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	<title>Georgia Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Georgia Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Il Partito repubblicano riuscirà a sopravvivere?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jan 2021 17:45:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Solo dieci repubblicani, mercoledì scorso alla Camera dei Rappresentanti, non se la sono sentita di difendere l’indifendibile e hanno votato per l’impeachment (compresa Liz Cheney, la presidente della House Republican Conference, il caucus del partito alla Camera). Donald Trump è il primo (e l’unico) presidente americano ad essere posto in stato d’accusa per due volte, ma la maggior parte del suo partito si è rifiutata di fargliela pagare per aver&#8230;</p>
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<p>Solo dieci repubblicani, mercoledì scorso alla Camera dei Rappresentanti, non se la sono sentita di difendere l’indifendibile e hanno votato per l’impeachment (compresa Liz Cheney, la presidente della House Republican Conference, il caucus del partito alla Camera).</p>



<p>Donald Trump è il primo (e l’unico) presidente americano ad essere posto in stato d’accusa per due volte, ma la maggior parte del suo partito si è rifiutata di fargliela pagare per aver istigato una insurrezione violenta. I pochi membri del GOP della Camera che hanno votato l’impeachment hanno sfidato gli insulti e gli attacchi dei colleghi, e rischiano di perdere il posto.</p>



<p>Il dibattito che ha preceduto il voto alla Camera è stato un festival dell’ipocrisia che ha fatto ricorso alle menzogne, dato che i sostenitori di Trump, per difenderlo, hanno dovuto negare la realtà. Alcuni di loro, dopo aver passato mesi a fingere che Joe Biden non avesse vinto un’elezione regolare e libera, hanno accusato i democratici di voler rompere l’unità della nazione. Altri hanno ammonito che l’impeachment potrebbe scatenare la violenza, confermando le tattiche intimidatorie della turba della scorsa settimana. Diversi repubblicani hanno ammesso che Trump era colpevole ma hanno sostenuto che, in linea di principio, l’impeachment era troppo affrettato; altri ancora hanno descritto il processo come una mossa dei nemici di Trump «di sinistra» ansiosi di cancellarlo in un accesso di «political correctness».</p>



<p>Ora il destino di Trump è nelle mani del Senato (e più concretamente in quelle di un altro dei suoi vecchi sodali, che ha assecondato a lungo le sue cattive e pericolose abitudini, Mitch McConnell). Il leader di maggioranza del Senato ritiene sia tempo per il partito di prendere congedo da Trump, e sebbene non intenda riconvocare il Senato in tempo per rimuovere il presidente americano dall’incarico, ha fatto sapere che potrebbe votare per l’impeachment. Se dovesse farlo, altri repubblicani potrebbero unirsi a lui per raggiungere la maggioranza necessaria dei due terzi. Per allora Trump sarà un ex presidente, ma un’eventuale ricandidatura potrebbe essergli impedita per sempre. É ovviamente molto improbabile. Ma il voto del secondo impeachment di mercoledì scorso assicura comunque che il nome di Trump sarà accompagnato da una macchia indelebile.</p>



<p>Il New York Times ha riportato che le grandi aziende che finanziano entrambi i grandi partiti americani hanno sospeso i finanziamenti ai repubblicani che si sono opposti a certificare la vittoria del presidente eletto Joe Biden, segnalando l’irritazione del circuito degli affari e del grande pubblico. Al punto che Fareed Zakaria si è chiesto se il Partito repubblicano riuscirà a sopravvivere alle conseguenze dell’assedio al Campidoglio e del secondo impeachment del presidente Trump. «Forse no», ha scritto nella sua rubrica sul Washington Post, sottolineando che anche in passato i partiti sono crollati a causa delle gravi diatribe interne. </p>



<p>I Federalisti si sono atrofizzati dopo che si sono opposti alla Guerra del 1812 e i Whigs declinarono dopo uno scisma interno sul tema della schiavitù. Se l’attuale tendenza persiste, scrive Zakaria, «potremmo assistere ad una dinamica pericolosa»: «Alcuni repubblicani (…) abbandoneranno il partito, resti ad aderire al culto della famiglia Trump. Il Partito repubblicano superstite (…) sarà dominato da persone che rifiutano la democrazia americana e sono affascinati dalle teorie del complotto, infuriati per la loro impotenza e sempre più disposti ad appoggiare mezzi estremi, perfino violenti, per raggiungere i propri fini. In altre parole, i futuri repubblicani al Congresso potrebbero assomigliare molto alla turba che lo ha preso d’assalto la settimana scorsa».</p>



