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	<title>Fase 2 Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Fase 2 Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Pandemia &#8220;fuori fase&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Romana Ranucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2020 19:11:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi è la giornata del positivo che non contagia, ieri era quella del salmone infetto e domani sarà, forse,&#160;quella dell’aspirina come cura al Covid-19. Se nella fase uno eravamo tutti impegnati all’ascolto dei&#160; numeri sui contagi, sui tamponi fatti,&#160;sulla produzione di mascherine e i posti sulle terapie intensive, finita la fase dell’emergenza, almeno si spera, è iniziata quella &#160;della circolazione di mille notizie sulla pandemia smentite i giorni successivi da&#8230;</p>
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<p>Oggi è la giornata del positivo che non contagia, ieri era quella del salmone infetto e domani sarà, forse,&nbsp;quella dell’aspirina come cura al Covid-19. Se nella fase uno eravamo tutti impegnati all’ascolto dei&nbsp; numeri sui contagi, sui tamponi fatti,&nbsp;sulla produzione di mascherine e i posti sulle terapie intensive, finita la fase dell’emergenza, almeno si spera, è iniziata quella &nbsp;della circolazione di mille notizie sulla pandemia smentite i giorni successivi da altre mille notizie.</p>



<p>Vi ricordate quando ci facevano entrare nei supermercati muniti di quei guantini fastidiosi che si appiccicavano alle etichette adesive di frutta e verdura? Dopo due mesi di ‘torture’ e ore per aprire i sacchetti, ci hanno detto che non servono più, anzi sono pericolosi per il contagio, meglio lavarci bene le mani e inzupparle nei flaconi di Amuchina. Vi ricordate quando ci dicevano di quanto fossero pericolosi gli ‘asintomatici’, i positivi al virus ma che non avevano sintomi evidenti? Ecco da oggi non sono più un problema. Più si usciva dalla fase critica, più iniziavano a circolare notizie abbastanza strambe sulla diffusione e sui possibili modi di contagio.</p>



