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	<title>dolore Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>dolore Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Non fate troppi pettegolezzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2022 08:13:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è concluso a settembre a Brancaleone il Pavese Festival.Festival dedicato da 22 anni a Cesare Pavese, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascorse il tempo del confino per attività antifascista, dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936. Solo sette mesi a fronte dei 3 anni stabiliti, la restante pena essendo condonata. A Santo&#8230;</p>
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<p>Si è concluso a settembre a Brancaleone il <strong>Pavese Festival</strong>.<br>Festival dedicato da 22 anni a <strong>Cesare Pavese</strong>, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascorse il tempo del confino per attività antifascista, dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936. Solo sette mesi a fronte dei 3 anni stabiliti, la restante pena essendo condonata.</p>



<p>A Santo Stefano Belbo, ai margini delle Langhe, paese natale dello scrittore, si sono svolti gli eventi dei primi cinque giorni, il sesto e ultimo a Brancaleone, in una commistione di letteratura, musica, arte, teatro splendidamente interpretata da qualificati ospiti.<br>Filo conduttore è stata la figura femminile cercata ma mai raggiunta dallo scrittore.</p>



<p>“<em>La donna per Pavese è parola. Una parola che è ricerca, dialogo, scoperta, ricordo, introspezione, fanciullezza, verità: poesia</em>” .</p>



<p>Noi ci lasceremo guidare dalla scritta che, come un tatuaggio, compare nell’acquerello che fa da locandina, di Paolo Galetto. Tutto in bianco e nero, ma segnato da sparsi petali rossi, quasi una festa o forse ferita sanguinante: “<em>Tu sei come una terra che nessuno ha mai detto</em>”.</p>



<p>La <strong>terra</strong> e la <strong>donna</strong>, due temi che si intrecciano e si respingono nell’opera di Pavese. La nostalgia, la mancanza, il desiderio, la perdita dell’una e dell’altra incideranno profondamente nella sua vita e nella sua arte.</p>



<p>La Donna continuamente inseguita in vaghe figure femminili.<br>La ballerina che lo lascerà ad aspettarla sotto la pioggia e che De Gregori canterà in Alice (E Cesare perduto nella pioggia/sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina).<br>La voce rauca e fresca di Tina militante comunista.<br>Fernanda Pivano e la comune passione per la letteratura americana.<br>Elena amore di necessità.<br>La selvatica Concia bella come una capra nel tempo del confino.<br>Bianca con la quale tenterà la scrittura di un libro a due mani.<br>Costance l’allodola e quegli occhi che rivedrà nella stanza d’albergo a Torino dove darà fine alla sua vita. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.</p>



<p>La figura femminile è costantemente presente nell’itinerario personale e artistico di Pavese.<br>La racconterà soprattutto nei versi, in quell’incedere narrativo di righe lunghe costrette dal ritmo attraverso la parola, unica realtà. Donna mito di una fanciullezza felice e perduta che si identifica nel paesaggio delle langhe e in contrasto con la donna-compagna riconosciuta nei percorsi metropolitani di Torino. Ma sia l’una o sia l’altra, quello che è certo è che né l’uomo né il poeta riusciranno mai a raggiungerla. Non incontrerà nella sua strada quotidiana quella donna che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa e non riuscirà nei suoi scritti a darle del tutto voce con parole inghiottite.<br><strong>Sei buia. Per te l’alba è silenzio.</strong><br>La Terra, che nelle prime poesie è raccontata più che cantata nella realtà delle colline o in contrappunto nella squallida visione delle periferie di Torino, è fondamentalmente la geografia della propria solitudine, dell’inadeguatezza a condividere spazi e circostanze e rapporti con gli altri.<br>Nella vita e nel mondo, la condizione di Pavese è quella dell’espatriato che continuamente e ripetutamente cerca di tornare. Ma anche quando la ricerca lo riporterà, come Anguilla de <strong>La luna e i falò,</strong> nel suo paese di origine dovrà constatare che in realtà non si torna mai al passato, al tempo inesorabilmente andato, agli eventi che ormai parlano lingue sconosciute: “<em>Un paese ci vuole…vuol dire non essere soli…nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti</em>”.<br>Sì, i falò si accendono ancora, ma per divorare con le loro fiamme quel che mai più ritornerà.<br>Il mito della fanciullezza con il suo bagaglio di ingenue felicità, di speranze che volano alte, di certezze si è concluso.<br>Si accendono nuovi falò che distruggono, divampano dolore, illuminano sinistramente tragedie.<br>Non resta che la sconfitta.<br>Non resta che guardare dalla finestra di quella cameretta al primo piano di un paese, Brancaleone, che per lui resterà sempre un paese straniero.<br>No, non troverà pace né tra quei muri né nel Bar Roma, dove legge quotidianamente il giornale, né sullo scoglio dal quale guarda senza vedere un inutile mare.</p>