<p>Anche il columnist conservatore del New York Times, Ross Douthat, si è chiesto se il Partito repubblicano riuscirà a rimanere unito. Senza fare previsioni, Douthat tratteggia uno scenario nel quale «quel che rimane del voto di centrodestra dei sobborghi e dell’establishment del GOP diventa come minimo altrettanto NeverTrump del senatore repubblicano Mitt Romney» mentre «il cuore dei supporter di Trump diventano altrettanto paranoici dei devoti di Q. Forse ciò condurrà a nuovi atti inutili di violenza (…) o forse condurrà solo a primarie repubblicane che produrranno molti più candidati come (la sostenitrice di QAnon e neoeletta deputata repubblicana) Marjorie Taylor Greene della Georgia, al punto che una buona fetta del GOP della Camera occuperà un universo completamente diverso» da quello del resto del partito. Ed è possibile che il gruppo di repubblicani centristi del Senato possa cambiare cavallo e formare un mini partito indipendente, suggerisce infatti Douthat.</p>



<p>Ovviamente, non tutti sono d’accordo. Riflettendo probabilmente la profonda ambivalenza del Partito repubblicano, Andrew C. McCarthy sulla rivista conservatrice National Review ha scritto che il presidente Trump si è reso responsabile di una condotta «impeachable», ma ha anche criticato la mossa della presidente della Camera Nancy Pelosi di metterlo sotto accusa, definendola una scelta «politica» ed inutile, ad appena una settimana di distanza dal termine della presidenza Trump. Anche alcuni dei critici più feroci del presidente americano si sono chiesti se davvero l’impeachment possa servire a dissuaderlo dal diffondere pericolose teorie cospirative o se, come è accaduto in passato, Trump riemergerà «più forte» proprio per essere stato messo sotto accusa. </p>



<p>Su Politico Magazine, Michael Krause ha scritto che quella di vincere perdendo è, appunto, la storia di Trump. «Nel 1973 il Dipartimento di Giustizia ha citato Trump (assieme al padre e alla sua azienda), denunciando il diffuso razzismo nei contratti d’affitto», scrive Krause. «Imparando l’arte dal famoso (avvocato ed ex mentore di Trump) Roy Cohn … il ventenne Trump ha trasformato quella che avrebbe potuto essere fin dall’inizio una macchia in un trampolino di lancio. Ha negato, ritardato e distratto. Si infuriò contro l&#8217;accusa, suscitando titoli cubitali e una tale bagarre sfacciata che oscurò la sostanza reale e la gravità del caso». Alla fine patteggiò e si impegnò a compiere cambiamenti concreti. Ovviamente, la risoluzione contava «sulla buona fede e sulla buona volontà» da parte di Trump. Ma «Trump era incorreggibile. Non rispettò i termini, definendo per tutto il tempo il suo fallimento una vittoria, cosa che effettivamente era». Ed il timore di Krause (riproposto anche da Michael Smerconish della CNN) è che, dato che la sua politica del vittimismo finora ha funzionato, il sostegno per Trump possa crescere ancora. Nonostante l’impeachment.</p>
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		<title>Se nel primo atto c’è una pistola, è probabile che nell’ultimo atto sparerà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2021 15:31:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Doveva succedere. Dopo quattro anni di incitamenti all’odio, complotti, allarmi e menzogne che hanno messo uno contro l’altro gli americani, un’esplosione di collera era nell’aria. Doveva succedere e ieri è successo. A Washington una folla inferocita ha assalito il Campidoglio, la sede dei due rami del Parlamento degli Stati Uniti (per la prima volta dopo l’assalto inglese nel 1814), interrompendo l’assemblea plenaria convocata per confermare la vittoria elettorale di Joe&#8230;</p>
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<p>Doveva succedere. Dopo quattro anni di incitamenti all’odio, complotti, allarmi e menzogne che hanno messo uno contro l’altro gli americani, un’esplosione di collera era nell’aria. Doveva succedere e ieri è successo. A Washington una folla inferocita ha assalito il Campidoglio, la sede dei due rami del Parlamento degli Stati Uniti (per la prima volta dopo l’assalto inglese nel 1814), interrompendo l’assemblea plenaria convocata per confermare la vittoria elettorale di Joe Biden.</p>



