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	<title>George W. Bush Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>George W. Bush Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Afghanistan: missione compiuta?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Aug 2021 16:05:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 14 settembre 2001, tre giorni dopo l’attentato dell’11 settembre, dal pulpito della cattedrale di San Pietro e Paolo di Washington, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, annunciò la «guerra al terrorismo» con queste parole: «La nostra è una nazione pacifica, ma feroce quando viene spinta all’ira. Questa guerra è stata iniziata nei tempi e nei modi che altri hanno voluto. Essa finirà nel modo e nell’ora che&#8230;</p>
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<p>Il 14 settembre 2001, tre giorni dopo l’attentato dell’11 settembre, dal pulpito della cattedrale di San Pietro e Paolo di Washington, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, annunciò la «guerra al terrorismo» con queste parole: «La nostra è una nazione pacifica, ma feroce quando viene spinta all’ira. Questa guerra è stata iniziata nei tempi e nei modi che altri hanno voluto. Essa finirà nel modo e nell’ora che sceglieremo noi».</p>



<p>Ora quel momento é arrivato. Dopo il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan con una decisione che ha posto fine alla guerra più lunga dell’America, alla fine di luglio il presidente Joe Biden ha annunciato anche la fine delle «operazione di combattimento» in Iraq ed il ritiro degli uomini in loco entro la fine dell’anno.</p>



<p>Entrambe le guerre, quella in Iraq in modo più controverso, sono scaturite dall’11 settembre e dalla guerra globale al terrorismo (e a quanti davano rifugio ai terroristi) lanciata da Bush. La guerra aveva anche l’obiettivo di impedire ai gruppi islamici estremisti di dotarsi di armi di distruzione di massa; ed il fatto che, nell’Iraq di Saddam Hussein, le WMD non siano mai state trovate, ha contribuito a trasformare la guerra in Iraq in uno dei più grandi fallimenti della politica estera americana.</p>



<p>La decisione di Biden relativa all’Iraq ha un significato perlopiù simbolico. Buona parte della missione statunitense é già confinata ad un ruolo di addestramento (oltre all’intelligence e alla consulenza) concepito per arginare un ritorno su larga scala dell’ISIS. Ma l’annuncio, accompagnato dalla decisione di lasciare l’Afghanistan, è comunque importante perché rappresenta un cambiamento storico nella politica estera americana.</p>



<p>Bush ed i falchi del suo entourage definirono la lotta contro il terrorismo islamico come la principale battaglia dell’epoca. Ma, vent’anni dopo, il quadro é cambiato completamente. L’America ora ritiene che la minaccia più grande venga dalla Cina. Washington spera perciò di tenere a bada il terrorismo globale con operazioni a distanza, affidandosi agli strike aerei e ai droni, senza doversi impantanare in guerre che durano decenni. </p>



<p>Quello di spedire centinaia di migliaia di soldati nel Medio Oriente (molti dei quali destinati a morire o a rimanere invalidi per tutta la vita), ora, a distanza di anni e con il senno di poi, sembra un approccio sin dall’inizio destinato a fallire.</p>



<p>Ma l’altra lezione che si può ricavare dai primi vent’anni del XXI secolo è che i sapientoni che a Washington si occupano di politica estera possono decidere quello che vogliono, ma non c’è modo di imporre al mondo la volontà dell’America.</p>



<p>Come Biden, anche i nemici degli Stati Uniti decidono quando è il momento di scegliere. Del resto, c’è un detto che i militari americani ripetono spesso: «The enemy gets a vote». Serve a ricordare che perfino il piano meglio elaborato ed eseguito può andare in tilt perché l’altra parte userà le proprie capacità, le proprie risorse e la propria determinazione per fregarti. E proprio in queste ore, approfittando del campo libero, i talebani continuano a riprendersi una contrada dopo l’altra.</p>
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		<title>Biden ha giurato. L’America è tornata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2021 19:30:16 +0000</pubDate>
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<p>«Abbiamo imparato ancora una volta &#8211; ha detto ieri il nuovo presidente americano nel suo bel discorso inaugurale davanti al Campidoglio &#8211; che la democrazia è preziosa, la democrazia è fragile e, in questo momento amici miei, la democrazia ha prevalso». E la giovane poetessa afroamericana di ventidue anni, Amanda Gorman, che alla cerimonia di insediamento ha rubato la scena recitando la sua “The Hill We Climb”, il componimento che ha scritto dopo l’assalto al Campidoglio, ha descritto la «forza che avrebbe mandato in frantumi il paese» e il lavoro che attende gli americani. «Ricostruiremo, ci riconcilieremo e ci riprenderemo», ha detto sul palco. «Anche quando abbiamo sofferto siamo cresciuti, anche quando ci siamo feriti abbiamo sperato e quando ci siamo stancati, ci abbiamo provato. Non ci faremo spingere indietro o piegare dalle intimidazioni perché sappiamo che la nostra inazione e la nostra inerzia diventeranno il futuro».</p>



