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	<title>Mafia Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Mafia Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Il populismo che preoccupa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Mar 2022 10:00:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la pandemia, la guerra. Dopo tre dosi di vaccino anti-covid19, forse è tempo per noi italiani, di fare un pensierino per la somministrazione di un altro vaccino. Perché c’è uno spettro che si aggira per l’Europa: il populismo. Anche questo andrebbe tenuto a bada, un contrafforte respingente sarebbe assai utile e rassicurante. Il virus del populismo è pericoloso. Si avvicina con passo felpato, assorbe tutti i malumori e comincia&#8230;</p>
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<p>Dopo la pandemia, la guerra. Dopo tre dosi di vaccino anti-covid19, forse è tempo per noi italiani, di fare un pensierino per la somministrazione di un altro vaccino. Perché c’è uno spettro che si aggira per l’Europa: il populismo. Anche questo andrebbe tenuto a bada, un contrafforte respingente sarebbe assai utile e rassicurante.</p>



<p>Il virus del populismo è pericoloso. Si avvicina con passo felpato, assorbe tutti i malumori e comincia a somministrare un certo modo di star bene. Semplifica i problemi, è sensibile alle rivendicazioni e procede spedito a distribuire soluzioni immediate ed efficaci. Se gli immigrati danno fastidio, c’è una soluzione. Se la droga e il suo spaccio urtano la quiete di tanti quartieri, basta stanare i responsabili casa per casa. Se la mafia incalza, invece di sradicarla, passiamo a conviverci. Con la cultura non si mangia. Se la giustizia è difficile ad amministrarla, si può pensare alla pena di morte. Se le cure sanitarie costano troppo, per non gravare sulle casse dello Stato, mettiamo un tetto all’età di coloro che possano ricorrervi. Piace questo programma? Al popolo sì, certamente. Se poi ci fermiamo a sillabare parola per parola, un po’ meno. Per intanto, a furor di popolo, è importante strappare consenso.</p>



<p>Il populismo fertilizza la mente di coloro che nascono demagoghi e svogliatamente si convertono alla democrazia. Meglio sarebbe dire: vi si adattano. Tant’è che lo fanno solo per entrare in gioco e subito dopo proporre come uscirne. Tutti ricordiamo “i pieni poteri” invocati da Matteo Salvini sotto il sole cocente dell’estate di qualche anno addietro. E ricordiamo pure l’effetto che fecero quelle parole del facilitatore Salvini. Lo stesso di quello che fanno espressioni simili quando si tratta di passare sul cadavere di chiunque purché si arrivi alla terra promessa delle proprie farneticazioni.</p>



<p>Si racconta della vita di Aldo Moro l’effetto che gli fece un comizio tenuto in Puglia. Appena sceso dall’auto fu accolto da urla e applausi. Si guardò intorno e rimase incredulo. Ancora più sconcertato apparve il suo viso ogniqualvolta – e si registrò troppo spesso – veniva interrotto da battimano concitato e privo di pertinenza. Proseguì un po’ controvoglia e quasi in fretta riparò in auto. Per un pezzo del tragitto rimase in silenzio. Un collaboratore allora gli chiese: “Presidente, è soddisfatto di questo incontro?”. “No – rispose &#8211; direi che sono preoccupato. Provate ad immaginare una folla così fatta in mano ad un demagogo, la condurrebbe dove?”.</p>



<p>Ci sono demagoghi e populisti in servizio attivo ai nostri giorni? Ci sono e sono quelli che devono trovare – e dicono di aver trovato – giustificazioni ad una guerra. Ma dietro a questi tali ve ne sono altri che a loro tempo hanno anche delineato il profilo politico culturale e personale dello stesso Putin. E siccome l’esito dei populisti e delle loro convinzioni è sempre dopo i fatti che si può analizzare, la domanda viene su da sola: quando Berlusconi e Salvini parlavano dello statista Putin fingevano o erano sinceri? Se fingevano, è un conto. Ma se non fingevano e parlavano seriamente, è tempo di interrogarsi sulla bontà dei parametri mentali che stavano nelle loro teste. Perché una cosa resta vera: chi semina vento, raccoglie tempesta.</p>



<p>Solo che oggi, al di là del pensiero e della loro manifestazione, il caso dei leader ci interessa ben poco, se, per esempio, parlino o non parlino per confermare o per smentire il predetto. Quello che più ci preme è invece la nostra posizione e cioè: riusciamo ancora a tenere a bada i populisti? E prima ancora: sappiamo distinguere chi lo è e chi non lo è? Veramente ci piace il populismo e veramente può essere buon amico della democrazia?</p>