<p>«Se nella prima scena del dramma, c&#8217;è un fucile appeso alla parete, nel terzo atto dovrà sparare», diceva Anton Cechov. Lo ha ricordato, qualche giorno fa sul Wall Street Journal, prima che i rivoltosi, tutti sostenitori di Trump, invadessero il Campidoglio, il senatore repubblicano Ben Sasse, che si è opposto al tentativo, spalleggiato da Trump, di contestare la vittoria elettorale di Biden. Troppi americani, ha ammonito Sasse, si sono abituati a sentirsi dire quel che vogliono sentire, in particolare riguardo alle elezioni presidenziali di novembre, e la cosa è pericolosa. Fatto sta che, alla fine, l’arma che in molti hanno contribuito a caricare (bastava dare un’occhiata, in questi anni, ai servizi di Fox News) ha sparato.</p>



<p>Per chiunque abbia visitato il Campidoglio e abbia una certa familiarità con le sue restrizioni (che impongono di muoversi attraverso controlli di sicurezza e di esibire in ogni momento il badge identificativo, mentre i turisti vengono condotti con circospezione attraverso le sale), le immagini e i suoni di ieri sono davvero scioccanti. Mentre scoppiava il caos, il deputato repubblicano Mike Gallagher ha detto alla CNN: «Non vedo niente del genere da quando ero in Iraq»; e il repubblicano Adam Kinzinger lo ha definito un tentativo «colpo di stato». Josep Borrell, l’alto rappresentante della Unione Europea, si è fatto poi interprete dell’incredulità e della preoccupazione del mondo intero dicendo «Questa non è l’America».</p>



<p>Perché è successo? La CNN ha subito sottolineato che è stato il presidente americano ad incoraggiare i manifestanti a marciare sul Campidoglio, ma Trump va ripetendo da mesi che le elezioni di novembre sono state manipolate e da tempo sono in molti tra gli analisti ad interrogarsi sulle possibili conseguenze delle sue dichiarazioni senza fondamento. Anne Applebaum sull’Atlantic ha scritto che Trump ha propagandato la pericolosa idea che le elezioni sono per loro natura illegittime a meno che non sia il suo partito a vincerle; e Michael Kruse su Politico ha descritto la riunione plenaria del Congresso interrotta ieri dalla sommossa (nella quale i legislatori avrebbero dovuto riconoscere la vittoria di Biden) come l’ultimo «test di fedeltà» preteso dal presidente: o sei con Trump o sei contro di lui, costi quel che costi.</p>



<p>E pensare che ieri, per alcune ore, la notizia del giorno era stata la vittoria dei democratici nei due ballottaggi in Georgia che assicura loro il controllo di entrambe le camere per la prima volta negli ultimi dieci anni. Si sa che la maggioranza democratica al Senato è risicatissima e si regge sul voto decisivo della futura vicepresidente Kamala Harris. Un margine così ristretto implica che i democratici non potranno vincere, se non raramente, l’ostruzionismo parlamentare e dovranno contare sui loro senatori più moderati come Joe Manchin del West Virginia (che è membro, per capirci, della National Rifle Association) e Kyrsten Sinema dell’Arizona (che fa parte della Blue Dog Coalition). </p>



<p>Ma la maggioranza al Senato farà comunque la differenza. L’amministrazione Biden potrà approvare le leggi di bilancio e confermare i giudici (nessuna delle due cose è esposta al filibustering) finché i democratici rimarranno uniti. Mitch McConnell non sarà più il leader di maggioranza, con il potere di decidere su quali provvedimenti votare. E sarà il democratico Chuck Schumer ad assumere, per la prima volta, quel ruolo e a decidere il calendario dei lavori.</p>



<p>È in gioco buona parte dell’agenda economica che Biden ha proposto nel corso della campagna elettorale. E si tratta di una agenda coraggiosamente progressista, che comprende programmi per ridurre i costi sanitari, espandere Medicare, creare nuovi posti di lavoro nella manifattura e promuovere l’energia pulita, oltre ad alzare le tasse per i più ricchi; e molte di questi provvedimenti (assiemo alle misure per accelerare le vaccinazioni di massa e aumentare gli incentivi all’economia) possono essere inseriti nella legge di bilancio di quest’anno.</p>



