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	<title>educazione Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>educazione Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Scuola e legalità, le regole della consapevolezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2022 08:26:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa. Merita altro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/07/deluca-scuola-e-legalita-le-regole-della-consapevolezza/">Scuola e legalità, le regole della consapevolezza</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Anche se le attività didattiche inizieranno il 14, già da qualche giorno la scuola ha avviato il suo cammino, e per gli insegnanti è tempo di programmazione.&nbsp;</p>



<p>Certamente troverà spazio nel corso dell’anno l’attenzione al tema della legalità in tutte le sue declinazioni. Obiettivo primario è l’educazione alla legalità, inteso come esercizio possibile e praticabile dalla scuola stessa mentre trascorre i suoi giorni tra i banchi.</p>



<p>La domanda che qui vorremmo porci è la seguente: quale e quanta considerazione ha la scuola di quella buona dose di legalità di cui è intrisa la sua vita? La tiene costantemente sotto la sua lente? Vive un processo di maturazione perché insegnanti e alunni la rendano sempre più trasparente? Sono segnati con matita blu gli errori perché di essi si possa far tesoro e superarli?</p>



<p>Per intenderci dobbiamo ricorrere a degli esempi concreti. Li attingiamo da quei racconti che sono la delizia dell’estate nei conversari degli ex compagni di classe quando in pizzeria si ritrovano per le emozionanti rimpatriate. Che cosa raccontano, sia pure con buona dose di esagerazione? </p>



<p>Che nella nostra classe c’era Giorgio che puntualmente apponeva la firma di suo papà sul foglietto delle giustificazioni delle assenze e che al termine degli studi il genitore si era complimentato con lui per averne fatte solo alcune, solo quelle per le malattie stagionali. Gli insegnanti, al mattino, non riuscivano a verificare di volta in volta neanche la somiglianza tra la firma originale di suo padre e quella che si trovavano sotto gli occhi e pertanto con questa furbata ci ha campato per almeno tre anni. </p>



<p>Giorgio, a scuola, faceva la manovra più semplice per aggirare l’ostacolo. Noi diremmo: faceva una birichinata. Siamo sicuri? O forse Giorgio imparava un mestieraccio e, dalla scuola e dalla famiglia, non si è mai sentito dire che il suo, nel suo piccolo, era un falso in atto pubblico? L’avrebbe dovuto scoprire a scuola e invece l’ha appreso solo in seguito, come quando e in che circostanze non sappiamo.&nbsp;</p>



<p>Michele racconta di aver quasi sempre copiato la versione di latino da un compagno o da un libro. Gli ha detto qualcuno che copiare non è il verbo esatto e bisogna cercarne un altro sul vocabolario? A scuola è copiare, una cosa che non si fa. Che con si fa o che non si può neanche fare perché è persino reato? Michele, quando l’ha scoperto?</p>



<p>L’insegnante faceva usare un manuale – vecchio, diceva, ma ottimo – e indicava anche la rivendita dove acquistarlo. Disgustare l’insegnante era difficoltoso per mille motivazioni. Gliel’ha detto mai qualcuno che esercitava un potere fuori di ogni regola decente e che si trattava di un abuso?&nbsp;</p>



<p>Fernando arriva a scuola con tutti i compiti in perfetta regola anche quando la maggior parte dei compagni non riusciva a portarli a termine. Ha mai detto che ricorreva sistematicamente all’aiuto di persone amiche e pertanto falsava la sincera denuncia dei suoi compagni di non esservi riusciti?</p>



<p>Per non dire poi di voti regalati, di raccomandazioni di ferro, di diplomi esistenti solo sulla carta che a giudizio degli stessi compagni di classe costituivano dei veri e propri falsi storici.</p>



<p>Qualcuno bada a queste cose? Oppure si lasciano correre come se nulla fosse o costituiscano solo materiale dell’infanzia che fa ragione a sé, spingendo i ragazzi in un limbo di perenne adolescenza come se l’età adulta stesse lì ad attendere sine die?</p>



