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	<title>Giornata della Memoria Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Giornata della Memoria Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Ecco perché abbiamo camminato senza memoria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jan 2023 13:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[27 gennaio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La senatrice a vita Liliana Segre si è lasciata sfuggire – lei, ottimista e coraggiosa come pochi in questa nostra Italia – un lieve lamento: “Fra qualche anno della Shoah non rimarrà che qualche riga appena nei libri di storia” perché già si brontola “basta con questi ebrei, che cosa noiosa!”. Desidereremmo tanto rassicurarla che così non sarà. E questo perché siamo solo all’inizio di questo capitolo storico tutto da&#8230;</p>
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<p>La senatrice a vita <strong>Liliana Segre</strong> si è lasciata sfuggire – lei, ottimista e coraggiosa come pochi in questa nostra Italia – un lieve lamento: “<em>Fra qualche anno della Shoah non rimarrà che qualche riga appena nei libri di storia” perché già si brontola “basta con questi ebrei, che cosa noiosa!</em>”.</p>



<p>Desidereremmo tanto rassicurarla che così non sarà. E questo perché siamo solo all’inizio di questo capitolo storico tutto da leggere e studiare. Se solo interviene chi può mostrare una laurea in lettere, ma anche in filosofia e forse pure in storia, conseguita nei primi decenni del secolo scorso, candidamente e sia pure con scorno, confesserà: “E’ stato il mio caso che qualche riga ho letto, adesso e solo adesso ne so di più”. Se questo è accaduto al laureato, peggio ancora se l’è trascorsa il liceale o il ragazzo di terza media di primo grado per il semplice fatto che quel laureato è stato poi insegnante nelle due scuole. Da qui viene fuori il triste ritornello che in tanti, tantissimi, finiamo per snocciolare: “Con il programma di storia sono arrivato alle ‘cause dello scoppio della seconda guerra mondiale’, in terza media così come all’ultimo delle superiori”. Ed è detto tutto, quasi per dichiarare che c’è sempre qualcuno prima di me che ha un po’ della mia colpa. Allo scoppio della seconda guerra mondiale la conoscenza della storia si è inceppata nella mente di molti che oggi hanno età matura.</p>



<p>Norimberga 1946, Gerusalemme 1961, respiro europeo di storia per saperne di più, sono stati autentici tabù per libri di testo, riviste, giornali e televisione. <strong>Primo Levi </strong>con “<em>Se questo è un uomo</em>” è stato letto quasi in clandestinità perché pubblicato anche in clandestinità prima che apparire nei tipi della casa editrice Einaudi. </p>



<p>Siamo in tanti digiuni o a mezzo cervello in conoscenza di storia, materia scolastica che prima di andare in uggia agli studenti lo era agli insegnanti a loro volta studenti. E anche quei professori di storia e filosofia di liceo conoscevano bene il trucco di prolungarsi o sbrodolarsi in filosofia e tenersi avari di storia che, per essere raccontata agli studenti, doveva comunque essere almeno letta il giorno prima sul manuale di classe. Affidata alla sola cura degli studenti, leggete e poi interroghiamo? Un po’ come dire: “A voi lupi affido queste pecore!”. </p>



<p>Ed è avvenuto anche per questo che abbiamo camminato senza memoria, senza sapere chi ci ha preceduto, come e perché, per quali vie. Negli anni del dopoguerra abbiamo chinato la testa e ci siamo dedicati alla ricostruzione fino alle soglie del boom economico. Nessuno sguardo all’indietro, tutti protesi in avanti, tutti a ritenerci gli inventori di ogni cosa e di qualsiasi corso della storia a venire. Fino al punto di sbandierare nostalgie di fascismo, ignorandolo e pertanto fantasticandone gesta e urgenza di ripristino. Nessun racconto critico, nessun cenno alle leggi razziali e alla deriva razzistica. Quasi un silenzio tombale. Per non dire che a tanto fascismo si contrapponeva nei discorsi un antifascismo senza punteggiatura, senza citazioni, senza andare a vedere – e quindi senza conoscenza – se nello stesso album di famiglia c’erano parenti o congiunti che nei campi di concentramento erano caduti o se a quei campi di concentramento avevano accompagnato in divisa qualche altro.</p>



<p>Alla senatrice Segre vorremmo dire che oggi abbiamo altra consapevolezza, sappiamo almeno che il problema esiste, che tanti come lei hanno parlato e scritto e ci hanno fatto il gran dono di conoscere, afferrare il toro dell’ignoranza per le corna ed eseguire una ricerca anatomopatologica come mai prima era avvenuta. </p>



