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	<title>Islam Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2022 15:06:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale. Putin sta, insomma, dall’altra parte della barricata e converrebbe tenerlo presente. Converrebbe anche alla Lega. Ma, dicevamo, bisogna farsene una ragione. E come scrive la redazione del Washington Post, “gli italiani dovrebbero pensarci due volte prima di fare un regalo del genere a Putin.</p>
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<p>Che abbiano preso i soldi dalla Russia o che l’abbiano fatto “gratuitamente”, senza compenso; che, insomma, se lo siano scelto per professione o l’abbiano fatto per passione, é da un pezzo che i nazionalisti e i populisti conservatori, sia negli Stati Uniti che in Europa, stanno con Putin. Perché? Perché vedono in Putin un potenziale alleato, in quanto hanno gli stessi obiettivi politici e le loro priorità internazionali sono le stesse: la difesa dei valori tradizionali, il nazionalismo, l’opposizione all’islam e puntano a smantellare l’integrazione economica globale, indebolire l’Europa e combattere la secolarizzazione delle società occidentali.</p>



<p>Anche i consiglieri di alto livello di Trump come Stephen Bannon, il chief strategist della Casa Bianca, e il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, hanno espresso (ricordate?) punti di vista molto simili. I populisti conservatori come Marine Le Pen o Matteo Salvini guardano all’avversione di Putin nei confronti delle istituzioni globali come a un modello da imitare per ritornare alla “sovranità nazionale” in opposizione alla cooperazione multilaterale e all’integrazione. E Putin da tempo (in particolare dopo il suo ritorno alla presidenza russa nel 2012) si é posizionato come un baluardo dei valori conservatori, specialmente in opposizione ai diritti degli omosessuali e come alternativa, in linea con i precetti religiosi, ai paesi occidentali che, come si affanna a ripetere, “stanno negando i principi morali e tutte le identità tradizionali: nazionale, culturale, religiosa e perfino sessuale”.</p>



<p>Che sia proprio Putin ad impartire lezioni al mondo sui “principi morali” è piuttosto irritante, eppure è un atteggiamento che suscita l’ammirazione non solo dei populisti di destra in Europa ma anche di quegli attivisti americani che la pensano allo stesso modo, come Patrick J. Buchanan, la cui candidatura per la nomination repubblicana ha anticipato molti dei temi isolazionisti di Trump.</p>



<p>Fatalmente, anche la destra italiana, priva di un forte partito liberal‑democratico, non è “estranea” a questa “relazione pericolosa”. Che Silvio Berlusconi e Vladimir Putin si piacciano molto è evidente da un ventennio. Prima della conversione atlantica, anche Giorgia Meloni, ha avuto delle sbandate putiniane non inferiori a quelle di Salvini (“Putin difende i valori europei e l’identità cristiana”, ha scritto nel suo libro “Io sono Giorgia”).</p>



<p>Del resto, come abbiamo visto, non è bastato certo l’ingresso della Lega nel governo Draghi per traghettare Salvini da Perón a Pera, per dargli, cioè, quella credibilità e quell’affidabilità che ancora non ha. Anzi la caduta del governo di unità nazionale di Draghi ci ha restituito il Carroccio dell’invettiva anti-europea e della protesta contro l’immigrazione, cancellando ogni sforzo dell’area governista del partito, quella incarnata da Giancarlo Giorgetti e dai governatori del Nord, di archiviare il populismo salviniano e la fase antisistema.</p>



<p>C’era chi credeva davvero che Salvini avrebbe anteposto gli interessi degli imprenditori del Nord al mero calcolo elettorale ed erano in molti ad aspettarsi che Giancarlo Giorgetti e Massimo Fedriga avrebbero finalmente capeggiato la rivolta e spaccato il partito pur di salvare il governo. Ma da tempo la Lega ha scelto di posizionarsi nell’area dell’estrema destra, passando dal federalismo al sovranismo, e bisogna farsene una ragione.</p>



<p>L’abbiamo detto molte volte: se la Lega di Matteo Salvini, che ha strappato a Silvio Berlusconi la leadership della destra e che adesso deve vedersela con la Meloni, dovesse proseguire la marcia di avvicinamento al Ppe, potrebbe diventare il perno di un centrodestra moderato, pienamente legittimato come coalizione di governo. Ma la Lega resiste a questa prospettiva proprio perché il suo appeal si è diffuso più a sud, via via che Salvini, messa la sordina ai temi “nordisti” delle origini, ha puntato (emulando altri nazional‑populisti) sulle questioni “culturali”, enfatizzando cioè la minaccia che viene dall’islam e che molti collegano alla crisi dei rifugiati. Per questo, come molti nazionalisti e populisti conservatori, sia negli Stati Uniti sia in Europa, la Lega considera Putin un potenziale alleato.</p>