<p>Ancora oggi andando a Brancaleone si può visitare la casa, la stanza in cui visse, il lettuccio stretto, la scrivania che è solo uno sbilenco tavolo, l’avara lampada e la finestra che racconta la “<em>monotonia di un paesaggio sempre uguale”.</em><br>Da quella finestra &#8211; quarta parete della sua prigione &#8211; Pavese fisserà i binari. Quegli stessi binari sui quali si è fermata la littorina con la quale è giunto insieme a due valigie cariche di libri. Su quelle linee parallele scorreranno le nostalgie di un paese diverso e lontano, di una vita condivisa di amore e di impegno mentre le ore scorrono nel tedio, sempre uguali.<br>“<em>Acchiappo mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare (che d’altronde è una gran vaccata), giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, serbo un’inutile castità.</em>”<br>No, il confinato non avrà voglia di incontrare veramente né il paese né i suoi abitanti. Un rapporto tra lui e i brancaleonesi superficiale e di condiviso rispetto. Un accennato interesse verso la letteratura orale e le tradizioni popolari, un amore di necessità e una fantasia erotica. Una lettura della Calabria, tuttavia, fuori da ogni retorica.</p>



<p>E forse tra le note di quel <em>on the road</em> musicale di Omar Pedrini, che ha concluso il Festival nella struggente malinconia di una notte calabrese, ci sembrerà di riconoscere l&#8217;ombra di un uomo solo, con la pipa e gli occhiali, che ancora cerca un senso a una vita vuota che nemmeno il profumo dei gelsomini, la dotta lentezza delle tartarughe e il vento diviso dal vicino Capo Spartivento e un mare di verdi e di azzurri, sono riusciti a regalargli.</p>



<p>A Brancaleone Pavese conferma di non essere in grado di imparare il mestiere di vivere, che la sua è la condizione di una straziante solitudine, che l’unico mestiere che conosce, quel vizio assurdo vissuto quasi come un dovere, corteggiato più di un amore, idolatrato e temuto, è quello di morire.</p>



<p>Lui che aveva dichiarato di non avere più parole, riuscirà a scovarne una manciata da scrivere con mano ferma su un foglio lasciato su un anonimo comodino di un&#8217;anonima stanza d&#8217;albergo:</p>



<p> “<em><strong>Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.</strong></em>&#8220;<br></p>
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		<title>Storie che non finiscono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Sep 2022 08:47:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se una mattina, come ogni mattina, prepari il tè per la colazione.Se quella mattina il mare ti appare verticale e tanto ti riporta alla considerazione che sei tornata a casa e non c’è più il mare orizzontale della vacanza.Se la routine dei gesti che non hanno più bisogno di essere pensati ti rassicura.Se il profumo dei gelsomini non proviene più dalle notti stellate, ma dalla fumante tazza di tè.Se pregustando&#8230;</p>
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<p><em>Se</em> una mattina, come ogni mattina, prepari il tè per la colazione.<br><em>Se</em> quella mattina il mare ti appare verticale e tanto ti riporta alla considerazione che sei tornata a casa e non c’è più il mare orizzontale della vacanza.<br><em>Se</em> la routine dei gesti che non hanno più bisogno di essere pensati ti rassicura.<br><em>Se</em> il profumo dei gelsomini non proviene più dalle notti stellate, ma dalla fumante tazza di tè.<br><em>Se</em> pregustando la noia della quotidianità apri il tablet per leggere le ultime notizie e non ci puoi credere, ti blocchi.</p>