<p>Prima di ieri, la netta vittoria contro il presidente uscente dei democratici era bilanciata dalla prestazione, sorprendentemente buona, dei repubblicani a livello locale e di collegio. La giornata di ieri non cancella i risultati ottenuti dai repubblicani, ma ha sottratto loro il premio più ambito: il controllo del Senato. Senza contare che l’assalto al Campidoglio accelererà probabilmente la resa dei conti interna al GOP. E senza dubbio Biden ha ora molte più possibilità di portare a termine il suo lavoro.</p>
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		<title>Si volta pagina (in America)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 17:29:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ieri negli Stati Uniti è partita la campagna di vaccinazione contro il Covid ed il Collegio elettorale ha sancito ufficialmente che Joe Biden è il vincitore delle elezioni. Insomma, si volta pagina. Poche ore dopo, nel suo discorso, Biden ha definito «inconcepibili» gli attacchi di Trump al processo elettorale. Dopo settimane nel corso delle quali si è morso la lingua e ha misurato le parole per evitare di peggiorare la&#8230;</p>
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<p>Ieri negli Stati Uniti è partita la campagna di vaccinazione contro il Covid ed il Collegio elettorale ha sancito ufficialmente che Joe Biden è il vincitore delle elezioni. Insomma, si volta pagina.</p>



<p>Poche ore dopo, nel suo discorso, Biden ha definito «inconcepibili» gli attacchi di Trump al processo elettorale. Dopo settimane nel corso delle quali si è morso la lingua e ha misurato le parole per evitare di peggiorare la situazione mentre Donald Trump cercava di scippargli la vittoria, Biden ha chiarito ieri sera che quel che è troppo è troppo e che è venuto il momento di andare avanti. E nel suo discorso dopo la conferma da parte del Collegio elettorale, il prossimo presidente degli Stati Uniti, ha cercato di rappresentare il passaggio pacifico dei poteri (e la fine di un incubo). «La correttezza delle nostre elezioni rimane integra. Ora è tempo di voltare pagina come abbiamo fatto in tutta la nostra storia. Di unire, di risanare», ha detto Biden.</p>



<p>Il suo è stato un discorso che ha voluto indicare agli americani e al resto del mondo che il periodo post elettorale più sconcertante della storia moderna delle elezioni negli Stati Uniti è finito. Il discorso contiene anche il messaggio, rivolto a Trump, che i suoi tentativi di screditare il processo elettorale sono falliti, e un ammonimento ai repubblicani che sono ancora prostrati ai piedi del presidente uscente. «In America, i politici non prendono il potere &#8211; ha detto Biden &#8211; sono le persone a conferire loro il potere». I giudizi di Biden sono stati anche un’indispensabile dimostrazione di autorità e di leadership da parte di un uomo che entrerà in carica al culmine della crisi.</p>



<p>Niente di tutto ciò farà ammettere a Trump la sconfitta. Ma come ha detto Biden: «La fiamma della democrazia è stata accesa in questa nazione molto tempo fa. E adesso sappiamo che niente &#8211; neppure una pandemia o un abuso di potere &#8211; potrà estinguere quella fiamma».</p>



<p>Intanto, è cominciato anche l’early voting nei due ballottaggi della Georgia, che determineranno quale sarà il partito che controllerà il Senato. E oggi Biden andrà nel Peach State a fare campagna elettorale. L’America volta pagina ma si continua a combattere.</p>
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		<title>Georgia on my mind</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Dec 2020 18:44:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Georgia on my mind», la canzone scritta da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, diventata universalmente popolare grazie alla versione di Ray Charles, è stata adottata nel 1979 come canzone ufficiale dello Stato della Georgia (anche se, in realtà, sembra che Gorrell scrisse il testo per la sorella di Hoagy, Georgia). Ma oggi, come hanno scritto Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, «tutti a Washington hanno la Georgia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>«Georgia on my mind», la canzone scritta da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, diventata universalmente popolare grazie alla versione di Ray Charles, è stata adottata nel 1979 come canzone ufficiale dello Stato della Georgia (anche se, in realtà, sembra che Gorrell scrisse il testo per la sorella di Hoagy, Georgia).</p>