<p>Per non parlare delle direttive uscite dalle menti di esperti e task force nominate dal governo: si può andare al mare, fare il bagno ma non sputare nell’acqua; si può andare a ballare ma mantenendo la canonica distanza, niente balli di coppia, quelli fateveli a casa. Finalmente si possono riprendere gli sport di gruppo e contatto, ma per le partite di calcetto dovete ancora aspettare qualche giorno. Sono riprese anche le partite di calcio, con gli stadi vuoti, ma se la vostra squadra del cuore vince potete festeggiare in strada, abbracciarvi con gli sconosciuti e sparare fuochi d’artificio manco fosso Capodanno. In che fase siamo? Di sicuro abbiamo archiviato la uno, ma non si sa se questa sia la fine della due, l’inizio della tre o siamo direttamente passati alla ‘ fuori fase’.</p>
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		<title>Enrico Giovannini: l&#8217;Italia è uno dei pochi paesi sviluppati che non ha un Istituto di studi sul futuro</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/05/04/raco-enrico-giovannini-litalia-futuro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2020 14:28:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle finestre si cominciano a udire i rumori delle città. È una liberazione, un azzardo, una scommessa?Da un lato era auspicabile. È arrivato il momento in cui molte persone che erano bloccate a casa, soprattutto che non potevano lavorare, possono tornare alla vita semi-normale, perché non sarà la vita che facevamo qualche mese fa. Oggi tornano a lavorare quattro milioni di persone, il che vuol dire che il 90% degli&#8230;</p>
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<p><strong>Dalle finestre si cominciano a udire i rumori delle città. È una liberazione, un azzardo, una scommessa?</strong><br>Da un lato era auspicabile. È arrivato il momento in cui molte persone che erano bloccate a casa, soprattutto che non potevano lavorare, possono tornare alla vita semi-normale, perché non sarà la vita che facevamo qualche mese fa. Oggi tornano a lavorare quattro milioni di persone, il che vuol dire che il 90% degli occupati di fatto è autorizzato a riprendere le attività. È un passaggio importante perché sappiamo quanto alcuni comparti abbiano sofferto il lockdown. Ma la strada è ancora lunga e complessa, non a caso alcuni settori che secondo i dati Inail sono più a rischio di contagio devono ancora attendere qualche settimana. E poi c’è il grande tema dei trasporti, che è uno dei luoghi dove può essere più facile contagiarsi. Su questo sia il ministero sia gli enti locali hanno avuto qualche settimana di tempo per prepararsi ma poi sappiamo anche che molto dipenderà dai comportamenti individuali. Infine è importante che ripartano anche altri Paesi europei perché molte nostre imprese hanno bisogno di un mercato verso cui esportare.<br>&nbsp;<br><strong>Come mai i governi di tutto il mondo sono sembrati impreparati davanti a questa sfida? Eppure molti uomini di scienza avevano previsto che un virus potesse diventare il fattore scatenante di una crisi mondiale.<br></strong>Perché molti governi danno poco ascolto alla scienza e anche laddove viene ascoltata c’è una tendenza, il cosiddetto shortermismo, alla preferenza per l’uovo subito piuttosto che la gallina domani. Supponiamo ad esempio che il governo italiano, due anni fa, proprio sulla base degli allarmi degli scienziati, avesse aggiornato il piano anti pandemia, cosa che non è stata fatta per cui siamo arrivati all’emergenza senza il piano operativo. Fin qua la responsabilità ricade soprattutto sulle amministrazioni pubbliche. Ma poi supponiamo che in base a questo il governo avesse deciso di investire nel potenziamento delle terapie intensive a scapito di altre priorità, perché è evidente che i fondi pubblici non sono infiniti. Già immagino la reazione di tanti in Italia che avrebbero detto: perché stiamo facendo questo, abbiamo altre urgenze. L’Italia è un Paese che in emergenza risponde molto bene, ma il focus sulle cose importanti è tutto un altro discorso. Distinguiamo poco tra cose importanti e cose urgenti. Non a caso l’Italia è uno dei pochi paesi sviluppati che non ha un Istituto di studi sul futuro. Due anni fa ho proposto al governo un istituto di studi che supportasse il presidente del Consiglio per anticipare il futuro e prepararsi, come fa Singapore, la Francia, Dubai e molti altri paesi: mi è stato detto che il tema non era interessante. Questa carenza nell’investire su strumenti che ci aiutino anche a fronteggiare le emergenze è un problema italiano che purtroppo abbiamo pagato caro.<br>&nbsp;<br><strong>Gli italiani hanno accettato con grande spirito di servizio e senso di responsabilità le richieste arrivate dal governo. Forse per la prima riapertura ci si aspettava qualcosa di più, magari su base territoriale. Perché si è deciso di fare dell’Italia una unica grande area?</strong><br>Questa è una domanda che va rivolta al governo che ha assunto le decisioni. Mi faccia anche dire che io sono veramente disturbato dallo stile della discussione pubblica, perché sembra che stiamo discutendo dei sei minuti di Rivera dopo aver perso la finale di Calcio del 1970 in Messico, contro il Brasile. Qui stiamo parlando della vita delle persone, di gente colpita dal virus o che perde il posto di lavoro ed entra in povertà. Il modo superficiale in cui ho sentito esperti, anche importanti, trattare di materie non di loro competenza, è davvero inaccettabile.<br>Ho rivissuto, da un certo punto di vista, la situazione dopo l’attacco alle Torri gemelle. Mi ero da poco trasferito a Parigi, all’Ocse, ma facevo avanti e indietro nei weekend e seguivo la televisione italiana. Non conoscevo ancora bene il &nbsp;francese ma lo comprendevo. La differenza di qualità nei dibattiti, nel talk show francesi e italiani era evidentissima. Nei talk francesi si alternavano esperti di geopolitica, esperti militari e di sicurezza interna; nei talk show italiani, accanto ad alcuni di questi, c’erano vallette, sedicenti opinionisti e la discussione rischiava puntualmente di scadere in chiacchiere da bar. Purtroppo, in questo periodo ho rivisto questo tipo di atteggiamenti, come se stessimo parlando di qualcosa che non tocca le persone.