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		<title>In Francia lo “spirito repubblicano” dovrebbe confermare  Macron</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Apr 2022 12:18:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chi vincerà le presidenziali in Francia? Di di sicuro il quadro non è così chiaro come 5 anni fa. Sulla carta lo “spirito repubblicano”, sostenuto, oltre che da chi al primo turno ha già votato Macron, anche da ciò che resta dei Republicains, dei centristi, dei Verdi e di una sinistra che mai sosterrebbe la destra estrema, dovrebbe confermare l&#8217;attuale inquilino dell&#8217;Eliseo, ma questa è un&#8217;elezione completamente diversa da quella&#8230;</p>
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<p>Chi vincerà le presidenziali in Francia? Di di sicuro il quadro non è così chiaro come 5 anni fa. Sulla carta lo “spirito repubblicano”, sostenuto, oltre che da chi al primo turno ha già votato Macron, anche da ciò che resta dei Republicains, dei centristi, dei Verdi e di una sinistra che mai sosterrebbe la destra estrema, dovrebbe confermare l&#8217;attuale inquilino dell&#8217;Eliseo, ma questa è un&#8217;elezione completamente diversa da quella di 5 anni fa.</p>



<p>E&#8217; dal 2002, da quando cioè Le Pen padre giunse al ballottaggio contro Chirac, che in Francia assistiamo a fenomeni che abbiamo poi visto in Europa, nel mondo occidentale e in Italia, anche se da noi, qualche volta, tutto si presenta più come farsa che come tragedia.</p>



<p>La crisi finanziaria che per anni ha scosso le fondamenta economiche e sociali dell&#8217;Occidente, la pandemia, l&#8217;ondata migratoria dei popoli in fuga dalla guerra e dalla povertà, hanno scosso non poco le basi delle democrazie liberali occidentali favorendo la crescita, a destra come a sinistra, di posizioni sempre più radicali che stanno presentando il conto ai sistemi politici usciti dalla seconda guerra mondiale.</p>



<p>In Francia le aree più tradizionali, più esposte alla concorrenza internazionale, i ceti sociali che meno sono stati in grado di adeguarsi alle sfide della globalizzazione si riversano a destra, chiudendosi nel recinto concettuale del “Prima la Francia”, che viene dopo al “prima l&#8217;America” di Trump e che ritroviamo sui muri d&#8217;Italia nei manifesti col faccione di Salvini e con scritto “Prima l&#8217;Italia”.</p>



<p>Per contro vediamo che Mélenchon, l&#8217;ex socialista massimalista già ministro di Jospin nel Governo di “coabitazione” con Chirac Presidente, ottiene il voto di moltissimi giovani, esattamente come Bernie Sanders, il vecchio leone socialista americano, alle primarie che hanno poi consacrato candidato Biden, col che emerge un disagio giovanile profondo in Occidente, fatto di speranze deluse, di incerte e mancate prospettive di vita e di lavoro.</p>



<p>Da un lato sventolano nuovamente le bandiere del pacifismo a senso unico, dei diritti civili, dell&#8217;ambientalismo assoluto, del mito della decrescita felice e del ritorno alla natura; dall&#8217;altro quelle dell&#8217;identità nazionale, del sovranismo, dell&#8217;autoritarismo.</p>



<p>C&#8217;è però un dato che accomuna queste posizioni apparentemente così distanti tra loro &#8211; e che emerge chiaramente nel dibattito in corso sulla guerra in Ucraina &#8211;&nbsp; ed è lo spirito antioccidentale e antiUE e da una visione economica dirigista, fondata su una concezione della spesa pubblica che, con linguaggio d&#8217;altri tempi, potremmo definire una “variabile indipendente”.</p>



<p>In un simile quadro, che capovolge i paradigmi delle democrazie liberali, in cui l&#8217;estrema sinistra sfiora il 30% e l&#8217;estrema destra lo supera, se anche Macron – come auspico – dovesse vincere dovrà affrontare una crisi sociale che, se non governata, rischia di aprire un solco ancora maggiore tra la maggioranza di governo e pezzi importanti della società francese.</p>



<p>La verità è che le conseguenze della crisi finanziaria, della pandemia e della guerra in Ucraina ci consegnano un mondo profondamente cambiato in cui la politica, anche quella con la “P” maiuscola, fa fatica a spiegare a 50 milioni di cittadini dell&#8217;UE poveri ed impoveriti da questi anni difficili le ricette per uscire dalle difficoltà.</p>



<p>E ciò vale, soprattutto, per le forze democratiche, che credono nel metodo liberale, che non hanno dimenticato che c&#8217;è una superiore esigenza di giustizia sociale ma che per distribuire la ricchezza occorre innanzi tutto produrla e che solo un&#8217;Europa federale può consentire a noi tutti di rimanere l&#8217;area del mondo col benessere più diffuso.</p>



<p>La destra nazionalista, la sinistra massimalista o quella populista questo non lo vogliono capire; d&#8217;altra parte se lo capissero perderebbero la loro stessa ragione di essere.</p>



<p>Ciò non toglie che questo sia il problema che hanno davanti a sé i governanti dell&#8217;Europa in questa fase storica: quello di proteggere i ceti popolari più colpiti dalla crisi e, nello stesso tempo, rilanciare un protagonismo economico e politico che dia una prospettiva alle nuove generazioni e che solo una condivisione della politica economica a livello europeo può rappresentare.</p>



<p>Un voto per la Le Pen – che non a caso ha abbassato i toni in campagna elettorale per accreditarsi come affidabile – se non produrrà nell&#8217;immediato conseguenze irrimediabili al quadro di unità europea (e non le produrrà!), certamente costituirà un impedimento al rafforzamento del processo di integrazione dell&#8217;UE che, corrodendone le basi fondative, aprirà scenari dissolutori dello spirito solidaristico che ha caratterizzato nel vecchio continente questi quasi 80 anni di storia.</p>



<p>C&#8217;è da augurarsi, quindi, che l&#8217;appello del vecchio socialista massimalista Mélenchon a non votare la destra venga raccolto dalla “France insoumise” e che Macron venga messo in condizione di portare a compimento le riforme che ridanno fiato all&#8217;economia francese e di poter così porre in essere un progetto di redistribuzione della ricchezza, senza il quale diventerà inevitabile l&#8217;ulteriore rafforzamento degli opposti radicalismi.</p>
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		<title>La diplomazia del fumetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 16:09:32 +0000</pubDate>
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<p>I diplomatici italiani amano scrivere, fa parte delle loro competenze, ma fuori delle cancellerie c’è anche spazio per la passione. Andrea Silvestri, ambasciatore a Skopje, in Macedonia del Nord, ha quella dei fumetti, che lo hanno accompagnato nelle diverse destinazioni diplomatiche, dalla Costa d’Avorio al Belgio. Il saggio che ha scritto riflette le sue scoperte e ci conduce a zonzo tra le grandi potenze del fumetto, come gli Stati Uniti, la Francia, tra le potenze involontarie, come il Giappone, tra quelle emergenti, Corea, Cina, senza dimenticare che tra i paesi che hanno finora scritto la storia dei disegni con le nuvolette c’è l’Italia, una potenza inconsapevole, come spesso ci capita, e che esporta i suoi migliori autori.</p>



<p><strong>Perché un libro che unisce i fumetti alla diplomazia?</strong><br>È una passione giovanile che ho portato all’estero. La nostra è una professione nomade e in ogni paese dove sono stato, osservavo i fumetti locali, cercando in essi una chiave di lettura politica. Pensiamo soprattutto a quelli classici americani di supereroi prodotti a cavallo della Seconda Guerra Mondiale e durante la guerra fredda. In ogni linguaggio pop, andando a scavare, è possibile trovare elementi di geopolitica, nel senso che il mezzo riflette come una società si vede e come vede gli altri. Ho preso dei casi per mostrare come riflettessero alcune tesi del pensiero dominante, utilizzando anche un approccio gramsciano.</p>



<p><strong>Hai scritto una panoramica storicamente e geograficamente molto ampia del fumetto, anche proveniente da paesi esterni all’Europa. È un arte universale?</strong><br>Certamente. È più forte e radicata in alcuni paesi, in Europa e negli Stati Uniti. Anche l’Italia resta un mercato molto importante. L’Africa ha una tradizione più recente, anche per le difficoltà del mercato editoriale. I fumetti sono un arte pop che rappresenta un linguaggio universale. Ci sono personaggi che riconosciamo in tutto il mondo e che sono riconoscibili anche dalle nuove generazioni. Sono immagini unite a parole che creano empatia.</p>



