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	<title>Irlanda del Nord Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Brexit: un accordo vivo e dinamico, tra sovranità e integrazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Dec 2020 14:04:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sovranità o integrazione? Brexit è sempre stato questo: una scelta tra la libertà britannica di scostarsi dalle regole europee, e la profondità dell’accesso al mercato unico. Se la prima aumenta, la seconda diminuisce. Una logica semplice e inevitabile, che ha scandito i quattro anni e mezzo dal referendum del 2016. Johnson ha preferito la prima alla seconda.&#160; Per come si sono svolte le negoziazioni – in tempi record, in mezzo&#8230;</p>
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<p>Sovranità o integrazione? Brexit è sempre stato questo: una scelta tra la libertà britannica di scostarsi dalle regole europee, e la profondità dell’accesso al mercato unico. Se la prima aumenta, la seconda diminuisce. Una logica semplice e inevitabile, che ha scandito i quattro anni e mezzo dal referendum del 2016. Johnson ha preferito la prima alla seconda.&nbsp;</p>



<p>Per come si sono svolte le negoziazioni – in tempi record, in mezzo a una pandemia e in un clima non sempre improntato alla fiducia – non era scontato evitare un no deal. Avere un accordo era fondamentale innanzitutto per offrire un quadro di cooperazione più largo, decisivo per applicare con efficacia il protocollo sull’Irlanda del Nord e, così, preservare il processo di pace.</p>



<p>L’accordo è inedito, come la situazione stessa. Se di norma si parte da una minore integrazione e si cerca di convergere verso una maggiore, in questo caso si fa il contrario. Anche questa la ragione di un testo così lungo e dettagliato: le oltre 1200 pagine svelano un’architettura istituzionale complessa, che crea strutture e incentivi per gestire la divergenza.</p>



<p>Di conseguenza, l’accordo varia in base alla prospettiva con cui lo si guarda. Non è un “normale” trattato con un paese terzo, perché tiene in considerazione una storia di 47 anni di partecipazione al mercato unico.&nbsp;Al tempo stesso, però, e non poteva essere altrimenti, offre al Regno Unito condizioni molto meno vantaggiose rispetto a quelle di uno stato membro, per l’UE una condizione imprescindibile.</p>



<p>Nonostante l’accordo, allora, saranno reintrodotti controlli, procedure, burocrazia, con ripercussioni negative su entrambe le sponde della Manica. Ne sono simbolo anche la decisione britannica di restare fuori dal programma Erasmus, o di non prevedere una cooperazione in materia di sicurezza esterna, proprio quando per l&#8217;UE è imperativo diventare un attore geopolitico.&nbsp;Particolarmente rappresentativo degli svantaggi per il Regno Unito è il caso dei servizi: grazie al mercato unico, dal 2005 Londra ha un surplus commerciale con l’UE, ma l’accordo fa poco per facilitare questo tipo di scambi.</p>



<p>Prospettiva interessante, poi, è quella temporale. Vista la necessità di gestire la divergenza, si tratta di un accordo vivo e dinamico. Il testo va visto come un quadro di riferimento all’interno del quale la nuova relazione tra Regno Unito e UE potrà evolvere. Per le merci, si parte oggi da una situazione di accesso libero al mercato unico e senza quote commerciali. Si lascia, poi, spazio per rafforzare il rapporto – ad esempio, il prossimo anno il Regno Unito potrà decidere se legare il proprio sistema di carbon pricing a quello europeo – oppure per allentarlo ancora di più, attraverso “interruttori” che innalzeranno barriere commerciali in caso di comprovata competizione sleale.&nbsp;</p>



<p>Perciò, dare oggi un giudizio completo è prematuro; l’accordo prenderà la forma che le parti vorranno dargli. Bisognerà soprattutto attendere l’adattamento degli attori economici e vedere come le catene del valore reagiranno ai nuovi costi e procedure. E soprattutto, nodo della questione, sarà se e come il Regno Unito tenterà di fare concorrenza normativa all’UE.</p>



<p>Johnson, infatti, ha formalmente ottenuto la libertà di divergere, ma questo ha un prezzo. Come detto, sono state inserite delle tutele per sanzionare un utilizzo della sovranità britannica nocivo per Bruxelles. Tra queste, il cosiddetto meccanismo di ribilanciamento permetterà di applicare contromisure commerciali qualora la divergenza normativa di una parte comporti una distorsione della competizione commerciale a discapito dell’altra. Per il dettaglio e il modo in cui è stato scritto, ci si aspetta che questo meccanismo non sarà lasciato inutilizzato.</p>



