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	<title>Italia Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Italia Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Capitale italiana della cultura 2025: selezionate le dieci città finaliste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ippolito Gualtieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jan 2023 08:34:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Entra nel vivo la corsa per conoscere quale sarà la “Capitale italiana della cultura” per il 2025. Il Ministero della Cultura ha comunicato gli esiti della selezione, operata dalla giuria indipendente, composta da sette membri. Le dieci città selezionate concorreranno al titolo e al premio di 1 milione di euro, che annualmente è destinato alla città che più delle altre è riuscita a coinvolgere con il proprio progetto. Le dieci&#8230;</p>
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<p>Entra nel vivo la corsa per conoscere quale sarà la “<strong>Capitale italiana della cultura</strong>” per il 2025. Il Ministero della Cultura ha comunicato gli esiti della selezione, operata dalla giuria indipendente, composta da sette membri. Le dieci città selezionate concorreranno al titolo e al premio di 1 milione di euro, che annualmente è destinato alla città che più delle altre è riuscita a coinvolgere con il proprio progetto.</p>



<p> Le <strong>dieci finaliste</strong> sono: Agrigento, Aosta, Assisi (Perugia), Asti, Bagnoregio (Viterbo), Monte Sant’Angelo (Foggia), Orvieto (Terni), Pescina (L’Aquila), Roccasecca (Frosinone) e Spoleto (Perugia). </p>



<p>Ogni città illustrerà il proprio progetto durante le audizioni pubbliche, uno degli elementi caratterizzanti del bando. Sarà la sede centrale del Ministero della Cultura ad ospitare l’incontro tra i rappresentanti delle città e la giuria, nei giorni 20 e 21 marzo 2023. </p>



<p>Per l’anno in corso, il titolo di “Capitale italiana della cultura” è condiviso tra le città di Bergamo e Brescia. E’ stata una scelta effettuata dal Consiglio dei ministri, al di fuori delle normali procedure, per dare una risposta culturale alla grave crisi determinata dalla pandemia da Covid-19, dando una risposta e un segnale di sostegno a un territorio che è stato colpito duramente dagli eventi pandemici. </p>



<p>A questo link il progetto delle due città:<br><a href="https://bergamobrescia2023.it/">https://bergamobrescia2023.it/</a></p>
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		<title>Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2023/01/01/redazione-messaggio-di-fine-anno-presidente-della-repubblica-sergio-mattarella/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Jan 2023 09:41:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Care concittadine e cari concittadini,un anno addietro, rivolgendomi a voi in questa occasione, definivo i sette anni precedenti come impegnativi e complessi.Lo è stato anche l’anno trascorso, così denso di eventi politici e istituzionali di rilievo. L’elezione del Presidente della Repubblica, con la scelta del Parlamento e dei delegati delle Regioni che, in modo per me inatteso, mi impegna per un secondo mandato.Lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni&#8230;</p>
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<p>Care concittadine e cari concittadini,<br>un anno addietro, rivolgendomi a voi in questa occasione, definivo i sette anni precedenti come impegnativi e complessi.<br>Lo è stato anche l’anno trascorso, così denso di eventi politici e istituzionali di rilievo.</p>



<p>L’elezione del Presidente della Repubblica, con la scelta del Parlamento e dei delegati delle Regioni che, in modo per me inatteso, mi impegna per un secondo mandato.<br>Lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni politiche, tenutesi, per la prima volta, in autunno.<br>Il chiaro risultato elettorale ha consentito la veloce nascita del nuovo governo, guidato, per la prima volta, da una donna.</p>



<p>E’ questa una novità di grande significato sociale e culturale, che era da tempo matura nel nostro Paese, oggi divenuta realtà.<br>Nell’arco di pochi anni si sono alternate al governo pressoché tutte le forze politiche presenti in Parlamento, in diverse coalizioni parlamentari.<br>Quanto avvenuto le ha poste, tutte, in tempi diversi, di fronte alla necessità di misurarsi con le difficoltà del governare.</p>



<p>Riconoscere la complessità, esercitare la responsabilità delle scelte, confrontarsi con i limiti imposti da una realtà sempre più caratterizzata da fenomeni globali: dalla pandemia alla guerra, dalla crisi energetica a quella alimentare, dai cambiamenti climatici ai fenomeni migratori.<br>La concretezza della realtà ha così convocato ciascuno alla responsabilità.<br>Sollecita tutti ad applicarsi all’urgenza di problemi che attendono risposte.</p>



<p>La nostra democrazia si è dimostrata dunque, ancora una volta, una democrazia matura, compiuta, anche per questa esperienza, da tutti acquisita, di rappresentare e governare un grande Paese.</p>



<p>E’ questa consapevolezza, nel rispetto della dialettica tra maggioranza e opposizione, che induce a una comune visione del nostro sistema democratico, al rispetto di regole che non possono essere disattese, del ruolo di ciascuno nella vita politica della Repubblica.<br>Questo corrisponde allo spirito della Costituzione.</p>



<p>Domani, primo gennaio, sarà il settantacinquesimo anniversario della sua entrata in vigore.<br><strong>La Costituzione resta la nostra bussola, il suo rispetto il nostro primario dovere</strong>; anche il mio.</p>



<p>Siamo in attesa di accogliere il nuovo anno ma anche in queste ore il pensiero non riesce a distogliersi dalla guerra che sta insanguinando il nostro Continente.<br>Il 2022 è stato l’anno della folle guerra scatenata dalla Federazione russa. La risposta dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente è stata un pieno sostegno al Paese aggredito e al popolo ucraino, il quale con coraggio sta difendendo la propria libertà e i propri diritti.</p>



<p>Se questo è stato l’anno della guerra, dobbiamo concentrare gli sforzi affinché il 2023 sia l’anno della fine delle ostilità, del silenzio delle armi, del fermarsi di questa disumana scia di sangue, di morti, di sofferenze.<br>La pace è parte fondativa dell’identità europea e, fin dall’inizio del conflitto, l’Europa cerca spiragli per raggiungerla nella giustizia e nella libertà.<br>Alla pace esorta costantemente Papa Francesco, cui rivolgo, con grande affetto, un saluto riconoscente, esprimendogli il sentito cordoglio dell’Italia per la morte del Papa emerito Benedetto XVI.</p>



<p>Si prova profonda tristezza per le tante vite umane perdute e perché, ogni giorno, vengono distrutte case, ospedali, scuole, teatri, trasformando città e paesi in un cumulo di rovine. Vengono bruciate, per armamenti, immani quantità di risorse finanziarie che, se destinate alla fame nel mondo, alla lotta alle malattie o alla povertà, sarebbero di sollievo per l’umanità.</p>



<p>Di questi ulteriori gravi danni, la responsabilità ricade interamente su chi ha aggredito e non su chi si difende o su chi lo aiuta a difendersi.<br>Pensiamoci: se l’aggressione avesse successo, altre la seguirebbero, con altre guerre, dai confini imprevedibili.<br>Non ci rassegniamo a questo presente.<br>Il futuro non può essere questo.</p>



<p>La speranza di pace è fondata anche sul rifiuto di una visione che fa tornare indietro la storia, di un oscurantismo fuori dal tempo e dalla ragione. Si basa soprattutto sulla forza della libertà. Sulla volontà di affermare la civiltà dei diritti.<br>Qualcosa che è radicato nel cuore delle donne e degli uomini. Ancor più forte nelle nuove generazioni.<br>Lo testimoniano le giovani dell’Iran, con il loro coraggio. Le donne afghane che lottano per la loro libertà. Quei ragazzi russi, che sfidano la repressione per dire il loro no alla guerra.</p>



<p>Gli ultimi anni sono stati duri. Ciò che abbiamo vissuto ha provocato o ha aggravato tensioni sociali, fratture, povertà.<br>Dal Covid &#8211; purtroppo non ancora sconfitto definitivamente – abbiamo tratto insegnamenti da non dimenticare.<br>Abbiamo compreso che la scienza, le istituzioni civili, la solidarietà concreta sono risorse preziose di una comunità, e tanto più sono efficaci quanto più sono capaci di integrarsi, di sostenersi a vicenda. Quanto più producono fiducia e responsabilità nelle persone.<br>Occorre operare affinché quel presidio insostituibile di unità del Paese rappresentato dal Servizio sanitario nazionale si rafforzi, ponendo sempre più al centro la persona e i suoi bisogni concreti, nel territorio in cui vive.</p>



<p>So bene quanti italiani affrontano questi mesi con grandi preoccupazioni. L’inflazione, i costi dell’energia, le difficoltà di tante famiglie e imprese, l’aumento della povertà e del bisogno.<br>La carenza di lavoro sottrae diritti e dignità: ancora troppo alto è il prezzo che paghiamo alla disoccupazione e alla precarietà.<br>Allarma soprattutto la condizione di tanti ragazzi in difficoltà. La povertà minorile, dall’inizio della crisi globale del 2008 a oggi, è quadruplicata.<br>Le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese – tra Nord e Meridione, per le isole minori, per le zone interne &#8211; creano ingiustizie, feriscono il diritto all’uguaglianza.</p>



<p>Ci guida ancora la Costituzione, laddove prescrive che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ledono i diritti delle persone, la loro piena realizzazione. Senza distinzioni.<br><strong>La Repubblica siamo tutti noi. Insieme.</strong></p>



<p>Lo Stato nelle sue articolazioni, le Regioni, i Comuni, le Province. Le istituzioni, il Governo, il Parlamento. Le donne e gli uomini che lavorano nella pubblica amministrazione. I corpi intermedi, le associazioni. La vitalità del terzo settore, la generosità del volontariato.</p>



<p>La Repubblica – la nostra Patria – è costituita dalle donne e dagli uomini che si impegnano per le loro famiglie.<br>La Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte perché questo serve a far funzionare l’Italia e quindi al bene comune.</p>



<p>La Repubblica è nel sacrificio di chi, indossando una divisa, rischia per garantire la sicurezza di tutti. In Italia come in tante missioni internazionali.<br>La Repubblica è nella fatica di chi lavora e nell’ansia di chi cerca il lavoro. Nell’impegno di chi studia. Nello spirito di solidarietà di chi si cura del prossimo. Nell’iniziativa di chi fa impresa e crea occupazione.</p>



<p>Rimuovere gli ostacoli è un impegno da condividere, che richiede unità di intenti, coesione, forza morale.<br>E’ grazie a tutto questo che l’Italia ha resistito e ha ottenuto risultati che inducono alla fiducia.</p>



<p>La nostra capacità di reagire alla crisi generata dalla pandemia è dimostrata dall’importante crescita economica che si è avuta nel 2021 e nel 2022.<br>Le nostre imprese, a ogni livello, sono state in grado, appena possibile, di ripartire con slancio: hanno avuto la forza di reagire e, spesso, di rinnovarsi.<br>Le esportazioni dei nostri prodotti hanno tenuto e sono anzi aumentate.</p>



<p>L’Italia è tornata in brevissimo tempo a essere meta di migliaia di persone da ogni parte del mondo. La bellezza dei nostri luoghi e della nostra natura ha ripreso a esercitare una formidabile capacità attrattiva.<br>Dunque ci sono ragioni concrete che nutrono la nostra speranza ma è necessario uno sguardo d’orizzonte, una visione del futuro.</p>



<p>Pensiamo alle nuove tecnologie, ai risultati straordinari della ricerca scientifica, della medicina, alle nuove frontiere dello spazio, alle esplorazioni sottomarine. Scenari impensabili fino a pochi anni fa e ora davanti a noi.<br>Sfide globali, sempre.</p>