<p>Va detto che Joe Biden non ha certo perso tempo e si è dato subito da fare per cancellare il ricordo di Donald Trump; e non solo dal governo e dall’amministrazione degli Stati Uniti, ma anche dai valori, dalla diplomazia e perfino dalla psicologia dell’America. Nel suo primo giorno di mandato ogni atto è stato un gesto di ripudio, di sconfessione, degli ultimi quattro anni: dal discorso inaugurale in cui ha promesso di «difendere la verità» al blitz di executive orders.</p>



<p>Insomma, dopo due mesi e mezzo di interminabile transizione, il trasferimento di poteri è avvenuto. E fin dal primo momento, Biden ha voluto mettere in chiaro che le cose sono cambiate. Al termine del discorso inaugurale, il 46°presidente ha pregato per le oltre 400.000 persone che in America sono state uccise dal Covid-19, un segno che i giorni in cui si ignorava la minaccia del coronavirus sono finiti. È andato al cimitero di Arlington con Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama, riconvocando il club dei past president in una dimostrazione pubblica di rispetto per l’incarico.</p>



<p>Piazzato dietro il Resolute desk dello Studio Ovale, Biden ha poi firmato 17 executive order che rappresentano l’inizio di una strategia chiara che punta a smantellare la presidenza Trump. Con un tratto di penna, gli Stati Uniti sono tornati a far parte dell’Accordo di Parigi sul clima e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e hanno revocato le restrizioni all’ingresso negli Usa per le persone provenienti dalla maggior parte dei paesi musulmani. Biden ha indossato la mascherina nello Studio Ovale e ha disposto che si faccia altrettanto in tutti gli edifici federali degli Stati Uniti.</p>



<p>Naturalmente, cambiare il tono e firmare decreti esecutivi è la parte facile. Per compiere progressi reali, Biden dovrà riuscire a legiferare in un Congresso che resta ancora molto diviso. Senza contare che ci sono ancora milioni di sostenitori di Trump che pensano, a torto, che abbia rubato le elezioni. Ma ieri bisognava mostrare che l’America ha voltato pagine e che, per citare Yeats, uno dei poeti irlandesi preferiti da Biden, «tutto è cambiato, cambiato in modo radicale».</p>



<p>Non per caso, la presidente della Commission europea Ursula von der Leyen, con un sospiro di sollievo, davanti alla plenaria del Parlamento europeo ha detto: «Questa nuova alba negli Stati Uniti è un momento che abbiamo atteso a lungo. L&#8217;Europa è pronta per un nuovo inizio con il nostro partner più vecchio e fidato».</p>
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		<title>Trump festeggia gli Accordi di Abramo. L’alba di un nuovo Medio Oriente?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2020 11:31:08 +0000</pubDate>
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<p>Martedì scorso, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i ministri degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed Al-Nahyan, e del Bahrein, Abdullatif al-Zayani, si sono incontrati con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per suggellare la normalizzazione dei rapporti tra i loro paesi. La cerimonia ha sancito indiscutibilmente un passo di portata storica. Che il presidente americano abbia davvero negoziato un «trattato di pace» è tuttavia meno pacifico.</p>



<p>Quando Israele firmò gli accordi di pace con l’Egitto nel 1970 e con la Giordania nel 1994, quegli accordi hanno messo fine a decenni di ostilità e a innumerevoli guerre tra quei paesi. Ma Israele non è mai stata in guerra con gli Emirati Arabi Uniti o con il Bahrein e pertanto le nuove intese sono, di fatto, diverse dagli accordi di pace precedenti. Si tratta, più che di trattati di pace veri e propri, di intese volte alla normalizzazione dei rapporti, che mirano a stabilire formali relazioni diplomatiche tra due paesi che non sono mai stati in guerra tra loro.</p>



<p>Va detto che, almeno con gli Emirati Arabi Uniti, le relazioni tra i cittadini dei due paesi dovrebbero diventare più amichevoli. Si tratta di una differenza importante rispetto alla perdurante ostilità nei confronti di Israele che si registra nelle strade egiziane e giordane nonostante accordi di pace vecchi di decenni. Quella del Bahrein, nel quale una popolazione a maggioranza sciita potrebbe ancora protestare contro l’accordo, è una storia diversa.</p>