<p>Lo scambio tra sovranità (formale) e integrazione è ben rappresentato anche dalla questione della pesca, di forte valenza politica per il governo di Johnson. Entro il 2026, il Regno Unito recupererà dall’UE il 25% delle quote di pescato e dopo quella data avrà la libertà di escludere i vascelli europei dalle sue acque territoriali. Se lo farà, l’UE potrà precludere a Londra l’accesso al mercato europeo, vitale per vendere il pescato.</p>



<p>La scelta di Johnson e la filosofia dell’intero accordo confermano una lezione chiave del tempo in cui viviamo: la sovranità non dovrebbe essere fine a se stessa, ma strumento per il benessere di una comunità. E se il tempo aiuterà a dare forma alla nuova relazione tra l’isola e il continente, la geografia delle interdipendenze non lascia scampo: Dover sarà sempre a poche decine di chilometri da Calais.</p>
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		<title>Brexit: lo strano caso dei “liberisti-statalisti”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2020 10:33:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che stiamo vivendo un cambiamento d’epoca è ormai indubbio. Allora, può capitare di vedere che il paese e il partito che con Margaret Thatcher hanno animato e promosso più di ogni altro il liberismo economico, pretendano di avere le mani libere di intervenire nella propria economia niente meno che attraverso gli aiuti di stato, minacciando di cambiare unilateralmente il trattato di recesso dall’UE ratificato meno di un anno fa. Una&#8230;</p>
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<p>Che stiamo vivendo un cambiamento d’epoca è ormai indubbio. Allora, può capitare di vedere che il paese e il partito che con Margaret Thatcher hanno animato e promosso più di ogni altro il liberismo economico, pretendano di avere le mani libere di intervenire nella propria economia niente meno che attraverso gli aiuti di stato, minacciando di cambiare unilateralmente il trattato di recesso dall’UE ratificato meno di un anno fa. Una mossa senza precedenti, non a caso stigmatizzata, fin dai primi retroscena circolati ieri, dai vertici dell’Unione, Ursula von der Leyen in primis.</p>



<p>E’ l’ultimo colpo di scena della vicenda Brexit, che ieri ha mandato in agitazione Bruxelles e le capitali europee in vista della ripresa, oggi, dei negoziati per cercare di arrivare ad un accordo sulla futura relazione commerciale tra UE e Regno Unito. E a giudicare dalle ultime mosse britanniche, rafforzate ieri dalle parole del Premier Boris Johnson, la possibilità di un’uscita senza accordo è tutt’altro che inesistente; scenario ambito dai sostenitori di un pieno recupero della sovranità.</p>



<p>Sarebbe un grave errore liquidare strategie e ambizioni di Johnson come una mera deriva populista. A Downing Street c’è la consapevolezza che il distacco dall’UE comporterà un costo nell’immediato, ma ciò è accettato come il prezzo del cambiamento. Un disegno rischioso, perché tra i tanti effetti collaterali potrebbe finire il già fragile processo di pace in Irlanda del Nord. Rischioso, ma necessario secondo gli ideologi della Hard Brexit, vista la posta in gioco: ridare al Regno Unito – più precisamente, all’Inghilterra – un ruolo globale.</p>



<p>Come? Attraverso un regime di scambi commerciali con tutto il mondo e creando un ambiente estremamente favorevole alle imprese. E se ai tempi dell’Impero a trainare l’economia era lo scambio di merci, oggi sono capitali finanziari e nuove tecnologie. Mentre in ambito finanziario il Regno Unito può già vantare un’ottima posizione nell’arena competitiva globale grazie alla City, non si può dire lo stesso per quello tecnologico. Ambito, questo, in cui anche il Regno Unito soffre dell’ormai noto male europeo della mancanza di Big Tech di bandiera.</p>



<p>Qui capiamo la centralità degli aiuti di stato nei negoziati. Secondo alcuni commentatori, infatti, l’ossessione sull’indipendenza di Londra sugli aiuti di stato sarebbe giustificata anche dalla necessità di costruire una leadership tecnologica attraverso politiche industriali particolarmente interventiste per colmare il ritardo accumulato. Qualcosa di incompatibile con un legame troppo stretto con la politica europea di concorrenza, annoverata, tra l’altro, tra le ragioni del ritardo tecnologico.</p>



<p>Ancora una volta Brexit offre uno spunto di riflessione sulle questioni chiave di questa fase storica. Cambia il mondo, cambiano le necessità e, con essi, si fa sempre più urgente un ri-orientamento del ruolo dello Stato, per essere all’altezza delle nuove sfide. Così, si apre una nuova competizione anche tra forze politiche e tra modelli statali, su chi sarà il migliore interprete delle evoluzioni in atto. E l’Europa non può stare a guardare.</p>
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