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	<title>filosofia Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>filosofia Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Giuseppe Frazzetto: è il tempo dell&#8217;apocalisse estetica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tinnirello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2022 14:08:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 26 gennaio arriva in libreria Nuvole sul grattacielo. Saggio sull’apocalisse estetica il nuovo libro del professor Giuseppe Frazzetto, critico e storico dell’arte, estetologo, esperto di nuovi media, edito per i tipi di Quodlibet. Chiara Tinnirello lo ha intervistato in anteprima e in esclusiva per ilcaffeonline.it Il volume ha il grande pregio di avviare una riflessione filosofico-estetologica che coniuga arte, media, filosofia, realtà virtuale e vita quotidiana in una prospettiva&#8230;</p>
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<p>Il 26 gennaio arriva in libreria <em><strong>Nuvole sul grattacielo. Saggio sull’apocalisse estetica</strong></em> il nuovo libro del professor <strong>Giuseppe Frazzetto</strong>, critico e storico dell’arte, estetologo, esperto di nuovi media, edito per i tipi di <strong>Quodlibet</strong>. <strong><a href="https://ilcaffeonline.it/author/chiara-tinnirello/">Chiara Tinnirello</a></strong> lo ha intervistato in anteprima e in esclusiva per <strong>ilcaffeonline.it</strong></p>



<p>Il volume ha il grande pregio di avviare una riflessione filosofico-estetologica che coniuga arte, media, filosofia, realtà virtuale e vita quotidiana in una prospettiva unitaria. Oramai pochi libri ardiscono a tanto e Frazzetto riesce nell’impresa (invero già avviata nei suoi lavori precedenti) ideando anche un <em>gergo </em>peculiare che il lettore scoprirà e imparerà ad apprezzare per farsi strada nel territorio del nostro mondo attuale, altrove denominato postcontemporaneo dall’autore.<br>Ne viene fuori un libro specialistico, ma che parla a tutti raccontandoci le nostre manie, i nostri desideri, i nostri svaghi. Frazzetto ci presenta il nostro quotidiano con i suoi spazi fatti di presenze e di assenze, dice dei nostri gusti in fatto di arte e di tempo libero. Ognuno ritroverà qualcosa di se stesso e potrà ragionare sui propri modi di vita.</p>



<p><strong>Il suo libro presuppone un’estetica, per così dire, <em>espansa</em>: non si parla solo d’arte, ma anche di parecchie forme di intrattenimento, nonché di comportamenti quotidiani…</strong><br>Nel saggio prendo variamente in considerazione fenomeni come la gamification, la cerimonia del me/mondo, il nichilismo situazionale. Uno dei tentativi del saggio è fornire un quadro teorico di molte produzioni odierne (i videogiochi, la cosiddetta post-fotografia, i meme, gli NFT) nei loro rapporti con le elaborazioni “alte”, d’autore.</p>



<p><strong>Può darci una definizione dell’<em>apocalisse estetica</em> che evoca nel sottotitolo del volume?</strong><br>La nozione ha un certo numero di significati. Il più ovvio (ma forse il meno interessante) fa segno a un certo qual esaurirsi delle posizioni estetiche a noi familiari. Tale crisi caratterizza una fase di sconvolgimenti che da una ventina d’anni vado definendo “postcontemporanea”. Tutto viene estetizzato, e tutto implode in una sostanziale insignificanza, non soltanto estetica. La nozione di “apocalisse estetica” descrive inoltre un atteggiamento prevalente: la pretesa di esperienze in certo modo conclusive, totalizzanti sebbene effimere. Il paradosso è che tali esperienze vengono cercate come definitive e, allo stesso tempo, ci si aspetta una loro ripetizione in una continua frammentazione. In un passo del libro si dice che la regola di questo frammentarsi dell’esperienza estetica è «Facciamola finita. Ma poi facciamola finita ancora e ancora». Spero che lettrici e lettori possano poi scoprire le implicazioni ulteriori della nozione di “apocalisse estetica”.</p>