<br>&nbsp;<br><strong>Il modo in cui sono state disposte le autorizzazioni rende i controlli molto difficili da parte delle forze dell’ordine. Per la privacy non bisognerà indicare il nome del congiunto e la polizia non potrà controllare. Non sarebbe stato meglio fare appello al semplice senso di responsabilità dei cittadini?</strong><br>Su alcune questioni non posso entrare nello specifico per un impegno di riservatezza preso in qualità di membro del comitato economico e sociale guidato da Vittorio Colao.&nbsp; Però, se ci mettessimo a rivedere quello che abbiamo letto sui giornali durante l’ultimo mese, come anticipazioni sicure di quello che sarebbe stato permesso o non permesso, troveremmo tutto e il suo contrario. Le aspettative che si erano create, proprio nel tentativo di anticipare decisioni che spettavano al governo, hanno alimentato un’attesa tale per cui qualsiasi cosa si fosse fatto sarebbe apparso comunque lontano dalla somma di tutti i piani presunti pubblicati dai vari giornali. In una situazione del genere, alimentata ulteriormente dalla confusione dettata dalle ordinanze regionali e comunali, una serie di regole erano necessarie.<br>Quello che noi vediamo accadere in Italia sta accadendo anche in altri Paesi, però mentre siamo interessati alla finale Italia-Brasile è chiaro che lo siamo di meno a quella Germania-Brasile. Intendo dire che anche in Germania ci sono battaglie tra i Lander; in Francia adesso vedremo come reagirà la popolazione a fronte di una applicazione a scacchiera delle varie regole. E poi vorrei ricordare che c’è l’ultimo decreto del ministro Speranza che stabilisce una serie di indicatori sentinella per spingere a chiusure, speriamo il più possibile localizzate, in caso di recrudescenza dell’epidemia. Quindi, ripeto, siamo ben lontani dall’essere usciti dalla situazione in cui eravamo. In questo senso abbiamo bisogno di una comunicazione chiara e di passare il messaggio che non è più come prima. La buona notizia è che molti cittadini lo hanno compreso. A vedere alcune immagini delle riaperture di oggi, in alcune città il traffico è ancora giustamente molto rarefatto. Vuol dire che i cittadini hanno capito, per cui è importante sostenere questo tipo di sforzo piuttosto che polemizzare su questa o quella parola.<br>&nbsp;<br><strong>Le disposizioni di urgenza seguite alla crisi pandemica hanno consentito di far fare all’Italia degli enormi passi avanti nel campo della semplificazione e della sburocratizzazione ma anche della legalità. Il lavoro agile non è più osteggiato, né nel privato né nella PA, e il pagamento con moneta elettronica è universalmente accettato, vincendo le resistenze che aveva avuto sino a pochi mesi fa. È un progresso destinato a durare nel tempo? Come possiamo favorirlo da oggi in poi?</strong><br>Spero che questi progressi siano destinati a durare nel tempo ma ricordiamoci che lo smart working è molto più che collegarsi con una piattaforma di videoconferenza: è un modo di organizzare il lavoro diversamente. In altri termini non dobbiamo fare l’errore commesso da tante imprese italiane e tante amministrazioni negli anni novanta, quando sono state sostituite le macchine da scrivere con i personal computer, ma la logica dei processi è rimasta sostanzialmente la stessa. Ricostruire, ridefinire i processi intorno al digitale è un percorso che va non solo governato ma progettato. Questa è la grande sfida che abbiamo davanti. Se cioè la pubblica amministrazione in particolare, ma anche le imprese, useranno questo strumento per fare un salto in avanti, avremo veramente guadagnato moltissimo, se invece la tentazione di riprendere il controllo della vita delle persone prevarrà, rischiamo di tornare indietro.<br>Mi faccia aggiungere un elemento su questo. Il ruolo della mano pubblica serve non solo per creare incentivi al fine di rendere permanente questo cambiamento, magari promuovendo accordi sindacali avanzati, ma abbiamo bisogno, laddove queste attività impattano sulla vita delle città, di distribuire le attività nel corso della settimana. Il rischio infatti è che se tutte le imprese e le pubbliche amministrazioni fanno lo smart working lo stesso giorno, per gli altri quattro giorni della settimana avremo le città intasate di traffico. In questo senso è importante l’annuncio della ministra De Micheli di abbassare a 100 addetti il limite per l’obbligo per le imprese ad avere un mobility manager, che oggi è di 300 addetti. Un salto di questo tipo vorrebbe dire anche per i mobility manager comunali la possibilità di interagire con tante imprese, quindi ordinare meglio il traffico nelle città. Questo è un esempio in cui una importante innovazione, se verrà realizzata, non costosa, potrebbe portare a migliorare simultaneamente vari aspetti della nostra vita.<br>&nbsp;<br><strong>Come è possibile aiutare chi non è conosciuto al fisco, i lavoratori irregolari, senza mortificare chi paga regolarmente le tasse? Come recuperarli a un percorso di visibilità per il sistema del welfare?