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	<title>Lombardia Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Lombardia Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Alberto Mantovani: nessuna evidenza che il Covid-19 sia diventato più gentile. La mancata zona rossa è stato un errore. Sul vaccino russo non ci sono dati condivisi. Invito i giovani a comportarsi in modo responsabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2020 18:27:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Emanuele Raco ed Eugenio Barone In queste settimane si parla di un virus attenuato. Vero che sta mutando e sta diventando più gentile?Non c’è nessuna evidenza che il virus stia diventando più gentile. Non c’è alcuna evidenza che sia stata messa a disposizione della comunità scientifica attraverso le riviste scientifiche o in open access, come facciamo adesso per accelerare la condivisione dei dati. Tutti vorremmo questo, io per primo:&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/08/12/raco-barone-mantovani-nessuna-evidenza-che-covid19-sia-diventato-piu-gentile/">Alberto Mantovani: nessuna evidenza che il Covid-19 sia diventato più gentile. La mancata zona rossa è stato un errore. Sul vaccino russo non ci sono dati condivisi. Invito i giovani a comportarsi in modo responsabile</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>di Emanuele Raco ed Eugenio Barone</p>



<p><strong>In queste settimane si parla di un virus attenuato. Vero che sta mutando e sta diventando più gentile?</strong><br>Non c’è nessuna evidenza che il virus stia diventando più gentile. Non c’è alcuna evidenza che sia stata messa a disposizione della comunità scientifica attraverso le riviste scientifiche o in open access, come facciamo adesso per accelerare la condivisione dei dati. Tutti vorremmo questo, io per primo: purtroppo non è successo. Si fa confusione fra due cose molto diverse: una cosa è il virus altra cosa è la malattia. Per dare un esempio concreto: Humanitas ha trattato 2.300 pazienti, abbiamo avuto 115 unità di cure intensive piene, abbiamo messo a disposizione e usato 600 letti. L’ultima volta che ho controllato, nel mio ospedale c’era un paziente in unità di cura intensiva, due pazienti malati e tre dubbi.<br> <br><strong>Quindi è la malattia ad essersi attenuata. Perché?</strong><br>Ci sono tanti motivi. Il primo è che colpisce persone più giovani e sappiamo che i più giovani si ammalano di meno e i bambini, per fortuna, ancora di meno. Poi è una infezione respiratoria e tutte le infezioni respiratorie d’estate e in primavera vanno meglio. Dobbiamo ricordare che altri coronavirus causano polmoniti che scompaiono in questo periodo. Poi stiamo tutti più attenti a proteggere le persone più fragili, i più anziani e i malati. Loro stessi si proteggono di più. La malattia è meno grave ma non c’è nessun dato che il virus sia diventato più gentile. Io sono un immunologo, devo controllare come si comporta il nemico del nostro sistema immunitario: due settimane fa ho passato la domenica a studiare con attenzione un lavoro pubblicato, quindi condiviso con la comunità scientifica, che parlava appunto dell’evoluzione del virus e semmai, quello che è successo, è che una mutazione, la 614G che forse lo rende più aggressivo, si è diffusa in tutto il mondo. La conseguenza di questo è importante perché non dobbiamo dare segnali che ci facciano abbassare la guardia, non dobbiamo dare nessun segnale che induca comportamenti irresponsabili<br> <br><strong>Soprattutto tra i giovani invece sembra esserci stato un generale abbassamento della guardia.</strong><br>Io stesso ho voglia di togliermi la mascherina. Amo la montagna e qualche sera fa sono andato a dormire in rifugio. Ovvio che fuori, durante le camminate non l’ho utilizzata, ma appena arrivato in rifugio l’ho subito messa, per proteggere me stesso ma soprattutto per proteggere gli altri. Il mio invito alle persone giovani è di comportarsi in modo responsabile a protezione dei più deboli. Sono atteggiamenti di responsabilità nei confronti degli altri. Si può andare in montagna o a divertirsi anche in modo responsabile.<br> <br><strong>Secondo quanto riportato da Istat e ministero della Salute, le persone entrate in contatto con il virus sono circa un milione e mezzo, il 2,5% della popolazione. Un numero 6 volte superiore al totale dei casi intercettati ufficialmente durante la pandemia. Significa che in molti potrebbero aver contratto il virus in modo blando, senza accorgersi?</strong><br>È così. Dobbiamo ricordarci che abbiamo un sistema immunitario che è estremamente efficace. È un’orchestra straordinaria che ci protegge. In questo caso, come anche più in generale, in più del 90% dei casi, il nostro sistema immunitario, la prima linea di difesa, gestisce i problemi senza che ce ne accorgiamo. È molto importante avere il quadro generale del virus e del nostro incontro con il virus, dell’impronta che il virus ha lasciato nel nostro sistema immunitario. Dobbiamo averla a diversi livelli per ricomporre il puzzle. Questo dato dell’indagine sierologica nazionale è estremamente importante. È un dato che riguarda 60 mila persone. E mi spiace che siano solo 60 mila perché avrebbero dovuto essere 150 mila. Questo vuol dire che molte persone si sono rifiutate di dare un campione di sangue. Questo a me spiace molto.<br> <br><strong>I dati delle popolazioni ospedaliere invece cosa dicono?</strong><br>Abbiamo condotto un programma che si chiama Covid Care per 4 mila persone che lavorano con Humanitas ottenendo un quadro dei diversi ospedali estremamente importante. Ci sono almeno due studi, uno condotto da Hans-Gustaf Ljunggren del Karolinska Institutet, in cui non sono stati guardati gli anticorpi, che sono soltanto una manifestazione della nostra orchestra immunologica, ma è stata osservata la risposta dei direttori dell’orchestra immunologica che chiamiamo linfociti T. Il collega si è accorto che una quota molto importante di persone non aveva anticorpi ma aveva i direttori dell’orchestra, che stavano organizzando le difese contro Covid-19. È possibile perciò che quello sia un numero sottostimato. Ciononostante ci dà comunque una buona indicazione dell’ordine di grandezza della quota di persone esposta al virus.