<p>Perché è la modernità, con il suo continuo cambiamento, a essere globale.<br>Ed è in questo scenario, per larghi versi inedito, che misuriamo il valore e l’attualità delle nostre scelte strategiche: l’Europa, la scelta occidentale, le nostre alleanze. La nostra primaria responsabilità nell’area che definiamo Mediterraneo allargato. Il nostro rapporto privilegiato con l’Africa.</p>



<p>Dobbiamo stare dentro il nostro tempo, non in quello passato, con intelligenza e passione.<br>Per farlo dobbiamo cambiare lo sguardo con cui interpretiamo la realtà. Dobbiamo imparare a leggere il presente con gli occhi di domani.</p>



<p>Pensare di rigettare il cambiamento, di rinunciare alla modernità non è soltanto un errore: è anche un’illusione. Il cambiamento va guidato, l’innovazione va interpretata per migliorare la nostra condizione di vita, ma non può essere rimossa.</p>



<p>La sfida, piuttosto, è <strong>progettare il domani con coraggio.</strong><br>Mettere al sicuro il pianeta, e quindi il nostro futuro, il futuro dell’umanità, significa affrontare anzitutto con concretezza la questione della transizione energetica.</p>



<p>L’energia è ciò che permette alle nostre società di vivere e progredire. Il complesso lavoro che occorre per passare dalle fonti tradizionali, inquinanti e dannose per salute e ambiente, alle energie rinnovabili, rappresenta la nuova frontiera dei nostri sistemi economici.</p>



<p>Non è un caso se su questi temi, e in particolare per l’affermazione di una nuova cultura ecologista, registriamo la mobilitazione e la partecipazione da parte di tanti giovani.</p>



<p>L’altro cambiamento che stiamo vivendo, e di cui probabilmente fatichiamo tuttora a comprendere la portata, riguarda la trasformazione digitale.<br>L’uso delle tecnologie digitali ha già modificato le nostre vite, le nostre abitudini e probabilmente i modi di pensare e vivere le relazioni interpersonali. Le nuove generazioni vivono già pienamente questa nuova dimensione.</p>



<p>La quantità e la qualità dei dati, la loro velocità possono essere elementi posti al servizio della crescita delle persone e delle comunità. Possono consentire di superare arretratezze e divari, semplificare la vita dei cittadini e modernizzare la nostra società.<br>Occorre compiere scelte adeguate, promuovendo una cultura digitale che garantisca le libertà dei cittadini.</p>



<p>Il terzo grande investimento sul futuro è quello sulla scuola, l’università, la ricerca scientifica. E’ lì che prepariamo i protagonisti del mondo di domani. Lì che formiamo le ragazze e i ragazzi che dovranno misurarsi con la complessità di quei fenomeni globali che richiederanno competenze adeguate, che oggi non sempre riusciamo a garantire.</p>



<p>Il Piano nazionale di ripresa e resilienza spinge l’Italia verso questi traguardi. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione.<br>Lo dobbiamo ai nostri giovani e al loro futuro.</p>



<p>Parlando dei giovani vorrei – per un momento &#8211; rivolgermi direttamente a loro:<br>siamo tutti colpiti dalla tragedia dei tanti morti sulle strade.<br>Troppi ragazzi perdono la vita di notte per incidenti d’auto, a causa della velocità, della leggerezza, del consumo di alcol o di stupefacenti.<br>Quando guidate avete nelle vostre mani la vostra vita e quella degli altri. Non distruggetela per un momento di imprudenza.<br>Non cancellate il vostro futuro.</p>



<p>Care concittadine e cari concittadini,<br><strong>guardiamo al domani con uno sguardo nuovo. Guardiamo al domani con gli occhi dei giovani. Guardiamo i loro volti, raccogliamo le loro speranze. Facciamole nostre.</strong></p>



<p>Facciamo sì che il futuro delle giovani generazioni non sia soltanto quel che resta del presente ma sia il frutto di un esercizio di coscienza da parte nostra. Sfuggendo la pretesa di scegliere per loro, di condizionarne il percorso.</p>



<p><strong>La Repubblica vive della partecipazione di tutti.</strong><br>E’ questo il senso della libertà garantita dalla nostra democrazia.<br>E’ anzitutto questa la ragione per cui abbiamo fiducia.<br><strong>Auguri!</strong></p>
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		<title>Spazzini con laurea, un inno allo studio e al lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2022 11:03:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La vicenda di Federica Castiglia, 24 anni, con laurea in ottica e optometria che, superato un regolare concorso, viene assunta da Asia, azienda municipalizzata per la pulizia della città di Napoli, merita un attento esame (ben oltre queste righe) per il fatto in sé e anche per le spiegazioni che lei stessa ne ha dato alla stampa. La giovane è attratta dallo studio, si laurea con poca difficoltà, ma ne&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La vicenda di Federica Castiglia, 24 anni, con laurea in ottica e optometria che, superato un regolare concorso, viene assunta da Asia, azienda municipalizzata per la pulizia della città di Napoli, merita un attento esame (ben oltre queste righe) per il fatto in sé e anche per le spiegazioni che lei stessa ne ha dato alla stampa.</p>



<p>La giovane è attratta dallo studio, si laurea con poca difficoltà, ma ne incontra tante nell’avviarsi al lavoro: assunzioni precarie e instabilità contrattuali sono causa di scoraggiamento. Desidera un lavoro “<em>vero e stabile</em>”, che garantisca un “<em>posto fisso con ampie garanzie</em>”. Decide di concorrere per netturbina, non trovando “<em>niente di particolare in una laureata che, come lavoro, sceglie liberamente di fare la spazzina</em>”. Di più: “<em>Per me si tratta di un lavoro di grande dignit</em>à”.</p>



<p>Verrebbe da esclamare: “Siamo dinanzi ad una vera rivoluzione!”. Per poterlo dichiarare a tutto tondo, avremmo bisogno di essere sicuri di un particolare importante: sapere se la dottoressa Castiglia è, però, pentita di aver studiato. Ha già risposto: “<em>No, questo no</em>”.</p>



<p>A questo punto il quadro si fa più completo e anche più lumeggiante su una questione di grande dibattito. Si ripete spesso: conviene studiare se poi non c’è sbocco lavorativo per la professione cui ci si sente destinati? A che serve lo studio? E’ davvero importante?</p>



<p>Notiamo che allo stesso concorso di Napoli risultano vincitori: 12 laureati, 169 diplomati di secondaria superiore e 19 muniti di licenza di terza media, persone che in qualche modo avranno trovato uguali o differenti motivazioni della Castiglia. Come dire: se necessità fa virtù come spesso accade, può anche darsi per vera che una certa consapevolezza per avanzare nel mondo del lavoro si va altresì profilando. Rimanere nell’attesa che venga il bel giorno è anche perdere tempo, poiché il calendario è inflessibile alle richieste delle buone e legittime aspirazioni.</p>



<p>E allora possiamo dire di essere già alla scissione di quel principio rigido che vorrebbe lo sbocco lavorativo fortemente legato al titolo di studio? E’ presto per dirlo, una lucciola non fa primavera. Siamo piuttosto all’affermazione di “non essersi pentiti di aver studiato”. Perché è un diritto lo studio ed è anche un bene. E’ un diritto il lavoro ed è anche un beneficio altissimo per la persona. Lo studio è (anche) di una materia in particolare, ma resta soprattutto la grande occasione per la promozione e la più utile elevazione della persona. E’ andare a scuola che è già grande avventura. Prendere lezioni, ascoltare chi tramanda (più anziano in genere), stare convivere e confrontarsi con i pari-età, assumere la postura di chi si confronta col passato, si apre al presente e guarda lontano è tappa di vita che non dovrebbe poter mancare a nessuno, nei grandi centri così come nelle periferie del nostro Paese.</p>



<p>E anche il lavoro. Di suo, il lavoro, amiamo ripetere che dà dignità. Ma è anche vero che è sempre l’uomo che resta chiamato ad assegnare dignità al lavoro che compie. Detto sbrigativamente si può costatare come ancora esistono lavori e lavori, con una classificazione e una destinazione dei soggetti rimasta ancorata a schemi a dir poco discutibili. Quei laureati e diplomati entrati nella municipalizzata di Napoli, in qualche modo, possono conferire una certa attrazione all’insù a quei compagni di lavoro meno provvisti di titoli. Come dire: è finito il tempo per la destinazione obbligata di certi soggetti. Se hai meno, meno avrai anche in termini lavorativi. Non è necessario andare a scuola, potresti pur sempre fare lo spazzino.</p>



<p>La dottoressa Castiglia e i suoi 180 compagni che a scuola sono andati chi per una laurea e chi per un diploma, a noi sembra che abbiano cantato un inno allo studio e un altro al lavoro. Hanno esaltato l’uno e l’altro. Li hanno resi compatibili e hanno pure lanciato un messaggio di incoraggiamento a quel 16,6% di ragazzi del Sud che stanno nella zona di dispersione scolastica. E’ come se stessero ancora dicendo: è bella la scuola ed è bello il lavoro. Serve la scuola e necessita il lavoro. Nobilita l’una e nobilita l’altro. Persino fa vedere da vicino un altro adagio dei bei tempi che furono: si studia per la vita e non per la scuola. Perché, all’estremo delle cose, resta sempre un uomo o una donna a maneggiare un computer o una ramazza. Vuoi mettere, però, che sia anche laureato? Accende l’uno e spinge l’altra. Va finendo il tempo delle grandi esclusioni e delle tristi separazioni.</p>
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		<title>Guida per idioti alle elezioni politiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Sep 2022 13:13:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[+Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giunti ormai a pochi giorni dalle elezioni politiche, possiamo preparare una guida alle elezioni per idioti, che spieghi in poche parole le visioni concorrenti della società italiana da parte dei diversi schieramenti. Abbiamo una coalizione di centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia), una di centrosinistra (PD, +Europa, Verdi e Sinistra italiani), una liberale (Calenda e Renzi) ed infine i Cinquestelle da soli. Trascuriamo le altre organizzazioni folcloristiche, come “Il partito&#8230;</p>
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<p>Giunti ormai a pochi giorni dalle elezioni politiche, possiamo preparare <strong>una guida alle elezioni per idioti</strong>, che spieghi in poche parole le visioni concorrenti della società italiana da parte dei diversi schieramenti.</p>



<p>Abbiamo una coalizione di <em><strong>centrodestra</strong></em> (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia), una di<strong> <em>centrosinistra</em></strong> (PD, +Europa, Verdi e Sinistra italiani), una <strong><em>liberale</em> </strong>(Calenda e Renzi) ed infine i <em><strong>Cinquestelle</strong></em> da soli. Trascuriamo le altre organizzazioni folcloristiche, come “<em>Il partito della follia creativa</em>” del dottor Cirillo, da anni ilare presenza nelle elezioni romane.</p>



<p>Non parliamo di proposte specifiche, bensì di un’impostazione generale. In particolare, evitiamo qualunque riferimento ai rapporti con la UE, con la NATO, la guerra in Ucraina e il debito pubblico, perché su questi temi, semplicemente, non c’è alcuna possibilità di scelta.</p>



<p>I <strong>tre partiti di destra</strong>, nonostante qualche divisione non banale, condividono una chiara impostazione ideologica, una <strong>nostalgica visione di un piccolo mondo antico</strong> in cui ci si conosceva tutti, ognuno aveva un lavoro, c’erano pochi stranieri, l’Europa era lontana e la vita scorreva tra la sagra dei tortelli e la messa della domenica, un mondo alla Pane, amore e fantasia. Le donne restavano a casa a cucinare le eccellenze culinarie che il mondo ancora non ci invidiava, facevano figli e non abortivano, se non di nascosto. </p>