</strong><br>Cerchiamo di essere coerenti: da un lato stiamo dicendo che bisogna aiutare tutte le imprese, con strumenti per la liquidità, comprese quelle che hanno evaso il fisco. Perché su tre milioni di lavoratori irregolari, molti hanno rapporti con le imprese: sono “irregolari dipendenti”, non lavorano per qualcuno che sta su un altro pianeta. Alle imprese, comprese quelle che davano lavoro irregolare, stiamo giustamente dicendo che le aiuteremo. Allora perché non dovremmo aiutare tutti coloro che, a causa di quella posizione debole sul mercato del lavoro, oggi non hanno coperture di strumenti di welfare, in particolare quel milione di lavoratori irregolari a cui abbiamo chiesto di lavorare essendo nelle filiere cosiddette essenziali. Noi dobbiamo essere coerenti, sia per motivi etici che per giustizia sociale. Alle imprese che vengono salvate e beneficiano degli strumenti messi in campo dal governo dobbiamo dire: noi vi stiamo aiutando, anche con i soldi dei cittadini onesti che pagano le tasse, per cui ci aspettiamo un cambiamento radicale nel vostro atteggiamento. Cosicché dal 2021, quando tutta l’economia sarà ripartita, se vi becchiamo a evadere, saremo radicali.<br>&nbsp;<br><strong>La ripartenza può essere l’occasione per un nuovo patto sociale tra Stato, imprese e lavoratori? Cosa ritiene irrinunciabile in questo patto?</strong><br>Esattamente. E la stessa cosa bisogna fare per i lavoratori. Per questo l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile e il Forum diseguaglianze e diversità di Fabrizio Barca hanno proposto lo strumento del reddito di emergenza. E siamo lieti del fatto che il governo sembri orientato a introdurlo. Vedremo le modalità. Ecco perché abbiamo detto che il reddito di emergenza, che è temporaneo, è diverso dal reddito di cittadinanza e può andare anche ai lavoratori irregolari come occasione per agganciarli e fare proposte formative e di recupero. Dobbiamo evitare anche per loro il rimbalzo alla posizione di due o tre mesi fa. Pensiamo al microcredito, a offrire opportunità per consentire loro di aprire nuove attività invece di restare in una posizione subalterna.<br>&nbsp;<br><strong>Cosa ritiene irrinunciabile perché questo nuovo patto sociale possa funzionare?</strong><br>La chiarezza che l’Italia su alcuni temi vuole cambiare radicalmente politica. È possibile. Lo ha fatto anche in passato su certi temi. Questa chiarezza sull’indirizzo futuro è esattamente ciò che ci vorrebbe. Qui serve il contributo di tutta la politica, indipendentemente dall’appartenenza partitica. Su questo sarebbe importante segnalare un cambiamento di passo. Gli strumenti possono essere diversi. Dire che noi vogliamo uscire da questa recessione con una quota di PIL prodotta dal settore irregolare e illegale ben inferiore all’attuale 12% – e dunque riduzione del limite al contante, uso sempre più pervasivo della digitalizzazione – sarebbe un segnale importante da dare.<br>&nbsp;<br><strong>Alcuni stati europei non si fidano dell’Italia per una certa tendenza all’assistenzialismo. Hanno ragione?</strong><br>Credo che ci siano delle novità molto importanti a livello europeo. In primo luogo il fatto di aver previsto uno strumento come Sure, che guarda agli aspetti sociali e non solo economici in senso stretto è una decisione molto importante. Vuol dire che anche l’Europa sta cambiando orientamento e capisce che il legame tra politiche sociali e politiche economiche è molto più complesso di come finora è stato considerato. Vorrei ricordare che nel 2013, quando ero ministro, avemmo in Italia la prima e unica riunione quadrangolare – Italia, Francia, Spagna e Germania – dei ministri dell’Economia e del Lavoro proprio su questa tematica: avevamo un legame che non anteponeva necessariamente l’economia alle politiche sociali ma che considerava i problemi economici in parte dovuti all’insicurezza sociale. Per questo la relazione era molto più complessa.<br>&nbsp;<br><strong>Dalle diseguaglianze all’inquinamento, lei ha sempre affermato, con l’ASviS, che scegliere la sostenibilità renderebbe di più, sino al 15% nelle grandi aziende. Da dove cominciare? Quali sono i tre goals che lei reputa prioritari tra quelli di Agenda 2030?</strong><br>Immaginare di poter selezionare dei goal più importanti di altri è esattamente l’errore che tutti fanno perché non hanno capito l’integrazione profonda dell’Agenda 2030. Non è possibile, né concettualmente né operativamente, selezionare delle priorità. La buona notizia è che pensando in modo sistemico lo stesso strumento può essere utilizzato per impattare&nbsp;su più di un goal. La vecchia impostazione deriva dalla politica economica quantitativa di Frisch e Tinbergen, di tanti anni fa, in cui in economia si faceva corrispondere uno strumento a un obiettivo. Non è più così per fortuna. Grazie alle innovazioni tecnologiche è oggi possibile promuovere una politica che porta verso l’economia circolare, che allo stesso momento riduce l’impatto ambientale, crea più occupazione e genera più produttività. E dunque favorisce vari goal, quasi tutti. Da un punto di vista operativo proprio domani pubblicheremo un nuovo rapporto dell’ASviS con le proposte su come orientare le politiche in questo momento, dopo l’emergenza sanitaria, in vista della prevista crisi economica e sociale, alla luce dell’Agenda 2030.</p>
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		<title>Ceccanti: Salvini parla a chi non gradisce l&#8217;attuale pontificato. Si può battere con un nuovo europeismo</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/04/28/ceccanti-salvini-parla-a-chi-non-gradisce-lattuale-pontificato-si-puo-battere-con-un-nuovo-europeismo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2020 08:31:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Maurizio Cuzzocrea e Salvo Spagano Con l’annuncio delle misure che daranno il via alla cosiddetta Fase 2, abbiamo assistito a un inedito scontro a colpi di comunicati tra la CEI e il Governo. È stato un difetto di comunicazione o nella scelta dei provvedimenti è stato sottovalutato l’impatto che la restrizione alla partecipazione ai sacramenti sta avendo sulla Chiesa italiana?La libertà religiosa e di culto è altamente protetta dalla&#8230;</p>
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<p>di Maurizio Cuzzocrea e Salvo Spagano</p>