<br> <br><strong>Chi ha avuto il Covid-19 può ritenersi totalmente o parzialmente al riparo in caso di seconda ondata?</strong><br>Non lo sappiamo. È una delle tante cose che non sappiamo. Mai come in occasione di Covid 19 ricordo i pensieri di due filosofi greci che sono Socrate e Eraclito. Socrate diceva “so di non sapere” e io so di non sapere, Eraclito diceva che “la natura ama nascondersi”. Questo virus ama nascondersi, ancora non lo conosciamo. Una delle cose che non sappiamo è quanto duri la memoria immunologica. Siamo ragionevolmente sicuri che chi si è ammalato, non chi ha anticorpi ma chi si è ammalato, è protetto per un tempo che non conosciamo. Questo è estremamente importante per affrontare una seconda ondata. Non possiamo dare patenti di immunità perché non abbiamo i dati per farlo e questo è estremamente importante per lo sviluppo dei vaccini.<br> <br><strong>Sono più affidabili i test che si effettuano in Italia rispetto a molti utilizzati in altre parti del mondo? Abbiamo letto di milioni di test distrutti perché inefficaci.</strong><br>Ci sono più di cento test sierologici di vario tipo, acquistabili in farmacia o su internet. Molti di questi non hanno una sensibilità e specificità adeguata per coronavirus. C’è un caso clamoroso, del governo Inglese, che pure aveva a disposizione tutte le conoscenze tecniche per fare una valutazione, che ha acquistato trenta milioni di test e li ha buttati nel cestino. Dobbiamo dire che un test sierologico con il 90% di accuratezza è un pessimo test. Circolano molti test. Diffiderei di quelli che non sono effettuati da strutture riconosciute e di alta qualificazione tecnica e scientifica.<br> <br><strong>Sarà fondamentale la somministrazione del vaccino per liberarci del Covid? A che punto siamo? Vero che lo potremmo avere per la fine del 2020?</strong><br>Ancora una volta rispondo che non lo so ma possiamo ragionare insieme sui dati. Non abbiamo nessun precedente di un vaccino contro il coronavirus. Quindi ci muoviamo in una terra incognita. Ci sono circa duecento vaccini candidati. Di questi 200 circa 20 sono nelle fasi iniziali di sperimentazione clinica. Possiamo dire che abbiamo almeno 20 cavalli che corrono. È importante che siano diversi perché è possibile che ci serva più di un vaccino. È possibile che un vaccino dia una copertura a una quota della popolazione e non a tutti. È una corsa un po’ particolare perché non è solo o tanto importante arrivare primi quanto è importante arrivare bene, con uno o più buoni vaccini. Io sono ottimista, penso che essere ottimisti sia un dovere. Sono ottimista ovviamente sulla base dei dati e gli elementi che abbiamo per almeno tre vaccini sono incoraggianti.<br> <br><strong>Le ricerche per il vaccino contro la SARS sono state sospese perché l’epidemia è scomparsa prima dell’arrivo del vaccino.</strong> <strong>Questa volta sarà diverso?</strong><br>L’esempio del vaccino contro la SARS è molto utile e interessante. La SARS è stata eliminata dal contenimento però c’erano alcuni gruppi che avevano sviluppato un vaccino. Non è un caso che quegli stessi gruppi in questo momento siano in pole position, sono in testa nello studio del vaccino per il Covid-19. Moderna negli Stati Uniti, il gruppo dello Jenner Institute di Oxford, che ha sviluppato un vacino che è proprietà intellettuale di una piccola company di Sarah Gilbert e di altri ricercatori di Oxford. Questi avevano fatto un vaccino contro SARS per cui hanno capitalizzato un’esperienza passata. È una buona lezione per il nostro Paese. È una lezione che ci dice quanto è importante fare ricerca che magari nel breve periodo ci può sembrare inutile ma che è fondamentale per affrontare un nuovo drammatico nemico.<br> <br><strong>C’è collaborazione tra la comunità scientifica internazionale nello studio del virus e del vaccino?</strong><br>È chiaro che le 20 compagnie che stanno lavorando per avere un vaccino sono in competizione, non possiamo nascondercelo. Dall’altra parte chi fa ricerca translazionale e di base come me, negli ultimi mesi ha vissuto un’esperienza di comunicazione straordinaria. Nella mia vita scientifica, che è piuttosto lunga, non ho mai avuto la sensazione di una comunicazione aperta come l’ho avuta negli ultimi mesi. Ho passato il tempo a trasmettere informazioni. A marzo eravamo noi sulla linea del fronte e avevo colleghi in tutte le parti del mondo che vedevano lo tsunami arrivare. Il modo in cui noi comunichiamo è cambiato, nel senso che mettiamo molte delle nostre informazioni in open access, disbonibili alla critica di tutti. Da questo punto di vista c’è stata una straordinaria collaborazione. Se prendiamo il vaccino di Oxford, che è stato oggetto della sperimentazione più accurata – il leader è una donna, si chiama Sarah Gilbert – il vaccino è stato sperimentato su 1.077 soggetti, con un protocollo molto rigoroso. Quel lavoro ci dà un’idea del livello di collaborazione: la testa è a Oxford, una piccola company che ha la proprietà intellettuale,  una collaborazione con una struttura in Germania per i test di neutralizzazione e la produzione verrà fatta nel nostro paese. Il sostegno finanziario viene da una grande azienda, AstraZeneca, ma anche dal National Health Service, il servizio sanitario inglese. Una straordinaria collaborazione e sinergia tra accademia, piccola company, grande company, servizio sanitario nazionale.<br> <br><strong>Una volta individuato il vaccino, quanto tempo ci vorrà per produrre dosi sufficienti per tutti?