<p><strong>Quali sono le superpotenze, le potenze emergenti o quelle che sono emerse del fumetto.</strong><br>Mi sono concentrato soprattutto sui fumetti popolari. Direi che come quantità troviamo ai primi posti il Giappone, che pure in origine era una produzione rivolta al mercato locale, che interpretava i valori e i sentimenti dei giapponesi, ma che ha saputo intercettare alcune corde a livello mondiale. Una superpotenza involontaria. Ci sono ovviamente gli Stati Uniti, con la loro scuola dei supereroi, mentre in Europa abbiamo la forte tradizione franco-belga. Poi c’è l’Italia. Anche se relativamente più deboli rispetto ad alcuni anni fa, abbiamo autori molto validi, sia per il mercato interno che per l’esportazione. In Asia sono potenze consolidate la Corea del Sud e Taiwan. La Cina sta crescendo, partendo da una sua tradizione nata con la rivoluzione e controllata dal partito comunista. C’era anche uno storico avamposto ad Hong Kong. Da non dimenticare la scuola latinoamericana, soprattutto argentina, dove si trasferirono nel dopoguerra autori italiani come Hugo Pratt.</p>



<p><strong>Quali altri paesi si affacceranno altri paesi? L’India, il Maghreb o il Medio oriente?</strong><br>In India ci sono interessanti esperimenti, in cui si incrocia il fumetto con la sua grande tradizione iconografica e mitologica indiana. Ci sono esperienze molto interessanti nel Medio Oriente, penso a Persepolis che è nato in Iran, anche in Libano e qualcosa anche in Egitto e nel resto dell’Africa. Del resto, il fumetto è un’arte povera, che costa poco, basta un tablet e per questo è utilizzato dalle minoranze.</p>



<p><strong>Nei fumetti classici troviamo i supereroi bianchi, americani, patriottici, che vivevano in un contesto americano ben preciso. La produzione attuale invece come riflette i cambiamenti della società?</strong><br>Ho cercato di inserire questa lettura. La critica fumettistica ha coniato l’espressione del monomito del supereore americano, come Superman, bianco, etero e fedele alla fidanzata Lara. Una volta il mercato americano era diviso tra bianchi e neri e i cambiamenti verso l’integrazione sono cominciati negli anni sessanta. Ho un aneddoto a questo proposito. Nel 1966 Stan Lee creò la serie del “Sergente Fury” che si avvaleva del primo plotone completamente interetnico nella storia del fumetto: c’erano un irlandese, un ebreo, un tedesco, un italiano e un personaggio di colore, Gabriel Jones. Il colorista non si rese conto che si trattava di un afroamericano e Lee dovette mandargli una nota per avvertirlo. Successivamente la Marvel ha cominciato ad inserire personaggi appartenenti alle minoranze, come Black Panther, ed oggi c’è molta attenzione alle tematiche gender. Ricordiamo anche Wonder Woman che ha una lunghissima vita editoriale, femminista antelitteram, che ha creato molta autostima nelle donne.</p>



<p><strong>Gli autori italiani della Disney inventarono Paperinika, dopo Paperinik.</strong><br>È un caso molto interessante. Negli anni ’60 nascono i neri in Italia, in cui i protagonisti sono ladri, assassini, esseri demoniaci. In Italia non avevamo una tradizione di eroi ed invece creammo gli antieroi. La Disney Italia pensa quindi di creare Paperinik, parodia di Diabolik, che riprende i temi classici dell’identità segreta e del rovesciamento del personaggio, per poi arrivare a questa bellissima intuizione di Paperinika, l’alter ego di Paperina, che è il personaggio dominante nel rapporto di coppia e che usa le armi femminili come la cipria.</p>



<p><strong>Nel libro metti in evidenza l’assenza di eroi in Italia. I personaggi creati durante il fascismo vengono meno dopo la guerra e appaiono gli antieroi che vanno contro i valori del tempo, oltre alle parodie. Perché?</strong><br>Ci sono varie spiegazioni, che sono state fatte anche rispetto alla letteratura italiana, dove manca un personaggio simile a D’Artagnan o a Robin Hood, che sono simboli dell’identità nazionale. Non è per forza un aspetto negativo per il fumetto, anche come probabilmente contrappasso all’esperienza di ipernazionalismo del fascismo. Dopo la guerra gli eroi prodotti in Italia, come Tex Willer, erano quasi tutti americani e perfino gli autori cambiavano il nome per non suonare italiani. Aggiungerei anche i condizionamenti dei due partiti maggiori, entrambi con orizzonti internazionalistici, la chiesa per la DC ed il comunismo per il PCI. I tempi sono cambiati e soprattutto la Bonelli ha portato molte innovazioni con una crescita dei personaggi italiani.</p>



<p><strong>Tuttavia il fumetto calato in una realtà completamente italiana sembra ancora molto debole.</strong><br>Ci sono fenomeni interessanti in Italia come le graphic novel che hanno una forte attenzione alla realtà italiana, con inchieste ambientate nel nostro paese. Poi ci sono tentativi come quello di Pietro Battaglia, un soldato trasformato in vampiro che attraversa la storia nazionale. Bisogna però dire che oggi è difficile lanciare nuovi personaggi con serie senza fine. La tendenza attuale è il modello Netflix, miniserie contenute in un numero limitato di storie.</p>



<p><strong>Eppure abbiamo un eroe italiano. Corto Maltese. Che però non è italiano ed è l’eroe anarchico per eccellenza.</strong><br>I francesi erano convinti che fosse loro. È un personaggio nomade, sradicato, figlio di una gitana e di un maltese, senza radici, che esplora ed incontra altre culture. Riflette una lontana radice italiana. Un popolo di navigatori, di emigranti ed avventurieri.</p>



<p><strong>Nel saggio parli delle Winx come un caso di fumetto italiano di grande successo internazionale che trascende completamente la realtà nazionale. Per avere successo devi diventare un prodotto globalizzato senza legami con la nazione?</strong><br>È un prodotto che appartiene al regno del fantasy, una produzione nata in Italia, realizzata in Asia e che utilizza le tecniche americane di commercializzazione e merchandising. Riflette la grande vitalità della scuola italiana del fumetto, che esposta personaggi ed anche tantissimi autori in cerca di maggiori spazio di espressività.</p>



<p><strong>Il Giappone invece smentisce la tesi della globalizzazione del gusto.</strong><br>I manga sono molto giapponesi ma funzionano bene all’estero. Anche l’Italia produce fumetti che hanno successo internazionale. In Macedonia Alan Ford è conosciutissimo, pur essendo un prodotto molto italiano, impregnato di un humour nero meneghino che non funziona nei paesi anglosassoni. In Jugoslavia il Gruppo TNT era popolare, andava ad intercettare un umorismo balcanico nero e offriva spazi di libertà ai giovani. Vorrei anche dire che perfino i supereroi americani sono più sfumati rispetto al passato, più internazionale. In fondo, si tratta di personaggi che affondano in radici storiche, religiose e mitologiche europee, utilizzando archetipi che sono riconoscibili ovunque.</p>



<p><strong>Anche gli italiani fanno manga.</strong><br>Ci sono ottimi manga fatti in Italia, per esempio Attica, pubblicato da Bonelli, di Giacomo Bevilacqua, che usa stilemi giapponesi e ha la geniale intuizione di fare di Pinocchio il cattivo.</p>



<p><strong>La globalizzazione ha scardinato i vecchi schemi del passato, economici e politici. Così anche per il fumetto, che è l’arte dell’esplorazione. Cosa hanno portato i coreani nel linguaggio fumettistico. E i cinesi?</strong><br>Nel caso dei sudcoreani mi pare che i manhwa siano stilisticamente simili ai giapponesi. Sulla Cina, non saprei dire. Avevano una tradizione propria. Bisognerà vedere quanto, nel realizzare una produzione di massa, attingeranno alla tradizione o si ispireranno a stilemi internazionali già esistenti. Sono ancora poco tradotti. La Bao ha cominciato a pubblicarne alcuni, che mi paiono più rivolti ad un pubblico colto.</p>



