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	<title>Diritto Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Diritto Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Undicesimo comandamento: tu non violerai i confini altrui</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/10/08/delle-pagine-undicesimo-comandamento-tu-non-violerai-i-confini-altrui/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Oct 2022 08:23:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo ad uso di chi ama comprendere i problemi della pace e della guerra. Partendo dai fondamentali del diritto internazionale costituito dopo il 1945.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/10/08/delle-pagine-undicesimo-comandamento-tu-non-violerai-i-confini-altrui/">Undicesimo comandamento: tu non violerai i confini altrui</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Articolo ad uso di chi ama comprendere i problemi della pace e della guerra, senza i quali invocare la pace è come chiedere ad Alex DeLarge di rispettare gli scrittori e le loro mogli.</p>



<p>Per capire esattamente quale sia uno dei tanti problemi della guerra scatenata dalla Russia all’Ucraina, oltre ai devastanti costi umani per ucraini, russi e cittadini di paesi terzi, dobbiamo tornare ai fondamentali del diritto internazionale costituito dopo il 1945.</p>



<p>Con l’istituzione delle Nazioni Unite le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, compresa l’Unione Sovietica, predecessore della Russia, stabilirono due suoi principi fondamentali: il rifiuto della guerra di aggressione, neanche nella forma dell’attacco preventivo difensivo, e l’illegalità dell’uso della forza per modificare i confini internazionali.</p>



<p>L’articolo 2, comma 4 della Carta delle Nazioni Unite dice: “<em>I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.</em>”</p>



<p>Il divieto si estende anche alla minaccia della violenza per conseguire scopi incompatibili con le Nazioni Unite che, ricordiamo, sono la pace, la sicurezza di ogni membro e un sistema internazionale fondato sul diritto e la giustizia.</p>



<p>Unica deroga a questo divieto assoluto è il diritto di autotutela, individuale o collettivo, riconosciuto ad ogni membro dell’ONU dall’articolo 51: “<em>Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.</em>”</p>



<p>Questi principi sono stati assorbiti anche dalla nostra Carta Costituzionale che all’articolo 11 afferma: “<em>L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.</em>”</p>



<p>Si trattava di una prospettiva rivoluzionaria, impensabile fino a quel momento, che andava contro millenni di violenza legittima da parte di uno Stato contro un altro. Dal 1945 si cambia: <strong>annettere uno Stato, mutilarlo, spartirlo, non è più legalmente consentito</strong>.</p>



<p>E il bello è che il sistema ha funzionato.</p>



<p>Sento già proteste di incredulità. E le guerre che hanno devastato il mondo? Le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, le minacce della Cina a Taiwan, gli scontri tra India e Pakistan? È innegabile che la violenza abbia continuato a infestare il mondo, eppure, il numero delle guerre, la loro intensità e il numero delle vittime sono costantemente diminuiti. L’ultima guerra tra grandi potenze è stata quella di Corea, in cui si fronteggiarono direttamente soldati degli Stati Uniti e della Cina Popolare.</p>



<p>Gran parte dei conflitti armati dal 1945 ad oggi sono state guerre civili, mentre quelle fra stati hanno avuto scopi limitati, senza pretesa di distruggere l’avversario o di modificarne i confini internazionalmente riconosciuti. I confini dell’America Latina sono immutati da un secolo. Quelli dell’Africa non sono stati modificati se non per la secessione di Sud Sudan ed Eritrea. Anche in Asia i confini sono quasi immutati, con la drammatica eccezione dell’ancora fluida situazione tra l’India e i paesi limitrofi, Cina e Pakistan. L’unica drammatica eccezione sono le guerre arabo-israeliane che si ponevano l’obiettivo di cancellare lo Stato israeliano. È vero inoltre che molti dei conflitti sono scaturiti dalla pretesa di alcuni Stati di imporre un regime politico ad un altro, come frequentemente accaduto in America Latina da parte degli Stati Uniti, in contravvenzione con i principi dello Statuto dell’ONU.</p>



