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	<title>Giuseppe Leone Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Giuseppe Leone Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Giuseppe Leone: l&#8217;ultima immagine di Sciascia riflessa nella torta a forma di libro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Nov 2020 14:51:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Più che un’ultima frase di Leonardo, ricordo l’ultima immagine di Sciascia». Il ricordo è quello consegnato alla memoria visiva del fotografo Giuseppe Leone. «Il mio ultimo ritratto di Sciascia è uno scatto realizzato a casa sua, a Palermo. Avevo portato con me una torta confezionata da “Di Pasquale”, la sua pasticceria ragusana prediletta. Era una magnifica torta a forma di libro. Inquadrai Leonardo. Ho ancora vivida nella memoria la sua&#8230;</p>
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<p>«Più che un’ultima frase di Leonardo, ricordo l’ultima immagine di Sciascia». Il ricordo è quello consegnato alla memoria visiva del fotografo Giuseppe Leone. «Il mio ultimo ritratto di Sciascia è uno scatto realizzato a casa sua, a Palermo. Avevo portato con me una torta confezionata da “Di Pasquale”, la sua pasticceria ragusana prediletta. Era una magnifica torta a forma di libro. Inquadrai Leonardo. Ho ancora vivida nella memoria la sua immagine. Era un dettaglio del suo volto: i suoi occhi lucidi di lacrime. Dopo quel giorno, non ci siamo più rivisti. Qualche settimana dopo cominciò il suo calvario. I problemi di salute si aggravarono. I continui viaggi a Milano. Ogni volta che rivedo quella foto, sento un groppo in gola. Il dolore per un amico che mi manca tremendamente. Sciascia manca soprattutto a questa nazione disperata».</p>



<p><strong>Come ricorda il 20 novembre del 1989, quando Sciascia si spense nella sua casa di Palermo?</strong><br>Squillò il telefono. Avevo un presentimento. Era Gesualdo Bufalino, la voce rotta dal dolore, mi comunicava che Leonardo era morto. Seguirono lunghi istanti di silenzio. Concordammo di raggiungere insieme Palermo. Fu un viaggio lunghissimo, avvolto in un silenzio irreale. Il cortile della sua casa a Villa Sperlinga era affollato di vetture, stentammo a trovare un parcheggio. Guadagnata mestamente la rampa di scale, mi ritrovai al cospetto del feretro. A colpire la mia attenzione fu il volto triste e incanutito di Marco Pannella.</p>



<p><strong>Come conobbe l’autore delle “Parrocchie di Regalpetra”?</strong><br>Una strana coincidenza. Una di quelle stranezze misteriose che Sciascia amava tanto. La prima volta che incontrai Leonardo Sciascia, fu nella sede della casa editrice Sellerio, in via Siracusa a Palermo. Stavo ultimando l’impaginazione del mio primo libro “La pietra vissuta”. Enzo Sellerio, mi chiese di seguirlo, voleva presentarmi una persona. Trovai Sciascia seduto su un divano mentre fumava l’eterna sigaretta. Ma la cosa che mi colpì, fu la sua immediata domanda. Mi chiese se conoscessi la prefettura di Ragusa. Risposi ingenuamente di sì. Lui rincalzò, divertito, spiegando che il riferimento era alle tempere realizzate da Duilio Cambellotti. Pitture che adornavano il palazzo della prefettura. Aveva già in mente un lavoro dedicato a una pagina rimossa della storia italiana. Paradossalmente quella sua prima domanda, dopo qualche anno, si trasformò nel nostro ultimo libro: “Invenzioni di una prefettura”, edito da Bompiani. A Ragusa, grazie al prefetto Siani, potemmo visitare i saloni della prefettura. Le pareti erano state foderate, per anni, da teloni scuri che coprivano le pitture di Duilio Cambellotti. Fu dunque un autentico disvelamento. Realizzammo un libro autenticamente sciasciano. Contraddistinto dalla sua cifra stilistica: la spasmodica ricerca della verità. Anche la verità scomoda, come quella del regime fascista. A rileggerlo, il suo testo, è ancora oggi straordinario. Dunque misteriosamente, la prima cosa che mi aveva chiesto, fu l’ultimo libro che abbiamo realizzato. Dopo il primo incontro palermitano, entrammo subito in sintonia. Venne a trovarmi a Ragusa, più volte. Abbiamo percorso la Sicilia in lungo e largo, mostre, convegni, feste di piazza. Ma in tanti anni di amicizia, non sono mai riuscito a dargli del tu. Me lo chiese più volte. Ma non riuscivo, intimidito dal grande rispetto che nutrivo nei suoi confronti. Trovammo dunque un compromesso. Decidemmo che lo avrei chiamato Leonardo, ma sempre dandogli del lei. Lui, ogni volta,al cospetto di questa mia timidezza sorrideva divertito. É stato una persona determinante, per la mia carriera e per la mia crescita culturale. Le sue parole, le sue indicazioni, mi hanno aperto orizzonti inesplorati, conferendo metodo al mio lavoro di fotografo. Il nostro primo libro fu “La Contea di Modica”. In quell’occasione, ho avuto modo di conoscere il grande valore dell’uomo e dell’artista. Quando gli chiesi, intimidito, come procedere, rispose che dovevamo agire in piena autonomia. Io dovevo sviluppare il mio racconto per immagini, lui quello tratteggiato con le sue parole. Una dichiarazione di autonomia che mi spiazzò. Una lezione di civiltà e di rispetto che non dimenticherò mai. Quando Sciascia arrivava a Ragusa, non mancava l’appuntamento a Scicli, nello studio del pittore Piero Guccione. Leonardo lo stimava e lo apprezzava per la sua maestria e per il suo riserbo. Una taciturna discrezione che sembrava accomunarli. La nostra frequentazione culminò in una mostra a Palermo. Esposizione che fu ospitata nei locali della galleria “La Tavolozza” diretta da Vivi Caruso, la moglie del pittore Bruno Caruso. Piero Guccione con i suoi dipinti e io con le mie fotografie, fummo accomunati da un testo in catalogo di Sciascia a dir poco sublime.</p>