<p><strong>In conclusione, il futuro del fumetto sarà un misto di stili globalizzati e di radici locali.</strong><br>Oggi i fumetti non hanno la stessa centralità che avevano nel XX secolo, e i giovani se ne sono allontanati, anche se al cinema vanno a vedere i supereroi della Marvel e della DC. È un arte per un pubblico più colto ed anziano, tuttavia, i fumetti sono un linguaggio universale capace di mescolare stili diversi e di utilizzare ogni genere di tradizione locale, in grado di rinnovarsi e di esprimere in forme nuove una visione del mondo, di se stessi e degli altri, che possono essere compresi ancora come strumenti di geopolitica.</p>



<p><strong>* Conversazione con Andrea Silvestri, autore del saggio “Fumetti e potere. Eroi e supereroi come strumento geopolitico” (Edizioni NPE, 2020).</strong></p>
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		<title>Paola Severino: i ragazzi hanno un forte senso della giustizia. Non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/07/12/raco-paola-severino-i-ragazzi-hanno-un-forte-senso-della-giustizia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jul 2021 17:43:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lei è rappresentante dei cittadini italiani nella Conferenza per il futuro dell’Europa, dove per la prima volta sono stati accolti rappresentanti dei cittadini di ogni stato membro. E’ questo un esempio di democrazia partecipativa? E’ un modo per avvicinare le persone ad una Comunità che molti considerano troppo lontana dai bisogni dei singoli e di ciascuna Nazione?Ho accettato questo incarico con molto entusiasmo, nella speranza che questo entusiasmo non diventi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/12/raco-paola-severino-i-ragazzi-hanno-un-forte-senso-della-giustizia/">Paola Severino: i ragazzi hanno un forte senso della giustizia. Non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Lei è rappresentante dei cittadini italiani nella Conferenza per il futuro dell’Europa, dove per la prima volta sono stati accolti rappresentanti dei cittadini di ogni stato membro. E’ questo un esempio di democrazia partecipativa? E’ un modo per avvicinare le persone ad una Comunità che molti considerano troppo lontana dai bisogni dei singoli e di ciascuna Nazione?</strong><br>Ho accettato questo incarico con molto entusiasmo, nella speranza che questo entusiasmo non diventi una illusione e poi una delusione. Per quanto riguarda il ruolo dell’Italia penso che ci dobbiamo fortemente impegnare a raccogliere l’opinione dei nostri cittadini sul futuro dell’Europa. E’ chiaro che il filtro dell’elaborazione è necessario come è necessario anche stimolare i cittadini a un pensiero sullo Stato e sull’Europa. Lo si può fare in molti modi, senza influenzarne le risposte ma facendo comprendere che ci sono dei fenomeni, come la pandemia ha evidenziato, nei quali la risposta non può essere quella dei singoli e neppure del singolo Stato ma deve essere dell’intera Europa.</p>



<p><strong>Cosa devono fare gli italiani?</strong><br>I cittadini devono comprendere e condividere la relazione con l’Unione Europea e poi, semmai, suggerire dei cambiamenti. E’ così che io concepisco questo mio ruolo di rappresentante dei cittadini italiani. Non condizionarne la partecipazione a una adesione che deve essere del tutto spontanea: c’è una piattaforma in 27 lingue in cui ogni cittadino potrà esprimersi liberamente e direttamente. Il tema è sollecitare la partecipazione dei cittadini perché arrivino alla piattaforma. Sollecitare l’attenzione dei cittadini sull’importanza e sulla serietà di questa consultazione. Non perdiamo un’occasione nella quale possiamo dire come vorremmo che fosse il futuro dell’Europa. Anche perché il futuro dell’Europa è il nostro futuro.</p>



<p><strong>Come può essere stimolata la partecipazione?</strong><br>Al di là delle risposte che affluiranno spontaneamente alla piattaforma, cercherei di costruire anche dei cluster per dare a chi riceverà queste informazioni la possibilità di elaborarle in maniera utile. Per esempio individuando categorie di soggetti. L’output di una certa categoria sarà diversa dall’output di un’altra.</p>



<p><strong>Da chi partirebbe?</strong><br>Da una categoria particolarmente disagiata, i neet, quei ragazzi che hanno perso il filo conduttore della loro vita, della scuola, del lavoro: interpelliamoli e chiediamo loro di partecipare a questo esercizio, di dirci che cosa non ha funzionato e cosa vorrebbero che funzionasse in Europa. E poi via via per tanti altri gruppi di cittadini: avvocati, medici, magistrati, studenti universitari, delle scuole medie e dei licei. Tutte le categorie che possono dirci non solo qual è il loro pensiero in Europa ma anche quali sono i loro desideri sull’Europa.</p>



<p><strong>Un gran lavoro di coinvolgimento della cittadinanza.</strong><br>Credo che il compito di convogliare dei cluster in maniera ordinata verso la piattaforma non sia né una forma di selezione né di prevaricazione, solo una forma di costruzione ordinata del pensiero degli italiani sull’Europa. Io vorrei che in tanti si esprimessero perché sarebbe un esercizio davvero democratico e utile per la crescita dell’Europa. Se deve diventare un luogo di blablabla direi che nessuno di noi avrà svolto bene il proprio compito, io per prima.</p>



<p><strong>E’ una formula che potrebbe essere utilizzata anche a livello interno, per correggere le distorsioni provocate dal diverso principio della democrazia diretta?</strong><br>Al di là delle denominazioni, dobbiamo fronteggiare un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti e che deriva dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione. Oggi siamo totalmente disintermediati rispetto alla comunicazione, rispetto alla politica, all’economia, alla finanza, perché ognuno di noi è stato reso libero di manifestare il proprio pensiero attraverso il digitale, attraverso l’interazione con un mezzo che porta ognuno direttamente in contatto con gli altri. Saremmo degli utopisti se non prendessimo atto della circostanza che oggi ciascuno è stato reso libero, senza l’intermediazione e il filtro del giornalista, di elaborare e comunicare ad altri il proprio pensiero. Il nostro compito è quello di creare delle interlocuzioni che diano loro dei risultati concreti. Da questo punto di vista credo molto all’esercizio che ci accingiamo a fare sul futuro dell’Europa.</p>



<p><strong>In un recente articolo ha parlato del valore del merito per rilanciare il Paese, portando l’esempio di suo nonno, impiegato delle Poste, che quando morì lasciò detto che l’eredità che lo inorgogliva di più era rappresentata dalle sette lauree dei suoi sei figli. Questa è la pietra fondante del nostro Paese, quella di un ascensore sociale sempre cresciuto ma che oggi sembra addirittura in discesa più che fermo. Cosa è successo e come intervenire per tornare a una società che sappia cercare, valorizzare e promuovere il talento?</strong><br>Credo che la storia serva per illuminarci, per trovare il cammino del futuro. La nostra storia è perfettamente quella che lei ha raccontato, quella della mia famiglia, di tante famiglie italiane che hanno visto nella promozione del merito il proprio ascensore sociale. Nell’immediato dopoguerra c’era da ricostruire un Paese, c’era da radunare le forze, da sacrificarsi per ricostruire. Non ci vuole molto per dire che questo è un periodo molto simile, non c’è stata una guerra ma abbiamo combattuto contro un virus che ha ucciso milioni di persone. Gli effetti devastanti, sulla vita e sulla salute delle persone così come sull’economia dei paesi, sono molto simili a quelli della guerra che hanno combattuto i nostri nonni, dopo la quale hanno dovuto raccogliere i cocci di una società che era stata devastata dagli effetti della guerra.</p>



<p><strong>Un esempio per tutti noi?</strong><br>Credo che oggi dobbiamo fare così e se abbiamo la fortuna, come la ho io, di essere in una posizione dalla quale possiamo stimolare gli altri a raccogliere questi cocci e a premere il pulsante dell’ascensore sociale, lo dobbiamo fare. Io ho la fortuna di vivere da tanti anni in mezzo ai giovani e di vedere quanto per i giovani l’essere stimolati sul tema della qualità e del merito sia importante. I giovani ci danno delle risposte incredibili. Alla Luiss, per il progetto “Legalità e merito, quest’anno abbiamo avuto 150 volontari. Questo vuol dire che i ragazzi ci credono, che i ragazzi credono che il merito sia un valore attraverso il quale si sconfigge l’ingiustizia. I ragazzi hanno un forte senso della giustizia che poi magari perdono cammin facendo. Non non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante. Posso fare un altro esempio concreto?</p>