<p><strong>Trattandosi di un lavoro marcatamente multidisciplinare, ci potrebbe dire in poche battute quali sono i riferimenti culturali che più hanno contribuito allo sviluppo della sua riflessione?</strong><br>Multidisciplinare non significa eclettico, beninteso. Tento di proporre un punto di vista unitario, per quanto possibile, mettendo in rapporto elaborazioni estetiche, antropologiche, sociologiche. La grande tradizione del pensiero europeo da Warburg ad Agamben, da Benjamin a Jesi, da Simmel a Boltanski mi sembra proporre indicazioni inequivocabili. Ma mi permetta di ricordare i nomi di due amici oggi scomparsi, cioè Sgalambro e Barcellona, profondamente diversi ma accomunati dal rigore d’un pensiero fuori dagli schemi.</p>



<p><strong>Il suo libro evoca figure mitologiche ed è mitopoietico esso stesso nella costellazione di <em>figure</em> che lo popolano (ed esplicitamente nella <em>cornice</em> che lo contorna, penso al prologo/pausa). Può raccontarci della star del corteo, il Singolo <em>solo con le macchine</em>?</strong><br>In altri miei saggi mi sono concentrato sulle disavventure dell’utente-consumatore, il prosumer. Qui ovviamente ne discuto. Ma la figura principale è quella d’un essere umano occidentale, disintermediato, <em>solo con le macchine</em>, scaraventato in una dimensione vitale quasi insostenibile che ricorda quanto De Martino definiva “crisi della presenza”. Un’esperienza che sconta il ripetersi di ciò che Blumenberg attribuiva agli stadi iniziali dell’ominazione, ovvero il “permanente stare-in-attesa di cose fino a quel momento sconosciute”. L’esperienza specificamente apocalittica qui è quella d’una esasperata stanchezza rispetto a un mondo troppo pieno di segnali, tracce, sintomi. Il sospetto diviene la regola – il suo corollario alquanto disperato è la scommessa sull’affidabilità di interpretazioni disintermediate.</p>



<p><strong>Può descriverci il <em>Terzo stato estetico</em> nel quale, se ho ben inteso, ci troviamo a vivere?</strong><br>In sintesi, si tratta della situazione in cui ognuno è spinto a prodursi come soggettività estetica “fai da te”. Il Primo stato estetico è quello in cui alcune forme artistiche sono strettamente legate a un dato identitario collettivo (si pensi alle icone). Il Secondo stato estetico è quello a noi più familiare, là dove l’artista è delegato a produrre opere che propongono stili e interpretazioni del mondo e che sono soggette al giudizio di un “pubblico”. Quando pensiamo all’arte, di solito pensiamo appunto al Secondo stato. Invece, nel Terzo stato estetico non ci sono opere bensì comportamenti e immagini con cui “ci si mette in opera”, con uno specifico nichilismo situazionale individualistico. Un esempio evidente è la pratica dei selfie; ma quanto accade usualmente nei social network è una manifestazione del Terzo stato estetico.</p>



<p><strong>Nel suo libro riesce a proporre in modo chiarissimo argomentazioni assai complesse. Vuole parlarci della struttura del testo?</strong><br>Il libro è diviso in tre parti. La prima si concentra sulla rivisitazione della nozione di crisi della presenza e sul tentativo di riscattarla mediante quella che viene definita la cerimonia del me/mondo. Tale “cerimonia” si articola nel rapporto inedito con le immagini, nel loro configurarsi appunto come inesauribile catalogo del mondo (è l’argomento della seconda parte) e nello strutturarsi di narrazioni (argomento della terza parte) spesso destabilizzanti, in quanto frammentarie, non consequenziali, contraddistinte da inconsistenza dei caratteri e da finali multipli.</p>