<p><strong>Con l’annuncio delle misure che daranno il via alla cosiddetta Fase 2, abbiamo assistito a un inedito scontro a colpi di comunicati tra la CEI e il Governo. È stato un difetto di comunicazione o nella scelta dei provvedimenti è stato sottovalutato l’impatto che la restrizione alla partecipazione ai sacramenti sta avendo sulla Chiesa italiana?</strong><br>La libertà religiosa e di culto è altamente protetta dalla Costituzione. In una fase di grave emergenza sono state opportune forti limitazioni. Però se si annuncia una nuova fase è legittimo attendersi attenuazioni. Se esse non sono ancora pronte, perché evidentemente c&#8217;è una necessaria complessità da affrontare e c&#8217;è l&#8217;urgenza di emanare un dpcm, basta inserire nello stesso una norma procedurale che rinvia l&#8217;apertura a quando sarà pronto un protocollo. Se invece si dà la sensazione che su quell&#8217;aspetto resta tutto uguale si crea un conflitto perché appare una contraddizione con l&#8217;annuncio di una fase nuova.&nbsp;</p>



<p><strong>Lei ha annunciato un emendamento al decreto 19, ipotizzando l’adozione di un protocollo tra Stato e confessioni religiose per la tutela della salute dei partecipanti alle funzioni. Ce lo spiega nei dettagli? Non c’è il rischio di ridurre le confessioni religiose a mere parti sociali?</strong><br>Siccome quella scelta non si è fatta nel dpcm, a meno che nel frattempo la questione non venga risolta in qualche altro provvedimento, abbiamo a nostra disposizione una legge di conversione di un decreto legge destinato a riordinare il sistema delle fonti e quindi si può tranquillamente inserire lì. Le confessioni religiose, secondo gli articoli 7 e 8 della Costituzione, Concordato e Intese, sono già abituate alla logica pattizia, non sarebbe affatto una novità. Loro sono interessate a ridurre i limiti e lo Stato a tutelare la salute: è giusto trovare soluzioni condivise.</p>