<p><strong>Prego.</strong><br>I giovani che seleziono per la mia attività professionale provengono spesso da famiglie disagiate, che si sono sacrificate moltissimo per mandare i propri figli prima a scuola e poi all’università. Questi ragazzi l’ascensore sociale non solo lo hanno preso ma sono arrivati ai piani alti, per questo le loro famiglie vanno incoraggiate. Quando vi è la cerimonia delle lauree io stringo spesso le mani dei genitori dei ragazzi, perché comunque noi li dobbiamo ringraziare di aver portato questi ragazzi sino all’università con sacrifici che, chi più chi meno, hanno riguardato tutti. E certe volte stringo delle mani che mi commuovono perché sono delle mani di gente che ha lavorato sodo, non solo con la testa ma anche con le mani. Pensando a quei padri, quei nonni, quelle madri, quelle nonne, persone semplici che hanno dato tutto poiché i loro figli e i loro nipoti si laureassero, capisci che hai avuto un compito importante e che questo compito deve proseguire, perché è dopo che il merito deve dare il suoi risultati, è dopo, nel mondo del lavoro, che deve ricevere le soddisfazioni che una promozione, un inserimento buono nel mondo del lavoro ti può dare.</p>



<p><strong>Siamo in affanno su questo aspetto.</strong><br>E infatti è li che noi dobbiamo lavorare ancora molto, per dimostrare che quel merito che si è acquisito negli studi deve essere portato anche nel mondo del lavoro, della pubblica amministrazione per esempio. Io credo che nella PA si debba essere promossi per merito e non per anzianità così come accade nell’impresa privata molto più spesso che nell’impresa pubblica. E’ anche con questo che si promuove il merito e si dà un senso diffuso di legalità al Paese.</p>



<p><strong>Quali caratteristiche ha, e quali ostacoli ancora incontra, una donna nel percorso per l’affermazione di sé?</strong><br>Partiamo dal che cosa occorra fare perché le giovani donne non si sentano ostacolate. Bisogna dar loro fiducia, bisogna dir loro che certi esempi non sono unici ma molteplici, che se sei brava il soffitto di cristallo lo puoi sfondare. Invitarle, soprattutto, a non limitarsi nelle scelte che fanno all’inizio della loro carriera. Le materie STEM, per esempio, hanno sempre rappresentato, nell’ideologia familiare, un limite allo sviluppo culturale delle donne. Io non sono mai stata brava in matematica, questo è un mio limite, ma credo che donne brave nelle materie tecniche e tecnologiche possano essercene davvero tante. </p>



<p><strong>Cosa devono fare?</strong><br>Stimoliamole ad iscriversi a corsi o ad università in cui queste materie vengono insegnate, perché poi sono queste le materie di successo nell’immediato futuro, ed è su questo che si misurerà il successo degli uomini come delle donne. Indirizzarle dunque anzitutto verso percorsi che non le vedono perdenti. Ogniqualvolta si è aperta la strada alle donne, queste hanno meritato più del cinquanta per cento delle posizioni. Pensate al concorso in magistratura: non molti anni fa c’era una legge che non consentiva alle donne di partecipare al concorso in magistratura. Oggi le donne che vincono quel concorso sono il 52 per cento. Quindi ce l’abbiamo fatta, e ce l’abbiamo fatta anche velocemente.</p>



<p><strong>L’altro tema è quello della conoscenza e della conoscibilità dei ruoli e dei meriti delle donne.</strong><br>Quando si deve organizzare un panel per discutere in una conferenza, o quando si deve scegliere una persona in un consiglio di amministrazione, spesso manca la conoscenza o l’elencazione di donne brave in quel settore. Io nella mia università ho introdotto un sistema che sta funzionando molto bene: l’elenco delle donne brave nei vari settori, l’elenco delle donne che possono essere chiamate a seconda delle necessità. Ne abbiamo a centinaia adesso, semplicemente perché ci siamo applicati a diffondere la conoscenza e la conoscibilità delle donne in gamba. Questo può sposare il tema della promozione di genere con quello della promozione del merito. Il mondo sarà veramente cambiato quando verranno scelte tante donne perché meritano di essere scelte, ma oggi le dobbiamo aiutare perché se i loro meriti non sono conosciuti non possono essere utilizzati.</p>



<p><strong>Lei ha proposto di inserire nel Recovery Plan un progetto di welfare femminile che parta dalla emersione dei problemi affrontati dalle donne nel corso della pandemia.</strong><br>Quanto al welfare le dico che io sono riuscita a non fermarmi nella mia carriera perché avevo mia madre e mia suocera che si sono occupate della mia bambina. Quando ho aperto uno studio mi sono subito detta che non appena le sue dimensioni fossero cresciute, sarebbe stato bello avere un asilo per i figli dei collaboratori, perché tu puoi lavorare serena sapendo che i tuoi figli sono assistiti e sono vicini. Donna Franca Florio applicò questo sistema nell’Ottocento. Nella tonnara di Favignana costruì un asilo, e le donne lavoravano felici e lavoravano bene. È questo l’altro piccolo segreto, l’altro tema difficile e complesso sul quale lavorare: il welfare. Le donne vanno aiutate, gli orari di lavoro vanno resi conciliabili coi momenti nei quali ci si deve occupare dei figli, lo Stato si deve far carico di dare assistenza a quelle famiglie, ai figli, ai bambini, ai ragazzi che devono sì avere l’appoggio ed essere seguiti dalla famiglia ma anche l’apporto che può dare lo Stato coi suoi asili o con altri mezzi che consentano ad una donna di non rinunciare alla carriera.</p>



<p><strong>Lei può considerarsi fortunata?</strong><br>Io sono partita, nella mia carriera universitaria prima e di avvocato dopo, insieme a tante altre ragazze. Molte erano più brave di me. Io sono l’unica ad essere diventata rettore di un’università, ministro della giustizia, vicepresidente adesso della stessa università. Perché? Erano brave come me, avevano doti simili alle mie, avevano studiato come me però poi i ruoli che hanno assunto in famiglia, non aiutate da un welfare sufficientemente attento, le hanno mano a mano fermate per strada.</p>



<p><strong>Dostoevskij scrisse che “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”. Cosa significa, in Italia soprattutto, dove la Costituzione impone che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato?</strong><br>Intanto mi permetta una reminiscenza delle mie letture di Dostoevsky. Lui scrisse “Delitto e castigo” in un’epoca in cui era stato condannato, se non sbaglio, a spaccare le pietre, e questa pena era stata frutto di una conversione benevola perché originariamente era stato condannato a morte. Quando si trovò sul patibolo gli venne salvata la vita e fu condannato a fare lo spaccapietre. Naturalmente sono passati secoli e il nostro sistema carcerario, pur tra tante crisi, è governato dall’idea che la rieducazione del condannato sia ciò cui deve tendere la permanenza nel carcere, quindi abbiamo fatto tanta strada da quell’epoca, a testimonianza proprio che la civiltà di un paese si misura anche e soprattutto dal modo in cui gestisce le carceri. </p>



<p><strong>Lei è stata ministro della Giustizia.</strong><br>Ricordo che uno dei miei compiti di ministro fu quello di andare a Strasburgo a combattere una battaglia perché l’Italia era stata condannata a delle sanzioni perché nelle carceri non c’era abbastanza spazio per i detenuti. Vincemmo quella battaglia. La vincemmo non solo convincendo Strasburgo a non applicare le sanzioni, ma anche adottando una serie di provvedimenti che hanno consentito di mantenere anche dopo uno spazio per i detenuti sufficiente a superare il costante e continuo monitoraggio dell’Europa.</p>