<p>Si rubava, anche, ma di nascosto; non si pagavano le tasse, ma di nascosto; c’erano anche gli omosessuali, che non andavano in giro a fare i “pride”. E a chi osava, c’era l’arma letale del pettegolezzo, punto di partenza per l’ostracismo sociale, pena peggiore del carcere. Si andava nelle case chiuse, all’aperto e senza sensi di colpa, raccontando barzellette contro le mogli. Il futuro che ci offre il centrodestra, in altre parole, è il ritorno ad una società in cui il maschio bianco etero è ai vertici e la cultura ne celebra le fanfaronate, dai bordelli alle sgommate in tangenziale.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Povia, “Luca era gay”</p>



<p>Nel <strong>lato sinistro</strong> non mancano proposte interessanti, come la scuola dell’infanzia obbligatoria, la reintroduzione dell’imposta di successione, il salario minimo e lo <em>ius scholae</em>, ma si avverte che sono estemporanee, fatte per accontentare una delle molteplici lobby che si alligna nel sottobosco della società civile, senza una riflessione complessiva sulla società futura. Secondo la sinistra, i prossimi decenni dovranno essere, per forza, multietnici, gender, ecologici, meritocratici, sostenibili ed equi, ma non ci dice come questo Sol dell’Avvenire dovrebbe essere realizzato. </p>



<p>In realtà la politica del PD è una forma molto italica di conservatorismo progressista,<strong> fare il minimo indispensabile</strong> perché ogni decisione rischia, in primo luogo, di spaccare il partito, poi di essere bloccata da un TAR o da un sindaco o da una protesta di piazza. La sinistra ha rinunciato completamente all’idea di governare i complessi processi in corso in Italia, se non affidandosi all’Europa, madre salvifica ma non sempre benigna.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: &#8220;Bella Ciao&#8221; (a bassa voce per non dare fastidio)</p>



<p>Passando ai <strong>Cinquestelle</strong>, la visione di Italia che Conte sta cercando in modo piuttosto annaspante di vendere al paese è quella dell’unica vera sinistra attenta ai bisogni della gente. Su questo, le credenziali di Conte sono interessanti, vedi reddito di cittadinanza. I Cinquestelle propongono sostanzialmente una società in cui uno Stato paternalista si fa carico di ogni problema, con un ampio allargamento dei cordoni delle borse, ma che non ha alcuna idea di come riorganizzare la società e l’economia nel suo complesso, senza grandi slanci, con un rinnegamento degli ideali più interessanti di rifondazione della politica lanciati dai Cinquestelle degli inizi. In altre parole, un traccheggiamento a vista, salvo intese.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Francesco Guccini, &#8220;La locomotiva&#8221;</p>



<p>Venendo al <strong>quarto polo</strong>, i due ragazzi terribili, Calenda e Renzi, sembrano gli unici con il coraggio di una visione davvero rivoluzionaria del futuro: individuo, impresa, liberalismo estremo, meritocrazia, Draghi ed Europa. Non è chiaro come tutto questo possa essere realizzato in una società invecchiata (male) come quella italiana, tenuta ignorante dal terrore televisivo, mentre i giovani, quei pochi che non sono fuggiti all’estero, sperano di fare fortuna con Tik-Tok. Tuttavia, i due rinascimentali propongono forse l’unica agenda per un radicale cambiamento dell’Italia, peccato che, come i bravissimi Maneskin, piacciano solo ai cinquantenni che credono di avere ancora vent’anni.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Madonna, &#8220;Like a Virgin&#8221;</p>



<p>Un’ulteriore scelta è l’<strong>astensione</strong>. Il rifiuto di partecipare al più importante appuntamento elettorale della vita pubblica è un fatto grave ma non può essere negato. Chi si astiene coscientemente non intende legittimare un sistema che ha tolto ai cittadini la libertà di scegliere i propri rappresentanti e governanti. </p>



<p>Ciò grazie ad una legge elettorale assurda, che premia le accozzaglie e accentra ogni potere nelle mani dei segretari di partito i quali, comunque, non sono in grado da anni di prendere alcuna  decisione che non siano le questioni identitarie, fuffa solo per chi non soffre le discriminazioni (vedi decreti sicurezza contro gli immigrati, le restrizioni all’aborto contro le donne, l’ideologia della famiglia tradizionale imposta ad un paese arcobaleno da cinquant’anni).</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: La Rappresentante di Lista, &#8220;Ciao ciao&#8221;</p>



<p>Ecco, queste sono le scelte a disposizione degli italiani e delle italiane. Potenzialmente, andiamo dalla restaurazione dell’<em>ancien régime</em> alla repubblica socialista, con mille sfumature dal nero al rosso. <strong>E</strong> <strong>tanto grigio, colore del fumo</strong>.</p>



<p>In realtà, c’è ben poco da scegliere. La politica economico-finanziaria, che ci piaccia o no, è decisa dai mercati finanziari internazionali, su cui la Commissione europea non comanda. Di politica estera non parliamo perché non l’abbiamo dai tempi di Andreotti. I clandestini continueranno ad arrivare con o senza blocco navale. Con la cultura non si mangia. Gli unici possibili e sostanziabili cambiamenti sono nei diritti sociali, ovvero in quelli che più fanno male quando si perdono. Questi sono essenzialmente i diritti dei lavoratori, la scuola pubblica, la sanità pubblica e la libertà di decidere del proprio corpo, che siano l’aborto o il fine vita. </p>



<p>Le diverse coalizioni hanno già mostrato nei fatti cosa faranno o non faranno su ciascuno di questi temi, ma lascio a ciascuno e ciascuna di voi il compito di informarsi e di scegliere, per una volta, con consapevolezza.</p>



<p>Non dovrebbe essere difficile.</p>
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		<title>Sull&#8217;età della nostra Repubblica, sui recenti spauracchi elettorali, su una futura politica di sinistra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Aug 2022 10:24:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[25 settembre]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 25 settembre è molto probabile che i connotati del Parlamento e della compagine di governo cambieranno. Ed è un bene che cambino, per il principio dell'alternanza richiamata dai valori di una sana democrazia. Se dovessimo per questo temere rischi per la Repubblica, significherebbe che i nostri padri costituenti avevano preso un'emerita cantonata, loro che inglobarono, all'indomani dell'odiato fascismo e della miserabile monarchia che ci erano toccati in sorte, fascisti e monarchici pentiti e irredentisti nel nuovo assetto costituzionale. Se ci sono riusciti loro, all'indomani della più drammatica pagina di storia dell'Occidente, vuoi che non ci si riesca noi, che pettiniamo bambole dalla mattina alla sera?</p>
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<p>Se fosse una donna o un uomo le si attribuirebbe ciò che si dice un&#8217;incipiente vecchiaia. Eppure, giovanissima, non regge il confronto con i fasti di Atene o di Roma, né potremo paragonarla alla ultramillenaria Venezia. Dunque, con i suoi settantasei anni, sebbene avanti negli anni, è poco più che un&#8217;adolescente.<br> <br>Se penso ai tentati colpi di stato, agli anni di piombo, alla strategia della tensione, alle stragi, all&#8217;innumerevole sequenza di morti che le mafie e il terrorismo hanno lasciato sul campo nel secondo novecento, lo spauracchio agitato in questi giorni da certa parte giornalistica e opinionistica nella prospettiva di un prossimo governo di destra, appare come un futile trastullo di bambini.</p>



<p>Nel sistema costituzionale italiano, fatto di pesi e contrappesi, c&#8217;è una cosa, vivaddio!, che si chiama &#8216;democrazia dell&#8217;alternanza&#8217;, ed è non solo lecito ma auspicabile che a una fase di governo ne segua un&#8217;altra di diverso segno.</p>



<p>Certo, sarebbe bello godere di una classe politica intellettualmente onesta, di scuola e dottrina, qualcosa di cui vantarsi nel consesso internazionale, concretamente risolutiva dei problemi del paese, ma se così non è bisognerà pure rassegnarsi alla sconcertante sequela di ignorantoni presuntuosi e arroganti che si presenta alle elezioni da trent&#8217;anni a questa parte. E dico una &#8216;classe politica&#8217; per non tirare dentro alcune singole personalità che invece eccellono, come perle tra i porci, nel confuso panorama dei governi della seconda Repubblica.<br> <br>Sarebbe bello e sarebbe anche giusto, considerato che la fase d&#8217;incubazione della civiltà repubblicana è passata da un pezzo e finalmente bisognerebbe raccogliere i frutti di tanto sacrificio. Invece dobbiamo accontentarci del giacobinismo di facciata delle già ex &#8216;nuove leve&#8217;, degli incontri negli autogrill con l&#8217;agente segreto in pensione, dei comunicati al popolo sullo sfondo ben studiato di rosari, santini e Marie Vergini, e quasi sorridiamo alle imprese di inizio secolo, quando fiorivano le orgette nel castello incantato del cavaliere plenipotenziario.<br>Ma tant&#8217;è, questa è l&#8217;Italia.<br> <br>Ora, il 25 settembre è molto probabile che i connotati del Parlamento e della compagine di governo cambieranno. Ed è un bene che cambino, per il principio dell&#8217;alternanza richiamata dai valori di una sana democrazia. Se dovessimo per questo temere rischi per la Repubblica, significherebbe che i nostri padri costituenti avevano preso un&#8217;emerita cantonata, loro che inglobarono, all&#8217;indomani dell&#8217;odiato fascismo e della miserabile monarchia che ci erano toccati in sorte, fascisti e monarchici pentiti e irredentisti nel nuovo assetto costituzionale. Se ci sono riusciti loro, all&#8217;indomani della più drammatica pagina di storia dell&#8217;Occidente, vuoi che non ci si riesca noi, che pettiniamo bambole dalla mattina alla sera?</p>



<p>Suvvia, siamo seri, e se dovessimo perdere le prossime elezioni, lavoriamo sodo all&#8217;opposizione, per costruire una valida alternativa di sinistra, che assomigli il meno possibile all&#8217;imbarazzante pastrocchio in cui fino ad ora ci siamo crogiolati. E non dimentichiamo un fondamentale, come nel calcio: le politiche di sinistra si fanno a diretto contatto col popolo, in costante ascolto e dialogo con esso, non dalle torri d&#8217;avorio delle segreterie politiche, né dalle torbide leve dei patronati e delle consorterie locali.</p>



<p>Voi direte, ma questa prerogativa è anche delle destre, populiste per antonomasia. No, non in quel senso. Per un militante di sinistra &#8211; ma anche per un moderno cattolico, a ben pensarci &#8211; &#8216;col popolo&#8217; significa &#8216;con tutti i popoli&#8217;, con tutte le confessioni religiose, con tutti i generi umani, con tutti gli esseri viventi. Con tutti, lasciando alla demagogia catto-fascista, catto-nazionalista, catto-leghista e chi più ne ha più ne metta, il nobile compito di immaginare un mondo fatto di soli bianchi, di soli cristiani, di soli italiani, di soli … appunto &#8216;soli&#8217;.</p>