</strong><br>Nel momento in cui avremo uno o, come mi auguro, più di un vaccino, c’è il problema di capire come sarà gestita la condivisione. Non possiamo nasconderci che c’è competizione tra paesi o tra grandi aree geografiche per avere accesso al vaccino. La mia grande preoccupazione però sono i paesi poveri. Io ho servito in una iniziativa di salute globale che si chiama GAVI, Global Alliance for Vaccine Immunization, che si stima abbia salvato più di 500 milioni di bambini nei paesi più poveri del mondo, riducendo la mortalità in questi paesi da due milioni e mezzo a un milione e mezzo l’anno. Sempre scandalosamente troppo. Sono stato nel board di GAVI per cinque anni. In questo momento nel board di GAVI c’è una donna, una immunologa italiana, Angela Santoni. Ebbene GAVI si è posto al centro di un’alleanza internazionale per far si che ci sia condivisione del vaccino. Parliamo tante volte male del nostro paese: in questo caso l’Italia è stato uno dei paesi che ha aderito immediatamente a una iniziativa di condivisione. Questo mi dà speranza ma il tema c’è e costituisce indubbiamente un grande problema.<br> <br><strong>Il Presidente Putin ha annunciato l’individuazione di un virus che definisce efficace. Pensano di diffonderlo a partire dal primo gennaio 2021. Oggi la comunità scientifica internazionale si è espressa con parole molto dure, dicendo che si tratta di una comunicazione, “avventata, sconsiderata e basata su pochi dati”. Ci dica cosa ne pensa.</strong><br>Non ci sono dati condivisi. Ricordiamo che ci sono quattro vaccini per cui abbiamo dati condivisi. È di ieri la presentazione online in open access, e voglio sottolineare open access, dei dati di un secondo vaccino cinese, fatto con il virus inattivato, quindi con una metodologia classica. Per il vaccino di Moderna, per i due vaccini cinesi, per il vaccino di Oxford, ci sono dati su cui ragionare. In questo caso non c’è alcun dato condiviso. Quindi io do un giudizio estremamente negativo di questo modo di procedere. Innanzitutto bisogna condividere i dati in modo trasparente, in secondo luogo la registrazione di un vaccino presuppone una sperimentazione clinica che includa quella che noi in gergo chiamiamo la Fase 3 di sperimentazione, in cui si valuta l’efficacia, si misurano e pesano i rischi e i benefici. Ricordiamo che non c’è nessun intervento medico, ma neppure niente nella vita, che non coinvolga una valutazione dei rischi e dei benefici. Pensare di rendere disponibili a milioni o a miliardi di persone un vaccino senza sperimentazione di Fase 3 è qualcosa che io considero irresponsabile.<br> <br><strong>È il pericolo di quando la politica vuole superare la scienza. Lo abbiamo visto con le dichiarazioni di alcuni leader politici internazionali.</strong><br>È solo l’ultimo episodio questo. Ricordiamo il caso della idrossiclorochina, in cui alcune persone che avrebbero dovuto avere qualche competenza e alcuni politici hanno affermato addirittura “game over”, cioè la partita è finita con l’idrossiclorochina. Queste sono dichiarazioni irresponsabili. Quando non si rispettano i dati si tradiscono le speranze dei pazienti, delle popolazioni e si disorienta il personale sanitario che è in prima linea. I dati, nel caso di un vaccino, sono la sperimentazione su larga scala di Fase 2 e 3, in cui si misurano rischi e benefici. Elementi che devono essere resi disponibili. Questo è successo ripetutamente durante la crisi di Covid-19, con annunci privi di fondamento scientifico. Ho citato quello più clamoroso. Quest&#8217;ultimo annuncio fa parte della stessa categoria.<br> <br><strong>Leggiamo che molti paesi (dalla Spagna alla Francia, dalla Germania al Belgio, dalla Grecia ai Balcani) stanno vivendo una seconda ondata. L’Italia sembra al momento risparmiata. Cosa sta succedendo?</strong><br>Per me è motivo di grande tristezza quello che è successo negli altri paesi, dagli USA al Regno Unito. Guardando indietro noi non abbiamo imparato abbastanza dalla Cina e questi paesi non hanno imparato dall’Italia o hanno imparato troppo tardi. Non hanno imparato da quel che è successo in una delle regioni più sviluppate del mondo, con un ottimo servizio sanitario come quello lombardo. Quello che sta succedendo intorno all’Italia penso che debba costituire un segnale importante al comportamento responsabile. Siamo in una situazione che ricorda quella dei grandi incendi in Australia, che hanno devastato intere aree del paese. Noi abbiamo avuto un grande incendio: il nostro problema è di controllare i fuochi che si riaccendono. È questa la nostra sfida adesso ma soprattutto in autunno e in inverno. Questo lo possiamo e lo dobbiamo fare in più modi: a livello personale, a livello di singole istituzioni – la mia istituzione, ad esempio, ha inaugurato appena tre settimane fa un Emergency Hospital 19 – e poi a livello del Paese. Sono i tre livelli che dobbiamo attivare per circoscrivere e spegnere i fuochi appena si accendono.<br> <br><strong>Perché è stata colpita con particolare violenza la Lombardia e in modo particolare la zona compresa tra Bergamo/Brescia/Piacenza/Lodi/Cremona? C’è una evidenza scientifica che spiega le ragioni di questo andamento?</strong><br>Abbiamo ormai un quadro abbastanza completo, con dei dati di quello che è successo in Lombardia. Il nostro paese, pur essendo il primo in occidente a essere stato colpito da questo tsunami, aveva contribuito molto poco alla realizzazione delle migliaia di sequenze complete del virus isolate in tutto il mondo. Adesso lo scenario è cambiato, grazie al finanziamento della fondazione Cariplo che ha sostenuto un grande sforzo di sequenziamento del virus. Questo illustra un aspetto: la ricerca fa parte dell’essere preparati a rispondere all’emergenza. Bisogna poter fare ricerca di guerra, per mettere in atto finanziamenti mirati a rispondere nel tempo più breve possibile a domande che vengono dai pazienti. Questo lavoro è stato fatto dai governi in molti paesi, dalla Cina agli Stati Uniti. In Italia ci sono stati dei problemi invece a livello di governo regionale e centrale.<br> <br><strong>Cosa si è scoperto grazie alla ricerca finanziata dalla Fondazione Cariplo?