<p><strong>Il governo ha annunciato che “si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza”. C’è il rischio di incentivare la clandestinità delle funzioni religiose? I cristiani torneranno nelle catacombe in attesa di un nuovo editto?</strong><br>Il protocollo è necessario per le ragioni che ho detto. Non è materia di decisioni unilaterali. Eviterei inutili drammatizzazioni. Il Governo vuole tutelare la salute, non persegue una politica ideologicamente ostile. La Chiesa non si sente affatto oppressa, ma solo limitata. Rimettiamo le cose nella loro giusta dimensione.</p>



<p><strong>Secondo lei, i cristiani che “prendono parte a tutti gli obblighi come cittadini, ma tutto sopportano come stranieri” arriveranno al punto di affermare, con Don Milani, che l’obbedienza non è più una virtù?</strong><br>Non c&#8217;è materia di scontro, non c&#8217;è alcuna necessità di arrivare a forme di disobbedienza civile perché gli obiettivi del Governo e della Chiesa, pur partendo legittimamente da esigenze diverse, non sono contraddittori. La Chiesa non vuole mettere a rischio la vita dei fedeli e il Governo non vuole mantenere limiti irragionevoli. Ci vuole tempo per conciliare esigenze non opposte.</p>



<p><strong>Da più parti giungono perplessità sull’eventuale incostituzionalità dei DPCM con cui il governo sta gestendo l’emergenza. Qual è il suo punto di vista? Ci sono state delle forzature o condivide le scelte normative adottate?</strong><br>Proporrei anche qui di evitare le polemiche retrospettive e di pensare in positivo per il futuro. Ho pensato ad un secondo emendamento su quella legge di conversione proprio su questo tema.<br>I dpcm sono una fonte che nel corso dell’emergenza ha finito per avere un rilievo sconosciuto in precedenza. Entrando in una nuova fase appare opportuno regolarli in modo diverso: ferma la responsabilità piena del Governo sulla sua emanazione, appare però opportuno introdurre un parere preventivo del Parlamento, obbligatorio anche se non vincolante, con un tempo certo di una settimana. In tal modo alcune criticità potrebbero essere prevenute dal Parlamento, senza che esso debba essere costretto ad intervenire ex post su altre fonti. Una tecnica che in questo periodo ha consentito di risolvere alcune questioni, ma che ha finito fatalmente per rendere molto più complesso e difficilmente comprensibile il sistema delle fonti. Il decreto 19, che era nato appunto per riportare ordine nel sistema, darebbe così anche una soluzione stabile e ragionevole.</p>