<p><em>È morto.</em></p>



<p>È morto lo scrittore spagnolo Javier Marías. Improvvisamente, per noi lettori che nulla sapevamo della breve polmonite assassina che lo ha ucciso. Non ci sono altri dettagli, non c’erano coccodrilli pronti, troppo in buona salute, troppo recente l’ultimo romanzo, l’ultimo premio, l’ultima intervista.</p>



<p>Cerchiamo, seguendo il suo suggerimento &#8211; “<em>quando una persona muore in modo inatteso cerchiamo di ricostruire quel che ha detto l’ultima volta che l’abbiamo visto come se potessimo salvarlo con questo</em>” &#8211; qual è stata l’ultima volta che lo abbiamo incontrato, pur sapendo che non riusciremo a salvarlo lo stesso.</p>



<p>La mia ultima volta è stata alcuni mesi fa, con la lettura di<em> Tomas Nevinson</em> pubblicato in Italia all’inizio di quest’anno. Ricordo, questo sì, di avere chiuso il libro con un gesto definitivo e già nostalgico. Mi ero detta, lo so perché lo avevo appuntato, &#8220;<em>com&#8217;è difficile lasciare andare un libro di Marías? È una vita, una storia che si chiude</em>.&#8221;<br>Era il 22 maggio.</p>



<p>Chi ama un autore, come ogni amato, non può fare a meno delle sue parole e della sua presenza. Allora lo segue, fa ricerche su Google per sapere se sta per uscire un nuovo romanzo, e quando finalmente – perché Marías non è uno scrittore a getto continuo &#8211; l’editore annuncia la prossima uscita, la prenota. Anche se sa che vetrine di librerie reali e online saranno tappezzate dell’opera.<br>Perché di Javier Marías stiamo parlando.</p>



<p><em>Che dire? Da dove cominciare? Che cosa ricordare? Che cosa omettere? Cosa nascondere? Cosa evidenziare?</em></p>



<p>Ci tocca procedere senza sapere bene come fare; così come faceva lui quando si accingeva a scrivere una storia. <em>“Non è che non sappia dove voglio andare, ma non conosco la strada da percorrere, comincio senza sapere molto di quello che racconterò, non cambio nulla dei miei romanzi, come non possiamo cambiare nulla del nostro passato.&#8221;</em></p>



<p>Possiamo cercare di salvarlo attraverso le sue storie, che si svelano attraverso ciò che accade e ciò che sarebbe potuto accadere, quello che è reale e quello che è mistero. Potremmo cercare di decifrare il tragico, l’imponderabile, gli enigmi della vita che mai si possono spiegare. Possiamo rassegnarci alle infinite letture che ogni evento e ogni persona nascondono. Possiamo tentare di capire il mondo nella sua indecifrabile complessità da un punto di vista etico, di fare del bene l’oggetto della narrazione anche se sappiamo che difficilmente potremmo raggiungerlo.</p>



<p>Oppure possiamo tentare la strada seguendo i suoi personaggi, quelli che per la lunga frequentazione (tre anni mediamente per completare un romanzo) diventavano suoi amici, persone sulle quali esercitava una capacità decisionale impossibile in qualsiasi altra circostanza o situazione. Uomini e donne ai quali affida una storia nella sofferta convinzione che non c’è nulla di certo, che quello che può proporre è solo un punto di vista e che anch’esso non è univoco. <em>Tomas Nevinson, Berta Isla</em>,<em> Julianin, Marta e Victor, Tupra</em>, <em>Pérez Nuix</em>, <em>Sir Peter Wheeler</em>, dall’inizio alla fine della narrazione si contraddicono di fronte ad eventi che potrebbero essere così come appaiono o esattamente al contrario. Li ritroviamo dietro una parete, una porta dove, casualmente o volutamente, finiscono per origliare una contrastante verità che propone una visione del tutto nuova o semplicemente interrogativa di fatti che sembravano certezze.</p>