</strong><br>Sono stati sequenziati completamente 347 casi isolati virali, non completamente 370. Il quadro che è venuto fuori è che non è arrivato un solo tsunami in Lombardia ma ne sono arrivati due, indipendenti. Uno è il focolaio individuato nella Bassa, a Codogno e Castiglione d’Adda, l’altro nelle valli bergamasche. Sono due focolai indipendenti arrivati intorno al 20 gennaio. Ci sono motivi fondati per ritenere che siano arrivati ancora prima di quella data. Per cui per almeno un mese e mezzo il virus ha circolato indisturbato, mascherato dalle ondate di virus respiratori invernali. Questo è il quadro che è stato ricostruito da due colleghi, Carlo Federico Perno e Fausto Baldanti. Un lavoro eccezionale, unico al mondo, che ci da un quadro da un punto di vista virologico di cosa è successo in Lombardia.<br> <br><strong>Il gruppo Humanitas ha messo a punto il programma Emergency Hospital 19 e il Covid Care Program. In cosa consiste?</strong><br>C’è un vecchio detto ecclesiastico, in latino, che è “Estote Parati”, siate preparati. Se qualcuno è interessato c’è un documento fatto dalla commissione salute dell’Accademia dei Lincei, disponibile online sul sito dell’Accademia, aggiornato da tre di noi, periodicamente, con tutto quello che sappiamo su Covid-19. In questo documento usiamo il termine inglese “preparedness”, state preparati. La risposta di Humanitas all’essere preparati è stata quella di costruire in cinque settimane un ospedale assolutamente autosufficiente, modulare e flessibile, fatto in modo che si possa adattare a situazioni di gravità diversa. Questa è la nostra risposta istituzionale all’essere preparati. È una struttura di assistenza che pensa di lavorare in stretta connessione con la ricerca scientifica. In questo momento non ci sono pazienti. Noi ci auguriamo di non doverla mai usare, di aver fatto solo un investimento. Siamo pronti però per difendere eventuali nuovi pazienti e per proteggere pazienti con malattie cardiovascolari e con cancro, che abbiamo già curato bene. La persona con un infarto si deve sentire tranquilla di andare in un pronto soccorso, senza avere il timore di prendere il Covid-19. Purtroppo sappiamo che i pazienti che avrebbero dovuto fare screening per cancro, i pazienti con patologia cardiovascolare, non si sono presentati con la stessa tranquillità presso gli ospedali. Il messaggio è: state tranquilli, ci sono percorsi separati, verrete curati in sicurezza.<br> <br><strong>Gli altri ospedali come si stanno preparando per la gestione di eventuali future emergenze?</strong><br>Non ho i dati per valutare come ci stiamo comportando come Paese. Mi spiace che la app Immuni sia stata scaricata da poche persone: io l’ho scaricata così come avrei dato un campione di sangue se mi avessero chiamato per l’indagine sierologica. Penso faccia parte di un dovere di responsabilità civile che ognuno di noi ha: prepararsi e possibilmente evitare di avere una seconda ondata.<br> <br><strong>Cosa dobbiamo aspettarci con la riapertura delle scuole? C’è grande preoccupazione soprattutto riguardo al fatto che i bambini che si ammalano di covid sembrerebbero avere una carica virale abbastanza alta, ma rimangono per lo più asintomatici.</strong><br>Io non mi occupo di salute pubblica. Ho grande rispetto per chi lo fa e deve dare suggerimenti su temi di questo tipo: abbiamo esperti con grande competenza. Parlo come cittadino ma farò un cenno di tipo scientifico che ritengo molto importante. Come cittadino penso che la scuola debba essere una priorità. Sono un nonno: ho quattro figli e otto nipoti che, durante il lockdown, hanno avuto la fortuna di avere tutti gli strumenti necessari, a iniziare da quelli informatici. La mia preoccupazione va alle persone che non hanno avuto e non avranno la stessa assistenza. Credo che se trascuriamo la scuola aumentiamo la forbice sociale. Questa dovrebbe essere una assoluta priorità per il Paese. Sul piano della scuola e su quello della ricerca scientifica, che è un po’ dimenticata, ci giochiamo il futuro del Paese.<br> <br><strong>Quali invece le osservazioni di tipo scientifico?</strong><br>La prima è che i bambini sono relativamente resistenti al virus. Non capiamo bene il perché. Qualcuno di noi, tra cui chi parla, pensa che il calendario vaccinale a cui i bimbi sono sottoposti costituisca un buon allenamento generale per la prima linea di difesa del sistema immunitario. C’è una sorta di allenamento e di memoria della prima linea di difesa. È possibile che questo sia uno dei motivi per cui i bambini si ammalano più raramente rispetto alle persone adulte. Questo non vuol dire che non ci si debba preoccupare. Purtroppo c’è una nuova malattia, si chiama MIS-C (Multisystem inflammatory syndrome in children), e compare nei bambini un po’ più grandi, quelli che sono usciti da quella fase di allenamento, che incontrano il virus e fanno registrare, in modo ritardato, un quadro infiammatorio. Quindi i bambini sono relativamente resistenti ma dobbiamo preoccuparci per loro. Possono portare il virus? Si. Sono contagiosi? A mio giudizio non è del tutto chiaro quanto possano essere vettori e portatori di virus. Sappiamo che i giovani asintomatici sono un problema. Le note di cautela che ho menzionato non devono essere un motivo per non riaprire le scuole in sicurezza. La scuola, soprattutto per gli ultimi, quelli che rimangono indietro, deve essere una priorità per l’Italia.