<p><strong>In questo periodo si è insistito molto sulla libertà di accesso a quelli che sono stati individuati come beni di necessità materiali. Possono essere sufficienti per il pieno dispiegamento della persona umana? Il prossimo accesso al lotto e a giochi simili vale più di un ordinato accesso a una funzione religiosa, al di là della religione di appartenenza?</strong><br>Man mano che usciamo dalla stretta emergenza dobbiamo aprirci ad esigenze diverse da quelle solo materiali, anche se le cose sono sempre intrecciate e il rischio di una contrazione delle risorse personali e familiari va di pari passo anche con forme di disagio diverso. Dobbiamo trovare un equilibrio con saggezza. Stiamo attenti a non opporre troppo facilmente essere e avere perché per essere occorre anche avere risorse. In questo, certo, non credo sia bene mettere tra le priorità il gioco d&#8217;azzardo.</p>



<p><strong>Pensa che la sensazione, che hanno alcuni, del passaggio da uno Stato di diritto a uno Stato di polizia sia esagerata?</strong><br>Sono sempre stato estraneo a un certo costituzionalismo ansiogeno che partendo da problemi reali tende poi a costruire concetti onnicomprensivi, derive autoritarie, stati di polizia, democrature e così via, come se l&#8217;Italia fosse il Cile degli anni &#8217;70 o la Polonia e l&#8217;Ungheria di oggi. Inviterei a leggere su Facebook il parere pacato del professor Paolo Ridola, un maestro di equilibrio oltre che di diritti.</p>



<p><strong>Col senno di poi, alla luce di ciò che l&#8217;emergenza ci ha insegnato, non ritiene un errore la riforma del titolo V della Costituzione con la conseguente devoluzione della materia sanitaria alle regioni?</strong><br>Il problema del Titolo quinto non è quello che c&#8217;è, il tentativo di superamento di un assetto troppo centralizzato che di per sé non garantisce uguali prestazioni effettive. È quello che non c&#8217;è: una sede formale di cooperazione prevista in Costituzione (non abbiamo una seconda Camera così concepita e la Stato-Regioni è solo su base legislativa) e una clausola di supremazia che consenta senza dubbi di legittimità di esercitare una regia unica che possa modulare, a seconda delle fasi e delle aree di policy, uniformità e differenziazione.</p>



<p><strong>Prima di diventare senatore e poi deputato del PD, lei è stato presidente nazionale della Fuci, protagonista di un forte impegno per i referendum per il sistema maggioritario e tra i promotori del movimento dei Cristiano Sociali. Come vede il ruolo dei laici cristiani nella politica italiana ed europea? Quali sono i suoi riferimenti nella tradizione dell’impegno politico dei cattolici?</strong><br>Alla radice c&#8217;è la precisa collocazione europea del personalismo che propone Emmanuel Mounier: per Mounier lo spazio del personalismo che deve unificare credenti e non credenti è lo spazio della sinistra non comunista, del centrosinistra come diremmo noi nel nostro contesto. Non quindi generici centrismi o confusi massimalismi. Filone che nei vari Paesi europei ha prodotto ad esempio la seconda sinistra di Delors e Rocard in Francia; la Terza via inglese attraverso il Christian Socialist Movement; in Portogallo le premiership di Pintasilgo e Guterres, attuale segretario generale dell&#8217;Onu; in Spagna dopo le esperienze pilota di Peces Barba ed altri nella fondazione del Psoe; l&#8217;attuale gruppo dei Cristianos Socialistas, sempre nel Psoe, con Carlos Garcia de Andoin. Sono per alcuni di noi anche delle reti amicali e generazionali, dei movimenti specializzati di Azione Cattolica negli anni &#8217;80, che sono rimaste e si sono anche fortificate. Per la politica italiana l&#8217;esperienza che mi ha più segnato è stata senza dubbio negli anni giovanili la partecipazione alla Lega Democratica di Scoppola, Ardigò e Giuntella. In particolare Scoppola sosteneva che il cattolicesimo democratico andava visto come la somma delle due caratteristiche positive dei diversi filoni precedenti, depurate dei loro aspetti negativi: l&#8217;apertura agli ultimi del cattolicesimo sociale depurato dal suo integralismo e intransigentismo originario, l&#8217;attenzione alle istituzioni e alla modernizzazione del cattolicesimo liberale depurato dal suo moderatismo sociale.&nbsp;</p>