<p>Perché una cosa è certa: la guerra, l’invasione, il sangue che scorre, la morte, i lutti e le ferite che resteranno, ci convincono di una realtà: l’Italia è una grande democrazia. Difficile e complessa, sicuramente. Dove finanche occorrono due firme e una non basta se il conto corrente bancario è stato impostato a firme congiunte. Una piccola democrazia che comincia dal basso.</p>
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		<title>Incendi: chissà, forse un domani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Aug 2021 11:19:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È stato innescato l&#8217;ennesimo incendio nelle terre del sud Italia; gli anonimi criminali si sono lasciati dietro uno scenario devastante per persone e cose, con l&#8217;aggravante della prossimità ai centri abitati. Non ci illudiamo, al momento non c&#8217;è una cura; si tratta della nostra personale pandemia e tutti sappiamo che nessun vaccino ci verrà in soccorso. Se un paragone è possibile fare, immaginiamo che l&#8217;azione popolare contro la piromania estiva&#8230;</p>
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<p>È stato innescato l&#8217;ennesimo incendio nelle terre del sud Italia; gli anonimi criminali si sono lasciati dietro uno scenario devastante per persone e cose, con l&#8217;aggravante della prossimità ai centri abitati.</p>



<p>Non ci illudiamo, al momento non c&#8217;è una cura; si tratta della nostra personale pandemia e tutti sappiamo che nessun vaccino ci verrà in soccorso. Se un paragone è possibile fare, immaginiamo che l&#8217;azione popolare contro la piromania estiva abbia la stessa portata mediatica di un movimento no vax. </p>



<p>Pensa quante poltrone scricchiolerebbero, come subito ribollirebbe l&#8217;attività legislativa e investigativa e, chissà, come più facilmente verrebbe sgominato il &#8220;sistema&#8221; incendiario che porta ogni estate al desolante stato di fatto delle nostre terre!</p>



<p>Già, le nostre terre! Ovviamente quello che formulo è un teorema indimostrabile, almeno quanto quello formulato da Pasolini in un famoso articolo dato alle stampe sul Corriere della sera tanti, troppi anni fa. Imparagonabilmente minore, beninteso, ma pur sempre un teorema.</p>



<p>Da siciliano mi sono sempre chiesto cosa sia davvero la mafia, giungendo alla tua stessa conclusione, lettore: che quella verticistica ed eversiva lo sia solo in senso stretto. Ma la mafia non è certamente un fenomeno delinquenziale circoscritto, al contrario è diffusissima, ora più che ai tempi dei corleonesi, purché si sia disposti a guardare nelle piccole cose. </p>



<p>Oggi mafia è soprattutto l&#8217;insieme di comportamenti asociali e anti repubblicani (della res pubblica) che ognuno di noi compie volontariamente o meno giornalmente, per un proprio interesse manifesto o latente.</p>



<p>Nello specifico che qui trattiamo &#8211; non apro parentesi sulla specializzazione di molti padri di famiglia nel buttare i sacchi di spazzatura ai cigli delle strade, altro e non meno devastante fenomeno paesaggistico del sud Italia -, l&#8217;arco diffusamente egoistico o più specificamente criminale cui essa tende, va dall&#8217;automobilista che ancora oggi getta con disgustosa noncuranza la cicca di sigaretta fuori dal finestrino e arriva all&#8217;anonimo esecutore della più parte dei roghi che incendiano le regioni meridionali.</p>



<p>Perché tutto questo accade? Nel primo caso per ignoranza; non quella bonaria che porta all&#8217;autoassoluzione il medesimo buon padre di famiglia, il quale ancora fuma nell&#8217;abitacolo e che mai si pone il problema delle conseguenze del gesto. Non quell&#8217;ignoranza, sempre e comunque esecrabile, no. Parlo dell&#8217;ignoranza che si forma sui banchi di scuola e nelle famiglie, in totale dispregio di un&#8217;educazione civica la quale latita, come ha sempre latitato, nei programmi scolastici ministeriali.</p>



<p>Il secondo caso è più complesso e altrettanto irrisolvibile, perché richiederebbe una volontà di governo del paesaggio fatta di febbrili attività legislative, investigative e giudiziarie a tutti i livelli di reato: dall&#8217;allevatore che brucia i campi per costringere i proprietari a vendere le terre o affittare i pascoli solo a lui e a prezzi ribassati; passando per l&#8217;operaio forestale stagionale che brucia i boschi al fine di assicurarsi la prossima chiamata alla salvaguardia (Sic) o alla riforestazione dei boschi stessi; alle più complesse politiche di gestione dei sistemi di tutela e salvaguardia del patrimonio (vedi la ricorrente polemica sulla gestione dei Canadair); su su a salire fino a chissà dove.</p>