<p>E non dimentichiamo un dolo che tutti, proprio tutti ci accomuna: siamo borghesi, e se non lo siamo lo diventeremo in capo a una generazione politica, talvolta anche in minor tempo, Di Maio docet. Da una tale prospettiva quasi nessuno si salva e dunque, quasi nessuno dovrebbe avere diritto di eleggibilità a sinistra, a meno che non ci si rivesta, come una rinuncia ai beni, dei panni che eravamo soliti portare.</p>
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		<title>Whatever it took</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/06/14/spagano-whatever-it-takes-draghi-lagarde-bce/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jun 2022 05:10:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Col celeberrimo “Whatever it takes”, leggasi “a qualunque costo”, il 26 luglio 2012 l’allora presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, batté un così vigoroso, benché metaforico, pugno sul tavolo del tiro a bersaglio contro i debiti sovrani, che i poverelli speculatori rimpicciolirono in fretta di stazza e numero fino a togliere il disturbo quasi fischiettando indifferenti. Per dare corso reale a quella minaccia senza precedenti, occorreva che la BCE&#8230;</p>
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<p>Col celeberrimo “Whatever it takes”, leggasi “a qualunque costo”, il 26 luglio 2012 l’allora presidente della <strong>Banca Centrale Europea</strong>, <strong>Mario Draghi</strong>, batté un così vigoroso, benché metaforico, pugno sul tavolo del tiro a bersaglio contro i debiti sovrani, che i poverelli speculatori rimpicciolirono in fretta di stazza e numero fino a togliere il disturbo quasi fischiettando indifferenti.</p>



<p>Per dare corso reale a quella minaccia senza precedenti, occorreva che la BCE mettesse mano al portafoglio, ossia comprasse, con larghezza di tempo e quantità, enormi masse di titoli, soprattutto titoli del debito sovrano. Questo avrebbe neutralizzato ogni tentativo di corsari finanziari, vetusti o improvvisati che fossero, di aggredire i singoli paesi, specie i più indebitati e fragili. Si discetterà a lungo sull’efficacia di quella mossa inedita, che frattanto è entrata di diritto nei manuale di politica economica e monetaria. Ma d’ora in poi se ne discetterà al passato. Forse anche al futuro, ma non più al presente.</p>



<p>Perché <strong>Christine Lagarde</strong> ha annunciato ufficialmente, preceduta da rumors sufficienti a preavvertire tutti gli operatori, che l’acquisto poderoso di titoli, protrattosi per più di dieci anni, giungeva al termine. La frenata tecnicamente non è troppo brusca, perché non si passerà dall’acquisto alla vendita, cioè a rimettere sul mercato, a rivendere quegli stessi titoli che la BCE aveva acquistato, ma è certo che gli acquisti si fermeranno. Per buona misura, Lagarde ha annunciato un ulteriore intervento restrittivo: a breve i tassi d’interesse subiranno un paio di ritocchi al rialzo, correggendo la lunga politica di tassi accomodanti, concepita per rendere conveniente per le banche offrire di denaro, e appetibile per investitori e consumatori domandarne.</p>



<p>Che si stesse vivendo un quindicennio straordinario era semplicemente ovvio: crisi finanziaria mondiale del 2008-2009, crisi economica europea del 2011-2012, sconvolgimento da Covid-19 e conseguente paralisi negli ultimi due anni e mezzo, per finire con il ritorno della guerra in Europa. Al netto di quest’ultima, terribile vicenda, e a voler essere ottimisti, si potrebbe anche guardare a questa doppia mossa come ad un segnale a lungo atteso di -parziale e fragile, s’intende- inizio di ritorno alla <em>normalità</em>: le ragioni alla base di un intervento tanto straordinario cominciano a rientrare, che si cominci a far rientrare dunque anche l’artiglieria pesante adoperata per contrastarle. Purtroppo questa è soltanto una mezza verità.</p>



<p>L’altra mezza è che la mossa era obbligata e probabilmente tempestivamente assunta, poiché l’inflazione che sta imperversando in Occidente erode potere d’acquisto e opportunità di crescita. Ove mai si combinasse con una recessione, prenderebbe forma l’incubo economico per eccellenza: la stagflazione, prodromo di ulteriori lunghi periodi di crisi economica.</p>



<p>L’inflazione che registriamo ha molti padri. In primo luogo, i colli di bottiglia che la produzione ha incontrato all’indomani della ripartenza economica post-covid, che hanno prodotto una brusca impennata dei prezzi di alcuni componenti industriali, elettronici prima di tutto, e che a sua volta ha innescato l’incremento dei prezzi dei prodotti finiti. Poi, l’incremento dei costi dell’energia, che però solo parzialmente può essere riferito al conflitto in Ucraina, considerato che era dato osservarlo già ben prima del conflitto.</p>



<p>Due, ed immediate, sono state le reazioni dei mercati finanziari. Due, ed immediate, le brutte notizie per il nostro Paese. La prima è che, interrotta la garanzia dell’acquisto dei nostri titoli da parte della BCE, con il debito pubblico monstre che ci ritroviamo sul groppone, diventiamo debitori meno affidabili di appena qualche giorno fa. Certamente siamo meno sicuri dei tedeschi, ed ecco che il nostro spread, che misura proprio la differenza di affidabilità tra i titoli tedeschi e quelli italiani, appare in ottima forma e ringalluzzito. La seconda, puntuale come un’ovvia conseguenza della prima, è che convincere gli investitori a comprare i nostri titoli ci costerà più di prima, ed ecco che i rendimenti dei nostri titoli hanno cominciato subito a prendere il largo.</p>



<p>Per l’Italia quindi è suonata la campanella della maturità &#8211; è giusto tempo. Ci riporta all’amara verità di un debito che dobbiamo anzitutto evitare di alimentare e poi, auspicabilmente, cominciare a limare. La stessa campanella ci richiama però ad un dovere dietro al quale sta un’opportunità storica:  l’enorme ricchezza che il <strong>PNRR</strong>, ove ben attuato e speso, potrà innescare sul nostro territorio. Ove ben attuato e speso, però: per la prima volta dal dopoguerra le risorse non mancano, ma la Banca Centrale Europea ci ha appena tolto entrambi i braccioli.</p>



<p>Imparare a nuotare, d’ora in poi, sarà responsabilità esclusivamente nostra. Colare a picco colpa nostra, raggiungere la riva merito nostro.</p>
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		<title>Enzo Amendola: delineare una forma sempre più ambiziosa di Unione Europea. L’Ucraina ha diritto alla resistenza in base alla Carta dell’ONU</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/05/28/raco-enzo-amendola-delineare-una-forma-sempre-piu-ambiziosa-di-unione-europea-ucraina-ha-diritto-alla-resistenza-in-base-alla-carta-onu/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 May 2022 09:19:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Noi sappiamo che il prolungarsi della guerra produce atrocità e vittime civili, e la politica non è ciò che segue allo sforzo bellico ma è ciò che è negato dallo sforzo bellico, e quindi la priorità che volgiamo affermare è quella di riaprire, in qualunque forma e in qualunque luogo, termini anche che portino al dialogo tra le parti. Ovviamente la precondizione è il cessate il fuoco, ma dalla Russia non arrivano ancora risposte adeguate su questo.</p>
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<p><strong>Uno spiraglio a una guerra devastante nel cuore dell’Europa viene proprio da una proposta di pace avanzata dall’Italia. Quali sono, per quello che è possibile dire, i termini di questa proposta?</strong><br>Noi affermiamo un bisogno. Che la politica e il negoziato abbiano una forza superiore alle atrocità di ciò che si va compiendo, e quindi testardamente cerchiamo di indicare i possibili termini per la riapertura del negoziato. Stessa cosa fa l’Italia con i propri alleati, poiché è evidente che come Unione siamo uniti nella difesa del popolo e delle Istituzioni ucraine, per il diritto alla sovranità che la Carta dell’ONU le riconosce, dandole la facoltà di resistere all’invasore. Noi sappiamo che il prolungarsi della guerra produce atrocità e vittime civili, e la politica non è ciò che segue allo sforzo bellico ma è ciò che è negato dallo sforzo bellico, e quindi la priorità che volgiamo affermare è quella di riaprire, in qualunque forma e in qualunque luogo, termini anche che portino al dialogo tra le parti. Ovviamente la precondizione è il cessate il fuoco, ma dalla Russia non arrivano ancora risposte adeguate su questo.</p>



<p><strong>E’ giusto parlare di pace, come l’Italia e l’Europa fanno dal primo giorno di guerra, ma è corretto precisare che la resistenza dell’Ucraina è una resistenza per la democrazia e la libertà. In fondo gli ucraini stanno difendendo i nostri principi e valori fondamentali.</strong><br>L’Ucraina ha diritto alla resistenza in base alla Carta dell’ONU. È un Paese sovrano, libero, con&nbsp;Istituzioni proprie, che si può poi discutere quanto siano fragili. Ma è un diritto sancito che un Paese pacifico, che non ha offeso i suoi Paesi confinanti, che non ha dichiarato nessuno sforzo bellico, possa difendersi. Quello che ha portato la UE a sostenere Zelensky sta nel fatto che il popolo ucraino è legato a questo, alla salvaguardia del diritto internazionale. E poi perché il nostro vicino russo, con cui ci sono rapporti commerciali e culturali, scambi che nel corso degli ultimi decenni si sono rafforzati, ha violato le regole della convivenza pacifica. Il nostro sostegno alla resistenza ucraina è il sostegno a un diritto a scegliere il proprio futuro, la propria traiettoria. Questo non poteva vederci voltati dall’altra parte ad attendere gli esiti dell’invasione militare. Tra l’altro l’Ucraina ha con la Russia un rapporto che va al fondamento stesso del Stato russo, si tratta di secoli di commistione non solo di lingua ma di legami culturali, religiosi, di scambi commerciali: questa è una guerra fratricida che ha portato il popolo ucraino in armi a difendere i propri diritti, rompendo quindi anche dei legami storici. Per tutte queste ragioni l’UE ha la responsabilità politica di far cessare il conflitto, di difendere il diritto negoziale ucraino e soprattutto di difendere un popolo che è stato violentato dalle armi russe.</p>



<p><strong>La Francia sembra aver gelato le richieste dell’Ucraina di entrare rapidamente nell’Unione Europea, parlando di un processo che potrebbe durare 15 o 20 anni. La soluzione potrebbe essere la Confederazione Europea proposta dal segretario del Partito democratico, Enrico Letta?</strong><br>A norma dei Trattati il processo di integrazione di un candidato avviene con tempi purtroppo lunghi, e la burocrazia è dovuta a dei processi di riforma, di adeguamento della legislazione nazionale a quella europea. Ma noi sappiamo che siamo a un tornante della storia in cui non può prevalere soltanto la procedura ma deve valere anche il sentimento politico, innanzitutto verso i Balcani occidentali, che sono parte della comunità europea, poi dell’Ucraina e degli altri paesi che potrebbero rischiare la stessa sorte. Per queste ragioni Enrico Letta ha parlato di una Confederazione, cioè di uno spazio politico che faciliti l’allargamento dei membri dell’UE. Ma lo stesso Macron il 9 maggio ha parlato di una comunità politica europea, quindi di uno spazio similare a quello indicato da Letta. Bisognerà, da qui al 23 giugno, quando la Commissione europea proporrà una strada, ragionare non soltanto di procedure ma anche di visione di un’Europa del futuro, che sarà certamente più grande ma che dovrà essere anche più unita.</p>