<p><strong>Il ruolo della Chiesa italiana, e in particolare del clero, è stato per lungo tempo determinante per gli esiti elettorali. È ancora attuale questa lettura? Pensa che l’insorgenza sulla scena politica di atei devoti abbia favorito, nella prima fase della seconda repubblica, una maggiore influenza del clero o possiamo dire che con il ridimensionamento del centrodestra, come l’abbiamo conosciuto tra il 1994 e il 2013, sia possibile un rapporto più laico tra politica e Chiesa italiana?</strong><br>Ho sempre pensato che quello che la Chiesa riceve è molto di più di quello che la Chiesa dà alla vita politica. C&#8217;è un gioco di influenze reciproche in cui la prima direzione è prevalente. Come la Dc di De Gasperi ha su molti aspetti anticipato il Concilio, quando ci sono stati momenti alti di offerta politica anche la Chiesa è stata sollecitata in senso positivo. Più che lamentarci di questa o quella chiusura che si è vista in alcune fasi nella Chiesa, dobbiamo piuttosto sentirci responsabili di facilitare questa evoluzione, sentendoci responsabili delle eventuali incomprensioni e lavorando per rimuoverle.</p>



<p><strong>Pierluigi Castagnetti, in una recente intervista al nostro giornale, ha definito simonia l’uso dei simboli religiosi fatto da Salvini. È d’accordo? A chi parla Salvini quando sventola il Rosario alla stregua di un manifesto?</strong><br>Parla evidentemente ai settori che non gradiscono l&#8217;attuale pontificato, anche in sintonia con quei settori politici che a partire dagli Stati Uniti si muovono sulla stessa lunghezza d&#8217;onda. Questo cortocircuito si può battere soprattutto con un nuovo europeismo in cui, come per i Padri fondatori, l&#8217;ispirazione religiosa gioca, insieme ad altre, nel segno dell&#8217;apertura e del superamento dei pregiudizi reciproci.</p>



<p><strong>È appena trascorso il 25 aprile e ancora molti non la considerano una festa fondativa e di tutti, lo abbiamo visto anche in Parlamento. Perché a 75 anni dalla Liberazione non si riesce ad avere ancora una lettura condivisa di un evento che sta indiscutibilmente alle radici della nostra democrazia?</strong><br>Per noi che ci crediamo è un programma di lavoro contrario alla faziosità: comportarci per creare consenso, ossia ribadire che il 25 aprile non è sinistra contro destra, ma liberazione contro oppressione, pluralismo contro omogeneità forzosa.&nbsp;</p>



<p><strong>Che cosa manca a questo governo per diventare qualcosa di diverso dall’argine, che attualmente è, alla destra salviniana?</strong><br>Io non so se il Governo come tale, l&#8217;arco di forze che lo sostiene, possa diventare più dell&#8217;argine alla destra salviniana. Credo però che si dovrebbe sentire più risoluta la voce del Partito Democratico secondo l&#8217;impostazione ampia ed aperta della fase originaria del 2007. Se Il Pd riscopre quell&#8217;ambizione maggioritaria può fare da calamita anche per altre forze di maggioranza.</p>
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