<p><strong>Un altro momento di crisi è stato durante la pandemia?</strong><br>Essere nel carcere vuol dire essere isolati dal mondo, ma almeno c’è un contatto, che è fondamentale per i detenuti, quello con le famiglie, con le persone che li vengono a trovare. I casi di suicidio in carcere sono spessissimo dovuti all’isolamento nel quale i detenuti vengono lasciati dalle loro famiglie. Durante la pandemia si è verificato esattamente questo: le visite dei familiari sono state proibite per motivi comprensibili. Tutto questo ha ovviamente aumentato il livello di tensione nelle carceri: essere completamente isolati dal mondo porta tensione, e se questa tensione non viene correttamente incanalata accade quel che di terribile abbiamo visto accadere.</p>



<p><strong>Cosa fare?</strong><br>Come intervento immediato occorre isolare le mele marce e garantire sempre più interventi rieducativi a coloro che vivono la realtà carceraria, ma badate che il mondo delle carceri è un mondo straordinario, dove esistono sì abissi non guardabili ma anche incredibili vette di volontariato e collaborazione. Io gestisco una fondazione che si occupa di rieducazione dei detenuti, che li porta al lavoro e ad avere occasioni di lavoro; quindi vedo quanto si possa fare per il carcere e quanto la dimensione del carcere possa essere quella di uno sbocco rieducativo. Ma bisogna lavorarci, rimboccarsi le maniche, faticare.</p>



<p><strong>Non tutte le realtà sono identiche.</strong><br>Superato il momento della rivolta sono andata a Rebibbia dove abbiamo girato un docufilm grazie a Rai Cinema, proprio sull’anno del lockdown nelle carceri. A Rebibbia abbiamo trovato una situazione straordinariamente positiva, perché i detenuti erano stati messi in grado in entrare in contatto con le famiglie attraverso i mezzi di comunicazione virtuale. Questo per loro è stata la salvezza. A volte bastano piccole cose, piccole grandi vicinanze. Noi siamo stati vicini ai detenuti di Rebibbia grazie ai volontari della Luiss, ai ragazzi che durante la pandemia hanno vissuto una esperienza quasi carceraria, perché erano già costretti in casa, ma hanno voluto continuare il loro compito educativo nelle carceri.</p>



<p><strong>Di cosa si occupano gli studenti?</strong><br>I nostri ragazzi vanno a Rebibbia per preparare agli esami universitari i detenuti, e lo hanno fatto anche durante la pandemia. Quando finalmente siamo riusciti a vederci, perché mascherine e vaccinazioni ce lo hanno consentito, questi ragazzi ne hanno tratto una grande soddisfazione: erano riusciti a star vicini ai detenuti e la loro vicinanza, insieme a quella di tanti altri volontari che si occupano di carcere, li aveva aiutati a superare un momento critico. Del carcere bisogna parlare. Se ne parla poco, non interessa a nessuno, tutti dicono “è altro da me”, e invece è importantissimo, perché tra i principi della nostra società c’è proprio quello per cui il carcere deve condurre alla rieducazione e non alla recidiva del condannato.</p>



<p><strong>Le vicende della pandemia hanno dimostrato che la cooperazione internazionale è fondamentale per affrontare fenomeni sempre più globali?</strong><br>Credo che la globalizzazione abbia portato la necessità di allargare i nostri orizzonti e di collocarci non più nel paese, nella città, nella nazione ma nel continente, perché la globalizzazione comporterà un confronto tra continenti, tra grandi potenze economiche. Allora bisogna adeguarsi ai tempi, comprendere e condividere tutti che l’Italia da sola non ce la può fare, come non ce la poteva fare ad avere vaccini sufficienti ad immunizzare gran parte della popolazione, come non ce la poteva fare a combattere la pandemia. La prima grande decisione europea condivisa è stata proprio quella di combattere un virus dalla potenza mondiale mettendo tutti quanti insieme. Credo che questo discorso vada portato avanti anche nei periodi, che spero siano prossimi, in cui avremo sconfitto la pandemia e ripreso dei ritmi normali.</p>



<p><strong>Il nostro riferimento non può essere che l’Europa?</strong><br>La competizione economica e sociale oggi si gioca sullo scacchiere del mondo e non su quello dei singoli paesi. Se vogliamo diventare più forti ed evitare gli oligopoli delle grandi potenze sui grandi temi, che sono quello dell’intelligenza artificiale e della cyber sicurezza, dobbiamo stare tutti assieme. In proposito credo che l’Europa, per omogeneità di valori culturali, per storia, debba rappresentare una palestra nella quale ci dobbiamo cimentare, ed è in Europa che dobbiamo rafforzare le nostre difese, la nostra possibilità di successo sui due temi emblematici che ho citato, sui quali l’Europa si deve confrontare con altre potenze mondiali. Se noi non vinceremo le nostre battaglie sull’intelligenza artificiale e sulla cyber sicurezza diventeremo piccoli piccoli, perché finiremo condizionati da un sistema di oligopoli che ci schiaccerà completamente. Allora facciamoci un po’ più grandi, diamo all’Europa la capacità di combattere con mezzi di concorrenza leale la competizione con gli altri paesi, mettiamola in grado tutti insieme di essere una potenza che può stare alla pari di altri paesi mondiali.</p>



<p><strong>Von der Leyen, Lagarde, Merkel: le piace pensare che la gestione di quella che a tutti gli effetti è una vicenda non dissimile ad una guerra, sia stata meno rissosa di quanto fosse possibile prevedere proprio perché tre donne erano al vertice di Istituzioni così importanti?</strong><br>Io trovo che la loro conduzione sia stata straordinaria. Voglio anche pensare che il fatto di essere donne le abbia rese forse più comprensive degli aspetti umani. Le donne, occupandosi spesso della famiglia, dei figli, hanno il privilegio di un osservatorio importante dal quale vedere che cosa i fenomeni esterni generano nei piccoli, nelle persone più deboli di cui devono occuparsi; hanno quindi una visione resa più ampia proprio da questo. La comprensione con la quale ad esempio Ursula von der Leyen ha affrontato il tema della pandemia, dicendo che questo era tema che riguardava tutti, è stato forse anche condizionato dal fatto che, avendo avuto un certo numero di figli, avrà visto in anticipo nella sua famiglia i problemi che si sono verificati.</p>



<p><strong>Siamo sulla strada giusta per raggiungere la parità?</strong><br>Io credo che raggiungeremo davvero la parità quando anche il marito di Ursula von der Leyen avrà avuto la stessa percezione dalla famiglia che ha avuto lei, cioè quello spunto attraverso il quale ci ha portato ad una condivisione degli effetti economici della pandemia: è la prima volta che l’Europa decide di affrontare veramente insieme un problema, con una raccolta straordinaria di fondi da distribuire ai paesi perché superino questo problema. Che in questo abbia aiutato anche l’essere donna è cosa che mi piace pensare, però non vorrei escludere dal mondo gli uomini, che del mondo sono l’altra metà: credo davvero che il condividere, il comprendere i temi delle donne, di che cosa ci sia di maggiormente propositivo nelle loro attività, sia qualcosa che costruisce ed appartiene a uomini e donne in maniera assolutamente paritaria.</p>
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		<title>L&#8217;Europa sociale deve diventare bene comune europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 09:37:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Migliorare e rafforzare il modello sociale europeo. Questa è una delle priorità della presidenza portoghese del Consiglio UE, che il primo gennaio ha raccolto il testimone dalla Germania. Appuntamento chiave il 7 maggio&#160;a Porto,&#160;con&#160;il&#160;Social Summit che ambisce a&#160;ridare slancio alla dimensione sociale dell’Unione. Una necessità attesa da tempo, che la pandemia ha reso presupposto indispensabile per la sostenibilità del processo di integrazione. Il Covid ha da un lato accelerato cambiamenti&#8230;</p>
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<p>Migliorare e rafforzare il modello sociale europeo. Questa è una delle priorità della presidenza portoghese del Consiglio UE, che il primo gennaio ha raccolto il testimone dalla Germania. Appuntamento chiave il 7 maggio&nbsp;a Porto,&nbsp;con&nbsp;il&nbsp;Social Summit che ambisce a&nbsp;ridare slancio alla dimensione sociale dell’Unione. Una necessità attesa da tempo, che la pandemia ha reso presupposto indispensabile per la sostenibilità del processo di integrazione.</p>