<p>Ma Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale. “Un viaggiatore nel tempo proveniente dagli anni Trenta non avrebbe nessuna difficoltà ad identificare il regime di Putin come fascista”, ha scritto Timothy Snyder sul New York Times. Putin sta, insomma, dall’altra parte della barricata e converrebbe tenerlo presente. Converrebbe anche alla Lega. Ma, dicevamo, bisogna farsene una ragione. E come scrive la redazione del Washington Post, “gli italiani dovrebbero pensarci due volte prima di fare un regalo del genere a Putin (<a href="https://www.washingtonpost.com/…/europe-elections-right" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.washingtonpost.com/…/europe-elections-right</a>).</p>
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		<title>Afghanistan: missione compiuta?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Aug 2021 16:05:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 14 settembre 2001, tre giorni dopo l’attentato dell’11 settembre, dal pulpito della cattedrale di San Pietro e Paolo di Washington, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, annunciò la «guerra al terrorismo» con queste parole: «La nostra è una nazione pacifica, ma feroce quando viene spinta all’ira. Questa guerra è stata iniziata nei tempi e nei modi che altri hanno voluto. Essa finirà nel modo e nell’ora che&#8230;</p>
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<p>Il 14 settembre 2001, tre giorni dopo l’attentato dell’11 settembre, dal pulpito della cattedrale di San Pietro e Paolo di Washington, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, annunciò la «guerra al terrorismo» con queste parole: «La nostra è una nazione pacifica, ma feroce quando viene spinta all’ira. Questa guerra è stata iniziata nei tempi e nei modi che altri hanno voluto. Essa finirà nel modo e nell’ora che sceglieremo noi».</p>



<p>Ora quel momento é arrivato. Dopo il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan con una decisione che ha posto fine alla guerra più lunga dell’America, alla fine di luglio il presidente Joe Biden ha annunciato anche la fine delle «operazione di combattimento» in Iraq ed il ritiro degli uomini in loco entro la fine dell’anno.</p>



<p>Entrambe le guerre, quella in Iraq in modo più controverso, sono scaturite dall’11 settembre e dalla guerra globale al terrorismo (e a quanti davano rifugio ai terroristi) lanciata da Bush. La guerra aveva anche l’obiettivo di impedire ai gruppi islamici estremisti di dotarsi di armi di distruzione di massa; ed il fatto che, nell’Iraq di Saddam Hussein, le WMD non siano mai state trovate, ha contribuito a trasformare la guerra in Iraq in uno dei più grandi fallimenti della politica estera americana.</p>



<p>La decisione di Biden relativa all’Iraq ha un significato perlopiù simbolico. Buona parte della missione statunitense é già confinata ad un ruolo di addestramento (oltre all’intelligence e alla consulenza) concepito per arginare un ritorno su larga scala dell’ISIS. Ma l’annuncio, accompagnato dalla decisione di lasciare l’Afghanistan, è comunque importante perché rappresenta un cambiamento storico nella politica estera americana.</p>



<p>Bush ed i falchi del suo entourage definirono la lotta contro il terrorismo islamico come la principale battaglia dell’epoca. Ma, vent’anni dopo, il quadro é cambiato completamente. L’America ora ritiene che la minaccia più grande venga dalla Cina. Washington spera perciò di tenere a bada il terrorismo globale con operazioni a distanza, affidandosi agli strike aerei e ai droni, senza doversi impantanare in guerre che durano decenni. </p>



<p>Quello di spedire centinaia di migliaia di soldati nel Medio Oriente (molti dei quali destinati a morire o a rimanere invalidi per tutta la vita), ora, a distanza di anni e con il senno di poi, sembra un approccio sin dall’inizio destinato a fallire.</p>



<p>Ma l’altra lezione che si può ricavare dai primi vent’anni del XXI secolo è che i sapientoni che a Washington si occupano di politica estera possono decidere quello che vogliono, ma non c’è modo di imporre al mondo la volontà dell’America.</p>



<p>Come Biden, anche i nemici degli Stati Uniti decidono quando è il momento di scegliere. Del resto, c’è un detto che i militari americani ripetono spesso: «The enemy gets a vote». Serve a ricordare che perfino il piano meglio elaborato ed eseguito può andare in tilt perché l’altra parte userà le proprie capacità, le proprie risorse e la propria determinazione per fregarti. E proprio in queste ore, approfittando del campo libero, i talebani continuano a riprendersi una contrada dopo l’altra.</p>
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