<p>Voci che sono sempre circolate, a ogni estate, tra i cittadini indignati, ma che restano e resteranno tali fino alla validazione o smentita da parte dei settori investigativi e giudiziari. Il teorema non esclude la piromania quale patologia psichiatrica del singolo, intendiamoci; solo esso la rende residuale, puntando il dito sui comportamenti criminosi o collettivi che sono invece la stragrande maggioranza.</p>



<p>Ovviamente, come Pasolini, noi tutti sappiamo ma non abbiamo le prove. Come potrebbe essere diversamente? Né io né tu, caro lettore, siamo deputati a indagare. Nel teorema sarà possibile inserire, infine, una chiosa a mo&#8217; di speranza. Esso implica infatti la gratitudine per quell&#8217;amministrazione dichiaratamente, inequivocabilmente antimafia, sul cui territorio i piromani vengono subito individuati e arrestati; purtroppo, tocca dirlo, solo dopo che l&#8217;incendio ha fatto il danno che doveva fare. Con essa il sospetto che l&#8217;efficacia della cura sia legata a doppio filo coi vertici delle politiche amministrative locali.</p>



<p>Nel narrare agli allievi il paesaggio, la capacità che l&#8217;uomo ha di renderlo un luogo numinoso, dalla preistoria alla Land Art, non avevo riflettuto abbastanza sulla fase destruente di quest&#8217;avventura. Contemplavo le guerre, i cataclismi, le epidemie e i conseguenti abbandoni, ma mi sfuggiva un fatto cogente e attualissimo che però non ha niente di nuovo: nel meridione d&#8217;Italia molti uomini e donne non amano, se non a parole, la terra e il paesaggio in cui vivono.</p>



<p>Dirò di più, credo che essi considerino la desolazione che fa seguito a un vasto incendio, la scia maleodorante di rifiuti che imbratta i cigli delle strade, l&#8217;abusivismo edilizio, l&#8217;inquinamento marino e tanto altro ancora, un fattore endemico al pari delle belle pandemie di una volta, non come ora che ci sono gli esecrati vaccini; come allora, quando si moriva a decine di milioni in pochi anni e si potevano levare al cielo solo le preghiere, invocando gli dei.</p>



<p>Qualcosa con cui convivere come un male necessario, una sorta di estetica immunità di gregge, fatta di &#8220;badde&#8221; e &#8220;culonne d&#8217;aria&#8221; (Martoglio docet) ormai da tempo assimilata e irrisolvibile nel meridione d&#8217;Italia. Non importa quanta desolazione essa lasci dietro di sé. Si fa sempre in tempo a sostenere l&#8217;amenità dei luoghi e la bellezza del mare dalle pagine patinate degli spot pubblicitari promossi dalle regioni. Come la mafia, appunto.</p>



<p>Ne consegue uno sdegno temporaneo, di facciata e salottiero, anticamente discusso al circolo di conversione o al bar con gli amici e oggi traslato nelle stanze anestetizzanti dei social. Se almeno ne derivasse un vasto movimento che solo per analogia assomigli al no vax ma meno millenarista, un moto di sdegno umanistico e razionale in difesa dei campi e dei boschi, chissà, forse un domani …!</p>
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		<title>Clemente Mastella: la magistratura deve fare riferimento a Falcone e Borsellino per recuperare la credibilità che ha perso nei confronti dei cittadini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 May 2021 20:52:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi è la Giornata della Legalità per ricordare le vittime della mafia, nel 29 anniversario della strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta. Dall’idea che lei si è fatto, Falcone da chi fu ucciso?In questo caso, come in molti altri, l’attività investigativa non è riuscita ad andare sino in fondo. Ogni tanto si scoprono situazioni o&#8230;</p>
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<p><strong>Oggi è la Giornata della Legalità per ricordare le vittime della mafia, nel 29 anniversario della strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta. Dall’idea che lei si è fatto, Falcone da chi fu ucciso?</strong><br>In questo caso, come in molti altri, l’attività investigativa non è riuscita ad andare sino in fondo. Ogni tanto si scoprono situazioni o arrivano personaggi che dichiarano cose diverse da quelle che sono state segnalate all’autorità giudiziaria negli anni passati. Rimangono elementi abbastanza misteriosi e claudicanti sul piano investigativo. Con Falcone e Borsellino abbiamo perso uomini valenti che contrastavano la mafia non solo in superficie ma con modalità che consentivano loro di arrivare in profondità. Fu ciò, evidentemente, che preoccupò e mise in soggezione quelli che alla fine attuarono questa strage.</p>