<p>Giuseppe Frazzetto, <em><a href="https://www.quodlibet.it/libro/9788822907301" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nuvole sul grattacielo. Saggio sull’apocalisse estetica</a></em>, Quodlibet, Macerata 2022.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/01/nuvole-sul-grattacielo-frazzetto.jpeg" alt="Giuseppe Frazzetto Nuvole sul grattacielo. Saggio sull’apocalisse estetica, Quodlibet" class="wp-image-3957" width="258" height="398" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/01/nuvole-sul-grattacielo-frazzetto.jpeg 516w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/01/nuvole-sul-grattacielo-frazzetto-195x300.jpeg 195w" sizes="(max-width: 258px) 100vw, 258px" /></figure>



<p><strong>Giuseppe Frazzetto</strong> insegna <strong>Stile, storia dell’arte e del costume</strong> presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Ha insegnato Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli studi di Catania. Tra le sue pubblicazioni più recenti: <em>Molte vite in multiversi. Nuovi media e arte quotidiana</em> (2010); <em>Epico Caotico. Videogiochi e altre mitologie tecnologiche </em>(2015); <em>Artista sovrano. L’arte contemporanea come festa e mobilitazione </em>(2017).</p>
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		<title>Lotta alla pandemia. A tutti è chiesto un patto d’onore</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/01/15/deluca-lotta-alla-pandemia-a-tutti-e-chiesto-un-patto-donore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jan 2022 15:14:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo stanchi – ripete più d’uno. E anche oltremodo posti a dura prova da questa pandemia che non accenna ad andarsene. Purtroppo è così. Se, però, riuscissimo in qualche modo a mettere un po’ d’ordine nei nostri pensieri, certamente da questi stati d’animo toglieremmo quella dose in eccesso di ansia che li accompagna. Se riavvolgiamo il nastro e partiamo dai primi giorni del marzo 2020, potremmo ricordare alcuni pronunciamenti che&#8230;</p>
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<p>Siamo stanchi – ripete più d’uno. E anche oltremodo posti a dura prova da questa pandemia che non accenna ad andarsene. Purtroppo è così. Se, però, riuscissimo in qualche modo a mettere un po’ d’ordine nei nostri pensieri, certamente da questi stati d’animo toglieremmo quella dose in eccesso di ansia che li accompagna.</p>



<p>Se riavvolgiamo il nastro e partiamo dai primi giorni del marzo 2020, potremmo ricordare alcuni pronunciamenti che con molta chiarezza (allora, sì) vennero espressi da quegli scienziati subito contattati e che noi conoscemmo per la prima volta in quella occasione. Ci dissero: è una cosa nuova, si tratta di un virus, abbiamo bisogno di un po’ di tempo per studiare come è fatto, appena lo guarderemo in faccia provvederemo a combatterlo con un vaccino, per il vaccino occorre tempo, ipotizziamo che il virus procederà con varianti, possiamo dire che nasce e muore e che più si espande più perde forza.<br>In seguito anche noi imparammo tante cose: necessità del distanziamento, igiene accurata, uso delle mascherine, mentre un linguaggio più preciso cominciava a definire pandemia quella che all’inizio fu detta epidemia.</p>



<p>Poteva esistere un metodo per affrontare tutto questo processo che ci ha portato fino ad oggi? Certamente, no; soprattutto per noi che conosciamo poco la storia e in materie scientifiche manteniamo scarsa formazione, per non dire fumose conoscenze, miste a credenze perlopiù contaminanti. Sarà stato anche per questi motivi che cresce l’ansia e la confusione quando guardiamo – se ancora guardiamo – al volgere delle cose.</p>



<p>Diciamo “gli scienziati in televisione litigano e non sappiamo a chi credere”. E’ una fortuna vedere litigare gli scienziati quando espongono ipotesi o soluzioni. Gli scienziati, per fortuna nostra e loro, si fanno domande. Ora, una domanda è buona quando ne suscita un’altra. Ed è così che di domanda in domanda si procede e si fa ricerca. Scienziati che dovessero parlare in coro sarebbero una rovina per la scienza. Non sarebbero scienziati. Altro è il caso quando essi stessi non specificano a noi da che parte stanno guardando la materia: se, per esempio, parla un clinico, egli non può che descrivere che cosa accade in un reparto d’ospedale; se parla un epidemiologo, egli ci parla di come e perché il virus si diffonde.</p>