<p>Il Covid ha da un lato accelerato cambiamenti già in atto: penso ad esempio alla pervasività delle nuove tecnologie, al bisogno di rinnovamento della democrazia o al legame indissolubile tra protezione ambientale, benessere e giustizia sociale. Dall’altro, la pandemia ha creato sfide inedite che vanno al cuore degli spazi e tempi della quotidianità, dalle abitudini di consumo alle modalità di organizzazione ed esecuzione del lavoro.</p>



<p>La velocità di questi cambiamenti impone un urgente ripensamento del contratto sociale alla base delle comunità, specie attraverso un rinnovamento quantitativo e qualitativo dei diritti sociali dei cittadini. Vanno rinnovati i modelli di&nbsp;welfare che rendono tali diritti tangibili e fruibili. E i diritti sociali – dall’istruzione alla protezione dei lavoratori, dagli ammortizzatori sociali alla sanità, dalle pari opportunità alla tutela dei più deboli – sono tanto più indispensabili quanto più rapide e profonde sono le trasformazioni. In questo senso, un nuovo welfare è precondizione per gestire gli effetti redistributivi che accompagnano fenomeni di simile portata.</p>



<p>Nel mercato unico, il ripensamento del welfare deve avvenire a livello nazionale ma anche comunitario, in una logica complementare, non certo sostitutiva. Mentre il welfare state “nazionale” dovrebbe concentrarsi su diritti sociali ancora fortemente legati alla territorialità, il pilastro sociale europeo dovrebbe occuparsi di quegli ambiti dove è indispensabile regolare le esternalità negative generate dalle interdipendenze. Verde e digitale sono due esempi chiari di aree su cui costruire una solida dimensione sociale comunitaria.</p>



<p>A ben vedere, negli ultimi decenni proprio il mancato sviluppo del pilastro sociale ha contribuito al malcontento verso l’integrazione europea. Ciò non solo per motivi strutturali &#8211; il sociale rimane prevalentemente una prerogativa nazionale – ma anche per scelte politiche che l’hanno relegato in secondo piano. Flessibilizzazione, liberalizzazione, concorrenza e disciplina di bilancio necessarie per l’integrazione economica, non sono state integrate da un altrettanto robusta dimensione sociale. Da qui il non casuale rifiuto della&nbsp;globalizzazione sregolata che ha finito per investire anche l’UE.</p>



<p>L’essenza dell’economia sociale di mercato è la coesistenza tra flessibilità e sicurezza, tra apertura e protezione. Un equilibrio vitale al supporto per l’integrazione comunitaria come ha ricordato Jacques Delors nel 2016: “se la politica europea mette in pericolo la coesione e sacrifica gli standard sociali, non c&#8217;è possibilità per il progetto europeo di raccogliere il sostegno dei cittadini europei”. Visto in questa accezione, il rafforzamento del modello sociale europeo equivale a un rinvigorimento della democrazia in UE. Una democrazia che funziona ha una forte dimensione sociale: è lo spazio della redistribuzione, della solidarietà e della tutela dei diritti.</p>



<p>Viviamo tempi di profonda trasformazione. Il fondo SURE,&nbsp;Next Generation EU&nbsp;e in generale tutto il 2020 in UE hanno dimostrato che i dogmi appartengono alla religione, non alla politica. Sono caduti tanti tabù e l’impossibile è diventato possibile. Nulla è ineluttabile. Per questo i mesi a venire sono decisivi per un cambio di paradigma che rimetta al centro il modello sociale europeo. Accanto all’Europa della pace, della prosperità e delle libertà, l’Europa sociale deve diventare un bene comune europeo. Solo così si potrà realizzare la Next Generation EU, un’UE davvero di nuova generazione, all’altezza delle sfide di questo secolo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/01/25/bellini-europa-sociale-deve-diventare-bene-comune-europeo/">L&#8217;Europa sociale deve diventare bene comune europeo</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Marco Bentivogli: per l&#8217;Italia del lavoro, la festa di un nuovo inizio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2020 07:04:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La festa del primo maggio quest’anno coincide con il primo tentativo di ripartenza del Paese dopo due mesi di chiusura pressoché generale. Anche se molte fabbriche non hanno mai interrotto l’attività. Come è possibile garantire in queste condizioni la sicurezza dei lavoratori? Quanto e come la formazione può ridurre i rischi?Se pensiamo ai protocolli che abbiamo condiviso nelle aziende, prendiamo a modello quello Ferrari ma anche molte altre, CNHI, FCA.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/05/01/raco-marco-bentivogli-per-litalia-del-lavoro-la-festa-di-un-nuovo-inizio/">Marco Bentivogli: per l&#8217;Italia del lavoro, la festa di un nuovo inizio</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>La festa del primo maggio quest’anno coincide con il primo tentativo di ripartenza del Paese dopo due mesi di chiusura pressoché generale. Anche se molte fabbriche non hanno mai interrotto l’attività. Come è possibile garantire in queste condizioni la sicurezza dei lavoratori? Quanto e come la formazione può ridurre i rischi?</strong><br>Se pensiamo ai protocolli che abbiamo condiviso nelle aziende, prendiamo a modello quello Ferrari ma anche molte altre, CNHI, FCA. I Protocolli puntano sulla salute dei lavoratori come valore imprescindibile e mirano a costruire un progetto che parta da quanto sottoscritto il 14 marzo da Cgil, Cisl e Uil, associazioni datoriali e governo, per andare oltre, sviluppando ulteriori passi avanti con i nostri rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e le strutture territoriali. Come in tutti i Protocolli che abbiamo firmato nel gruppo Fca, c’è anche una grande responsabilizzazione del ruolo individuale, dove ovviamente anche la formazione e l’informazione hanno un ruolo determinante; inoltre si tratta di protocolli di facile implementazione, dotati quindi di una scalabilità che li rende idonei anche alle aziende più piccole. In ogni caso, fondamentale da ora in avanti sarà avere comitati territoriali. Riaprire in sicurezza significa farlo garantendo innovazione e partecipazione, insieme da sempre garanzie di salute. Abbiamo aziende che sono avanzatissime: pensiamo alla DeWalt Industrial Tools del Gruppo Stanley Black &amp; Decker, azienda a Corciano alle porte di Perugia, partita a fronteggiare la pandemia il 29 gennaio, dove siamo alla fase 3 perché appunto si cerca una migliore normalità (new better) in cui essere più forti.</p>



<p><strong>I partiti si sono divisi sui tempi della ripartenza delle attività produttive. Si poteva fare di più, prima, meglio?</strong><br>Non si può trattare un Paese allo stesso modo. Ci sono zone che sono state chiuse salvando vite e bloccando il contagio, altre in cui la pressione di alcuni industriali ha impedito rapide politiche selettive e restrittive. Nella gestione di una pandemia bisogna far presto, far bene e avere uno Stato moderno, semplice, capace di rendere operative le decisioni. La politica non conosce né il lavoro né le fabbriche, che sono ormai in larga parte aperte grazie alla comunicazione ai Prefetti. Finita l’emergenza sanitaria bisognerà tenere alta la guardia sul contagio e mettere in terapia intensiva la nostra economia reale, che in molti casi si ritroverà pregiudicata. La politica ha proclamato la guerra alla burocrazia in questi giorni. Bene, vediamo chi la proclamava con i fucili a tappi, dimostrando di accogliere immediatamente le proposte di Cottarelli e altri contenute nel documento “sconfiggiamo la burocrazia”.</p>



<p><strong>Questa emergenza sanitaria determinerà una contrazione della capacità produttiva? In che misura rispetto al 2008 e quanto tempo ci metteremo per recuperare, per tornare ai livelli pre-crisi?</strong><br>L’impatto del virus sul mercato è di portata devastante, anche se ancora non ben quantificabile sia sulla domanda che sull’offerta, non solo perché la Cina è al contempo un mercato e un fornitore ma perché stiamo paralizzando il nostro sistema industriale. La crisi del 2008 ha spazzato via 600.000 posti di lavoro nell’industria e il 25% del tessuto produttivo. Fatta eccezione per il triangolo d’oro Varese-Treviso-Forlì, nel resto d’Italia il tessuto economico industriale si è sfaldato mentre da quelle 3 regioni dipende il 40% del Pil italiano. Il danno economico ascrivibile alla pandemia andrà in qualsiasi caso ad aggiungersi a quello della crisi e gli effetti maggiori si riscontrano proprio nel cuore del triangolo virtuoso, quello che aveva continuato a investire, innovare, trainare il nostro export grazie soprattutto alla meccanica strumentale. La vecchia normalità, confortevole per i più, è quella che ci ha portato a questo disastro. Ne usciremo se sapremo costruire un approdo ad una “nuova normalità” che faccia tesoro di ciò che non ha mai funzionato o non funziona più e che bisogna smettere di prorogare.</p>