<p>Tuttavia, <strong>nel 2008 qualcosa è cambiato</strong>.</p>



<p>La guerra lampo del gigante russo contro la Georgia si è conclusa con la mutilazione del territorio dell’Abkhazia, a cui è seguita nel 2014 l’occupazione illegale della Crimea, con referendum privi di ogni minima legittimità e trasparenza. Per la prima volta dal 1945 uno Stato si arrogava il diritto di impossessarsi con la forza di un territorio altrui, senza neppure tentare la strada dell’accordo, qualcosa che neppure l’URSS aveva osato fare, pur non avendo mai esitato ad usare le maniere forti con vicini e vassalli.</p>



<p>L’attacco del 24 febbraio della Russia contro l’Ucraina e l’annessione illegale alla Russia di quattro province ucraine, avvenuta il 30 settembre. rappresentano gravissime violazioni del diritto internazionale sotto tre punti: uso della forza per risolvere una controversia internazionale; tentativo di eliminare l’indipendenza politica di un altro Stato sovrano; modifica unilaterale dei confini internazionalmente riconosciuti.</p>



<p>Ciò che è cambiato è il fatto che la Russia tenti nuovamente di legittimare l’uso della forza nelle relazioni internazionali. Di nuovo, nessuno nega gli arbitrii e le violenze commesse da tutte le grandi potenze, dietro pretesti spesso risibili e comunque illegali dal punto di vista del diritto internazionale. Ma nessuno prima di Putin si era spinto finora a cancellare con un tratto di cingolati i principii cardini della sicurezza collettiva.</p>



<p>La paura è la prima fonte di instabilità. Paura delle piccole potenze verso le grandi. Paura che genera la ricerca di protettori e scatena il riarmo. Non abbiamo bisogno di tutto questo. Ove i principi di rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e della non interferenza negli affari interni venissero cancellati, si aprirebbe un periodo di forte instabilità, in cui anche l’Europa finirebbe per essere investita. Non dimentichiamo, infatti, che alcuni confini internazionali, pensiamo al Kosovo, non sono ancora pienamente riconosciuti.</p>



<p>Quindi, di nuovo, fermare la Russia non è solo nell’interesse delle democrazie occidentali, ma di tutto il mondo, per evitare di ritornare all’infinita serie di lutti <strong>da cui nessuno esce mai vincitore</strong>.</p>
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		<title>Semplicità e chiarezza</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/10/03/semplicita-e-chiarezza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pier Paolo Bucalo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Oct 2022 08:52:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La semplificazione dell’intero sistema legislativo porterebbe all’Italia tutta vantaggi chiari e restituirebbe voglia di fare a molti talenti ed aziende italiane che oggi vedono la fuga all’estero come l’unica possibilità.</p>
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<p><strong>La semplificazione dell’intero sistema legislativo porterebbe all’Italia tutta vantaggi chiari e restituirebbe voglia di fare a molti talenti ed aziende italiane che oggi vedono la fuga all’estero come l’unica possibilità.</strong></p>



<p>Come molti, amo la trasparenza e la semplicità. Ho avuto la fortuna di vivere e lavorare, per circa dieci anni, in diversi paesi esteri, tra cui Regno Unito, Olanda, USA, Belgio, Germania e Lussemburgo, ed ho avuto modo di apprezzare come in altri sistemi economici, semplicemente tramite regole e norme più semplici e chiare, si riesca a garantire ai propri cittadini una vita serena e molte opportunità.</p>



<p>Non voglio parlare qui di economie più o meno liberiste. Parlo solo di “semplicità” e di “chiarezza”:</p>



<p>1. Quanto sono chiare le norme e le leggi italiane? Con quale facilità possono essere comprese dai cittadini? </p>



<p>2. Quale è il numero di adempimenti amministrativi, burocratici o fiscali che ogni anno cittadini ed imprese italiane sono obbligati a fare, pena sanzioni a volte ben oltre il tasso di usura? </p>



<p>Osservo come alcuni sistemi normativi abbiano l’obiettivo di semplificare la vita di cittadini ed imprese, dicendo loro chiaramente cosa sia possibile e non possibile fare, mentre in Italia sembra invece prevalere un altro approccio: complicare per complicare.</p>