<p><strong>Come era nella sua quotidianità Sciascia?</strong><br>Con Gesualdo Bufalino andavamo spesso a Racalmuto, in contrada Noce, la residenza estiva di Leonardo. Il rito era sempre lo stesso: Bufalino mi chiamava la sera prima, il mattino successivo mi attendeva in piazza a Comiso. Giunti a Racalmuto era sempre una gran festa. Bufalino e Sciascia avevano la stessa età, gli stessi interessi letterari, la stessa passione per il cinema. Era un tripudio di citazioni, riferimenti, allusioni. Il mio libro “Storia di un’amicizia” è proprio intessuto da queste straordinarie frequentazioni. Un connubio che si è trasformato in uno dei miei libri fotografici più riusciti. Alla Noce era sempre un continuo stupore. Vi si davano raduno personaggi straordinari. É stato quello lo scenario della mia foto più famosa, divenuta presto una sorta di icona. Quella che ritrae Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo. Ad organizzare l’incontro fu un altro grande amico di Leonardo, Aldo Scimè, suo amico d’infanzia, grande giornalista, intellettuale raffinatissimo. Eravamo seduti nella terrazza della casa di campagna e attendevamo l’arrivo di Indro Montanelli. Il mitico giornalista del “Corriere della Sera”, per un contrattempo mancò l’appuntamento. Nell’attesa, i tre giganti della letteratura italiana, si produssero in una conversazione memorabile. Scattai, quasi per caso, una sequenza di foto. I tre rimasero imprigionati nell’obiettivo con una magnifica risata complice che li accomunava. Vicenda umana e artistica irripetibile. Ma quella Racalmuto non l’ho più ritrovata. La magia, era quella che Leonardo era riuscito a tessere: trasformare un luogo eccentrico, lontano da ogni dove, in una sorta di capitale della cultura. Oggi non è più così. Racalmuto è tornata a essere un luogo provinciale e marginale. Lo dimostrano le inutili dispute sulle sorti della fondazione Sciascia. Di Leonardo e della sua opera ci si occupa in maniera frammentata, disorganica. Una sciatteria che segna il tempo in cui viviamo. Testimonia la pochezza della cultura siciliana. Un’Isola che era popolata da giganti della cultura e grandi artisti. Oggi, invece la Sicilia ha relegato la cultura in un angolo. Sciascia è una delle poche cose delle quali la Sicilia non deve vergognarsi e invece, sembra quasi ci si vergogni a ricordarlo e omaggiarlo. Forse, perché è ancora un personaggio scomodo. Si vede che il suo ricordo, i suoi libri, scomodano ancora le coscienze.</p>