<p>O ancora possiamo salvarlo lasciandoci ammaliare da una scrittura nella quale ci si perde come in un oceano senza rive o approdi. Un discorso fatto di un fraseggio colto, ricco di citazioni – su tutte quelle shakespeariane &#8211; di digressioni che affiancano la storia non sostituendosi ad essa ma divenendo a loro volta storia.<br>“<em>La mia intenzione, il mio desiderio, è che tutte le digressioni dei miei libri siano abbastanza interessanti in sé stesse da far soffermare il lettore</em>”, quelle digressioni che spesso servono a rompere una tensione narrativa altrimenti insostenibile, a riportare alla realtà la vita, già di suo inspiegabilmente tragica.<br>Ecco allora un fiorire di indicativi e condizionali, di presenti e passati prossimi e futuri anteriori che coniugano il grande mistero del <em>Tempo</em>, le ombre che in esso si nascondono, le maschere multiple che consegna ad ognuno di noi che tanto poco sappiamo di noi stessi.</p>



<p>Sorseggio il mio tè e penso che sì, forse queste sono strade praticabili per non perdere un autore che molto amiamo, e tuttavia so che ce ne deve essere ancora una, o tante, da cercare nei suoi libri che ora affiancati nello scaffale mi aspettano.<br>La storia non è finita.</p>



<p>Alcune storie non muoiono mai. </p>



<p><strong>Patologia:</strong> stati di sgomento, dolore, nostalgia.<br><strong>Terapia:</strong> leggere e rileggere e leggere e rileggere tutti i libri di Javier Marías, che non sono molti ma i necessari, lasciandosi aiutare da un buon tè per mandare giù il groppo in gola.</p>



<p></p>
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		<title>Nel nome del figlio: un &#8220;tuffo&#8221; nei ricordi del passato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2022 16:11:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Non è detto che l&#8217;autore ne sappia su sé stesso più del lettore&#8221; conferma Björn Larsson citando Calvino. Ci guarda negli occhi, noi che siamo seduti sulle rosse poltroncine del Café Rouge del Teatro Parenti di Milano, aspettando che si sveli attraverso l&#8217;intervista. Invece, lo scrittore capovolge la situazione e come nel libro parla, anche se non sintatticamente, in terza persona. Parla &#8220;Nel nome del figlio&#8221;. Guidata dalla sua voce&#8230;</p>
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<p>&#8220;<em>Non è detto che l&#8217;autore ne sappia su sé stesso più del lettore</em>&#8221; conferma Björn Larsson citando Calvino.</p>



<p>Ci guarda negli occhi, noi che siamo seduti sulle rosse poltroncine del Café Rouge del Teatro Parenti di Milano, aspettando che si sveli attraverso l&#8217;intervista. Invece, lo scrittore capovolge la situazione e come nel libro parla, anche se non sintatticamente, in terza persona. Parla &#8220;Nel nome del figlio&#8221;.</p>



<p>Guidata dalla sua voce e dal suo percorso leggo con lui quest&#8217;ultimo suo libro.</p>



<p>Come si racconta una storia senza storia? In che modo si ricorda qualcuno senza averne ricordi? Come si vive senza memoria?<br>Il &#8220;figlio&#8221;, di solo 8 anni, è svegliato in un sonno di fanciullo da un grido. <em>&#8220;Dice che il padre forse è morto, forse è annegato. Dice anche, se ricorda bene, che possono piangere, che hanno il permesso di<br>piangere (ma avrà davvero detto così?)&#8221;.</em><br>Il figlio non piange né quella notte, né mai. Solo più tardi dirà di sentirsi sollevato e cercherà, tra i ricordi, la ragione di quel sollievo. Ma ricordi non ne trova. Sei li conta da adulto; sei i ricordi del padre, più la fotografia di un bel giovane di 29 anni. Per altro, sono ricordi fatti di niente.</p>



<p>Il figlio è uno scrittore. Un riconosciuto importante scrittore. Dal quel primo &#8220;<em>Il Cerchio celtico</em>&#8220;, al successo della &#8220;<em>La vera storia del pirata Long John Silver</em>&#8220;, passando attraverso numerosi romanzi e saggi, raccogliendo premi e attestazioni. Il figlio ha, quindi, una sorta di dovere nei confronti della storia del padre. Non è questo il suo mestiere? O forse si riconosce di più in quello di velista e sommozzatore o stimato docente? No. Non c&#8217;è scampo, scrivere è un destino. Compito del letterato è di narrare storie. Ma non tutte le vite, a meno che l&#8217;autore non voglia inventarle, possono diventare romanzo.</p>



