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	<title>lingua Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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		<title>Anche le parole hanno un&#8217;anima. Una passeggiata virtuale per l&#8217;Africa orientale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2022 09:18:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per conoscere, da lontano, un paese, faremo una passeggiata tra le parole di una lingua lontana, lo swahili, che hanno viaggiato con le carovane mercantili nella savana e sui dhow che solcavano l’oceano indiano e non si sono mai fermate. Lo scorso luglio l’Oxford English Dictionary ha pubblicato una lista delle nuove parole africane accolte dalla grande madre dell’inglese, ormai colorato e profumato di mille spezie, tra cui molte vengono&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/17/mengoni-anche-le-parole-hanno-unanima-passeggiata-virtuale-per-africa-orientale/">Anche le parole hanno un&#8217;anima. Una passeggiata virtuale per l&#8217;Africa orientale</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Per conoscere, da lontano, un paese, faremo una passeggiata tra le parole di una lingua lontana, lo <strong><em>swahili</em></strong>, che hanno viaggiato con le carovane mercantili nella savana e sui dhow che solcavano l’oceano indiano e non si sono mai fermate. Lo scorso luglio l’<em>Oxford English Dictionary</em> ha pubblicato una lista delle nuove parole africane accolte dalla grande madre dell’inglese, ormai colorato e profumato di mille spezie, tra cui molte vengono dallo swahili e parecchie dalla Tanzania.</p>



<p>Sono soltanto parole, ma sono quelle che nelle loro sillabe, nell’alternarsi musicale di consonanti e vocali tipiche dello swahili, raccontano storie. Magiche, perché in grado di congiurare dall’aria il profumo di un mondo che forse non vedremo mai, se non sullo schermo di un cellulare. Parole nate sulla costa dell’Africa orientale dal matrimonio tra africani ed arabi, che oggi hanno preso il volo, a bordo di una compagnia low-cost, l’inglese, in grado di portarle in giro per il mondo, a contaminarsi con altre lingue.</p>



<p>Proviamo allora a fare una breve conversazione. No, nessuna preoccupazione, non faremo una lezione di etnolinguismo che non è tra le mie indubbie capacità.</p>



<p>Dar es Salaam, pomeriggio di sabato. Deusdedit (sui fantasiosi nomi di stampo religioso che vengono dati in Tanzania andrebbe scritto un articolo a parte) si rivolge all’amico italiano Edo:</p>



<p>“Andiamo a sentire il <strong>bongo flava.</strong> C’è birra e <strong>nyama choma</strong>.”</p>



<p>“Io preferisco il <strong>singeli</strong> e ho l’auto rotta.”</p>



<p>“<strong>Pole</strong>. Andiamo in <strong>daladala</strong>?”</p>



<p>Tutte queste espressioni fanno ormai parte dell’inglese standard anche se probabilmente non sentirete usarle a Stratford-upon-Avon.</p>



<p>Cominciamo da Bongo, che scriviamo con la lettera maiuscola, dato che si tratta di una città, anzi di <em><strong>Dar es Salaam</strong></em>, la capitale commerciale, industriale e culturale della Tanzania.  Sette milioni di abitanti in continua crescita. Scendendo verso l’aeroporto, Dar es Salaam è una sterminata distesa di casette intervallate da palme e ruscelli, piuttosto verde e tranquilla, che circonda un centro di grattacieli di origine cinese, generalmente orrendi. <em><strong>Bongo</strong></em> in swahili ha a che fare con la testa e l’intelligenza, il che vuol dire che a Dar si sta al centro delle cose. Non solo per restarci, bisogna cavarsela, essere svegli di testa e di mano.</p>



<p>Qualcuno ce la fa con la scorciatoia della musica. Da ogni radio, da ogni &#8220;tassì&#8221;, nelle discoteche della zona ricca e nei pub informali delle periferie si ascoltano i ritmi del <strong>Bongo Flava</strong>. Musica giovanile, che fonde un miscuglio di hip-hop americano con i ritmi locali. </p>



<p>Guardate su youtube i video che dipingono scene di lusso sfrenato, auto veloci, donne semi nude che si agitano su letti a otto piazze, canottiere, lingerie, occhiali da sole e piogge di dollari. </p>



<p>Il Bongo Flava, per quanto popolare, dicono, anche fuori della Tanzania, non racconta poi molto di nuovo. In realtà è del tutto innocuo tanto è vero che i grandi cantanti vengono regolarmente ingaggiati per le feste del partito al potere da sempre. Celebre il verso di Harmonize, uno dei maggiori interpreti di questo genere. Nel 2019 cantò all’allora presidente Magufuli, “vorrei incontrare Magufuli ed inginocchiarmi davanti a lui per ringrazialo.”</p>



<p>Più interessante, anche se indigesto per le nostre orecchie, è il <strong>singeli</strong>, genere musicale che forse si potrebbe definire un punk africano crudo e brutale, anche per via degli strumenti utilizzati che sarebbe un azzardo definire di fortuna: sedie, bastoni, pianole di riciclo, batterie, il tutto ad una velocità superiore ai 200 bpm e la voce di un cantante che urla frasi incomprensibili. Non è necessario conoscere lo swahili per capire che nel singeli c’è ritmo, rabbia e tanto sudore. Ad un concerto, dopo cinque minuti di velocità, le gambe iniziavano a muoversi senza controllo e solo il pudore occidentale di non rendersi ridicolo di fronte agli africani ci impedì di lanciarci in pista.</p>