<p><strong>Il tratto caratteristico di Sciascia era una nota di fondo malinconica e disincantata?</strong><br>Occorre sfatare questo mito, Sciascia non era affatto triste e malinconico. Al contrario, era di un’estrema simpatia e giovialità. Era animato da un grande senso dell’umorismo. Capace di gesti goliardici incredibili. Come quella volta a Siracusa, quando a pranzo ci ritrovammo seduti in tredici. Ricordo il volto smarrito della regista Lina Wertmüller e dello scrittore Sebastiano Adamo. Sciascia pretese si aggiungesse un tavolo, perché il numero tredici portava sfortuna. In privato raccontava storie divertentissime, sugellandole con la sua risata discreta. L’episodio più formidabile è quello di un convegno palermitano. Prima dell’inizio dei lavori, finse un improvviso malore. Un escamotage per evitare di sedere al fianco di una personalità politica che lo infastidiva. Era però anche un uomo duro, inflessibile. Non perdonava. Si legava indissolubilmente al dito una malefatta. Come è stato con la fine di una grande amicizia, quella con il pittore Renato Guttuso. Un episodio che mi raccontò con grande amarezza. Mi confidò quanto gli pesasse il grande dolore per la fine di quel grande sodalizio artistico. Non accettò mai più di incontrarlo. Sciascia era anche un uomo generosissimo. Ricordo una finta e furibonda lite in una trattoria di Roma, nei pressi del Parlamento. Al cospetto di un attonito giornalista, Lino Jannuzzi. L’animata disputa era incentrata sul chi dovesse regolare il conto. Alla fine Sciascia sbottò battendo il pugno sul tavolo: “Basta, con Peppino non si può”. E giù risate a crepapelle. Una figura poco indagata della sua quotidianità è stata la moglie Maria. Era la sua prima lettrice, stava sempre un passo indietro, ma era sempre presente, con discrezione. Una volta le chiesi copia di un testo che Leonardo mi aveva inviato. Lei rispose che non esistevano bozze del marito. Quando lui batteva sui tasti della sua Olivetti, procedeva senza appunti, aveva già tutto in mente. I suoi scritti, quando aprivo le buste che mi recapitava, presentavano solo un grande lavorio, quello legato alla punteggiatura, la sua ossessione, il suo rovello, la sua fissazione stilistica.</p>



<p><strong>Nostalgia per questo carosello di ritratti che affollano le pareti del suo studio?</strong><br>Osservo ormai rassegnato queste immagini. Sembra di stare in trincea. Ogni tanto giunge notizia della scomparsa di persone care. A mano a mano, questi ritratti hanno dato vita a una sorta di cimitero privato. Tutti i miei più cari amici sono ormai scomparsi. E io continuo a chiedermi: Ma io, quantu pozzu campari?.</p>



<p>Giuseppe Leone, chiude questa conversazione con una meravigliosa risata sciasciana.</p>



<p><em>Nella fotografia, Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino ritratti da Giuseppe Leone</em></p>
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		<title>Gesualdo Bufalino, andata e ritorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2020 11:14:54 +0000</pubDate>
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<p>«Alla sua rivista e al suo direttore non concedo interviste». Comiso, un vago Novecento. Luogo della conversazione, il salotto dello scrittore Gesualdo Bufalino. Inutile reiterare l’invito. L’autore di “Argo il cieco”, dispiegando il palmo della mano, oppose un divieto risoluto, rifiutando financo l’aggancio oculare. Il volto dai tratti puntuti, si irrigidì, fino a rivelare un ossuto profilo di airone. «La prego di non insistere». Lo scrittore premio Strega, certificò così tutto il suo risentimento, senza venire meno al suo proverbiale garbo signorile.</p>



<p>Nel corso di quasi quaranta anni di scorribande giornalistiche, quella di Bufalino, è stata la mia unica bocciatura. Fino ad allora, avevano accettato l’invito tutti: artisti, politici e furfanti di ogni genere. Ma il tratto singolare, bizzarro di questa vicenda, era che condividevo pienamente il risentimento di Bufalino e il suo diniego. La rivista evocata era “Kalòs, arte in Sicilia”, Aldo Scimè il suo direttore, un intellettuale di primo piano nel panorama culturale siciliano. Il direttore mi aveva spedito da Palermo alla volta di Comiso. Un viaggio in diagonale attraverso la “Terra tricuspide arata dal vomere della storia”, per dirla con Bufalino.</p>