<br> <br><strong>Nei prossimi mesi ci aspetta un grande sfida. Oltre al covid-19 dovremo fronteggiare l’arrivo delle malattie stagionali, prima su tutte l’influenza. Quali sono i rischi che si corrono? È consigliabile a suo avviso una vaccinazione di massa contro l’influenza? </strong><br>Indipendentemente da Covid-19 ci sono tre vaccini consigliati per le persone più avanti con l’età: il vaccino contro l’influenza, quello contro lo pneumococco e il vaccino contro herpes. Io e mia moglie li abbiamo fatti tutte e tre. Questi tre vaccini sono molto importanti e ci sono aspetti della loro importanza che sfuggono. Il vaccino contro l’influenza ci dà una protezione parziale, non è il vaccino ideale, spero che non sia il tipo di vaccino che avremo contro Covid-19. Però è un vaccino che dà protezione. Io faccio questo vaccino da sempre non solo e non tanto per proteggere me stesso quanto per proteggere le persone più fragili con cui vengo in contatto. Vivo in una realtà ospedaliera e ho il dovere di proteggere le persone più anziane, quelle che hanno una insufficienza renale, una insufficienza epatica, che hanno un sistema immunitario compromesso. Il vaccino contro lo pneumococco contribuisce a proteggerci non solo come individui ma anche come società nei confronti di quello che rischia di diventare un problema drammatico, quello dei problemi resistenti agli antibiotici. Ci sono molti dati che mostrano che il vaccino contro lo pneumococco, riducendo i casi da infezione da pneumococco, ci consente di non trattare o di trattare meno con antibiotici. Diminuisce così la comparsa di ceppi resistenti. In tutti i vaccini c’è una dimensione di responsabilità sociale. Io dico che i vaccini sono una conquista della civiltà, sono un’assicurazione sulla vita, una cintura di sicurezza per l’umanità e Covid-19 ce lo ha dimostrato in un modo drammatico e sono poi straordinari perché hanno una dimensione di solidarietà sociale. Quando i miei nipoti si vaccinano è come quando vengono in macchina con me e allacciano la cintura di sicurezza. Vaccinandosi allacciano la cintura di sicurezza a quei 1.500 bambini con cancro che non possono essere vaccinati. Facendo il vaccino contro l’influenza allacciamo la cintura di sicurezza alle persone più anziane e fragili. C’è una dimensione di solidarietà straordinaria nella vaccinazione.<br> <br><strong>In Italia si è diffuso il dibattito sull’obbligatorietà del vaccino. Lei cosa pensa?</strong><br>Penso che sia un dibattito assolutamente prematuro. In linea di principio, come ho appena detto, sono favorevole alla somministrazione dei vaccini per cui abbiamo l’obbligo nel nostro Paese. E spero che non si facciano passi indietro. Questo va detto a priori. Mi sono schierato prima che ci fosse la legge scrivendo un libro per Mondadori che si chiama “Immunità e vaccini”, perché purtroppo avevo previsto il disastro che sarebbe successo. Il libro è uscito nel 2016 e purtroppo, ripeto, avevo ragione.<br>Per quel che riguarda l’obbligo di nuovi vaccini va fatta una valutazione costi/benefici, non nel senso di costi economici ma tossicità verso benefici. Come sempre, per qualunque intervento medico. In questo momento non abbiamo un vaccino, non abbiamo una evidenza di efficacia nel prevenire la malattia, mi sembra un dibattito assolutamente prematuro. Confrontiamoci in modo sereno sulla base dei dati quando sarà il momento. Il tema in questa fase, come dicevamo, può essere diverso: l’obbligo della vaccinazione antinfluenzale per chi opera in strutture sanitarie dove ci sono persone fragili. Vale la pena di ricordare che negli Stati Uniti, il paese più liberale del mondo, è fatto obbligo a chi opera almeno in alcune strutture sanitarie di vaccinarsi contro l’influenza, per proteggere i pazienti.<br> <br><strong>Molti cittadini si chiedono quanto possa aver influito il ritardo di alcuni giorni per istituire alcune “zone rosse”.</strong><br>Innanzitutto ricordo lo scenario scientifico: in Lombardia ci sono stati due tsunami non identificati per almeno un mese e mezzo. Tutti siamo d’accordo che c’è stato un ritardo nell’istituire le zone rosse nelle valli bergamasche. Questo non si può non dire e penso che vada ascritto a merito del Comitato tecnico scientifico di essersi reso conto della situazione e di aver dato un segnale di allarme. Io non entro nel dibattito su chi è il principale responsabile ma distinguerei tra errori e colpe. Ho rispetto per chi ha avuto responsabilità di governo, indipendentemente dagli errori che possono essere stati fatti. Ci si è trovati a fare, nel caso nostro, medicina di guerra.<br> <br><strong>È servito davvero il lockdown dell’intero Paese? O sarebbe stato sufficiente chiudere per zone? Si poteva evitare di fermare il centro/sud Italia o istituire soltanto limitate zone rosse?</strong><br>Per quanto riguarda le zone differenziate, come è stato fatto in Francia, io penso che sia molto facile giudicare col senno del poi come è facile giocare al calcio guardando la partita in televisione. Penso che ci siano stati grandi errori da parte di chi ha raccontato che questa era una banale influenza: i dati non dicevano quello. Ma se facciamo la somma algebrica, il Paese si è comportato bene. Anche in questo caso lo dicono i dati. Siamo circondati da paesi che hanno più problemi di noi e l’Italia per ora tiene. Sono stati commessi degli errori e sono state dette cose sbagliate. La mancata zona rossa è stato sicuramente un grave errore e credo che nessuno possa negare questo.  </p>
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		<title>Ricciardi a ilcaffeonline: senza vaccino seconda ondata è certa. Lombardia poco saggia a riaprire troppo presto</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/04/17/raco-barone-ricciardi-a-ilcaffeonline-senza-vaccino-seconda-ondata-e-certa-dovremo-convivere-a-lungo-col-virus/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2020 09:27:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Emanuele Raco e Eugenio Barone Quanto conosciamo questo virus e quanto si comporta in modo diverso dagli altri? È più aggressivo di quello che ha provocato l&#8217;epidemia in Cina?È un virus nuovo e lo conosciamo da pochi mesi. Si comporta come gli altri: cerca di entrare nelle cellule viventi, animali e umane, per riprodursi. Non è più aggressivo e non è mutato molto. È lo stesso che ha provocato&#8230;</p>
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<p>di Emanuele Raco e Eugenio Barone</p>