<p>Anche se Bongo non è normalmente pericolosa come Nairobi o Lagos, è altamente sconsigliato aggirarsi fuori delle zone commerciali senza una guida locale sicura. Meglio evitare il <strong>daladala</strong>, il famigerato minibus che fa servizio privato su ogni strada della Tanzania (e del resto della regione). Sono ex autobus delle scuole elementari giapponesi riutilizzati fino allo sfinimento. Il costo del biglietto è irrisorio, la musica infernale e in genere si viaggia piegati a novanta gradi sotto un tetto a misura di bambino. Per evitare problemi, meglio non chiedere mai all’autista se e come abbia conseguito la patente.</p>



<p>Volendo poi avvicinarsi al cibo locale, si può optare infine per uno spiedino di carne, ovvero uno <strong>nyama choma</strong>, da nyama=carne e choma=bruciare, arrostire. Per inciso, l’OED registra altre leccornie locali, come il chipsi mayai ovvero il frittatone di patate, il mandazi, un panozzo fritto che si mangia in genere a colazione (e la cui digestione dura fino a cena), e lo mbege, bevanda fermentata alcolica che si trova solo tra i Chagga e i Meru, due gruppi tribali del Kilimanjaro e del monte Meru, nel nord della Tanzania.</p>



<p>Armati quindi di alcune parole per muoversi, mangiare e divertirsi, ci si può lanciare alla scoperta della Tanzania. Il consiglio resta quello di non fare i tirchi con i ringraziamenti (<strong>asante</strong>), meglio ancora se mille (<strong>asante sana</strong>). Muovetevi <strong>pole-pole</strong>, con calma, che di tempo ce n’è sempre in abbondanza, per non doversi sentire dire, ad un certo punto, <strong>pole</strong>, ovvero mi dispiace che ti sei preso la malaria/colera/dengue/che la macchina è rotta …</p>
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		<title>Gesualdo Bufalino, ieri e oggi nella Sicilia &#8220;ammiscata&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Palazzolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2020 11:38:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
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		<category><![CDATA[Gesualdo Bufalino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ammiscari. Così il siciliano dice il contagio, la trasmissione della malattia per prossimità e contatto. Ma ammiscari vuol dire anche mescolare e mescolarsi. Gesualdo Bufalino, lo scrittore comisano che in questi giorni – il 15 novembre –avrebbe compiuto il secolo di vita, se la morte non lo avesse raggiunto il 14 giugno del 1996, chiosa con il protagonista di Diceria dell’untore questo cortocircuito semantico: «Significa che c’è un travaso di&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/11/15/palazzolo-gesualdo-bufalino-ieri-e-oggi-nella-sicilia-ammiscata/">Gesualdo Bufalino, ieri e oggi nella Sicilia &#8220;ammiscata&#8221;</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><em>Ammiscari</em>. Così il siciliano dice il contagio, la trasmissione della malattia per prossimità e contatto. Ma <em>ammiscari </em>vuol dire anche mescolare e mescolarsi.</p>



<p>Gesualdo Bufalino, lo scrittore comisano che in questi giorni – il 15 novembre –avrebbe compiuto il secolo di vita, se la morte non lo avesse raggiunto il 14 giugno del 1996, chiosa con il protagonista di <em>Diceria dell’untore</em> questo cortocircuito semantico: «Significa che c’è un travaso di sé nell’altro, altrettanto mistico, forse, di quello di due altre assai diverse solennità: voglio dire la comunione col sacro nell’ostia; e la confusione, su un letto, di due corpi amici».</p>



<p>Il romanzo che nel 1981 fece conoscere al pubblico l’autore sessantenne, con un esordio tardivo e folgorante, è frutto di una lunga maturazione attraverso cui la reale esperienza biografica del ricovero per tisi nel sanatorio della Conca d’Oro diventa una specola privilegiata. La malattia si rivela stigma e stemma, marchio d’infamia e segno di distinzione, in ogni caso «scoperta di quel sentimento di morte» che genera e alimenta la scrittura bufaliniana. </p>



<p>In giorni scanditi dallo stillicidio dei bollettini di ricoveri e contagi e pervasi dall’angoscia per l’apparente inanità dei nostri sforzi nel contrastare la diffusione della pandemia, Bufalino ci viene in soccorso con il guizzo dello scrittore malpensante che «accarezza i nodi dentro di sé, senza risolversi a tagliarli con un’energica scure».</p>



<p>Dai suoi diuturni conti con il Manzoni della Colonna infame ricava «il dilemma che ogni coscienza si pone di fronte al male del mondo: se negare la Provvidenza o accusarla» e ce ne consegna una lezione camuffata con ironica sapienza letteraria. Guarda all’isola, che è stata per lui tana e clausura, e ne mostra la costituzione plurale, ibrida, cangiante, «mischia di lutto e di luce», isola per geografia ma continente per storia. <em>Ammiscata</em>, mescolata appunto, e in questa molteplice vitalità ci riconosciamo.</p>
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