<p>Subodorato il finale di partita, avevo chiesto una sorta di patronage al fotografo Giuseppe Leone. L’artista ragusano, vantava una lunga frequentazione con lo scrittore. Giungemmo in una Comiso intabarrata da un’irreale e metafisica nebbia. Bufalino, ci accolse con signorile ospitalità. Sedeva compunto e impeccabile nella sua eleganza d’antan. La cravatta, bizzarramente, faceva capolino dal pullover che aveva la stessa tonalità pastello del salotto. Le pareti gravide di libri. Una conversazione, piana, pacata, di circostanza. Con una punta di stizza, quando accennammo al crescente fenomeno leghista. Fu mera illusione l’aver guadagnato quella fiammata infervorata. Inesorabilmente, l’untuoso tentativo di blandirlo, giunse al dunque: il motivo della mia presenza a Comiso.</p>



<p>Svelato l’arcano mistero, si illuminò il volto di Bufalino, come quello di uno spadaccino al momento de l’en gard. Attese qualche tempo, non senza compiacimento. Senza scomporsi, puntò lo sguardo in altra direzione. Quasi ad anticipare la bocciatura che si apprestava a certificarmi. Prima di proferire parola, dispiegò il palmo della mano nella mia direzione, per tutta la sua ampiezza, come una sorta di cartello stradale di divieto. Dopo, quel tempo immobile, giunsero le sue parole, come nel bel mezzo di una pochade surreale: «Alla sua rivista e al suo direttore non concedo interviste». Sentenziò, scadendo parole secche, un sibilo, come una scudisciata. Questa vicenda, il suo racconto, assumono oggi questa inedita connotazione teatrale. Sapevamo già, tutti i protagonisti dell’incontro, quale sarebbe stata la risposta. Tutto quel tempo immobile, quel rondeau di detto e non detto, l’attesa, il viaggio, il patronage, le frasi di circostanza, valevano, forse, più dell’intervista.</p>



<p>L’aspetto ancor più delizioso di tutta questa vicenda stanella motivazione che sottende al diniego bufaliniano. L’accusa pendente era quella di reiterata partigianeria letteraria. La rivista, il suo direttore, e l’agognante intervistatore, si erano macchiati di un grave reato. Tutti schierati in una singolare tenzone letteraria, quella che vedeva contrapposti gli scrittori Vincenzo Consolo da una parte e Gesualdo Bufalino dall’altra. Oggetto del contendere, la presunta eredità letteraria di Leonardo Sciascia, scomparso nel novembre del 1989. Una sorta di Cavalleria rusticana che aveva infervorato le redazioni dei giornali e i salotti letterari. Ovviamente, ed è questa la dura realtà, Leonardo Sciascia non lasciò alcun erede letterario.</p>



<p>Prima del congedo, fermi sull’uscio di casa, chiesi a Bufalino un autografo sulla copia de “Le menzogne della notte” che avevo portato con me. Richiesta che sembrò sortire l’effetto di un inaspettato rabbonimento. Vergò un lungo messaggio sul frontespizio. Socchiuse le ante del libro, con esse anche l’ultima illusione di approvazione e mi consegnò il volume. In macchina, Peppino Leone se la rideva fragorosamente, divertito fino alle lacrime. La captatio mielosa si era miseramente infranta al cospetto della risoluta caparbietà dello scrittore di Comiso.</p>



<p>Mi imbatto in Gesualdo Bufalino e Giuseppe Leone, a distanza di tre decenni da quel lontano episodio. Il pretesto, le celebrazioni legate al centenario della nascita di Bufalino. Per l’occasione, Giuseppe Leone ha licenziato un libro fotografico dedicato allo scrittore. Una pubblicazione tanto minuta quanto raffinata. Lo scrittore di Comiso appare solo in una foto introduttiva. In maniche di camicia, galleggia in un’accecante luce di riverbero, quasi aggrottato nel paesaggio ibleo. Il resto del racconto fotografico è affidato a una serie di immagini di Camarina e della foce del fiume Ippari. Scenario della presentazione del libro la corte del castello di Donnafugata.</p>



<p>Dopo trenta anni, ripercorrevo lo stesso viaggio diagonale. Questa volta, accompagnato da mio nipote Gaetano, giovane studente di lettere a Bologna in vacanza in Sicilia. Un agosto irreale, di smarrimento. Con l’emergenza di pandemia che limitava la presenza degli spettatori. L’emozionale corte del castello è luogo di evocazioni, narra di ineffabili rapimenti di regine di Navarra. Nell’attesa, un incontro eccentrico che sembra scivolato da una pagina di Mrożek. Giuseppe Leone mi presenta Salvatore Schembari, editore, gallerista, raffinato cinéphile, tra gli amici più intimi di Bufalino. Schembari, misteriosamente, mi confida che proprio nella corte del castello di Donnafugata, un giovane Gesualdo Bufalino tenne uno dei suoi primi interventi pubblici. Presentava la proiezione di un film francese: “La fin du jour”. Una pellicola del 1939 firmata dal regista Julien Duvivier. Il film è un omaggio alla gente di teatro, ambientato in una casa di riposo per attori. La storia è incentrata sui tre protagonisti e il loro egocentrismo da teatranti.</p>