<p><strong>Quanto conosciamo questo virus e quanto si comporta in modo diverso dagli altri? È più aggressivo di quello che ha provocato l&#8217;epidemia in Cina?</strong><br>È un virus nuovo e lo conosciamo da pochi mesi. Si comporta come gli altri: cerca di entrare nelle cellule viventi, animali e umane, per riprodursi. Non è più aggressivo e non è mutato molto. È lo stesso che ha provocato l’epidemia in Cina e infatti la curva epidemica è perfettamente sovrapponibile in tutti i paesi.</p>



<p><strong>Ci spiega perché non dobbiamo credere a chi sospetta che sia stato creato in laboratorio?</strong><br>Che questo sia un virus “naturale” lo sappiamo con certezza perché c’è un lavoro dirimente su questo tema pubblicato su Science il 17 marzo. È un lavoro inequivocabile perché analizza i genomi del virus e delle sue varie caratteristiche ed esclude categoricamente che possa trattarsi di un virus artificiale. Che poi ci siano laboratori in cui vengono fatti esperimenti nessuno lo può escludere.</p>



<p><strong>A cosa serviranno i test sierologici?</strong><br>Potranno servire sicuramente a fare un’analisi, un inquadramento di come il virus si è diffuso all’interno delle varie popolazioni. Il risultato principale sarà capire, avere ulteriori conoscenze su questo virus e comprendere quanto si è diffuso. Noi vediamo solo la punta di un iceberg che in gran parte è fatto di casi non notificati. Cercheremo di quantificare questi casi.</p>