<p>Un’osservazione qui si può fare: allo scienziato si addice la chiarezza e anche la capacità di ricordarsi a chi parla. Altro è l’aula di università, altro il congresso scientifico, altro la televisione. Ma agli scienziati nessuno aveva detto prima che un giorno avrebbero dovuto fare anche divulgazione televisiva. Gliel’ha imposto la pandemia. E la pandemia non è cosa bella. Se a questo poi si aggiunge che una trasmissione televisiva ha l’esigenza di produrre ascolti e più ne produce se in studio si litiga, allora il discorso si fa altro e ne richiama un altro ancora.</p>



<p>Appunto, quello della comunicazione. E qui possiamo dire di aver fatto esperienze diverse. Possiamo e vogliamo essere grati a tutti quegli uomini e donne che ci stanno aiutando a capire. Lo fanno quando misurano le parole, riescono a dire con pacatezza e anche fermezza verità scomode soprattutto quando si rivolgono agli impegni della politica e di noi singoli cittadini.</p>



<p>Del resto, non sono i medici che governano. Governano i politici. Fossero meglio informati, farebbero certamente meno confusione. Se il nemico comune a tutti i politici resta il virus, il Paese è salvo. Se il virus viene messo da parte o accampato a pretesto per fare lotta politica, allora il discorso cambia e può nuocere non poco. Da qui si può valutare la serietà della lotta e la responsabilità dinanzi ai cittadini.</p>



<p>C’entrano pure la filosofia, il diritto e la sociologia con il Covid19? C’entrano e come. Dinanzi alla pandemia c’è tutta la nostra vita e pertanto devono vegliare tutte le sentinelle perché la società non si ammali e vadano in crisi libertà, persona, salute, lavoro, economia. Una pandemia è devastante, e noi ne stiamo scorgendo i pericoli. A tutti è chiesto un patto d’onore: che la stima e il servizio all’uomo venga prima di ogni altra mira. Solo così ci faremo buona compagnia in questi giorni al chiaroscuro. Con meno ansia possibile.</p>
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		<title>La filosofia narrante di Sandro Bonvissuto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tinnirello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2021 14:42:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ormai da anni, pur amando la filosofia, non leggo spesso saggi. Me ne sono chiesta la ragione e ho trovato almeno un motivo: la filosofia è scomparsa dai radar dei lettori appassionati, ha smesso di nascere nei luoghi ove ci si attende di trovarla. Di questa dispersione, con alcune eccezioni importanti, sono prova i tanti filosofi e filosofe delle università che, con indefesso spirito accademico, continuano a sezionare le grandi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/12/02/tinnirello-la-filosofia-narrante-di-sandro-bonvissuto/">La filosofia narrante di Sandro Bonvissuto</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Ormai da anni, pur amando la <strong>filosofia</strong>, non leggo spesso saggi. Me ne sono chiesta la ragione e ho trovato almeno un motivo: la filosofia è scomparsa dai radar dei lettori appassionati, ha smesso di nascere nei luoghi ove ci si attende di trovarla.</p>



<p>Di questa dispersione, con alcune eccezioni importanti, sono prova i tanti filosofi e filosofe delle università che, con indefesso spirito accademico, continuano a sezionare le grandi opere concettuali per stanare tracce di pensiero da riutilizzare in convegni, saggi, volumi. Si tratta di cesellature e dissezioni che offrono forse piacere intellettuale, arricchiscono la mole delle conoscenze ma non generano un eccesso di vita e di meraviglia. </p>



<p>Non così per me. Io ritengo che la filosofia sia cosa viva e che il pensiero si manifesti nella forma, nello stile per agire su di noi e trasformarci. Dalla filosofia io mi attendo una dislocazione, voglio essere spostata da dove mi trovo, rivoltata. Ed è così che mi è arrivata in soccorso un’altra grandissima fonte di dislocazione, la più grande forse: l’arte.</p>