<p><strong>La mancata modernizzazione ha obbligato il Paese a recuperare in poche settimane un ritardo decennale rispetto ai paesi più industrializzati. Solo in seguito alla pandemia in Italia si è diffuso il lavoro agile. Perché tutti i governi hanno fallito la sfida della semplificazione? Come progettare il futuro anticipando il cambiamento?</strong><br>Non mi iscrivo all’esercito del “l’avevo detto”, ma certo chi si è preparato meglio al cambiamento ora affronta questo momento con maggiore agilità. Questo periodo è ricco di insidie ma anche di opportunità e capita nel bel mezzo di tre grandi trasformazioni epocali dettate dalla tecnologia, dai cambiamenti climatici e dalla demografia. Dipenderà come sempre da noi, dalle scelte che faremo. Il lavoro sarà però l’epicentro di questo grande cambiamento. Vi sarà una grande spinta alla robotizzazione e all’automazione, ma non per questo necessariamente si perderanno posti di lavoro se l’uomo resterà al centro di questa trasformazione. Salteranno le gerarchie verticali. Verrà messo in discussione il rapporto prestazione/salario, sostituito da un rapporto tra progetto/benessere del lavoratore, cambieranno i tempi e gli spazi di lavoro. Per questo oggi più che mai servono persone che abbiano visione e capacità progettuali. La rappresentanza sindacale sarà da ripensare, ma non per questo sarà meno centrale.</p>



<p><strong>I sindacati in Italia vengono accusati di essere un elemento di freno più che di stimolo alla creazione del lavoro, come se mirassero soprattutto a garantire chi il lavoro lo ha già piuttosto che aiutare chi lo cerca o prova a crearselo. Quanto c’è di vero?</strong><br>Poco nel senso che al sindacato vengono attribuiti spesso poteri che non ha e di conseguenza anche responsabilità. Tuttavia, questo diventerà vero se non si saprà interpretare l’epocale cambiamento in atto che l’attuale emergenza sanitaria sta notevolmente accelerando. Tra qualche anno molti dei lavori che oggi conosciamo non esisteranno più, altri saranno creati. La sfida è quindi traghettare il lavoro organizzato dentro le nuove realtà. Senza nascondere che oggi le grandi piattaforme tecnologiche come Google, Apple e Facebook sono “union free” e che in molte delle imprese più avanzate il ruolo del sindacato è marginale. Abbiamo ancora qualche anno di tempo per evitare di essere messi all’angolo. In queste trasformazioni il ruolo del sindacato diventa determinante, non solo come protettore del posto di lavoro, ma anche come promotore delle competenze del lavoratore del futuro: da job protector a skill developer, deve cioè occuparsi dello sviluppo della professionalità del lavoratore facendo diventare la competenza moneta intellettuale al pari del salario.</p>



<p><strong>Quanto è costato all’Italia aver bocciato il piano Industria 4.0? L’automazione avanzata riduce o aumenta la domanda di lavoro?</strong><br>Molto ed ecco il perché: nel Piano Industria 4.0, per fare un esempio, si parlava di formazione 4.0, cioè caratterizzata da evolute metodologie che integrino aule, formazione continua digitale a piccole dosi (da due a 5 minuti al giorno) con app dedicate, laboratori esperienziali e simulazioni, coaching, eventi. Insieme a Skilla, di Franco Amicucci, abbiamo lavorato su questo fronte e inserito delle proposte anche nella piattaforma del nuovo contratto dei metalmeccanici. I governi italiani degli ultimi vent’anni sono stati molto carenti in questo senso, tranne qualche rara eccezione come il Piano Industria 4.0 e dei provvedimenti sull’alternanza scuola-lavoro. Mi sono occupato di innumerevoli vertenze negli anni della crisi. Solo nel mio settore sono stati persi oltre 600mila posti di lavoro. I fattori sono innumerevoli ma è stata determinante l’assenza di investimenti nelle nuove tecnologie. Per invertire la rotta servono investimenti, ma soprattutto un cambio di mentalità, ad esempio con un grande piano di reskilling. In questo senso la formazione e l’educazione saranno fondamentali. E’ l’assenza di tecnologia che fa perdere posti di lavoro non la sua presenza. Il lavoro industriale, specie nelle versioni di “ibridazione” tra lavoratori e macchine intelligenti, rende ancora più importante quella manualità sapiente, tanto da assegnare valore alle persone e renderle meno sostituibili.</p>



<p><strong>L’Europa sta garantendo, con diversi strumenti, una quantità enorme di risorse per affrontare la crisi. Perché questa liquidità sembra non arrivare ai professionisti, alle piccole e medie imprese?</strong><br>Perché sono le categorie che uscivano già indebolite dalla crisi economica. Una buona soluzione potrebbe essere l’erogazione rapida di credito con garanzia statale per le categorie che più stanno pagando la crisi scaturita dall’attuale emergenza, come proposto da alcune associazioni. Fondamentale è infatti riorganizzare subito la ripartenza e farlo con grande competenza. Più che di rifondazione su base innovativa dobbiamo parlare di riprogettazione del lavoro. Questa potrebbe essere possibilità per dare sicurezza in particolare all&#8217;economia reale e alle pmi che rischiano di rimanere sole.</p>



<p><strong>È possibile portare avanti una guerra ideologica sul MES rischiando di perdere 37 miliardi da utilizzare per la nostra sanità?</strong><br>Assolutamente no, il Mes nella nuova versione ha superato le condizioni con cui nacque e consente di intervenire sul bisogno di risorse della nostra sanità senza dover ricorrere al debito pubblico. Attualmente il MES rappresenta un oggetto misterioso per gran parte degli italiani, che ha una paternità diffusa e si investe, strumentalizzandolo, in uno scontro con l’Europa che viene svolto utilizzando l’ennesima cartuccia populista che serve a oscurare dopo diversi ritardi quanto l’Europa sta mettendo in campo, in modo più integrato in questa fase, per far fronte all’emergenza. Troppi italiani pensano che sia con la lira che con l’euro i soldi che mancano si ricavano semplicemente stampandoli. I paesi che lo fanno (vedi il Venezuela) sono alla fame. E il tema del nostro debito è li, resta un’ipoteca sul futuro. Sicuramente si spenderà in deficit ma attenzione a non buttare denaro, a investirlo bene a proteggere le persone e fare in modo che ogni euro pubblico abiliti e stimoli tanti euro privati in investimenti produttivi.</p>



<p><strong>Negli ultimi anni i dipendenti pubblici sono stati trattati come dei fannulloni con lo stipendio garantito, anche da parte di molti ministri. La pandemia ha contribuito a cambiare questo paradigma. Come fare a non tornare indietro a emergenza superata?</strong><br>Serve una vera rivoluzione per approdare ad una nuova normalità. Per questo le task force e i comitati tecnico-scientifici sono utili a indicarci le prescrizioni per il breve e medio periodo. La nostra attenzione va alle distanze e alle mascherine e si spinge poco oltre. Invece è proprio necessario ragionare sulla ripresa passando dal “dopo” all’ “oltre”. Non si tratta semplicemente di effetti non intenzionali dell’azione umana. È in corso una banalizzazione del “giorno dopo” dettata dalla precisa strategia che vuole che nulla cambi. Non possiamo crogiolarci nel “ritorno” alla normalità quando quella normalità è stata la causa dei nostri problemi. La vecchia “normalità” è stata la causa di questo disastro e ne serve una profondamente nuova se vogliamo bene alle persone e a questa terra.</p>



<p><strong>È stato corretto utilizzare così tante risorse per finanziare quota 100 in modo generalizzato?</strong><br>Assolutamente no. L’equazione per cui per ogni pensionato ci sarebbe un’assunzione è difficilissima. La staffetta generazionale è un’illusione, specie dopo aver mortificato nella legge di Bilancio industria e lavoro.</p>