<p>Solo un paio di esempi:</p>



<ul><li>Anni fa (2013), durante una discussione su una legge in votazione, <strong>Pietro Ichino</strong> si levò in Senato tuonando: «Questo è un testo letteralmente illeggibile. Non è solo incomprensibile per i milioni e milioni di cittadini chiamati ad applicarlo, ma illeggibile anche per gli addetti ai lavori, per gli esperti di diritto del lavoro e di diritto amministrativo. È illeggibile per noi stessi legislatori che lo stiamo discutendo (…) Credo che in Aula, in questo momento, non ci sia una sola persona in grado di dirci cosa voglia dire!» (<a href="https://www.pietroichino.it/?p=28656" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a> tutti i dettagli al riguardo). </li></ul>



<ul><li>Qualche mese fa anche <strong>Sabino Cassese</strong>, in un suo articolo sul Corriere della Sera titolato “<a href="https://www.corriere.it/opinioni/22_febbraio_05/stato-l-incuria-l-italiano-oscuro-leggi-62e95b70-86aa-11ec-ab3e-1258ba48ff09.shtml?" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lo Stato, l’incuria e l’italiano oscuro delle leggi</a>”, ha delicatamente deriso un decreto legge pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 4 febbraio 2022, che aveva la peculiarità di condensare nei soli sette articoli del decreto ben dieci rinvii ad altri articoli di ben sette altri decreti o leggi e contenere frasi estremamente verbose.</li></ul>



<p>Per quale ragione in Lussemburgo un commercialista ha bisogno in media di 18 ore l’anno per redigere il bilancio annuale di una società, mentre in Italia di ore ce ne vogliono <a href="https://taxfoundation.org/publications/international-tax-competitiveness-index/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">168</a>? Come può un imprenditore italiano focalizzarsi sulle opportunità di business se passa buona parte del proprio tempo a controllare le innumerevoli scadenze fiscali? A parità di aliquota media e di gettito, chi trae vantaggio da tutti questi lacci e lacciuoli?</p>



<p>È davvero una utopia sperare in un’Italia liberata da tutte le complicate regole, la burocrazia inutile ed i costi che troppo la penalizzano, rendendo il facile difficile ed il semplice complicato attraverso l’inutile, ed impediscono così al nostro Paese, ed agli italiani, di valorizzare le proprie enormi potenzialità inespresse, senza la necessità di fuggire all’estero?</p>



<p>Provo solo a fornire qualche dato:</p>



<ol><li><strong>In Italia è estremamente difficile far partire e gestire una attività economica.</strong> La Banca Mondiale ogni anno, nella sua pubblicazione “<a href="https://databank.worldbank.org/source/doing-business" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Doing Business</a>”, misura la facilità di far partire e gestire una attività imprenditoriale in tutti i paesi del mondo. Se prendiamo l’ultima edizione (2020) ed analizziamo i principali paesi europei, più simili a noi per cultura e tradizione, troviamo tutti i paesi scandinavi tra il 4° posto (Danimarca) ed il 20° posto (Finlandia), il Regno Unito all’8° posto, la Germania al 22° posto, la Spagna al 30° e la Francia al 32° posto. E L’Italia? Al 58° posto!</li><li><strong>L’Italia ha il sistema fiscale più complicato e meno competitivo al mondo.</strong> Secondo l&#8217;<a href="https://taxfoundation.org/publications/international-tax-competitiveness-index/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">International Tax Competitiveness Index 2021</a>, pubblicato pochi mesi fa, il sistema fiscale italiano si pone al 37° posto per competitività su 37 paesi analizzati nel mondo. Che cosa vi può essere di peggio? La complessità del sistema stesso, dove l&#8217;Italia è ancora una volta il fanalino assoluto di coda, 37 su 37 paesi. </li><li><strong>In Italia un processo civile dura oltre 8 anni, in tutti i paesi del Consiglio d’Europa dura in media meno di due anni.</strong> La <a href="https://www.coe.int/en/web/cepej" target="_blank" rel="noreferrer noopener">European Commission for the Efficiency of Justice</a> pubblica annualmente un rapporto sull’efficienza e la qualità dei sistemi giudiziari europei. Per darvi un solo dato (2018), la durata media di un processo civile considerando tutti i Paesi membri del Consiglio d’Europa a poco meno di due anni (715 giorni). In Italia? 2.949 giorni, poco più di 8 anni, praticamente il quadruplo. </li><li><strong>L’Italia ha un cuneo fiscale tra i più alti al mondo</strong>. Il cuneo fiscale è la differenza tra il costo complessivo di un lavoratore per le aziende e l’importo netto percepito dal lavoratore in busta paga. Secondo l’OCSE, che nella sua pubblicazione annuale <a href="https://www.oecd-ilibrary.org/sites/f7f1e68a-en/index.html?itemId=/content/publication/f7f1e68a-en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Taxing Wages</a> misura il cuneo fiscale nei 34 paesi OCSE, l’Italia è sempre tra i paesi con il cuneo fiscale più alto, di solito il quart’ultimo nella graduatoria. Circa il 50% del costo del lavoro finisce tra tasse e contributi previdenziali. </li></ol>