<p>Da lei oggi, pur provata dal mercato, ci vengono le migliori concrezioni filosofiche, le più belle e durature, le più universali anche. Nelle pagine, nelle tele, in teatro, nella poesia il pensiero si vivifica. In questo mio percorso di letture alla ricerca dello stile, mi sono imbattuta nei libri di un autore italiano contemporaneo, <strong>Sandro Bonvissuto</strong>.</p>



<p>In questo caso il pensiero filosofico non si è solo rifugiato ma ha edificato una sua maniera di esistere. Nei libri di Bonvissuto infatti il concetto si presenta come immagine senza mai ostentare complessità; il pensiero accade e può essere goduto come filosofia incarnata, narrazione. Vi invito a leggere i suoi volumi come si trattasse di opere filosofiche fruibili a tutti.</p>



<p>Il libro d’esordio, <strong>Dentro </strong>(Einaudi 2012, Premio Chiara 2013) è un trattato di fenomenologia applicata (l’autore si è laureato in filosofia con una tesi su <strong>Merleau-Ponty</strong>); basta scorrerne le pagine per imbattersi in una scrittura asciutta, limpida, sostanziale che incolla il lettore alle pagine e non gli lascia scampo: bisogna restare, finire questo libro dotato di una struttura circolare (il protagonista senza nome, senza storia, senza riferimenti, vive tre esperienze di vita diverse in età dissimili- con il racconto che esordisce nella maturità e si chiude durante l’infanzia). Questa costruzione involve, imprime il suo anulus aeternitatis alla vita delle cose e delle persone che sono trattate egualmente e fenomenologicamente come “fatti”, esseri rivoltati dal loro dentro, esposti.</p>



<p>C’è poi il secondo <strong>romanzo </strong>del 2020, <strong>La gioia fa parecchio rumore</strong> (Einaudi) che ci porta su un&#8217;altra landa filosofica, quella della filosofia morale. Questo libro, il cui protagonista è un bimbo che vive un amore assoluto per la Roma di Falcão, si può leggere come un manuale di filosofia pratica, diretto, profondo, concreto. Per comprendere meglio quanto sto dicendo, aprite le prime pagine del romanzo che si configurano come un vero e proprio trattato sull’amore inteso come modo di vita, rivelazione. </p>



<p>Nel corso della storia, il bimbo viene trasformato irreversibilmente dal proprio sentimento unilaterale e perfetto per bellezza e evidenza. I bambini, del resto, sono spesso i portavoce delle storie di Bonvissuto; loro ci fanno respirare la potenza degli inizi offrendo un pensiero che coincide con le cose. Queste opere di filosofia e di letteratura ci consegnano la vita reduplicata della quale abbiamo bisogno per vivere felicemente la nostra.</p>



<p><strong><a href="http://www.sandrobonvissuto.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sandro Bonvissuto</a></strong>, esordisce nel 2012 con <strong>Dentro </strong>(Einaudi, Premio Chiara 2013) e ha pubblicato, sempre con Einaudi, <strong>Rifiuti ingombranti</strong>, in AA.VV, <strong>Scena padre</strong>, 2013 e il suo ultimo romanzo, <strong>La gioia fa parecchio rumore</strong>. (2020).</p>
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		<title>Cosa possiamo pensare con il virus</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/03/24/tinnirello-filosofia-covid-pensare-virus/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tinnirello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Mar 2021 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo giunti a un anno di pandemia da coronavirus che rende persistente uno stato di emergenza generalizzato. Che ne è della filosofia in questo passaggio epocale?  “Di fatto il virus ci comunizza. Ci mette su un piano egualitario (per dirla in breve) e ci dispone insieme nella necessità di far fronte assieme. Che ciò debba passare per l’isolamento di ciascuno non è che la forma paradossale che ci viene data per riconoscere il nostro essere comunità. Non si può essere unici che assieme. È ciò a renderci più intimamente comunità: il senso condiviso delle nostre unicità”</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/03/24/tinnirello-filosofia-covid-pensare-virus/">Cosa possiamo pensare con il virus</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Siamo giunti a un anno di pandemia da coronavirus che rende persistente uno stato di emergenza generalizzato. Che ne è della filosofia in questo passaggio epocale? </p>