<p>Ovviamente, Israele aveva già stabilito relazioni riservate con gli Emirati Arabi Uniti ed il Bahrein, stimolate, negli ultimi anni, da una mutua alleanza di fatto contro l’Iran. Ed è stato proprio in questo conflitto con l’Iran che Trump ha visto l’occasione per avvicinare Israele agli Stati arabi. Sia gli Emirati Arabi Uniti che il Bahrein sono governi musulmani sunniti, in contrasto con la leadership sciita e l’espansionismo regionale dell’Iran e Israele si è schierato con fermezza dalla parte degli Stati sunniti del Golfo.</p>



<p>Resta da chiedersi in che modo questi accordi, riusciranno ad influenzare il conflitto israelo-palestinese. Da un lato, l’intesa con gli Emirati Arabi Uniti ha fermato la prevista annessione di parti della Cisgiordania da parte di Israele. Il che sarebbe stato un colpo mortale per la soluzione dei due Stati. Ma i palestinesi ritengono di essere stati traditi ed è improbabile che siano disposti a dialogare con una visione del Medioriente (quella dell’amministrazione Trump) fortemente sbilanciata verso Israele. Non bisogna, dunque, aspettarsi grandi progressi in merito al conflitto più intrattabile della regione solo perché Israele, gli Emirati Arabi Uniti ed il Bahrein ora vanno d’accordo.</p>



<p>Trump ha avuto comunque la sua cerimonia per la firma alla Casa Bianca, che, a distanza di 49 giorni dalle elezioni, lo ha rafforzato nella convinzione di essere un grande pacemaker ed un grande dealmaker. L’amministrazione americana senza dubbio ha il merito di aver favorito la normalizzazione diplomatica tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, così come tra Israele e il Bahrein. Tuttavia, gli accordi raggiunti sono anche il segno del cambiamento delle dinamiche geopolitiche nella regione. Non è un mistero per nessuno che è stata la potenziale minaccia dell’Iran sciita ad indurre gli Stati a guida sunnita a prendere in considerazione il loro comune interesse con Israele e a stabilizzare le nuove suddivisioni in Medio Oriente.</p>



<p>Diversi caveat indicano però che la cerimonia di Trump nel South Lawn della Casa Bianca non è del tutto all’altezza di quelle degli anni passati. In primo luogo non è chiaro che prezzo abbia dovuto pagare l’amministrazione americana per celebrare, a poche settimane dalle elezioni, il trionfo del presidente. Il genero di Trump, Jared Kushner, ha tuttavia fatto capire chiaramente che gli Stati Uniti invieranno gli F-35 agli Emirati Arabi Uniti nonostante le obiezioni israeliane. In secondo luogo, in realtà l’accordo di martedì maschera il mancato raggiungimento, da parte dell’amministrazione americana, della pace israelo-palestinese progettata da Kushner. E l’affermazione del presidente che i palestinesi muoiono dalla voglia di salire a bordo va presa con beneficio d’inventario.</p>



<p>Va da sé che è difficile che arrivi un apprezzamento bipartisan, ma nel valutare l’accordo, l’ex segretaria di stato Madeline Albright (che ha prestato servizio con Bill Clinton) e l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley (che ha prestato servizio con George W. Bush), hanno scritto su Politico Magazine che vale la pena sostenere la strategia di Trump.</p>



<p>Non deve sorprendere che i palestinesi non siano contenti, scrivono Albright e Hadley, ma questi accordi potrebbero consentire legami arabo-israeliani più profondi attraverso la cooperazione economica, un più semplice ritiro americano dalla regione e ulteriori concessioni israeliane contro l’annessione e in favore di uno Stato palestinese. Specie se, nella prospettiva di accordi simili, altri paesi arabi condizioneranno il riconoscimento di Israele ai passi compiuti sulla questione. «Comprendiamo che molti americani restino pessimisti», scrivono Albright e Hadley. «Ma se queste azioni dovessero riuscire, potrebbero offrire la piattaforma di cui c’è bisogno per progredire in direzione di un Medio Oriente pacifico e prospero».</p>



<p>Certo, si tratta di politica estera, un tema che in America (come dappertutto) è considerato di poco peso nelle elezioni presidenziali. Ma non è un caso che la campagna del presidente americano stia sfruttando al massimo anche la candidatura di Trump al Nobel (sorvolando sul fatto che è stata proposta da un eccentrico parlamentare norvegese ultra-conservatore). Si tratta pur sempre di show business, un campo nel quale Trump eccelle.</p>
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