<p>Per chi sia convinto che l’ingarbugliata situazione italiana attuale sia soltanto una casualità, magari dovuta ai troppi governi di colore diverso che si sono susseguiti negli anni, trascrivo qui di seguito qualche riga dal libro <strong>“Democrazia in America”</strong>, scritto da Alexis de Tocqueville nel lontano <strong>1835 </strong>(Volume II, sezione 4, capitolo 6):</p>



<p>&#8220;Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo […] vedo al di sopra dei cittadini un potere immenso e tutelare, che ha l’obiettivo di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. […] Lavora volentieri al benessere dei cittadini, ma vuole esserne l&#8217;unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità. […]



<p>Così ogni giorno tale potere rende meno necessario e più raro l&#8217;uso del libero arbitrio, e restringe l&#8217;azione della volontà […]



<p>L&#8217;eguaglianza ha preparato gli uomini a tutte queste cose, li ha disposti a sopportarle e spesso anche a considerarle come un beneficio.</p>



<p>Cosi, dopo avere preso nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il potere supremo estende il suo braccio sull&#8217;intera società. Ne copre la superficie con una rete di piccole complicate regole, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non riescono a penetrare, per sollevarsi sopra la massa.</p>



<p>La volontà dell’uomo non è spezzata, ma infiacchita, piegata ed indirizzata. L’uomo è raramente costretto ad agire, ma è continuamente scoraggiato dall’azione. Questo potere non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore. […]&#8221;</p>



<p>Vi suona familiare? Non fa impressione pensare che queste parole siano state scritte quasi 200 anni fa?</p>



<p>Quando ascoltiamo o leggiamo notizie di brillanti manager ed imprenditori italiani che hanno avuto successo all’estero, oltre all’orgoglio di essere italiani non ci viene anche il dubbio: “Ma in Italia ce l’avrebbero mai fatta?”</p>



<p>Davvero siamo onesti quando ci domandiamo il perché della fuga dei cervelli? Non è che forse fuggono proprio perché hanno un cervello?</p>



<p>Ed attenzione che anche le aziende fuggono all’estero, e quando non possono, fanno fuggire i profitti! Secondo <a href="https://www.milanofinanza.it/news/23-miliardi-di-profitti-di-societa-italiane-scappano-all-estero-202102091546044395" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un articolo di Milano Finanza</a> oltre 23 miliardi di profitti di società italiane sono fuggiti all’estero in un solo anno.</p>



<p>Una proposta concreta per cambiare le cose? Cominciamo dalla semplificazione delle nuove leggi.</p>



<p>Per ogni nuova proposta di legge, sia resa necessaria la predisposizione di un piccolo test da somministrare a deputati e senatori per verificare che tutte le norme contenute nella proposta siano chiare e comprensibili almeno a questa élite culturale. Se il test non sarà superato con successo da almeno il 51% dei parlamentari, il testo dovrà essere re-inviato a chi ha redatto la proposta affinché si sforzi per una maggior chiarezza.</p>