<p>A scuola, di questi giorni, si lavora sulla <strong>Shoah</strong> come mai era avvenuto nei decenni passati. I ragazzi mostrano empatia verso<strong> Anna Frank</strong> e vivono la loro condizione squisitamente affettuosa e ricca di tenerezza e di ascolto verso quelle donne e uomini – nonni per loro, padri per noi – che ci stanno insegnando la fecondità della memoria. Che non è solo recupero della loro storia. E’ anche recupero della nostra identità. Non sapevamo come era andata. Non sapevamo neanche chi siamo, che cos’è il bene e che cos’è il male, di che cosa è capace l’uomo che sognavamo di essere. E, adesso, se proprio vogliamo, qualcosa di più vero possiamo scoprire. E dire <strong>grazie.</strong></p>
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		<title>Caro lettore postmoderno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 21:54:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[27 gennaio]]></category>
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		<category><![CDATA[Seconda guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni 27 gennaio celebriamo la Giornata della memoria e tutti, a diverso titolo, si interrogano almeno per un giorno sul suo valore con gli anni che passano. Quelli che sempre più affannosamente tentano di mantenere vivo il ricordo; quelli che strumentalmente vorrebbero si passasse oltre; quelli che dicono &#8220;perché ricordare solo le stragi nazi-fasciste e non anche quelle sovietiche o cinesi&#8221;; quelli che oggettivamente non gliene frega niente, perché mai&#8230;</p>
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<p>Ogni 27 gennaio celebriamo la Giornata della memoria e tutti, a diverso titolo, si interrogano almeno per un giorno sul suo valore con gli anni che passano.</p>



<p>Quelli che sempre più affannosamente tentano di mantenere vivo il ricordo; quelli che strumentalmente vorrebbero si passasse oltre; quelli che dicono &#8220;perché ricordare solo le stragi nazi-fasciste e non anche quelle sovietiche o cinesi&#8221;; quelli che oggettivamente non gliene frega niente, perché mai niente gli è fregato di niente e pure si infastidiscono al solo pensiero, ma non lo dicono per quel decoro tutto borghese che fa del qualunquismo l&#8217;ingrediente più rassicurante per se stessi, in famiglia, per la nazione.</p>



<p>Io penso che sulla memoria dell&#8217;olocausto si giochi oggi una partita diversa (come potrebbe essere diversamente, a distanza di quasi un secolo?) ma non meno significativa e importante. Innanzitutto sotto il profilo didattico, affinché le nuove generazioni no &#8220;non dimentichino&#8221;, ma prendano dimestichezza, si appassionino alla disciplina storica che rimane, malgrado l&#8217;endemico sfacelo della pubblica istruzione, il fondamento delle civiltà. Dunque la memoria, ma intesa come conoscenza e coscienza del proprio passato.</p>



<p>Secondariamente, per l&#8217;affermazione di una didattica adulta, qualcosa che serva più a noi, i cattivi maestri, quelli che tornano a casa raccontando ai figli che, tanto, tutto è uguale a tutto, che si stava meglio quando si stava peggio, che della storia, recente o antica che sia, fanno un frullato di opinioni massificate attraverso il chiacchiericcio distorto dei social.</p>



<p>Una riassunzione collettiva del valore della memoria in senso lato, farebbe si che le diverse &#8220;giornate&#8221; del calendario repubblicano si saldassero in un unico programma storico, in difesa dei valori costituzionali e democratici, sottraendo i singoli appuntamenti celebrativi al rischio, ogni anno più avvertito, di revisionismo d&#8217;un lato, di retorica dall&#8217;altro. Farebbe dell&#8217;ormai fitto calendario di occasioni commemorative un sistema a rete in cui si affermi il primo e più importante valore civile ed etico di una nazione: quello della consapevolezza collettiva.</p>



<p>Il ricordo dell&#8217;olocausto, da tale prospettiva, aiuterebbe anche chi, nello squallore della politica divisiva e miserabile messa in scena proprio in questi giorni, non riesce a capire che i passi indietro, nell&#8217;arco lungo della storia, non sempre sono grandi ed eclatanti come ai tempi del nazi-fascismo.</p>



<p>A volte le civiltà regrediscono impercettibilmente, giorno dopo giorno, anno dopo anno verso il baratro, e quel baratro praticamente mai assomiglia al passato. Più facilmente finisce per non assomigliare a niente di già visto, eppure fa orrore per la sua crudeltà.</p>



<p>Ricordare, talvolta, serve ad evitare che si formino nuove categorie di pensiero nichilista, serve a tenere ben salda la rotta delle conquiste democratiche, serve, in definitiva, a non scivolare nell&#8217;oblio. Chi sa un poco di scienze sociali e cognitive capisce quello che intendo dire. L&#8217;essere umano è portato alla dimenticanza per costituzione sua propria e collettiva. Se lo ha capito il figlio di un falegname duemila e venti anni fa, ne sono certo, potrai capirlo anche tu, mio caro lettore postmoderno.</p>
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