<p>Piuttosto che fornire una chiave ermeneutica essa potrebbe assumere il ruolo di faro per illuminare una condizione di resistenza della comunità con parole unificanti, addirittura piene di speranza. Il compito non è certo inedito per il pensiero.</p>



<p>La filosofia come stile di vita è corrente sin dagli esordi ed ha in Spinoza l’esempio invalicabile; tuttavia il pensiero si trova adesso dinanzi a una voragine lasciata aperta dalla distanza che ha intaccato ogni aspetto del vivere comunitario e, a maggior titolo, del sentire religioso che dovrebbe assicurare una riserva di significati alla comunità.</p>



<p>I teatri sono vuoti, le piazze sono vuote ma, incredibilmente, le chiese sono vuote. L’incontro fisico, anche per la preghiera, è una controindicazione per la salute &#8211; l’assenza di corporeità è invece la garanzia di sopravvivenza per la collettività. Il mondo tecnologico, che ci ha preparato a questo stato offrendoci strumenti disincarnati di relazione (non privandoci tuttavia della nostra corporeità eidetica), ci protegge dalla quasi assenza di relazione che la lontananza fisica avrebbe comportato.</p>



<p>La comunità infatti vige come un essere-insieme, qualunque siano le condizioni di questa immanenza partecipativa. A questo dobbiamo volgere il nostro sguardo per produrre significati a venire e non soltanto tragiche agnizioni.</p>



<p>Ritengo pertanto che, oltre le pur rilevanti osservazioni di Agamben sullo stato di eccezione permanente e dei rischi che questo comporta per la vita collettiva e per la democrazia (per fare un esempio illustre di pensiero “negativo” sul tema), sia necessario considerare una riflessione che trattenga la comunità ferita e cerchi di darle forma e speranza.</p>



<p><em>“Un trop humain virus”</em> (Un virus troppo umano) del filosofo francese Jean-Luc Nancy (Bayard, ottobre 2020) è, a mio avviso, <em>il </em>libro della pandemia poiché in esso l’analisi di ciò che sta avvenendo si coniuga al desiderio di mantenere la comunità, di condurla per mano nella tempesta, finanche nella tragedia; Nancy racconta il pathos della distanza etica per una vicinanza di pensiero, di emozione e di intenti.</p>



<p>Con le parole dell’autore: “Di fatto il virus ci <em>comunizza</em>. Ci mette su un piano egualitario (per dirla in breve) e ci dispone insieme nella necessità di far fronte assieme. Che ciò debba passare per l’isolamento di ciascuno non è che la forma paradossale che ci viene data per riconoscere il nostro essere comunità. Non si può essere unici che assieme. È ciò a renderci più intimamente comunità: il senso condiviso delle nostre unicità”. (J-L Nancy, <em>Communovirus </em>in <em>Un trop humain virus</em>, Bayard, p. 22, traduzione dal francese C. Tinnirello).</p>
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		<title>La filosofia della mascherina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 21:15:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Lisa Naia]]></category>
		<category><![CDATA[Lockdown]]></category>
		<category><![CDATA[Mascherina]]></category>
		<category><![CDATA[Parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[Silvius Magnago]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che il coronavirus avrebbe cambiato la nostra vita lo si è intuito immediatamente, e presto è stato detto ad alta voce. In che misura e direzione l’avrebbe poi condotta, neanche l’alta scienza riuscì a suo tempo a prevederlo. E’ una registrazione che andiamo facendo giorno dopo giorno. Scopriamo piccole e grandi ferite nel nostro vivere e interagire quotidiano fin quasi a sorprenderci non essere più quelli di prima, capaci, per&#8230;</p>
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<p>Che il coronavirus avrebbe cambiato la nostra vita lo si è intuito immediatamente, e presto è stato detto ad alta voce. In che misura e direzione l’avrebbe poi condotta, neanche l’alta scienza riuscì a suo tempo a prevederlo. E’ una registrazione che andiamo facendo giorno dopo giorno. Scopriamo piccole e grandi ferite nel nostro vivere e interagire quotidiano fin quasi a sorprenderci non essere più quelli di prima, capaci, per esempio, di rifuggire la compagnia che pure amavamo, di variare nell’umore e ancor peggio di manifestare escandescenze o ricorsi alla violenza.</p>