<p><strong>L’Europa in due anni ha fatto passi da gigante: la condivisione del debito per affrontare la crisi derivante dal diffondersi del Covid e poi una forte unione per attivare pacchetti di sanzioni sempre più duri contro la Russia, resasi colpevole di aver aggredito uno stato libero e sovrano. Cosa manca a questo punto all’Europa per essere considerata una potenza mondiale?</strong><br>La storia europea negli ultimi anni ha visto l&#8217;esplosione con effetti drammatici della pandemia con effetti drammatici sulla coesione sociale, e poi la guerra, che è tornata nel nostro continente. Di qui le nostre responsabilità, che vanno oltre gli effetti economici sulla tenuta sociale che ci riguardano. La risposta è stata all’altezza dei bisogni. L’altezza per costruire politiche fiscali non soltanto solidali ma anche improntate ad investimenti per rafforzare e cambiare la nostra economia, la nostra industria, la nostra coesione sociale. Sono scelte che secondo me descrivono un’Europa che non può tornare a quella pre-Covid, con le regole di un mondo che non esiste più. Ora bisognerà, nella congiuntura drammatica del conflitto in Ucraina, reggere l’unità e allo stesso tempo descrivere i salti di integrazione che dobbiamo fare. Penso all’unione per l’energia, a politiche di governance economica improntate alla stabilità ma anche agli investimenti, a politiche di coesione sociale finanziate dai fondi europei ma anche ad investimenti nella transizione ecologica e nella tecnologia digitale, che ha bisogno anche di un pilastro sociale per accompagnare il mondo del lavoro e delle imprese in questo momento. Quindi l’unità serve per affrontare le crisi ma anche per delineare le novità che sono necessarie per il nostro continente nello scrivere questa storia nuova.</p>



<p><strong>Il 9 maggio, in occasione della festa europea, la Conferenza sul futuro dell’Europa ha concluso i suoi lavori frutto di una non di discussioni e collaborazioni tra cittadini e politici. Cosa pensa del rapporto finale che è stato presentato alle Istituzioni europee?</strong><br>La Conferenza per il futuro dell’Europa, che è stata inaugurata una anno fa dal compianto presidente David Sassoli, è un esperimento di democrazia partecipativa realizzato anche grazie ad una piattaforma digitale che ha disintermediato tutte le procedure burocratiche di discussione: ognuno poteva iscriversi nella propria lingua e proporre idee e soluzioni. Credo che si tratti di un meccanismo che rafforza la democrazia rappresentativa, e soprattutto risponde a quella ricorrente e stereotipata critica secondo cui i cittadini sono lontani dall’Europa. Aver costruito questo percorso tra istituzioni europee, istituzioni nazionali, parlamenti, governi, rappresentati selezionati dei cittadini, ha prodotto delle indicazioni, ha prodotto i caratteri di una visione di cambiamento dell’Europa. Sarebbe stato paradossale che questi lavori si concludessero con report che dicevano che l’Europa è bella così com’è. Dobbiamo prendere sul serio queste indicazioni. Alcune possono essere assunte a trattati esistenti. Altre credo che bisognerebbe avere il coraggio di innestarle anche con dei cambiamenti dei trattati. Molte di queste materie, cito l’unione per l’energia e i mercati regolatori, cito il green e la trasformazione digitale che abbiamo già realizzato in alcuni negoziati, ma anche la configurazione delle norme che guardano l’Unione che deve affrontare una competizione globale, credo che meritino degli approfondimenti. Solo per citare la governance economica, alcuni dati del patto di stabilità e crescita sono basati su dati macroeconomici degli anni Ottanta. È passato un po’ di tempo e alcune regole, che spesso non vengono applicate, meriterebbero di essere cambiate. Noi come Italia siamo aperti ai cambiamenti. Per rafforzare l’Unione, non per aprire un inutile dibattito, per darle più strumenti. La sanità, per esempio. Prima del Covid non c’era l’unione europea della sanità, c’era solo un coordinamento. La spinta dei cittadini è sempre utile perché indirizzata al cambiamento, ai bisogni e agli interessi materiali di ogni giorno.</p>



<p><strong>La vittoria di Macron in Francia ha fatto tirare un sospiro di sollievo a tutti gli europeisti. Dal voto francese arriva però anche una forte domanda di protezione sociale, dove affondano le radici del populismo. L’Italia, che andrà al voto tra pochi mesi, cosa può e deve apprendere dal risultato delle presidenziali francesi?</strong><br>Gli effetti economici dello shock pandemico e del conflitto pesano anzitutto sulle fasce deboli, pesano sulle industrie che vedono materie prime e costi dell’energia a rischio, come a rischio è la ripresa che appariva l’anno passato molto potente. L’Europa non è assente, lo dico anche per noi italiani. Abbiamo per la prima volta fondi sufficienti, tra il Next Generation e i fondi ordinari del bilancio europeo. Abbiamo la possibilità di un regime di investimenti di quaranta miliardi solo per quest’anno. Ciò implica la possibilità di allargare le opportunità del nostro Paese di non limitarsi a lenire le ferite delle crisi ma di investire su quelli che saranno i settori della nuova competizione. Questo sarà fondamentale. Io credo che questo sia il migliore antidoto a chi dice che l’Europa è lontana e ci danneggia. Sinceramente, quando un Paese come il nostro riceve più di trecento miliardi per i prossimi sei anni, io avrei un po’ di pudore a sostenere cose come queste. Quello che sta a noi è delineare una forma sempre più ambiziosa di Unione europea perché nel mondo contemporaneo, con crisi che superano qualunque confine, l’unità dei ventisette è necessaria, perché nessuno può pensare che chiudere i confini, con un nazionalismo fuori tempo, sia in grado di risolvere le crisi. Credo quindi che questo sia l’atteggiamento: avere una sovranità condivisa in un processo di integrazione che deve guardare non solo ai rapporti tra i ventisette, ma ai rapporti tra l’Europa come continente e attore globale, e il mondo, che è sempre più competitivo, pieno di nuove opportunità ma anche di enormi rischi.</p>



<p><strong>La Commissione Europea ha deciso che saranno sospesi per un altro anno gli obblighi del Patto di Stabilità. Che segnale è?</strong><br>Si tratta di una scelta improntata al realismo, perché vediamo il rallentamento dell’economia per l’effetto dell’invasione russa, e allora è bene essere saggiamente orientati verso una coesione sociale, orientati a tenere il mercato europeo, ma soprattutto le economie nazionali, allineate a una forte prudenza ma anche a una forte cooperazione. La scelta del commissario Gentiloni è stata molto saggia.</p>