<p>Ma oggi, come hanno scritto Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, «tutti a Washington hanno la Georgia nei loro pensieri», e non per colpa della vecchia canzone. Ieri scadeva il termine per registrarsi per i ballottaggi. E proprio quando credevamo che la lunga stagione elettorale americana fosse (finalmente) alle nostre spalle, tutti gli occhi sono puntati sulla Georgia.</p>



<p>Nello stato meridionale che Joe Biden ha conquistato per un soffio il mese scorso, il prossimo 5 gennaio si svolgeranno due ballottaggi per il Senato che contribuiranno a caratterizzare la sua presidenza. Se i due candidati democratici dovessero vincere entrambe le sfide contro gli incumbent repubblicani, i democratici raggiungerebbero il magico numero di 50. In caso di parità 50-50, infatti, a decidere il controllo del Senato sarà la nuova vicepresidente Kamala Harris che potrà esercitare i poteri che la Costituzione le assegna e votare in modo decisivo. Se invece i repubblicani dovessero conquistare anche uno solo dei due seggi in palio in Georgia, allora controlleranno il Senato e conserveranno il potere di bloccare le scelte, le leggi e le nomine alla Corte del gabinetto di Biden, determinando una impasse nella capitale che potrebbe strangolare la sua amministrazione.</p>



<p>La posta in gioco è molto alta e non c’è da stupirsi che sulla Georgia, come ha scritto il New York Times, si stia abbattendo una tempesta politica. La Georgia è diventata un chiodo fisso per un sacco di gente a Washington e, nel «Peach State», entrambi i partiti stanno dando fondo a tutte le loro risorse. La spesa per la propaganda elettorale nel secondo turno ha già raggiunto i 300 milioni di dollari. L’ex presidente Barack Obama sta sostenendo i candidati democratici (il Rev. Raphael Warnock e Jon Ossoff) su Zoom. «Non si tratta solo della Georgia», ha detto Obama in un evento virtuale. «Si tratta dell’America e del mondo».</p>



<p>Anche il presidente Trump ha smesso di tenere il broncio ed è volato in Georgia con la moglie Melania sabato scorso per il suo primo comizio dopo le elezioni presidenziali. A dire il vero, il presidente uscente potrebbe non avere aiutato granché i senatori uscenti David Perdue (sotto tiro per aver realizzato un guadagno sbalorditivo vendendo e poi riacquistando le azioni della Cardlytics, una società con sede ad Atlanta, si è rifiutato di partecipare ad un dibattito con Jon Ossoff) e Kelly Loeffler (che invece nel corso di un dibattito si è rifiutato di ammettere che Trump ha perso le elezioni).</p>



<p>Trump ha vomitato sciocchezze per più di un’ora e mezza, affermando (ancora una volta) falsamente di avere vinto le elezioni presidenziali dello scorso novembre (in precedenza, aveva esortato il governatore della Georgia a convocare una sessione legislativa speciale per rovesciare la vittoria di Biden nello Stato). Tanto che lo stesso Geoff Duncan, il vicegovernatore repubblicano della Georgia, domenica scorsa ha ribadito alla CNN: «Ho votato per il presidente Trump. Sfortunatamente, non ha vinto lo Stato della Georgia». Duncan ha aggiunto, inoltre, che «la montagna di informazioni false» del presidente rischiano di essere controproducenti. Gli strateghi repubblicani sono, infatti, molto preoccupati: se gli elettori prendono per buone le affermazioni di Trump e credono davvero che il voto in Georgia sia stato truccato, potrebbero disertare i ballottaggi.</p>



<p>Anche a prescindere dal significato che oggi assume in relazione all’equilibrio dei poteri a Washington, la vicenda politica della Georgia è molto interessante. Biden è il primo democratico dai tempi di Bill Clinton (nel 1992) a conquistare lo Stato; e la sua vittoria rivela il grande cambiamento demografico in corso e la rapida crescita delle periferie che, per la prima volta da generazioni, stanno aprendo nuove prospettive ai democratici proprio nel profondo sud. Del resto, gli elettori neri hanno contribuito in modo decisivo a far arrivare Biden alla Casa Bianca, e la loro disponibilità a votare in massa dopo Capodanno potrebbe essere, ancora una volta, decisiva.</p>
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