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	<title>Galera Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Galera Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>30 anni fa mani pulite. Ma l&#8217;Italia non sognò di cambiare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Feb 2022 15:16:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chissà perché, appena si avverte che le cose non vanno per il verso giusto, il primo provvedimento che scatta è sempre lo stesso: mani pulite. Forse perché le mani trasportano da una parte all’altra, e in questo incessante movimento non sempre prelevano dalla parte giusta e depositano in quella altrettanto legittimata a ricevere. Fu così che, trent’anni orsono, di questi giorni stava giungendo ai nastri di partenza una bufera giudiziaria&#8230;</p>
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<p>Chissà perché, appena si avverte che le cose non vanno per il verso giusto, il primo provvedimento che scatta è sempre lo stesso: mani pulite. Forse perché le mani trasportano da una parte all’altra, e in questo incessante movimento non sempre prelevano dalla parte giusta e depositano in quella altrettanto legittimata a ricevere. Fu così che, trent’anni orsono, di questi giorni stava giungendo ai nastri di partenza una bufera giudiziaria che ebbe inizio il 17 febbraio e che fece tremare letteralmente l’Italia e gli italiani.</p>



<p>Sulla scrivania di Antonio Di Pietro, allora pubblico ministero della procura della Repubblica presso il tribunale di Milano, arrivò una cartellina con una querela per diffamazione nei confronti di un imprenditore che, sul quotidiano nazionale Il Giorno, aveva denunciato il racket delle pompe funebri nel Pio Albergo Trivulzio, residenza di 1600 anziani. Il dott. Di Pietro decise di archiviare la questione, forse perché la valutò piccola cosa, o forse perché fece questo ragionamento: se toccano persino i morti, vuol dire che siamo arrivati al capolinea della corruzione.</p>



<p>E così decise di rimanere sulla palla, seguì le orme dei trascinatori di denaro e li visitò dal luogo di prelievo alle banche di destinazione. Il primo nome che venne fuori fu quello di Mario Chiesa, sorpreso con le mani nel barattolo della marmellata. La marmellata sarà stata sicuramente di ciliegie perché da quel giorno nome chiama nome e il susseguirsi degli arresti sembrava quasi non doversi più fermare.</p>



<p>“Mani pulite” fu la denominazione dell’inchiesta che sempre più si allargava fino a far nascere il famoso pool di pubblici ministeri guidato dal procuratore Saverio Borrelli. Tremò dapprima il mondo della politica e dell’imprenditoria. E furono giorni di lacrime e sangue poiché dalla disperazione uomini in vista ma anche fino a quel momento talaltri sconosciuti arrivarono alla determinazione di togliersi la vita.</p>



<p>E’ ancora in corso di lettura e quindi di riflessione tutto quello che accadde in quei mesi. E si capisce benissimo come non sia facile ancora oggi una comprensione unitaria di fatti, protagonisti e vicende che richiedono la partecipazione di storici, giuristi, analisti di costume, politologi e sociologi per venirne a capo. Fra qualche decennio le cose per chi leggerà risulteranno più chiare di quanto lo siano ai nostri giorni.</p>



<p>Per Goffredo Buccini, allora giovane cronista del Corriere della Sera, che ne ha composto in un recente volume lo scorrimento, si è trattato di “un’illusione, quella cioè dell’idea fuorviante di poter rammentare il tessuto etico di un Paese, attraverso un processo penale”.</p>



<p>E questo perché: la corruzione c’era e c’è nella nostra cara Italia. E’ più diffusa di quanto si pensi. La stagione di Mani Pulite approdò a Tangentopoli per significare che la tangente non è fatto isolato ma coinvolge la città e ogni città ha la sua con proprie e codificate ritualità attraverso le quali ammorba l’aria, rende tortuosa la vivibilità, uccide l’economia, adultera i rapporti, inclina la fiducia, recide sul nascere tentativi di impresa e chiude la porta ad investimenti promozionali.</p>



<p>Gli italiani divennero tifosi di Mani Pulite dalla sera alla mattina senza farsi ingaggiare da alcuno. Erano certi che in galera sarebbero andati politici famosi, capitani d’industria e boiardi di Stato. Come a indicare che la corruzione era là, comunque lontana, molto lontana da casa mia, dal mio quartiere e dalla mia città. Poi le inchieste cominciarono ad espandersi. Della materia economica e degli ingranaggi oleati con denaro sporco fu sollevato solo il lembo del mantello che tutto copriva. </p>



<p>Allorché l’operazione verità fu proclamata solennemente, il tifo si abbassò, come a dire: “Non è che questi signori magistrati abbiano in mente di venire a verificare come va l’orticello di casa mia? E, no. Che vadano altrove”. E questo perché l’infermiere (o anche il dottore) sarebbe potuto essere sorpreso mentre intascava 200mila lire per la soffiata alle onoranze funebri per l’avvenuto decesso, l’ispettore del lavoro per i pochi soldi ottenuti in cambio di un occhio chiuso sulle misure di sicurezza inesistenti in un cantiere, il vigile urbano compensato con la spesa gratis in cambio del mancato controllo delle bilance.</p>