<p><strong>Stiamo per andare a votare, sottosegretario. Che forma dovrebbe avere un partito moderno? Ha ancora senso parlare di centrodestra e centrosinistra?&nbsp;</strong><br>I fondamenti di una visione contrapposta tra noi progressisti e i conservatori sono radicati non solo negli slogan, ma in come proponiamo soluzioni per i nostri società, nel come aggrediamo le grandi rivoluzioni come quella ecologica e quella digitale. La nostra parte, quella progressista, si fida dei cambiamenti e in essi vuole costruire sempre più protezione sociale ed equità, anche nuove forme di welfare appropriate per il mondo che cambia. La mia parte viene da un passato composito, di grandi e differenti culture, ma ha anche un futuro con fondamenti anche nel lavoro che si fa a livello europeo. Sarà un dibattito spero non tra chi crede nell’Europa e chi no. Mi augurerei un dibattito un po’ più maturo nel nostro Paese. L’Europa, quando abbiamo fatto scelte fondamentali per l’interesse nazionale, ha rafforzato la cosiddetta sovranità, non l’ha indebolita, quindi mi auguro che questo dibattito sia superato. Meglio essere leader in un Europa di un continente che lavora per la propria sovranità, per la propria autonomia strategica a livello globale, che declamare una sovranità a casa nostra che poi invece non produce nessun miglioramento per gli interessi nazionali. Io spero che questo dibattito venga rimosso, ma a volte ho dei dubbi. Ciò che sarà fondamentale, invece, come è stato in Germania e in Francia, sarà il dibattito sui livelli di crescita e protezione sociale. Non c’è una forte crescita se non ci sono meccanismi di protezione sociali adeguati ai cambiamenti, soprattutto per i segmenti più deboli della nostra società, che devono essere inclusi in un grande cambiamento che sta avvenendo non soltanto a livello nazionale, ma a livello internazionale. Questo credo sia il vero terreno su cui le due differenti opzioni si misureranno, a condizione di partire da una base di realtà, perché ciò in cui il populismo non ha aiutato in questi ultimi anni, in alcune forme politiche non solo in Italia ma in Europa, è a dire la verità, a vedere la realtà, a indicare i cambiamenti globali, a suggerire le motivazioni per cui su taluni aspetti anche della nostra coesione sociale ci sono stati gravi contraccolpi. Dobbiamo aver fiducia, nel progresso tecnologico e nell’umanismo che deve alimentare, con la sua cultura, i grandi cambiamenti.</p>
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		<title>Sandro Gozi: lo spazio per una Renew italiana è enorme. Non dobbiamo unire le sigle ma dare realtà a un progetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2022 10:31:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo spazio per una Renew italiana è enorme. Il punto è che dobbiamo abituarci a pensare in grande. Quando si parla di liberalismo o di proposta liberaldemocratica, bisogna abbandonare il tema della testimonianza. Dobbiamo diventare maggioranza ed è possibile farlo se si superano le frammentazioni tra forze politiche e culturali che si collocano in questo campo. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/04/28/raco-sandro-gozi-lo-spazio-per-una-renew-italiana-e-enorme-non-dobbiamo-unire-le-sigle-ma-dare-realta-a-un-progetto/">Sandro Gozi: lo spazio per una Renew italiana è enorme. Non dobbiamo unire le sigle ma dare realtà a un progetto</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Il secondo turno delle presidenziali francesi si sono concluse con un grande sospiro di sollievo per la Francia ma soprattutto per l’Europa.</strong><br>Sì. Sinceramente, se in febbraio ci avessero detto che avremmo vinto col 52 per cento ci avrei messo la firma, nel senso che le tendenze non erano incoraggianti. Questo significa che la vittoria, ben più larga, è una vittoria di Emmanuel Macron. Ho visto che in Italia sembra quasi che la vincitrice sia stata Marine Le Pen, mentre il vincitore è Emmanuel Macron. Un vincitore fra l’altro che segna la storia, perché dai tempi di De Gaulle è la prima volta che un Presidente uscente senza coabitazione, cioè con la maggioranza anche parlamentare, riesce a rivincere le elezioni. È inoltre la prima volta in assoluto da quando il mandato presidenziale è di cinque e non più di sette anni, che un presidente riesce a succedere a sé stesso. Avevano fallito sia Sarkozy che Hollande. Per una figura che era stata presentata dai classici soloni del socialismo e del gaullismo come un incidente della storia, e che continua ad esser vissuto in Italia come un incidente della storia, è una bella soddisfazione farla, la storia.<br> <br><strong>Il voto di Mélenchon è stato importante. La sua indicazione di voto chiara. Le analisi indicano che il 42 per cento circa del suo elettorato ha preferito Macron mentre il 45 ha deciso di astenersi. Macron, dal canto suo, ha dichiarato che certamente sarà scelto un capo del governo molto attento alle questioni sociali. È questa la strada che verrà perseguita?</strong><br>Il nuovo primo ministro o la nuova prima ministra francese…<br> <br><strong>È una notizia? Ci sta dicendo che una donna potrebbe rivestire questa carica?</strong><br>Sì, potrebbe. In ogni caso il presidente, o la presidente, sarà scelto con un metodo più inclusivo. Anche le riforme saranno adottate con un metodo più orizzontale, attraverso un largo coinvolgimento. Questo è un metodo chiaramente diverso da quello del Macron del 2017, e che richiede anche dei protagonisti diversi. Ritengo quindi che ci sarà un cambio di primo ministro e anche che ci possano essere cambiamenti importanti nella composizione di un governo che dovrà rispettare gli impegni presi da Macron, primo fra tutti quello di mettere l’ecologia al centro dell’azione di governo. Ne saranno prova i due ministri incaricati della conversione ecologica, uno per le questioni industriali e uno per quelle territoriali. Saranno poi in rilievo tutti i vari temi sociali, soprattutto quelli dell’uguaglianza e delle nuove opportunità. Vengono così in primo piano l&#8217;importanza della scuola e del sistema sanitario per la necessità di attuare gli impegni assunti a favore delle persone più fragili e più svantaggiate. Questo, insieme ad un fortissimo orientamento europeo, dovrà caratterizzare la prima fase del nuovo mandato di Macron e del suo governo.<br> <br><strong>Una delle analisi più interessanti di queste elezioni è stata fatta da Giovanni Diamanti, che ha rilevato come Macron abbia vinto nelle città, perfino nelle loro periferie, mentre il voto per Le Pen proviene dalle zone rurali, dai cittadini che hanno sentito più fortemente i disagi degli ultimi anni di crisi. Questo è un messaggio importante anche per l’Italia che andrà al voto?</strong><br>Assolutamente sì. Il voto è molto chiaro, basti pensare che a Parigi Macron ha vinto con l’85 per cento dei voti al secondo turno e nelle grandi città vince comunque ampiamente, mentre Le Pen vince nei comuni con meno di 30 mila abitanti e nelle zone rurali e agricole. Questo indica la priorità di Macron di dare risposte a chi ha scelto la sua sfidante, e queste risposte si trovano proprio nelle istanze di coesione territoriale e sociale. Facciamo un esempio. Macron ha dichiarato che la Francia dovrà diventare il primo Paese al mondo a conseguire la neutralità dal punto di vista delle emissioni derivanti da gas, petrolio e carbone. Si tratta un grande obiettivo, ma che deve essere conseguito in modi che mobilitino l’opinione pubblica. Macron dovrà cioè spiegare a quegli operai, a quelle persone delle zone rurali perché la loro vita cambierà in meglio. Perché ci sarà un migliore sviluppo territoriale, perché ci saranno investimenti per una mobilità sostenibile che colleghi le periferie ai grandi centri, perché saranno promossi nuove imprese e nuovi posti di lavoro proprio sui territori più disagiati. Questo è il lavoro che dovrà fare proprio per rispondere a questa divisione del Paese. Io credo che da questo confronto elettorale siano uscite più d’una Francia, segnatamente quattro. Questa delle zone rurali è una, poi c’è quella dei giovani e degli elettori di sinistra delusi, ancora c’è la Francia oscurantista che ha votato Zemmour e Le Pen, e infine la Francia che ha rinunciato, che si è astenuta in una misura questa volta senz’altro molto alta. A queste diverse realtà Macron dovrà parlare in maniera più diretta e convincente.<br> <br><strong>Nella stessa domenica del secondo turno francese ci sono state le elezioni in Slovenia, dove il candidato liberale ha vinto sul candidato populista, e finalmente si è prodotta una rottura nel fronte di Visegrad.</strong><br>Sono due segnali molto importanti, che indicano che i populisti e i nazionalisti si possono e si devono battere, e che chi esce isolato da questa tornata elettorale è certamente Viktor Orbán, che sperava di avere all’Eliseo Marine Le Pen, così come lo sperava Vladimir Putin. Entrambi invece si ritrovano Emmanuel Macron, leader liberale, democratico, in prima linea sui temi dello Stato di diritto e della protezione delle libertà fondamentali, e quindi in prima linea nell’interpretare e nel realizzare un modello di democrazia liberale nettamente alternativo al modello di democrazia illiberale teorizzata e purtroppo praticata con successo da Orbán. Il fronte Visegrád poi è finito anche perché non c’è più Babis nella Repubblica Ceca, la Slovacchia ha appunto cambiato corso e la Polonia ha posizioni distanti da quelle di Orbán per effetto dell’aggressione di Putin all’Ucraina.<br> <br><strong>Andiamo alla questione Russia-Ucraina. Questa netta affermazione conferisce a Macron maggior forza, anche come presidente di turno, per promuovere un dialogo con Putin?</strong><br>Sì, per me Macron era l’unico vero leader europeo in circolazione, ed è ora enormemente rafforzato da questa conferma che gli dà più forza ed influenza. È famosa la battuta di Kissinger secondo la quale egli avrebbe tanto voluto parlare con l’Europa, ma aveva bisogno di un numero di telefono e di un nome. Ecco, Kissinger oggi potrebbe fare il numero dell’Eliseo e parlare con Macron, e questo ruolo il presidente francese lo metterà a disposizione dell’Europa anche con riferimento agli avvenimenti in Ucraina. Macron non parla più dal massacro di Bucha con Vladimir Putin, ma finché rimarrà lui al Cremlino, lui sarà l’interlocutore. Prima di cominciare questo dialogo, però, la scelta è netta: pieno sostegno militare, economico e umanitario all’Ucraina, perché più aiutiamo l’Ucraina, più aiutiamo la resistenza ucraina, più prepariamo le condizioni per una pace possibile. Le sanzioni, che secondo me vanno rafforzate includendo gas e petrolio, vanno di pari passo con la necessità di trovare una soluzione politica, non c’è contraddizione. Macron adopera un linguaggio diverso da quello di Biden, ma è impegnato tanto quanto gli americani nel sostenere l’Ucraina.<br> <br><strong>Possiamo finalmente dire che l’Europa c’è. Lo si è visto dapprima durante la pandemia, anche se la ripresa che è scaturita dalla scommessa dell’Europa è adesso frenata dalla guerra, ma l’Europa in quella circostanza c’è stata, e la condivisione del debito è un fatto inimmaginabile. Adesso c’è una posizione molto unita sulla questione ucraina.</strong><br>L&#8217;Europa ha realizzato l’impensabile reagendo alla crisi sanitaria con la condivisione del debito e con un piano d’intervento che è maggiore, in termini assoluti, del Piano Marshall, e di cui l’Italia è stata il principale beneficiario. Anche sulla vicenda ucraina l’Unione mostra di esserci, anzitutto perché è la prima volta che si usa il bilancio europeo per fornire armi a un popolo aggredito e poi perché si sta muovendo nella giusta direzione con le sanzioni, anche se credo debbano essere celermente rafforzate. L’Europa ha mantenuto un’unità che non era affatto scontata, e adesso dobbiamo adottare nuove decisioni in materia di strategia militare. Il documento della bussola strategica, benché non rivoluzionario, appare utile. Contiene due punti che, ritengo, Macron innanzitutto vorrà immediatamente realizzare, due punti che fanno veramente la differenza. Da una parte la costituzione di una forza di reazione rapida, un battaglione europeo di 5 mila uomini. Ricordo che la prima volta che se ne parlò fu a Helsinki nel 1999 e dovevano essere 60 mila, ma già avere una forza di intervento rapido di 5 mila uomini significherebbe che domani, in un caso come quello dell’Afghanistan, a Kabul, si potrà mantenere una protezione grazie all’intervento europeo. Il secondo aspetto è la volontà di realizzare un’industria comune per la difesa europea. È evidente che ci sarà sempre una concorrenza tra francesi, italiani, tedeschi eccetera, ma il fatto di voler unire le forze e di sviluppare attraverso il bilancio europeo nuovi progetti per la difesa, fin dall’inizio europei, può fare la differenza dando concretezza all’intenzione di Macron di realizzare un’autonomia che ci renderà anche molto più credibili e affidabili di fronte ai nostri amici e alleati americani. C’è una cosa che Biden ha detto a Roma quando incontrò Macron a margine del G20, e che per me è molto importante: è nell’interesse degli USA che gli europei sviluppino una propria forza di difesa. Quindi il dibattito che nega la necessità di una difesa europea per effetto dell’intervenuta rivitalizzazione della NATO è fasullo. La NATO stessa ha bisogno che diventiamo adulti nella nostra sicurezza. Siamo stati degli adolescenti che hanno messo la propria sicurezza nelle mani dello Zio Sam, che ora ci dice che siamo cresciuti e che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità.<br> <br><strong>Parliamo infine dell’Italia e delle elezioni che si avvicinano. Ci sarà anche da noi il successo di una forza liberale che avrà poi modo di contare sulla formazione di un governo assumendo proposte tipiche dei liberali europei?</strong><br>Lo spazio per una Renew italiana è enorme. Il punto è che dobbiamo abituarci a pensare in grande. Quando si parla di liberalismo o di proposta liberaldemocratica, bisogna abbandonare il tema della testimonianza. Dobbiamo diventare maggioranza ed è possibile farlo se si superano le frammentazioni tra forze politiche e culturali che si collocano in questo campo. È assolutamente fondamentale che si apprenda la lezione francese: nel 2017 Macron era quinto nei sondaggi con il 15 per cento. Se noi dessimo queste percentuali ai rappresentanti italiani dell’area liberale si sentirebbero i re di Roma, e invece così perderemmo tutti. Se allora Bayrou non avesse deciso di ritirarsi a favore di Macron, oggi parleremmo di un’altra storia. È questo che voglio dire ai protagonisti di del fronte liberale in Italia: non esaltatevi perché passate dal 3,8 al 4,3, perché non serve assolutamente a nulla. Dobbiamo aggregare le forze, che non significa unire le sigle, ma dare realtà a un progetto. Se gli italiani vedono che c’è una forza fatta di personalità della società civile, delle professioni, delle imprese, della politica, che si mostra unita, quando i sondaggi la daranno a due cifre, allora vedrete che la dinamica sarà completamente diversa. Secondo me il macronismo in Italia passa dall’unione di forze che sono in questo spazio centrale. Matteo Renzi, Carlo Calenda, Benedetto Della Vedova, Emma Bonino, ma che cosa aspettate? Pensate davvero che il vostro 3,8 o il vostro 5 per cento possa cambiare il volto del Paese e il vostro futuro? Dobbiamo avere l’ambizione di essere maggioranza. Se avremo la capacità di costruire questa alleanza, allora avremo la credibilità di dire al Partito Democratico: ma come fai a pensare il tuo futuro con Giuseppe Conte, che ha dovuto aspettare il risultato francese per scegliere tra Macron e Le Pen? E potremo dire a Forza Italia, a un ministro come Renato Brunetta: ma come fai, tu che giustamente ti ritrovi nella proposta di Macron, a pensare che il tuo futuro sia con Salvini o con Meloni, presidente del gruppo al Parlamento europeo che accoglie quei bulgari che hanno fatto il saluto fascista? Ecco come si può rivoluzionare la politica italiana, e sono convinto che ciò sia possibile.</p>
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		<title>Resistenza con l’Ucraina per la Giustizia, la Libertà e la Democrazia</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/04/25/resistenza-con-lucraina-per-la-giustizia-la-liberta-e-la-democrazia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Apr 2022 18:21:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi festeggiamo il 25 aprile. Dalla Resistenza e dalla Liberazione è nata l’Italia, democratica e libera dalla dittatura del nazifascismo. E noi oggi celebriamo la Liberazione e la Resistenza, che mantengono eternamente intatti i propri valori e i propri ideali. Gli stessi che sta difendendo il popolo ucraino, 77 anni dopo quello italiano. L’Ucraina è stata aggredita e invasa dalla Russia. L’Ucraina, insieme alla sua indipendenza, sta combattendo per difendere&#8230;</p>
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<p>Oggi festeggiamo il 25 aprile. Dalla Resistenza e dalla Liberazione è nata l’Italia, democratica e libera dalla dittatura del nazifascismo. E noi oggi celebriamo la Liberazione e la Resistenza, che mantengono eternamente intatti i propri valori e i propri ideali. Gli stessi che sta difendendo il popolo ucraino, 77 anni dopo quello italiano.</p>