<p>Sono certo che in questo modo avremo forse meno leggi nuove, ma probabilmente un po’ più chiare delle attuali.</p>
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		<title>Una brutta bestia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Sep 2021 09:04:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La battuta più facile, quella ovvia, cui confesso di aver ceduto anch’io, è stata servita su un piatto d’argento da mani guantate di bianco: Morisi merita almeno una citofonata da Salvini. Del resto, come si fa a resistere? Chi non lo ricorda integerrimo difensore della morale cattolica a sgranare rosari in pubblico, irridendo coloro che Morisi gli suggeriva di irridere &#8211; e trangugiando ciò che Morisi gli suggeriva di trangugiare&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La battuta più facile, quella ovvia, cui confesso di aver ceduto anch’io, è stata servita su un piatto d’argento da mani guantate di bianco: Morisi merita almeno una citofonata da Salvini. Del resto, come si fa a resistere? Chi non lo ricorda integerrimo difensore della morale cattolica a sgranare rosari in pubblico, irridendo coloro che Morisi gli suggeriva di irridere &#8211; e trangugiando ciò che Morisi gli suggeriva di trangugiare &#8211; pur di scalare i trend social? Ma la battuta greve non giova a comprendere.</p>



<p>Il fatto non è tanto che il guru della comunicazione social di uno che ha fatto il Ministro dell’Interno sia indagato per questo o quel reato: egli resta non colpevole fino a prova contraria. Anche lui, anche il comunicatore di un tizio che ha scambiato la procedura penale per una pièce teatrale, merita ogni garanzia di legge. Anche chi ha costruito una spietata squadra d’assalto comunicativo soprannominata “la bestia”, per dire della delicatezza del tocco, è soggetto di diritto nella Repubblica italiana.</p>



<p>La questione da considerare è piuttosto che cosa si possa imparare dalla vicenda. Due le alternative: la prima è cedere all’istinto dell’occhio per occhio. Morisi è accusato, in un colpo solo, di pressoché tutto ciò contro cui Salvini ha costruito la sua propaganda: droga, immigrazione, lascivie varie. Se l’è cercata, giù dunque di vendetta. Questo significherebbe però accettare lo stile comunicativo che Morisi e la sua bestia hanno imposto per anni. Significherebbe dargli ragione, alla fine.</p>



<p>Una reazione meno istintiva impone di trarre una lezione dall’accaduto, e la lezione dipende dalla risposta a una domanda: se sia legittimo pretendere per sé la garanzia, la riservatezza, la pietà perfino, che agli altri non si concede. Dunque in che cosa crede davvero il senatore Salvini, che ha dichiarato “è una schifezza mediatica. C’è chi sbatte il mostro in prima pagina”? In che cosa? Nel citofonare a casa di sconosciuti domandando loro davanti alle telecamere se spaccino, nel denigrare Lapo Elkann e Ilaria Cucchi, o nel sacrosanto diritto di Morisi di starsene in disparte, lontano dai riflettori, ad organizzare la propria difesa o magari, ove colpevole, a riflettere sui propri errori? Tertium non datur. Se la politica è l’arte della scelta, un leader politico non può sottrarvisi, altrimenti altro che bestia. Un micio. Arruffato, al più.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/09/30/spagano-una-brutta-bestia/">Una brutta bestia</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Art. 27 Cost.: “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Apr 2021 07:01:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>/o·sta·tì·vo/: “Che costituisce ostacolo, che è d’impedimento”. Dicesi di errore, causa. O di ergastolo. /er·gà·sto·lo/: “Pena detentiva consistente nella privazione della libertà personale per tutta la durata della vita”. L’ergastolo ostativo, ossia quel “fine pena mai” che non ammette remissioni o sconti è sempre stato un filo ad alta tensione della politica e del diritto italiani. Che una pena senza fine fosse inconciliabile con lo scopo rieducativo che la Costituzione&#8230;</p>
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<p>/o·sta·tì·vo/: “Che costituisce ostacolo, che è d’impedimento”. Dicesi di errore, causa. O di ergastolo. /er·gà·sto·lo/: “Pena detentiva consistente nella privazione della libertà personale per tutta la durata della vita”.</p>



<p>L’ergastolo ostativo, ossia quel “fine pena mai” che non ammette remissioni o sconti è sempre stato un filo ad alta tensione della politica e del diritto italiani. Che una pena senza fine fosse inconciliabile con lo scopo rieducativo che la Costituzione assegna alla pena, perfino a quella carceraria, è semplice osservazione di buon senso. Per il solo fatto di ammettere la rieducazione del condannato, la pena non può non avere fine. Ragion per cui, fino alla fine degli anni ’80, la pena dell’ergastolo era stata destinataria di provvedimenti normativi che ne avevano infine eroso l’irrimediabilità. Pian piano, lungo un percorso attentamente vigilato, anche l’ergastolano poteva essere riammesso al consesso civile.</p>