<p><strong>Quando e come potremo raggiungere l’immunità di gregge?</strong><br>L’immunità di gregge potrà essere raggiunta solo con vaccino, oppure naturalmente. Ma questo significa aspettare molto tempo e avere molti morti. Per cui la possibilità che valutiamo con maggiore favore è quella di convivere e di limitare i danni del virus sino a quando non avremo un vaccino che ci consentirà di raggiungere l’immunità di gregge.</p>



<p><strong>Quanto tempo ci vorrà per avere un vaccino?</strong><br>Penso che questo vaccino arriverà prima di molti altri. Va considerato che per altri vaccini virali ci abbiamo messo anni, per alcuni come l’HIV non lo abbiamo perché il virus muta e che per l’influenza non abbiamo un vaccino universale ma lo dobbiamo riprodurre di anno in anno. Io penso che sarà così anche per questo virus respiratorio: è probabile che non ci sarà un’immunità permanente ma ci un’immunità più o meno duratura, che andrà rinforzata con vaccini. Ci vorrà ancora tempo. A essere ottimisti penso che potremo pensare di avere una sperimentazione un po’ più avanzata entro l’anno ma per avere un vaccino disponibile a essere somministrato in modo diffuso bisognerà aspettare più tempo.</p>



<p><strong>E perché venga prodotto su larga scala?</strong><br>Per quanto il vaccino sia un prodotto estremamente sofisticato da un punto di vista tecnologico, oggi la capacità produttiva delle aziende è enorme. Ci saranno difficoltà ma saranno superate.</p>



<p><strong>Perché alcune aree, in Italia e nel mondo, sono state maggiormente colpite? Dai dati in vostro possesso, ci sono elementi che legano tra loro queste regioni? Il virus ha percorso e colpito la cosiddetta “dorsale economica”?</strong><br>Il problema è stato semplicemente nella capacità di risposta: dove le Istituzioni e le organizzazioni hanno dato una risposta più tempestiva e più evidence based ci siamo difesi meglio, dove la risposta è stata più tardiva il virus si è diffuso, non c’è stata la possibilità di contenerlo ma soltanto di mitigarlo. La differenza è semplicemente nella capacità di risposta da parte dei governi o delle Istituzioni.</p>



<p><strong>Quindi con ogni evidenza c’è stato un ritardo di reazione iniziale.</strong><br>La Cina ha fatto perdere tempo. Se avessero agito prima delle tre/quattro settimane in cui si è intervenuti avrebbero potuto far meglio sia per loro che per gli altri. C’è stata poi una latenza di reazione da parte del resto del mondo. L’Italia e gli italiani sono stati tra i primi a reagire proprio perché sono stati tra quelli maggiormente colpiti. Non c’è dubbio che un po’ di anticipazione sulle risposte ci poteva essere.</p>



<p><strong>C’è chi teme una seconda ondata in autunno. È una ipotesi reale?</strong><br>È una certezza. Fino a quando non avremo un vaccino ci saranno nuove ondate o, speriamo, tanti piccoli focolai epidemici che andranno contenuti. Quello autunnale e invernale, come nel caso dell’influenza, è il periodo in cui una combinazione di eventi climatici, comportamentali, immunologici fa si che il virus possa riemergere. Per questo è molto importante non accelerare le riaperture: in caso contrario la seconda ondata invece di averla più avanti rischiamo di subirla prima dell’estate.</p>



<p><strong>La scienza non ha saputo parlare con una sola voce. Perché è successo?</strong><br>Per fortuna in democrazia tutte le voci hanno legittimità di essere espresse e ascoltate. Non c’è dubbio che questo è uno dei motivi per cui nelle epidemie reagiscono meglio i paesi autoritari. Ma è meglio avere questo tipo di problemi che essere in un regime autoritario.</p>



<p><strong>Dove si traccia la linea di confine in cui spetta alla politica prendere il timone in mano?</strong><br>In democrazia è sempre la politica, democraticamente eletta, che deve scegliere e decidere. È chiaro che funzionano meglio i paesi in cui la decisione politica è supportata da istituzioni scientifiche efficaci ed efficienti, con persone competenti che le guidano e scienziati autorevoli che lavorano. Dove invece questi meccanismi di alleanza tra politica e scienza sono più fragili, sia perché sono più deboli i politici sia perché sono più divisi gli scienziati, funziona peggio. In paesi come la Corea del Sud, la Finlandia e la Germania, dove c’è una linea di comando unica e un rapporto diretto tra politica sensibile e istituzioni ben funzionanti, le cose vanno meglio, non c’è dubbio.</p>



<p><strong>Le scelte azzardate iniziali di alcuni leader politici mondiali quanto hanno inciso nella diffusione della pandemia?</strong><br>Possiamo senza retorica dire che sono responsabili degli effetti che ci sono stati sui loro popoli. Se ci sono stati più morti rispetto ad altri è perché le decisioni sono state prese o in modo tardivo o in modo sbagliato. L’esempio più eclatante è quello della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, dove i governi non hanno ascoltato i consiglieri scientifici e hanno reagito in maniera estremamente ritardata.</p>



<p><strong>Come immagina la fase due? Cosa potremo presto tornare a fare e cosa dovremo rimandare a lungo nel tempo?</strong><br>Fino a quando non avremo una immunità di gregge provocata favorevolmente dal vaccino avremo una lunga fase di convivenza col virus. Speriamo che sia una convivenza di mesi e non di anni, ma ci troveremo di fronte a una nuova normalità. Se verrà gestita bene dai governi sarà una nuova normalità accettabile, altrimenti affronteremo tante continue piccole ondate di epidemia che si alterneranno a periodi di calma. La misura più importante sarà il distanziamento fisico, la distanza tra le persone che non sono certe del loro stato immunologico. Naturalmente questo stato immunologico potrà essere conosciuto meglio e anche tracciato meglio attraverso una diagnostica più estesa e mirata e attraverso l’utilizzazione delle tecnologie. Non c’è dubbio che i paesi che hanno reagito meglio sono quelli che hanno utilizzato meglio le armi della diagnostica e delle tecnologie. Su questo ho invitato da diversi giorni i miei colleghi e i decisori ad agire con più rapidità rispetto a quanto fatto finora.</p>



