia deve avere sempre un volto umano?</strong><br>Partirei da una considerazione, tanto banale quanto sovente dimenticata. Il delitto colpisce sempre qualcuno, sia esso un individuo, un gruppo o anche l’intera comunità. Dietro le regole violate, dietro la legalità violata, ci sono dunque persone che vengono ferite. Se partiamo da questa semplice constatazione è evidente che lo scopo del diritto penale non è tanto quello di aggiungere violenza alla violenza, forza alla forza, di chiedere occhio per occhio. Queste sono concezioni arcaiche del diritto penale, superate nella stessa antichità dalla cultura dalla quale veniamo, nel passaggio dalle Erinni, le dee della vendetta, alle Eumenidi, personificazione di quell’esercizio della giustizia che porta al bene della società. Questa pace, questa armonia sociale, credo che siano l&#8217;obiettivo da non perdere mai di vista, ed è lo stesso scopo enunciato in maniera inequivocabile dall’articolo 27 della Costituzione: il fine della pena è la rieducazione del condannato. Se può essere necessario fermare anche con l’uso della forza determinati fenomeni criminali, si tratta pur sempre di un passo intermedio, ma l’obiettivo finale resta sempre quello dell’armonia sociale, una conquista di civiltà che come tutte le conquiste di civiltà va riconquistata giorno per giorno. Ce l’ha insegnato la saggezza dell’antica Grecia, e anche oggi a quelle origini dobbiamo sempre ritornare, perché sono sempre in agguato la tendenza e l’istinto a cedere alla reattività di fronte ai pericoli per la sicurezza personale e sociale.</p>



<p><strong>I processi troppo lunghi, come sono quelli italiani, finiscono per essere un anticipo di pena?</strong><br>Certo, le garanzie dell’imputato nel processo penale vanno tenute in grandissima considerazione a partire da un altro pilastro del nostro sistema penale, stabilito dalla Costituzione, dove, sempre all’articolo 27 si afferma la presunzione di non colpevolezza dell’imputato. Questo significa che fino al momento in cui sia stato provato il contrario con sentenza definitiva, la persona deve esse considerata non colpevole, non soltanto per il diritto, ma anche per l’opinione pubblica.</p>



<p><strong>Lei è tornata all’Università, dai suoi studenti. Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha dichiarato su queste colonne che, a causa della pandemia, rischiamo di bucare una o più generazioni di sportivi. È lo stesso rischio che corriamo con una generazione di nostri giovani?</strong><br>Questa riflessione è molto importante. Io mi sento privilegiata nell’essere tornata all’educazione, all’istruzione, alla formazione delle nuove generazioni proprio in questo momento. Tutti ci siamo accorti che la pandemia ha innescato una crisi sanitaria che a sua volta ha provocato una grande crisi economica i cui effetti saranno chiari solo nel lungo periodo. Ma c’è anche, e secondo me è molto preoccupante, una crisi esistenziale che colpisce soprattutto i giovani. Noi viviamo in un’atmosfera di insicurezza e aleatorietà totale. Non sappiamo alla mattina quello che potremo fare alla sera. Immaginiamo che impatto tutto questo ha sulle persone che sono nella fase della vita in cui si immagina, si progetta e si lavora per il futuro, per il proprio posto nel mondo. Noi adulti non riusciamo ad immaginare che cosa fare da qui a quindici giorni, immaginiamo con quali energie i giovani possono dedicarsi alla costruzione della loro professionalità, della loro personalità dentro uno scenario in continuo movimento. Io credo che questa insicurezza totale vada accompagnata, e che sia responsabilità delle generazioni che più hanno avuto – e noi abbiamo avuto moltissimo nella nostra vita – sostenere questi giovani ed essere per loro dei punti di riferimento.</p>



<p><strong>Cosa deve offrire l’insegnante in un frangente come quello attuale?</strong><br>In una recente occasione, all’Istituto Sant’Anna di Pisa, ho avuto modo di riflettere su questo tema rievocando una delle immagini della cultura in cui tutti ci siamo formati. Ricorrono nel 2021 i settecento anni dalla morte di Dante. La Divina Commedia si apre in questo grande buio, in questa grande crisi, nel mezzo del cammin di nostra vita, nella selva selvaggia. Che cosa rimette in moto una generazione colpita da una oscurità di questo genere? È l’arrivo del maestro, di Virgilio, di colui che è un po’ più avanti nel cammino e che, tendendo la mano e mettendosi in cammino con il giovane Dante, lo porta attraverso questa grande percorso della conoscenza che è figura della più grande avventura umana. Ecco, io credo che noi siamo chiamati a questo: a dare tutto ai nostri giovani. Sulle loro spalle graverà il compito della ricostruzione di questa società provata, ferita dalla crisi. Noi dobbiamo essere lì a dare loro quel sostegno, a consegnare loro quello che a nostra volta abbiamo ricevuto e imparato. Insomma, in una parola, secondo me la priorità tra tutte le priorità è per le giovani generazioni, per la loro educazione, per la loro istruzione, per la loro possibilità di generare futuro. Un patto intergenerazionale che dobbiamo prendere sul serio.</p>



<p><strong>L’uscita del Regno Unito dall’Europa, sebbene non nelle forme rudi che pure si sono rischiate, può essere un monito per i giovani, perché guardino con rinnovata fiducia all’Europa senza la quale probabilmente non saremmo riusciti e non riusciremmo a superare questa crisi dovuta alla pandemia?</strong><br>È così. L’Europa degli ultimi mesi sembra proprio avere riscoperto lo spirito delle origini, lo spirito per cui, di fronte ad una grande crisi, ad una grande devastazione com’era stata quella della Seconda guerra mondiale, si è scoperto il senso di solidarietà concreta che ha permesso tutti questi decenni di pace e di prosperità sul continente. L’Europa del Next Generation EU è un’Europa che, grazie ai fatti concreti che è riuscita a mettere in campo, sta di nuovo dando il meglio di sé e mostrando ai nostri giovani come il nostro orizzonte di vita sia ormai di nazionalità iscritte nel contesto europeo, proprio nello spirito delle origini e degli inizi. Se c’è uno spiraglio di luce e di ottimismo in questo momento così buio, a me pare che venga proprio dall’Europa. Per i nostri giovani l’Europa era già naturalmente l’orizzonte di vita. Oggi è ancora più chiaro che il futuro è quello di essere italiani in Europa.</p>
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