<p>Questa mappa non è completa e né voleva esserlo perché l’esistente scolastico è ricco e plurale. E’ certo, però, che un variegato mondo è quello scolastico. Verrebbe voglia di classificarlo – e spesso si fa – come un mondo di ragazzi che si esprime e si chiude in un’età spensierata e pronta a chiudere questa parentesi della vita per poi passare in quella adulta e inventare un’età nuova. </p>



<p>Forse in questa considerazione c’è un abbaglio e anche un torto. La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa. Merita altro.</p>
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		<title>Iqbal Masih: 25 anni dalla morte del bambino guerriero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lejla Cassia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 13:19:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#damnatiomemoriae]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro minorile]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>
		<category><![CDATA[sindacato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono trascorsi 25 anni dall’omicidio di Iqbal Masih, un operaio, un guerriero, un bambino. Di tutte le ovvietà che possono essere dette sul simbolismo della sua lotta, sull’impatto della sua figura, una cosa è certa: a soli 12 anni, Iqbal fu dotato di un coraggio per nulla semplice da custodire e da applicare all’interno di un quotidiano in cui lottare significa spesso mettere in pericolo sé stessi o le persone&#8230;</p>
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<p>Sono trascorsi 25 anni dall’omicidio di Iqbal Masih, un operaio, un guerriero, un bambino. Di tutte le ovvietà che possono essere dette sul simbolismo della sua lotta, sull’impatto della sua figura, una cosa è certa: a soli 12 anni, Iqbal fu dotato di un coraggio per nulla semplice da custodire e da applicare all’interno di un quotidiano in cui lottare significa spesso mettere in pericolo sé stessi o le persone che amiamo. Aveva quattro anni quando fu venduto la prima volta a un commerciante di mattoni pakistano per ripagare un debito di famiglia, contratto per il matrimonio del fratello, giustificazione abbastanza comune a legittimare l’ingresso di un bimbo nel “mondo del lavoro”. Un lavoro che valeva 3 centesimi di euro al giorno; la sua libertà 13 mila rupie, poco più di 80 euro.</p>



<p>In Pakistan, i bambini erano merce preziosa, lo sono a tutt’oggi in svariate parti del mondo, costano poco, sono obbedienti, semplici da punire o da torturare. Iqbal non giocò, non andò a scuola, non crebbe neanche in altezza; a dieci anni aveva il volto di un vecchio e la conformazione di un bambino di sei. Non si rassegnò mai a quelle condizioni di vita finché non riuscì a farsi sentire, liberandosi dalla schiavitù, nella primavera del 1992, dinnanzi alla platea del Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato. In breve tempo, grazie al sostegno di Eshan Ullah Khan, leader del BLLF (Bonded Labour Liberation Front) e suo padre putativo la ribellione di Iqbal diventò un punto di riferimento per portare alla luce l’orrore di milioni di bambini schiavizzati. Lottò per tutti e contro tutti e fu anche felice, per un po’. Fu difeso e amato da Eshan Ullah Khan, come merita un bambino.</p>



<p>Ci fu però lo stesso chi decise ancora una volta per lui. Il suo omicidio, avvenuto il 16 aprile del 1995 per mano della “mafia dei tappeti”, fu insabbiato sotto le spoglie del gesto di un folle, un fanatico cocainomane. Il suo corpo fu ritrovato per strada, con la Bibbia nel taschino. Nonostante l’evidenza delle circostanze, la sua famiglia d’origine continuò a negarne la schiavitù anche dopo la morte del bambino, sostenendo al contrario che quella di lavorare fosse stata una sua scelta. “Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite” rappresenta a tutt’oggi un messaggio universale, un atto scontato da mettere in pratica con maggiore consapevolezza.</p>



<p>Iqbal avrebbe avuto su per giù la mia età oggi; il suo sogno era quello di fare l&#8217;avvocato ma il romanticismo mi porta a pensare che sarebbe stato un po&#8217; sopra le righe, impegnato a bacchettare chi attacca o strumentalizza i capitani coraggiosi sin da piccoli, proprio come lo era lui. Che poi, alla fine, chissà perché i bambini fanno ancora così paura.</p>
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