<p>Tra i presenti venuti ad assistere alla presentazione del libro di Leone, seduta in prima fila, anche la vedova dello scrittore di Comiso, la signora Giovanna. La serata si apre con una vecchia registrazione audio. La voce è quella di Gesualdo Bufalino, quella compassata, composta, udita tanti anni prima nel suo salotto. Gesualdo declama una delle sue poesie, “Al Fiume”:</p>



<p><em>Ippari vecchio, bianchissimo greto<br>a te ho consegnato la mia infanzia,<br>l’empia novella t’ho raccontato.<br>Come serpi nelle tue crepe<br>stanno tutti i miei giorni ad aspettarmi,<br>sotterrata nell’acque tue<br>c’è la pietra del mio cuore.<br>Ippari vecchio, fiume di vento,<br>voglio un’estate venirti a trovare.<br>Quanta rena di tempo è volata<br>fra le tue sponde di luce veloce,<br>quante tacquero trecce scellerate<br>ai davanzali che non scordo più<br>Ah moscacieca d’occhi e di scialli,<br>ah vaso mio di basilico scuro,<br>bocca murata dell’amor mio!<br>Ippari vecchio, fiume ferito,<br>fammi sentire la tua voce ancora.<br>Per strade rosse me ne sono andato,<br>per strade nere ritornerò;<br>col guizzo estremo d’aria fra le labbra<br>da lontano il tuo nome griderò.<br>Arrivare potessi alla tua foce<br>di crete pigre, di canne dolenti,<br>dove ti cerca sterminato il mare.<br>Ippari vecchio, zingaro fiume,<br>dove tu muori voglio anch’io morire.</em></p>



<p>Le parole di Bufalino, i suoni, sembrano rimbalzare sulle pietre della corte. “(…) Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d’opalina, e l’aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello (…)”. Così avrebbe scritto l’antico, meraviglioso, antagonista; Vincenzo Consolo. Tutti questi accadimenti, gli incontri, lo scenario emozionale, si sono tradotti quella sera, nelle mie pubbliche scuse rivolte all’indirizzo della signora Giovanna e all’ineffabile professore Bufalino. Un riconoscimento, tardivo, alla genialità e all’erudizione della scrittura bufaliniana. Dopo l’intervento, volgendo il capo, a destra della corte, nella penombra di un accesso con il tetto a volta, ho avuto l’illusione di scorgere un uomo e il suo profilo ossuto di airone.</p>



<p>Dopo i saluti di commiato, in macchina sopraffatto dai ricordi ho smarrito la strada di un viaggio al termine della notte. La salvezza, grazie al cellulare di mio nipote Gaetano, aveva la voce femminile e metallica di Google Maps. Notte fonda quando guadagno il mio giaciglio di approdo. Non prima di aver cercato il libro di Bufalino, quello che recava la sua dedica. Sul frontespizio però campeggiava una scritta ormai quasi svanita. Leggibile solo la firma dello scrittore. Era stata vergata con un pennarello, l’inchiostro si era quasi del tutto volatilizzato. Voltata la pagina, l’esergo di Bufalino: “A noi due”.<br>A noi due, en gard, dunque. Scorrendo le pagine de “La menzogna della notte” si aggiungono particolari di verità. Tra quelle pagine si dispiega la storia di un addio nell’ultima notte dei condannati a morte, prigionieri in una fortezza arroccata su un’isola. I protagonisti, rinchiusi in una cella, nottetempo, tentano di esorcizzare la morte con le parole. Sono il giovane Narciso Lucifora, il barone Corrado Ingafù, il guerriero Agesilao degli Incerti e il poeta beffardo, Saglimbeni che così sentenzia:<br>«Io sono cresciuto indiviso &#8211; come un pesce nell&#8217;acqua di due bocce comunicanti &#8211; fra verità e menzogna, fra menzogna e verità. Al punto di non distinguere più la parete di vetro dall&#8217;aria, la cabala dalla vita».<br>Dunque, esiste un margine tra la menzogna e la verità?<br>La realtà è solo una proiezione della nostra mente?</p>



<p>Fotografia di Giuseppe Leone</p>
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