<p>Insomma, Mani Pulite come una specie di ispezione generale ma anche singolo per singolo per verificare la correttezza di ogni cittadino? E fu così che Mani Pulite finì per essere il sogno di una nazione che neanche per sogno invocava un’era nuova. Tanto meno, stante così le cose, poteva aspettarsela dall’operato della magistratura. Ha detto Norberto Bobbio ad un amico: “Le vere rivoluzioni sono quelle del costume, non quelle politiche”.</p>



<p>Sono trascorsi 30 anni da quando accadde qualcosa che doveva fare lezione alla politica e al costume degli italiani. Ciò che accadde punì alcuni, fece spaventare molti, persuase non pochi che l’onestà premia, rilasciò il permesso a tanti che delinquere si può perché la giustizia quando arriva, e se arriva, è sempre tardi e serve a poco.</p>



<p>Quel che resta certa è l’impresa quotidiana di costruire un mondo nuovo, ma non con le regole e la conseguente punizione se non le assecondi, ma con la semplice convinzione che una vita onesta e pulita è garanzia di una esistenza più felice. E questa si costruisce.</p>
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		<title>La rivoluzione può attendere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Dec 2021 09:15:08 +0000</pubDate>
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<p>“Ci vorrebbe una rivoluzione!”. E’ così – e con altre varianti più colorite e altre ancora forcaiole – che usiamo commentare notizie di corruzione, concussione o spregio del denaro pubblico. L’esclamazione prende il via e prosegue con argomentazioni più o meno appropriate fino a quando arriva quella suggerita dal buon senso di chi si chiede: “Perfetto, la rivoluzione ci vuole, ma sapreste dirmi poi chi la farebbe?”. “Facile, la rivoluzione la dovrebbero fare con leggi severe: chi ruba va in galera e, semplicemente, ci rimane più a lungo possibile”.</p>



<p>Come dire: siamo alle solite, la rivoluzione è sempre quella trovata risolutiva concepita da molti e assegnata a pochi. E comunque, anche in questo caso, la rivoluzione sarebbe politica.</p>



<p>C’è stato in Italia – e ci sono ancora le sue lezioni e i suoi testi – un grande filosofo della politica, Norberto Bobbio, che un giorno disse chiaro e tondo ad un amico: “Le vere rivoluzioni sono quelle del costume, non quelle politiche”.&nbsp;</p>



<p>Quelle che investono il costume sono radicali, pervasive, impiegano mente e volontà, anche cuore perché nascono per essere desiderate e volute, scaturiscono da un lungo cammino che ha percorso la vita di singoli e di comunità. Producono valori condivisi e assicurano colore e sapore alla convivenza.&nbsp;</p>



<p>Guardiamo velocemente ad un caso avvenuto di fresco. La Guardia di finanza, che sicuramente dispone di una banca dati di non trascurabile potenza, ha preso in esame 400 richieste di benefici in tempo di Covid19. Parliamo di persone appartenenti a nuclei familiari che nei tristi mesi di restrizione e di vuoto lavorativo hanno dichiarato qualcosa che voleva dire: “Ci troviamo in condizioni di difficoltà economica e di indigenza tali che non ci consentono il minimo approvvigionamento di generi alimentari di prima necessità”. Segue data e firma. Il tutto sotto personale responsabilità. Cosa può seguire a tale richiesta, meglio, cosa ha fatto seguito? L’assegnazione di un sussidio calcolabile tra i 100 e i 1000 Euro. Chi ha chiesto certamente non poteva aspettare. Più urgente di quella posizione altre non ne esistono.&nbsp;</p>



<p>Controllare sarebbe stata operazione impraticabile, anche se più di qualcuno ne aveva ravvisata la necessità. Siccome, però, i nodi vengono al pettine e il pettine non lo usano solo i parrucchieri ma anche i finanzieri, giunge notizia che 110 di quei firmatari (su 400 richieste inoltrate) non hanno dichiarato il vero. Quello stato di indigenza (o di prostrazione economica) fa a botte vuoi in qualche caso con un reddito di cittadinanza percepito, in qualche altro con una indennità di disoccupazione e in qualche altro, addirittura, con l’intestazione di un regolare contratto di lavoro. Siamo dinanzi a documenti falsi. Sottoscritti in tempo di Covid19, del quale non si è smesso mai di dire che non ci avesse ucciso lui direttamente, ci avrebbe fatto uccidere dalla fame. Per adesso sappiamo una cosa: che la fame non ha ucciso, che gli Euro elargiti sono stati, in questo caso, 40.000 e che ne dovranno essere restituiti 120.000.&nbsp;</p>