<p>L’Ucraina è stata aggredita e invasa dalla Russia. L’Ucraina, insieme alla sua indipendenza, sta combattendo per difendere con noi e per noi la Libertà e la Democrazia. Non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo lasciarli senza lo stesso sostegno che il mondo libero e democratico, anche con la forza delle armi, garantì all’Italia per combattere l’invasore nazifascista. Ce lo impone la nostra storia. Oggi più che mai.</p>
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		<title>Andrea Riccardi: ci sono tante guerre nel mondo e la guerra oggi si eternizza, per questo bisogna prevenirle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Apr 2022 10:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questa guerra ci impressiona perché è vicina, perché sconvolge l’Europa dopo ottanta anni di pace, perché è di grande violenza e rischia di oltrepassare per la prima volta la linea rossa che mai si sarebbe pensato fosse oltrepassabile, quella del nucleare. Però quante guerre ci sono nel mondo?È una domanda molto interessante. Io me la sono posta facendo una conversazione con alcuni amici africani che dicono che questa è una&#8230;</p>
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<p><strong>Questa guerra ci impressiona perché è vicina, perché sconvolge l’Europa dopo ottanta anni di pace, perché è di grande violenza e rischia di oltrepassare per la prima volta la linea rossa che mai si sarebbe pensato fosse oltrepassabile, quella del nucleare. Però quante guerre ci sono nel mondo?</strong><br>È una domanda molto interessante. Io me la sono posta facendo una conversazione con alcuni amici africani che dicono che questa è una guerra tra noi europei, mentre ci sono altre guerre come quella in Etiopia o nel nord del Mozambico, poi c’è il jihadismo nel Sahara e la guerra in Siria che dura da undici anni. Dobbiamo però guardare alla guerra in Siria anche quando riflettiamo sull’Ucraina. Molti non europei dicono: questa guerra voi la fate grossa perché è una guerra vostra, e vi commuovete perché le vittime sono i bianchi. Non avete fatto così con i siriani quando accorrevano in Europa, e l’Europa si divise, e proprio i paesi di Visegrad erano i più duri. La cancelliera Merkel rispose nel modo che tutti ricordiamo: “noi possiamo”, e ha accolto un milione di rifugiati siriani. C’è la verità.</p>



<p><strong>Ma la prossimità ha avuto un ruolo importante.</strong><br>Ha ragione lei quando dice che è una guerra prossima, e aggiungerei che gli ucraini sono fra noi. Le donne ucraine lavorano nelle nostre case, sono badanti delle nostre mamme, sono nella nostra società. Però mi sono preso la briga di andare a guardare la distanza. Roma è più vicina a Damasco geograficamente di quanto lo sia a Kiev, anche se forse la vicinanza culturale è più forte. Ma lo è da un pugno di anni, perché prima dell’ottantanove l’Ucraina era lontanissima, il mondo comunista era lontanissimo. Io ricordo che insegnavo a Bari e l’Albania, che era a un centinaio di chilometri, pareva&nbsp; distante migliaia e migliaia di chilometri. Oggi l’Ucraina è vicina. Però c’è un altro motivo.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Lei parlava di linea rossa che si supera. Io credo che questa è la guerra più drammatica dal 1945 perché è coinvolta una potenza nucleare, e quindi questa guerra può diventare una guerra europea e una guerra totale. Ci fu la crisi di Cuba nel 1962, ma fu una crisi e questa invece è una guerra. Questa è la differenza. Può incendiare il mondo. In questo senso mi permetto di dire che ci sono molte altre guerre, e non bisogna dimenticarle, però questa guerra deve attrarre la nostra attenzione perché se diventa guerra totale è una tragedia per gli ucraini prima di tutto, ma per gli europei e per il mondo. Non è pavidità cercare di contenere la guerra, è responsabilità.<br>&nbsp;<br><strong>Come si fa a non essere sensibili al grido di dolore degli ucraini che chiedono di poter essere messi in condizione di difendersi dalla morte? Le loro città sono distrutte e, come dice spesso il Papa, le vere vittime della guerra alla fine sono i popoli.</strong><br>Io credo di sì, le vere vittime sono i popoli. Sono molto coinvolto nella vicenda ucraina. Sono stato al confine ucraino-slovacco e ho visto gli ucraini passare la frontiera e lasciare il proprio paese. In vita mia ho incontrato varie volte profughi e rifugiati, ma questa volta mi hanno fatto una impressione tutta diversa. Molto orgogliosi, quasi fieri. Un popolo di donne, perché sono le donne con i bambini, propri o affidati, con qualche anziano, che vanno via. Con un piumino, qualche bagaglio, magari un animale, escono a testa alta e vogliono rimanere in Polonia, vicino all’Ucraina, perché pensano di rientrare. Così l’Ucraina non è morta ma vive, vive in queste donne, in queste famiglie, nelle telefonate tra queste donne e i loro uomini che combattono, o resistono, o continuano a vivere in patria. La mia sensazione è che l’Ucraina è colpita, distrutta, ma tutt’altro che morta. La mia sensazione è che oggi essa sia più viva di ieri. Vorrei dire che l’aggressione russa all’Ucraina ha fatto il miracolo, cioè ha unificato gli ucraini che fino a ieri erano divisi. La politica degli ultimi anni era dividere gli ucraini, russofoni, russofili, oligarchi, gruppi e via dicendo. L’Ucraina si è tutta unita, difende se stessa, si sente nazione come non mai. Vinca o perda, l’Ucraina non si perde.<br>&nbsp;<br><strong>Soprattutto, dicono, noi difendiamo la libertà e la democrazia, difendiamo i valori che abbiamo in comune con voi. Questo è un altro messaggio importante che arriva all’Occidente.</strong><br>Sì, è un messaggio molto importante che tocca ad esempio i cuori dei parlamenti europei a cui Zelensky ha parlato. Qui dobbiamo anche vedere la trasformazione di questo personaggio. Non dimentichiamoci che Zelensky è russofono, parla perfettamente ucraino ma è russofono, e peraltro ebreo. Questo ci dice la storia composita dell’Ucraina, e come quest’uomo che culturalmente apparterrebbe due volte a una minoranza, quest’uomo è divenuto il simbolo del carattere ucraino e dell’unità del Paese. Per questo dico che c’è stato un errore di calcolo da parte del presidente Putin, che forse sperava che l’Ucraina avrebbe accolto con i fiori i soldati russi. In realtà, invece, di fronte all’invasione russa l’Ucraina si è compattata. Ha avuto la capacità di resistere. Noi parliamo sempre di armi, e la guerra si fa con le armi, ma anche lo spirito di un Paese e dei suoi combattenti è importante, e lo spirito degli ucraini, combattenti o no, è molto forte, e questo secondo me è un messaggio importante alla Russia, all’Europa e all’Occidente.<br>&nbsp;<br><strong>In molti paesi si notano più divisioni che in Ucraina. Né con la NATO né con l’Ucraina, dice qualcuno in Italia. Perché sta succedendo? Io lo noto anche nelle chiese. Le parole del Papa sono nette. Però nelle chiese di diversi paesi ho l’impressione che non ci sia lo stesso coinvolgimento.</strong><br>Il Papa ha fatto un discorso molto forte perché ha parlato della guerra come pazzia, ha condannato l’invasione in modo molto caldo quando ha toccato i frutti di questa invasione, quando è andato al Bambin Gesù a visitare i bambini feriti e ha avuto parole molto forti. Poi c’è stato il tema del due per cento, e il Papa ha parlato. Poi ha parlato dell’abolizione della guerra come sogno. Guardi, questo discorso ha fatto echeggiare in me un ricordo di Sturzo, che a un certo punto scrive: ma è possibile che non si arrivi ad abolire la guerra? Siamo arrivati ad abolire la schiavitù! E poi dice: ci sono biblioteche intere piene di trattati che dicono che l’economia finirebbe senza gli schiavi, ma ci siamo riusciti. Mi ha molto colpito perché Sturzo non era un sognatore, un utopista. Era un uomo preciso, che aveva perfino il gusto del diritto amministrativo, dell’amministrazione, eppure sognava la fine della guerra. Ora c’è questo vecchio Papa, che in fondo è rispettato nelle sue posizioni: abbiamo visto i governi che hanno concordato col Papa, anche se l’aumento al due per cento c’è stato.</p>



<p><strong>Ma nella Chiesa cattolica si fa eco alle parole del Papa?</strong><br>A me sembra che le chiese cattoliche europee siano in uno stato di introversione, cioè la Chiesa cattolica&nbsp;francese ha il problema della gestione degli scandali, la Chiesa cattolica tedesca non ha detto una parola sul riarmo della Germania, e questo mi ha molto colpito, perché, al di là del sì e del no, quello è un grande tema, che dagli anni Quaranta è stato elaborato. Il problema della Chiesa cattolica tedesca piuttosto è il cammino sinodale. Poi ci sono mormorii in Italia, in Spagna eccetera. Non c’è stato un dibattito. Ma se la Chiesa deve uscire nella storia, questa è la storia: la guerra è la storia di oggi. Poi in Polonia hanno una posizione molto critica verso il Papa perché, si dice, il Papa non condanna Putin. Cioè non dice che Putin è un aggressore. Ma il Papa ha condannato l’aggressione. I Papi in un certo senso non condannano mai e non si schierano mai. Questa è una posizione antica, si schierano per la pace. Non sono un tribunale dell’Aja che condanna gli aggressori. Anche perché la Chiesa è internazionale. Ci sono cattolici in Russia, ci sono cattolici in ogni paese. Qui vengo alla seconda parte della sua domanda, che è il mondo ortodosso.</p>



<p><strong>Ci spieghi.</strong><br>Innanzitutto vediamo mezzo secolo di ecumenismo in crisi, con una divisione fortissima dei cristiani. Ma c’è anche la divisione interortodossa. Ma dov’è il blocco russo-ortodosso di Huntington che dovrebbe fare guerra di civiltà all’Occidente quando gli ortodossi si uccidono tra loro? Ma poi che ortodossi: gli ortodossi della stessa Chiesa, che è la Chiesa del patriarcato di Mosca. Vediamo l’esarca del patriarcato di Mosca in Ucraina che critica duramente il patriarca Kirill e critica duramente il presidente Putin. Poi vediamo che in Ucraina c’è una Chiesa ortodossa riconosciuta da Costantinopoli che ha un’altra posizione. Mi tornava in mente la domanda che alcuni pionieri dell’ecumenismo si posero durante e dopo la prima guerra mondiale: la divisione dei cristiani non favorisce la guerra? Diceva un romanziere: povero Dio, chi deve ascoltare? I francesi pregano per la loro vittoria, i tedeschi perla loro. E Dio? In questo c’è stata sempre la posizione del papato lungo tutto il Novecento: pace, e non vittoria. C’è un bel discorso di Papa Francesco del 2012 che dice: sento parlare di vittoria e di sconfitta, vorrei sentire parlare di pace.<br> <br><strong>A proposito di pace, la Comunità di S. Egidio ha proposto che Kiev diventi una città aperta, come Roma nel ’43. Che significato avrebbe?</strong><br>La proposta che abbiamo fatto è una proposta legata al fatto di salvare la città, di evitare i combattimenti dentro la città, ed è poi una proposta che tocca il carattere della città, perché Kiev non è solo la capitale dell’Ucraina, ma è la Gerusalemme dell’ortodossia slava. In un certo senso se i russi bombardano Kiev è come se gli italiani bombardassero Roma, perché Kiev viene definita la madre di tutte le città russe. La stessa proposta facemmo per Aleppo, e all’epoca fu presa in esame. Oggi non mi sembra abbia avuto grande attenzione. La Comunità di S. Egidio è nell’est d’Europa. È in Russia, ma è anche a Kiev ed è a Leopoli. Abbiamo organizzato un centro per l’assistenza ai profughi e ai rifugiati con molta forza, molta energia, ed anche a Kharkiv un piccolo gruppo ha continuato a lavorare per i più anziani. Purtroppo una delle nostre due sedi a Kiev è stata colpita. Ci ha fatto molta impressione, perché in questa sede, che era uno scantinato, erano nascosti una famiglia e un disabile che per fortuna sono rimasti illesi.</p>