<p>Ma i mesi del ritiro forzato e della disciplina somministrataci per decreto ci hanno anche indotti a far emergere dal nostro intimo una specie di filosofia di vita, che pure avevamo, ma che nel tempo precedente ritenevamo non proprio necessario praticare.</p>



<p>Parliamo qui di rapporti umani, di rispetto, di delicatezza e anche di coerenza tra ciò che si dice – o addirittura si prescrive agli altri – e poi non si fa.</p>



<p>Insistiamo sull’uso della mascherina. Sappiamo tutti quanto vale, dicono i medici che sostituisce al momento il vaccino che attendiamo. E’ fastidiosa? Moltissimo. Tante persone non escono di casa nelle ore di probabili assembramenti per evitarne il ricorso: semplicemente, non la sopportano. Quindi, rinunciano per amore degli altri. Sanno benissimo che con la mascherina si tutelano e con la mascherina tutelano. Allora, che cos’è la mascherina? E’ e resta uno strumento. Usarla, però, è molto di più di uno strumento. E’ un atto di gentilezza, cioè la capacità di vivere tra la gente. Quando qualcuno ci richiama a farne uso, sarebbe utile ricordare a sé stessi che non si tratta necessariamente di una persona che vuole mettere in riga gli altri, ma probabilmente di qualcuno che sa molto bene quello che sta dicendo. Non può spiegarlo, ma non è neanche tenuto a farlo. Potrebbe essere obbligato a spiegare qualcosa di questo tenore: sono leucemico, sono imbottito di chemio, ho dentro un tumore, sono semplicemente terrorizzato che se dovessi ingoiare anche il virus, non c’è terapia che mi rimandi a casa? Finanche questo ci sarebbe da dire. E non si può aspettare che ce lo dicano per poi chiedere scusa, sarebbe solo pretesa assurda.</p>



<p>E allora? Allora aveva ragione Platone quando avvertiva: “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre”.</p>



<p>Silvius Magnago – ricordava Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera -, leader altoatesino che aveva perso una gamba in guerra, in un’assemblea spense un brusio con un’esclamazione: “Insomma! Se io posso stare in piedi a parlare su una gamba sola, voi potete ben stare zitti, restando seduti!”. C’era proprio bisogno che Magnago lo dicesse? C’erano mille motivi per non costringerlo a tanto, anche se uno solo sarebbe bastato: un pizzico di buona creanza.</p>



<p>E per arrivare ai nostri giorni, registriamo anche questa bella testimonianza, resa in Parlamento da Lisa Naia, avvocato civilista, affetta da amiotrofia spinale, costretta a vivere su una speciale sedia a rotelle: “Ogni mascherina abbassata, ogni assembramento non autorizzato o che avviene senza il rispetto delle misure di sicurezza è un aiuto al virus e alla sua capacità di condizionare le nostre vite o addirittura di mettere in pericolo la vita delle persone più fragili. E noi, cari colleghi, che rappresentiamo le istituzioni, abbiamo il dovere di affermare questa verità quotidianamente anche con i nostri comportamenti”.</p>



<p>Se abbiamo letto bene, l’on. Naia ha parlato a tutti, ha detto la più precisa filosofia della mascherina e anche la sua più ortodossa valenza politica. Peccato che mentre a Roma si discuteva, a San Giovanni in Fiore si ballava. Ma solo per una questione di distanze.</p>
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