<p>Cantilenava un amico in dialetto napoletano: “Chi è abituato a lamentarsi, si lamenta sempre, e anche quando ha fatto ambo dirà che per un punto ha perso il terno”. E’ lamento senza tregua, è “piatto ricco mi ci ficco”, che cos’è? Per caso, convinzione che allo Stato bisogna chiedere e finanche rubare sempre, senza mancare neanche un’occasione? Che cos’è? Fosse per caso costume? Cioè qualcosa che attraversa in lungo e in largo la mente e l’agire del cittadino che non si sente uomo giusto e retto se non allunga la mano nella buona e nella cattiva congiuntura? Che altro è? Una maledizione inguaribile che acceca e non fa vedere la vera e la falsa necessità e che acceca le menti anche quando intorno infuria una pandemia?</p>



<p>Non troviamo risposta. Per adesso ci sentiamo di dover dare ragione a Norberto Bobbio: la rivoluzione può attendere. Se a cambiare le cose potrebbe essere solo quella del costume, per la rivoluzione non siamo pronti. Non la possiamo fare. E non possiamo fare neanche quella politica per il semplice motivo che elettori ed eletti abbiamo la stessa testa, siamo fatti della stessa pasta. Gli eretici sono poco più di una minoranza, tra essi molti risultano invisibili. E va a finire che nei tristi giorni del Covid19 nessuno li ha guardati in faccia.</p>
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		<title>La domanda etica di fondo sul modello Riace di Mimmo Lucano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Oct 2021 10:17:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sia chiaro: quest&#8217;articolo non ha alcun fondamento giuridico, né ha la pretesa di apparire apologetico a priori. Esso si interroga solamente sulla sostanza umana delle cose, su come possa ritenersi illecita la cura delle persone, il loro inserimento o reinserimento con dignità nel tessuto sociale; se sia possibile o meno derogare dalla norma giuridica per tutelare il valore della solidarietà, quando una serie di eventi porti a forzare il sistema&#8230;</p>
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<p>Sia chiaro: quest&#8217;articolo non ha alcun fondamento giuridico, né ha la pretesa di apparire apologetico a priori. Esso si interroga solamente sulla sostanza umana delle cose, su come possa ritenersi illecita la cura delle persone, il loro inserimento o reinserimento con dignità nel tessuto sociale; se sia possibile o meno derogare dalla norma giuridica per tutelare il valore della solidarietà, quando una serie di eventi porti a forzare il sistema per un fine superiore.</p>



<p>È il principio per cui don Milani ha potuto fare quello che a fatto per i ragazzi di Barbiana, Danilo Dolci per i braccianti di Trappeto e Partinico, Basaglia per i malati psichiatrici, prima che la norma si adeguasse a quelle esperienze necessarie e rivoluzionarie. Prima, quando gli apparati ecclesiastici mettevano i bastoni tra le ruote alla pedagogia del parroco di campagna, la mafia seminava il panico tra i contadini siciliani col tacito assenso degli apparati di governo isolani, quando il malato psichiatrico era uno scandalo per la società borghese e si internavano i parenti anche solo per il carattere ribelle di alcuni di loro.</p>



<p>Voglio dire che la nostra bellissima Costituzione e le conquiste sociali che essa ha assicurato a noi, alle nostre madri e padri, ai nostri figli senza che questi ultimi se ne rendano più conto, è nata da legiferatori che fino a qualche anno prima erano fuorilegge. Si, i vari La Pira, Calamandrei, Togliatti, Einaudi, Moro … fuorilegge. Come Mimmo Lucano?</p>



<p>Che esagerato, voi penserete e forse avete ragione; forse il caso Riace è solo un fastidioso inciampo sul cammino della democrazia, e bene hanno fatto il Ministero dell&#8217;Interno prima, la magistratura adesso, a indagare e condannare il modello sociale ivi sperimentato negli ultimi anni. Ma la domanda etica di fondo resta.</p>



<p>Per converso, mi chiedo quale pena spetterebbe ai sindaci che hanno consentito e consentono, in tutta Italia, la ghettizzazione degli immigrati costringendoli nelle baraccopoli, chiudendo gli occhi sullo sfruttamento feroce a cui essi sono sottoposti nei campi di mezzo meridione, con paghe da fame.</p>



<p>Perché Riace e non, ad esempio, Gioia Tauro o Manfredonia? Quale ufficio del Ministero dell&#8217;Interno, quale magistratura indaga e condanna quelle amministrazioni? Basta rispondere che la legge non lo consente? Forse non lo consente, ma la sensazione che tale vulnus sia enormemente più grave dell&#8217;operato di Mimmo Lucano a Riace è più forte di qualunque condanna a tredici anni e passa di galera.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/03/vicari-la-domanda-etica-di-fondo-sul-modello-riace-di-mimmo-lucano/">La domanda etica di fondo sul modello Riace di Mimmo Lucano</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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