<p><strong>Nel 2020, a 70 dalla nascita della FIM-CISL, ha ancora senso mantenere una divisione delle rappresentanze sindacali? Esistono ancora oggi differenze tra l’approccio al lavoro della componente sindacale cristiana rispetto a quella socialcomunista?</strong><br>Fim e Cisl sono sindacati aconfessionali, sebbene con radici cristiane. Permangono differenze sul modello sindacale di riferimento e su quanto si investe sull’innovazione e sulla partecipazione, però di sicuro bisognerà fare qualche passo in avanti rispetto alle motivazioni che portarono alla divisione negli anni cinquanta. In Fiat Fca abbiamo 6 sindacati, nei paesi dove è forte la partecipazione strategica non vi sono più di due sigle, il tema è impegnativo ma non possiamo né derubricarlo ma neanche semplificarlo con lanci giornalistici.</p>



<p><strong>Papa Francesco ha convocato ad Assisi giovani studiosi ed operatori economici per programmare, nello spirito di San Francesco, un’economia più giusta, fraterna, sostenibile e con un nuovo protagonismo di chi oggi è escluso. Che possibilità ha di incidere sui governi la cosiddetta Economia di Francesco?</strong><br>“Il tempo è superiore allo spazio” (Laudato si’). Questo principio, enunciato da Francesco, permette di lavorare su orizzonti lontani, senza l’ossessione dei risultati immediati. Perché continui a essere possibile offrire occupazione, perché il lavoro sia accessibile a tutti è indispensabile promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale. L’innovazione ha un ruolo determinante in tutto questo. L’Economia di Francesco è prima di tutto un’economia civile. È un messaggio dirompente che supera la discussione tra mercatisti e antimercatisti, per dire che ogni progetto umano deve avere l’uomo come fine e non come mezzo. Molte culture economiche leggono le disuguaglianze e il successo attraverso la chiave del determinismo economico. In realtà la forza dei legami sociali rafforza il tessuto economico. Nella Laudato si’ emerge con forza una nuova visione del lavoro come luogo positivo in cui “fiorire”, espressione che mi ha colpito molto.</p>



<p><strong>Come giudica la classe dirigente italiana? Conosce Carlo Bonomi, presidente designato di Confindustria? Come pensa che si confronterà con le associazioni dei lavoratori?</strong><br>L’ho conosciuto come presidente di Assolombarda in incontri relativi al settore metalmeccanico milanese e ho trovato un interlocutore corretto, leale e disponibile. Ho sempre riscontrato in lui la volontà di innovare le relazioni industriali e in esse come si evolve la capacità di rappresentanza. Gli faccio i miei migliori auguri, la strada di chi innova davvero non è mai in discesa.</p>



<p><strong>Parrebbe che la lezione della pandemia sia che l’intervento dello Stato in economia non è più un tabù. Come dovrebbe riorganizzarsi il decisore di fronte a questo dato di fatto?</strong><br>In tutto il mondo si assiste ad uno stringersi intorno al leader. Ma finita la fase favorevole di oggi, si dovranno produrre risultati e servono idee chiare e scelte coerenti, ora. La maggiore tolleranza popolare di un atteggiamento “dirigista” dei governi non durerà in eterno e va sfruttata per modernizzare il paese e non per assurdi ritorni al passato.</p>



<p><strong>La globalizzazione ha indotto a un decentramento delle attività produttive, soprattutto quelle di minore valore aggiunto, a bassa componente tecnologica. L’Italia e l’Europa hanno perso la loro autosufficienza. L’attuale crisi ha evidenziato tutti i limiti di questo processo. In che misura le nazioni ripenseranno le proprie strategie produttive?</strong><br>Noi, piccoli e poveri di materie prime e con un manifatturiero dominato dalla meccanica strumentale, non possiamo avere il primario di quel settore, la siderurgia, troppo distante. Bisognerà avere più consapevolezza delle filiere di ogni azienda e ridisegnarle sul terreno della sostenibilità. La globalizzazione è tutt’altro che finita. Ma dovrà imparare la lezione della sostenibilità come elemento di forza economica. E’ l’ingrediente che la rende meno vulnerabile agli schock esterni come le pandemie, le guerre, i disastri idrogeologici, l’instabilità politica.</p>



<p><strong>Il 9 maggio si celebra la festa dell’Europa. In Italia cresce in modo preoccupante un sentimento antieuropeo. La gestione di questa emergenza è l’ultimo appello per l’Europa così come l’abbiamo conosciuta sino ad oggi?</strong><br>Il sentimento antieuropeista va di pari passo con quello populista che ci ha abituati alla dialettica dell’odio, a cercare sempre un nemico all’esterno per poter risolvere i nostri problemi: l’immigrato, il cinese, il lombardo, l’Europa. Quello di cui non si parla è che Commissione e Parlamento Europeo hanno ben poco potere rispetto al Consiglio, per cui il potere decisionale è nelle mani dei singoli stati membri e non dell’Unione Europea. Quindi, da una parte c’è disinformazione sul funzionamento delle istituzioni, dall’altra, se l’UE non si evolverà verso una maggiore integrazione politica, gli interessi particolaristici prevarranno sempre .</p>



<p><strong>L’Italia è preparata a una nuova ecologia economica? Siamo pronti a seguire le indicazioni contenute nel piano “Green deal” della presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen?</strong><br>Questa lacuna non è attribuibile solo al ceto politico però, è un problema culturale che va risolto. Sono gli elettori che per primi devono volere il cambiamento ed una classe politica in grado di attuarlo. Cito sempre l’esempio di VoestAlpine a Linz, in Austria: gli elettori hanno chiesto ai politici di coniugare ambiente e produzione ed è stato realizzato un impianto ecosostenibile vicino alla città. In Italia prevalgono incompetenza, demagogia e irresponsabilità, che stanno mettendo in ginocchio il Paese.</p>



<p><strong>Il M5S ha preso il 47% dei voti a Taranto promettendo la chiusura dell’ex Ilva. Che idea di sviluppo offre al Paese chi si dichiara No Tav, No Tap, No Vax, No Mes, no Ilva?</strong><br>L’idea di un Paese che vuole vivere di assistenzialismo e non di lavoro. La scelta di modificare nuovamente lo scudo penale per i lavoratori Arcelor Mittal dimostra un atteggiamento schizofrenico del Governo, che in modo maldestro ha cercato di recuperare voti su Taranto ma in realtà ha fornito un alibi all&#8217;azienda per andar via. L’approccio terrapiattista elettoralistico sulle questioni industriali fa male ad ambiente, lavoratori e imprese. Un capolavoro. Un Paese che bandisce una gara di rilevanza internazionale con delle regole che poi cambia e ricambia due volte, è un Paese in cui non solo nessuno investe 1,8 miliardi di euro, ma nessuno viene a investire neanche 10 milioni.</p>



<p><strong>Quanto le procure hanno inciso sulle politiche per Taranto? I giudici hanno colmato un vuoto creato e lasciato dalla politica?</strong><br>La magistratura ha un ruolo fondamentale, ma non può sostituirsi al governo della politica industriale. Dal punto di vista dell’efficacia c’è qualche problema, perché mentre sequestri e arresti all’inizio potevano essere anche giusti, non è accettabile che il dibattimento per il processo partito nel 2012 sia iniziato cinque anni dopo. Facendo così, gli unici a pagare sono i lavoratori e l’ambiente. Dobbiamo tornare il paese della certezza del diritto, non del contenzioso. Serve equilibrio tra i poteri dello Stato.</p>



<p><strong>L’Italia può rinunciare a produrre acciaio, uscendo da uno dei settori strategici dell’industria pesante? Che messaggio lanciamo al mondo rinunciando all’industria metalmeccanica?</strong><br>Il messaggio al mondo è un grande cartello che dice “non venite a investire in Italia”. Prima dell’emergenza sanitaria, chi mai avrebbe voluto investire in un paese dove ci sono costi legati, carenza di infrastrutture, una burocrazia asfissiante e una politica schizofrenica a livello locale quanto nazionale (un caso su tutti l’ex Ilva di Taranto, oggi ArcelorMittal) e un sistema giudiziario lento e inefficiente. L’Italia avrebbe bisogno di una classe politica capace di immaginare il Paese tra 30, 50 anni e non alle prossime elezioni.</p>
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