<p>E quella del padre?<br>“<em>Che impronta può aver lasciato nel mondo un semplice elettricista di Skinnskatteberg? C&#8217;è qualcosa che è cambiato per il solo fatto che avesse trascorso un breve istante su questa terra?&#8221;</em></p>



<p>Sei ricordi, probabilmente in parte falsati e ricostruiti come tutti i ricordi, sono pochi per una storia vera. Bisognerebbe fantasticare, immaginare fatti, pensieri, sogni. Rendere il padre protagonista di un romanzo, visto che non ha avuto l&#8217;occasione di esserlo di una vita. </p>



<p>Può il figlio in tutta onestà fare questo torto al padre? Forse in alternativa basterebbe parlare di sé stesso, rintracciare attraverso il legame di sangue somiglianze fisiche, di carattere o di pensiero. Tuttavia, Larsson ritiene che la genetica non è altro che una teoria, se si escludono le possibili<br>malattie, e che lui si riconosce nel padre, da quel che gli ha detto la madre, solo nell&#8217;atteggiamento di incurvare le spalle. Eppure sin da quando è adolescente ha creduto di dover scrivere quel poco che sapeva del padre. Dimman si intitolava il primo tentativo, il racconto inserito tra altri e pubblicato nel 1980, l&#8217;unico tra tutti in terza persona. L&#8217;autore non lo ha mai più riletto, malgrado ci abbia pensato non lo ha inserito in questo suo ultimo libro. </p>



<p>D&#8217;allora più o meno coscientemente ha continuato a chiedersi il perché della sua riluttanza a raccontare. Forse perché questo avrebbe fatto crollare le mura che si è costruito per sopravvivere intorno al dolore, la mancanza, l&#8217;angoscia? Forse perché avrebbe distrutto la serena visione della sua vita? Sappiamo già che Larsson non è incline a concedere affidabilità alle varie teorie scientifiche o psicologiche. </p>



<p>Meglio interrogare scrittori e pensatori del passato o contemporanei per confrontarsi. Meglio affidarsi alla scrittura che secondo lui non deve essere cronaca, scienza, copia. La storia, generale o personale, non è letteratura. Provare a inventare partendo da eventi realmente accaduti è un tradimento. E in fondo &#8220;a che serve?&#8221;. </p>



<p><strong>Chi era il padre?</strong></p>



<p>Il ragazzo che non aveva potuto continuare gli studi, ma aveva continuato ad avere un alto concetto di sé? L&#8217;elettricista ingegnoso di un brevetto sui cavi elettrici? Il sommozzatore esperto? L&#8217;uomo che gli aveva rotto il salvadanaio per pochi spiccioli di acquavite? L&#8217;eroe affogato per salvare due bambini o il cinico che aveva pensato solo a salvare la pelle? Il papà che lo invitava a salire in barca con lui il giorno della tragedia? Era un cacciatore di sogni o un calcolatore di realtà? Il figlio non sa e non ricorda.  </p>



<p>Quello che sa è che la vita &#8211; &#8220;quest&#8217;unica vita che abbiamo. Non so voi, ma io la penso così&#8221; &#8211; è sacra e perderla precocemente è &#8220;un&#8217;ingiustizia totale&#8221;. Solo questo è ciò che appartiene realmente al padre, la &#8220;tragedia di una vita che si spegne&#8221;. Il resto, la memoria, i <em>se</em> fosse andata diversamente, la ricerca da dove o da chi veniamo, il dolore o il sollievo, tutto questo appartiene ai vivi, agli altri, al figlio. </p>



<p>Alla fine (o all&#8217;inizio) lo scrittore era consapevole che avrebbe scelto la verità, ossia non sapere, o la libertà, che poi è lo stesso. Lo sapeva che non avrebbe scritto per il padre ma per sé e soprattutto per tutti coloro che vivono senza radici biologiche o culturali, che vivono accettando i vuoti.</p>



<p>Per il lettore che chiudendo il libro annota che figlio e padre sono detti sempre in terza persona e con la lettera minuscola: perché ognuno di noi vi si possa riconoscere. Noi che ci eravamo adagiati all&#8217;idea che ogni inizio è nel nome del padre, invece, è nel nome del figlio.</p>



<p></p>



<p>Björn Larsson, <em>Nel nome del figlio, </em>Iperborea, 2021</p>



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