<p><strong>L’Europa si è risvegliata con il Covid. Adesso appare molto più unita. Quantomeno nelle sanzioni. Manca ancora qualcosa però a questa Europa. Che cosa impedisce all’Europa di essere una protagonista al livello delle altre superpotenze mondiali?</strong><br>Lei ha toccato un nodo fondamentale. L’Europa ha gestito insieme il Covid e questo è stato un grande fatto. I Paesi europei si sono allineati sulle sanzioni, ma in un certo senso non hanno giocato un ruolo. Forse il cancelliere tedesco, il presidente francese hanno parlato con Putin ma non hanno giocato un ruolo particolare. Io confido molto nella mediazione turca, ma non posso non notare con un qualche stupore, non dico amarezza perché faccio gli auguri alla grande diplomazia turca, che alla Turchia appunto sia affidata la mediazione. La prima crisi ucraina fu risolta dagli europei con gli accordi di Minsk. Che oggi la situazione sia mediata dalla Turchia è significativo di una qualche impotenza dell’Europa. Si dice che l’Europa sta da una parte e quindi non può mediare. Ma il vero problema è questa Europa. Anche l’aumento delle spese militari al due per cento. </p>



<p><strong>Costruire uno strumento europeo di difesa?</strong><br>Prima di costruirlo occorre costruire una politica estera comune. O l’Europa riesce a fare questo grande salto, e allora sarà un elemento fondamentale nella storia, una protagonista pesante, oppure il rischio è quello dell’irrilevanza, e i Paesi irrilevanti qualche volta sono anche pericolosi. Se l’Europa sarà irrilevante, e non riuscirà a unificarsi sulla politica estera e militare, questo nella storia del mondo significherà molto. Mi piace citare in proposito la frase di Padoa Schioppa: una forza gentile. Gentile, ma una forza.</p>



<p><strong>Ma quale Europa? Quella dell’Unione?</strong><br>Quella che ci sta. Ad oggi vedo i paesi dell’Europa occidentale. Quelli dell’Europa orientale stanno vivendo il loro Risorgimento, e giustamente. Questo sarebbe il futuro dell’Italia nel Mediterraneo, un Paese euro-mediterraneo.<br> <br><strong>Arriveranno molti migranti, da più confini. Noi siamo abituati a sentire la pressione dal Mediterraneo, ma non hanno mai smesso di arrivare dal confine est i siriani. Adesso si apre questo nuovo fronte, saranno milioni. </strong><br>Secondo me questo sentimento di accoglienza che si vive in tutta Europa è un sentimento popolare, perché tutti vorrebbero fare qualcosa, e infatti tutti partecipano. Osservo il modo con cui ciascuno va a vedere le notizie e poi ti informa su quanto accade. Questo secondo me è un desiderio di Europa e di mondo da non perdere. Dove posso lo dico a tutti quelli che sono impegnati in politica e nei media. A tal proposito dobbiamo ringraziare gli inviati, perché senza gli inviati sul campo non avremmo seguito allo stesso modo questa guerra e l’avremmo dimenticata come abbiamo dimenticato la guerra in Siria.</p>



<p><strong>Siamo pronti ad accoglierli?</strong><br>C’è questa solidarietà e questo interesse che è voglia di Europa e di mondo, dopo il Covid. È un fatto molto importante, che i partiti, le forze sociali, gli intellettuali, le chiese devono cogliere, perché è una voglia di politica, in senso lato. Mi pare che l’“invasione” degli ucraini in Italia, come anche in Germania, sia piuttosto relativa. Crescerà, sicuramente fino a quando la guerra non si fermerà, ma sono numeri piuttosto relativi anche perché molti vorranno ritornare in Ucraina. Il problema è per la Polonia, e per la Polonia è un grande paradosso, perché è quella Polonia che disse no ai siriani, quella Polonia che contro quel pugno di afghani che erano ai confini con la Bielorussia, con quel gioco sporco che fece la Bielorussia, schierò l’esercito. La Polonia oggi accoglie. Sono stato a Varsavia, è un’accoglienza generosa, un’accoglienza fatta anche dalla gente comune. Certo, i numeri sono grandi, quindi tra poco la Polonia dovrà chiedere le quote e una distribuzione agli altri paesi europei.</p>



<p><strong>Perché in questa guerra pare ci sia ancora più difficolta che in altre ad aprire dei veri corridoi umanitari?</strong><br>L’espressione corridoio umanitario è un’espressione il cui senso si è molto allargato. Noi, come S. Egidio, con gli amici valdesi, lo abbiamo rilanciato per i profughi siriani in Libano, poi l’abbiamo praticato con l’Afghanistan, la Libia, il Corno d’Africa. Ormai l’idea del corridoio umanitario è l’idea di salvezza attraverso cui ci si può rifugiare, nel cuore della guerra, ad esempio in Europa. Perché? Perché il corridoio richiede uno spazio di tregua, spazio che non abbiamo avuto nella guerra in Ucraina. Una tregua anche limitata è necessaria.<br> <br><strong>È ancora possibile lasciare, secondo lei, una via d’uscita a Putin?</strong><br>Io penso che le nostre preoccupazioni nei confronti della Russia, l’interesse dell’Ucraina, la costruzione di un nuovo futuro di pace, perché dopo questa guerra dobbiamo costruire un ordine in Europa, lo richiedano. Una via d’uscita bisogna lasciarla. Ho letto nei giornali che dovremmo lasciare una Sant’Elena a Putin. Non facciamo però di Putin Napoleone, come noi non siamo in un clima di Santa alleanza. Secondo me il vero problema è trovare una via realistica di uscita per i russi e salvare la libertà e la democrazia per gli ucraini. </p>



<p><strong>È possibile questo?</strong><br>Io credo sia possibile, e bisogna farlo con realismo e anche senza sacrificare troppo. Questa è la linea dei negoziati, e i negoziatori si devono muovere su questa linea difficile, di rendere possibile l’impossibile. Mi pare a proposito che il presidente Zelensky, che pure tiene un livello di coinvolgimento emotivo giustamente alto per incoraggiare il proprio popolo, non rifiuti una linea realistica come quella che si concretizza al tavolo di Istanbul. Allora la mia domanda è: i russi vogliono questa pace? Non lo dico come atto d’accusa, ma non lo so, e mi comincio a domandare se gli Stati Uniti non vogliano che la guerra duri un po’ di più. Mi sembra invece che la posizione di noi europei, e degli stessi ucraini, sia che la guerra deve finire presto e la ricostruzione cominciare presto.</p>



<p><strong>Quale sarà il nuovo ordine mondiale dopo questa guerra così improvvisa, violenta, vicina? </strong><br>Innanzitutto voglio dire che non sono russofobo. Amo la cultura russa, penso che il popolo russo sia un grande popolo, che nella storia ha sofferto moltissimo come quello ucraino, che è stato vittima dell’avidità dei suoi governanti, a partire da Stalin, che ha voluto un grande, impossibile impero nel cuore dell’Europa, un impero che ci sembrava d’acciaio, ma che in fondo non si reggeva. Andai negli anni Ottanta in una Leopoli sovietica dove si sentiva serpeggiare una coscienza di non appartenenza al mondo orientale, al mondo russo. Un ordine di pace secondo me significa guardare alla carta della Conferenza per la cooperazione e la sicurezza, in cui quasi cento Paesi, tra cui tutti quelli europei, offrono un grande spazio in cui costruire un’architettura di convivenza. Del resto, gli accordi di Helsinki, e quindi gli accordi della Conferenza, hanno avuto un ruolo importante nel pacificare l’Europa della guerra fredda e forse anche nel far cadere il muro. Quindi secondo me bisogna ripensare un rapporto tra Europa e Russia ma in questo quadro di convivenza.</p>



<p><strong>Un ordine mondiale che preveda meno guerre.</strong><br>Mi sembra che oggi, con l’allontanarsi dalla Seconda guerra mondiale, anche con lo scomparire di una generazione come quella delle vittime della Shoah, si parli troppo di guerra, la si rivaluti come strumento per la risoluzione dei conflitti e la difesa dei propri interessi. Ma la guerra oggi si eternizza. Ci sono tante guerre, ed è una mia paura per l’Ucraina, dove non ci sono né vinti né vincitori. Pensiamo alla guerra in Siria. Dura da undici anni, tre milioni di profughi, un paese sconvolto, si combatte ancora ma allo stesso tempo non si combatte. Quella guerra si eternizza. Lo stesso nello Yemen. Armi terribili e temibili, e nessuno vince, nessuno perde. Questa è la mia paura per l’Ucraina. Ma anche per l’Etiopia, ad esempio. Purtroppo con le armi potenti che ci sono, con le condizioni in cui siamo, le guerre non si concludono. Per questo bisogna prevenirle, per questo la guerra è un’avventura senza ritorno, come diceva Giovanni Paolo II. Quando una guerra comincia, sfugge di mano ai suoi attori. L’abbiamo visto recentemente in Ucraina: la guerra è sfuggita di mano, perché la guerra ha una sua logica sul campo e poi ne ha un’altra politico-mediatica.<br>&nbsp;<br><strong>Torniamo alla prima domanda, che ci eravamo promessi di approfondire. Con l’Ucraina si rischia di dimenticare le altre guerre? Le guerre dimenticate?</strong><br>Io amo molto la Siria. È un Paese mosaico, che da giovane mi ha molto appassionato, e vederlo oggi distrutto fa male al cuore. Poi i siriani sono un popolo molto colto, l’inserzione dei siriani in Italia grazie ai corridoi umanitari, che sono un modo anche per evitare i trafficanti di essere umani, vengono ospitati a carico dei privati, delle organizzazioni, della Chiesa valdese, di Sant’Egidio, è meravigliosamente riuscita, ma questo è un popolo distrutto, abbattuto, per cui non esiste più il sogno della pace. Abbiamo cancellato la parola pace, e rimane la guerra. Un altro caso di paese dimenticato, sebbene non di guerra, è l’Afghanistan. A settembre eravamo lì a piangere all’aeroporto di Kabul, e oggi ci siamo completamente dimenticati. C’è gente in Pakistan, in Iran o nello stesso Afghanistan, che aspetta che li si accolga in Europa o in Occidente, come avevamo detto. Non parlo della Yemen, che è una scandalo, e penso ai tanti paesi africani che stanno scivolando nella guerra a causa del jihadismo. Che cos’è questo misterioso jihadismo? Se mi permettete la teoria un po’ ardita, credo che il jihadismo stia svolgendo la funzione del marxismo terzo-mondiale, stia cioè divenendo ideologia di lotta e ribellione per popolazioni che per motivi etnici o sociali, soprattutto giovani, anelano una ribellione. Ho visto nel Mozambico del nord quanti giovani, musulmani e non musulmani, sono stati coinvolti nel jihadismo, e questo è un fatto significativo perché il jihadismo è un’ideologia di lotta, che ti dà una Weltanschauung, che divide il mondo in oppressi e oppressori, ma poi diventa un banditismo. L’ho visto con i guerriglieri in Mozambico negli anni Novanta. È molto difficile così uscire dalla guerra, perché la guerra diventa un motivo di vita.</p>
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