<p>Dai primi anni ’90, però, questa tendenza fu bruscamente invertita, e non per capriccio: la violenza frontale della criminalità organizzata indusse a pensare che non tutti i detenuti potessero, indipendentemente dal crimine commesso, godere dei benefici della rieducazione. In altri termini, la natura di certi reati era tanto grave da far ritenere che chi li avesse commessi non fosse rieducabile. Tecnicamente si introduceva una presunzione legale assoluta di pericolosità sociale. Se t’eri macchiato di certi reati, in primis quelli di criminalità organizzata e terrorismo, le porte del carcere non ti si sarebbero aperte mai più.</p>



<p>A meno che. Ben consapevole del concreto rischio di incostituzionalità di una norma che escludesse in certi casi, per quanto gravi, ogni pur piccolo barlume di ravvedimento del reo, la legge assicurava, ed assicura ancora oggi, tre modalità per superare l’impedimento: la collaborazione con la giustizia (intesa come contributo ad impedire ulteriori reati o ad acclarare quelli già commessi), la collaborazione oggettivamente irrilevante (pur sincero, il contributo reso dal reo ha scarso o nullo valore probatorio) o la collaborazione impossibile (la sentenza di condanna aveva già affermato che il reo non aveva svolto, nel crimine, un ruolo idoneo a conoscere elementi rilevanti). Pur nella potenziale apertura, si tratta comunque di una strada non semplice, sottoposta a numerose altre condizioni, e che comunque comincia ad aprire le porte del carcere, di norma, dopo più di venticinque anni di detenzione.</p>



<p>Anche in questi termini, però, la questione di principio è sempre rimasta intatta: è ammissibile, in un sistema che stabilisce (nella sua legge fondamentale!) che la pena inflitta al colpevole debba tendere alla sua rieducazione, che si concepiscano atti (pur brutali, disumani) per i quali quella tensione non possa più valere e, se proprio valere debba, lo faccia sotto condizione? Non che sia irragionevole pretendere dal reo un ravvedimento, ché questo è comunque normale condizione perché le porte del carcere gli si aprano a fronte di una condanna senza fine, quale che sia il reato commesso.</p>



<p>Il dubbio è se il ravvedimento debba avvenire secondo certe condizioni volute da uno Stato che, altrove, non sottopone a condizione alcuna la finalità rieducativa della pena, se non appunto al conseguimento della stessa rieducazione. Ha forse il costituente puntato troppo in alto rispetto alla bassezza degli uomini? O è stato il legislatore, pur in una fase emergenziale, a non essersi mostrato all’altezza del primo?</p>



<p>La questione è infine giunta al suo giudice naturale, la Corte Costituzionale, che pochi giorni fa ha rilasciato un comunicato inequivocabile: l’ergastolo cosiddetto ostativo è incompatibile con la Costituzione della Repubblica.</p>



<p>Detto ciò, in anticipo sulla pubblicazione dell’ordinanza che argomenterà nel merito, la Corte ha annunciato di voler prendere tempo: pur potendo usare la scure e cacciare via dall’ordinamento quello che hanno acclarato contrastare con la Costituzione, i giudici non hanno sottovalutato la delicatezza della questione e i numerosi distinguo che legittimamente si levano quando si tratti di proclamare rieducato chi si sia macchiato di crimini ignobili. Per questa ragione ha stabilito che la sua scure calerà sì, ma solo a maggio dell’anno a venire.</p>



<p>In tal modo il Parlamento avrà un anno di tempo per evitarla trovando soluzioni adeguate a contemperare le esigenze di giustizia e sicurezza con quelle di rieducazione. Saranno i rappresentanti della nazione, com’è giusto che sia, a trovare il bandolo della matassa. Saranno loro a dover essere all’altezza dei padri costituenti. Con la sola avvertenza che il tasso di saggezza dell’attuale Parlamento potrebbe non corrispondere per intero a chi gli stessi scranni frequentò ai tempi di quell’altra, più sobria, Assemblea.</p>
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