<p><strong>Ritiene importante l’utilizzo della app per il tracciamento?</strong><br>Lo ritengo un pilastro essenziale ed insostituibile della fase due. Se non c’è questo abbinamento tra test e tracciamento tecnologico saremo destinati a inseguire sempre il virus. Con questo accostamento saremo in grado di bloccarlo dove emerge e non di inseguirlo dopo che si è diffuso.</p>



<p><strong>La presidente Von der Leyen ha chiesto scusa all’Italia per l’assenza iniziale dell’Europa. Lei come ha sentito l’Europa?</strong><br>Io l’ho sentita emozionalmente vicina ma razionalmente ritardata. Devo dare atto al commissario per la gestione delle crisi, Janez Lenarčič di essere stato il primo ad attivarsi. Lo stesso può essere detto per la commissaria alla salute, Stella Kyriakidou, il commissario per il mercato interno, Thierry Breton e la commissaria per l’innovazione, Marija Ivanova Gabriel. Sono tutte persone che ci sono state molto vicine. Però l’Europa è fatta di stati membri. Alcuni hanno capito le nostre ragioni solo quando le hanno sperimentate sulla loro pelle. Mentre una istituzione funziona quando capisce e gestisce le emergenze sulla base di una evidenza scientifica. I commissari ci sono stati molto vicini, i paesi membri meno. L’Europa però non è fatta solo di Commissione Europea. In sanità, in modo particolare, è fatta di paesi membri.</p>



<p><strong>Alcuni stati come Francia e Germania stanno velocizzando l’avvio la fase due. In Italia è una richiesta fatta a gran voce dalla Lombardia. È un errore?</strong><br>La Francia e la Germania stanno facendo qualcosa di diverso rispetto alla Lombardia. La Francia ha detto con grande chiarezza che aspetterà l’11 maggio prima di prendere delle decisioni operative, che monitorerà. Ha annunciato che è intenzionata a fare una serie di cose ma che le condizionerà allo scenario epidemiologico. Lo stesso si può dire per la Germania. Mi pare invece che la richiesta della Lombardia sia di riaprire il 4 maggio indipendentemente dalle condizioni epidemiologiche.</p>



<p><strong>Se lo può permettere?</strong><br>No, anche perché in questo momento ha una condizione epidemiologica di particolare gravità. Certamente in miglioramento ma di particolare gravità. Tra i paesi europei la Lombardia è la regione che in questo momento ha maggiori problemi. Non l’Italia, ma la Lombardia. Mi sembra non saggio fare delle aperture a prescindere dalle valutazioni oggettive. I paesi che come l’Austria e la Svezia stanno agendo senza tener conto di queste valutazioni penso che pagheranno un prezzo. Lo vedremo nelle prossime settimane.</p>



<p><strong>Il prezzo lo pagherà l’intero paese se alcune regioni tenteranno una fuga in avanti.</strong><br>Questo è il problema del nostro sistema istituzionale, in cui la Costituzione affida alle regioni questo tipo di decisioni. E i virus non hanno confini. Questo è un discorso che vale per le regioni italiane così come per gli altri Paesi. L’Italia non ne esce se non ne esce integralmente; l’Europa non ne esce se non ne escono tutti i Paesi; il mondo non ne esce se il virus continuerà a circolare. Le persone riprenderanno a viaggiare, a muoversi, a lavorare e ritorneremo alle ondate di cui parlavamo prima. Che sono prevedibili ma non devono essere delle dimensioni della prima e possibilmente neanche peggiori.</p>



<p><strong>L’Italia negli ultimi anni non ha programmato bene il suo futuro. Possiamo dire di non aver avuto uno sguardo lungimirante.</strong><br>L’Italia non ha proprio programmato, non ha fatto gli investimenti che servivano, non ha premiato l’innovazione, la ricerca, il merito. Lo hanno fatto migliaia di singoli individui, con le proprie forze, che hanno scelto di andare a vivere in paesi dove questo tipo di scelte sono state fatte. Non è un caso se questi sono i paesi che stanno andando meglio. La Germania su tutti.</p>



<p><strong>Cosa possiamo dire agli italiani dopo quaranta giorni di lockdown?</strong><br>Agli italiani e a tutto il mondo possiamo dire che questo è un evento epocale, che gli scienziati e qualche imprenditore visionario come Bill Gates avevano previsto che sarebbe accaduto. Il mondo si è fatto trovare largamente impreparato, ma pensare di approcciare questo evento epocale con gli stessi strumenti mentali, politici e tecnici con cui abbiamo affrontato l’epoca contemporanea è profondamente sbagliato. Si può parlare di un’epoca pre vaccino e una post vaccino coronavirus. Fino a quando non avremo un vaccino saremo costretti a nuove ondate virali, speriamo non epidemiche, che dovranno essere costrette. Per questo c’è bisogno di collaborazione tra scienza e politica e tra scienziati e governi di tutto il mondo.</p>
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