<p><strong>Falcone fu condannato dalla sua indipendenza rispetto alle correnti della magistratura italiana?</strong><br>Falcone rimase oggettivamente solo. Noi tutti siamo portati a ricordare questi ultimi CSM dimenticando il grido che veniva dal Palazzo dei Marescialli in quel periodo. Falcone fu fregato dal Consiglio Superiore della Magistratura. Ricordo che anche il mio amico Leoluca Orlando fu tra i più attivi contro Falcone.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>Falcone era indipendente, tanto è vero che lavorò con Martelli al Dipartimento penale del Ministero della Giustizia e fu contrastato anche da certa magistratura più protagonista, che forse voleva da Falcone una forma di accondiscendenza alle proprie ragioni di militanza che Falcone non era disposto a concedere. Falcone era un giudice davvero indipendente.</p>



<p><strong>Luciano Violante, a tal proposito, afferma che nel mondo della politica una parte della sinistra fu contro Falcone proprio perché aveva accettato l&#8217;incarico di Martelli, ministro socialista.</strong><br>Fu così. Martelli significava Craxi nella valutazione ideologica. Molta parte della sinistra non condivise questa scelta. Sono sembrate per questo strane le lacrime di coccodrillo apparentemente versate da molti per la scomparsa di Falcone.</p>



<p><strong>In questo periodo storico la credibilità della magistratura italiana appare compromessa come mai era accaduto prima. Qual è la strada, nella sua esperienza di ex ministro alla Giustizia, perché recuperi credito agli occhi dei cittadini?</strong><br>La credibilità, i magistrati, devono ritrovarla attraverso il loro agire. Ma se gli atti e i fatti sono quelli degli ultimi tempi… Non so se esiste la loggia dell’Ungheria o di Bratislava, ma tutto questo non depone a favore di un recupero della fiducia da parte del popolo italiano nei confronti della magistratura. Restano ancora in piedi elementi ideologici perversi. Ci sono modalità, con le quali vengono attribuite le procure, molto particolari e stravaganti. A me le correnti dentro la magistratura non hanno mai fatto paura. Ma c’è qualcosa di distorto.</p>



<p><strong>Cosa pensa di quanto dichiara Palamara?</strong><br>Ho letto il libro di Palamara e ho notato che sono citato diverse volte. Da quel libro viene fuori che io come altri siamo stati “fottuti” da un certo tipo di magistratura. Questa non è più una valutazione storica. Il problema è capire cosa avvenne, come e perché, se c’è stato il coinvolgimento dei Servizi. Cosa è avvenuto in quel periodo storico? Perché ci fu quella vicenda? Come mai hanno fatto carriera quelli che a Napoli mi inquisirono in quel modo?</p>



<p><strong>C’è ancora molto da scoprire?</strong><br>Io ho altre carte da esibire se dovessi essere ascoltato. Ho scoperto ad esempio, dopo anni, attraverso un altro Tribunale, che altre persone intercettate insieme a me non sono state valutate. Una schifezza incredibile sul piano umano e giudiziario.</p>



<p><strong>Serve una commissione d’inchiesta?</strong><br>Serve su determinati fatti, non sulla magistratura. Anche perché quando un potere dello Stato è in crisi, è in difficoltà, ne soffre l’intera democrazia. Ma se fosse capitato a me quello che è successo a Davigo non avrei avuto un avviso di garanzia? Io non vedo avvisi di garanzia in giro. Ho rispetto di Davigo ma quello che è successo è un po’ stravagante. Anche sulla vicenda di Palamara c’è da chiedersi: Palamara ha detto il vero o il falso? Se ha detto il falso andrebbe arrestato se ha detto il vero dovrebbe esser preso per buono tutto ciò che ha detto.</p>



<p><strong>Lei è favorevole alla separazione delle carriere?</strong><br>Io sono sempre stato contrario alla separazione delle carriere, ma alla luce di quello che è successo negli ultimi anni penso che andrebbe adottata.</p>



<p><strong>C’è un rapporto viziato anche tra magistratura, soprattutto quella inquirente, e stampa?</strong><br>Hanno rovinato tante vite. Si è chiesto perché oggi tanta stampa tende a parlare poco della vicenda Palamara? Perché era quello che facilitava il rapporto tra i PM e i giornalisti. Sulla vicenda Palamara, da parte di molta stampa nazionale, vedo un comportamento che non mi piace.</p>



<p><strong>La crisi della magistratura è anche forse l’esito della previsione costituzionale che assegna alla magistratura una autonomia sconosciuta alla stragrande maggioranza delle democrazie?</strong><br>E’ così. In molti paesi c’è un controllo esercitato da parte del ministro della Giustizia. In Italia no. Io sono per l’autonomia, affinché il cittadino abbia la garanzia di essere giudicato in modo sereno dal giudice, che deve dispiegare le stesse risorse investigative contro ma anche a favore dell’inquisito.</p>



<p><strong>Molti dei giovani di oggi non hanno conosciuto Falcone e Borsellino. Come li possiamo ricordare ai ragazzi che hanno 18 anni?</strong><br>Il loro ricordo continua e questo è un fatto eccezionale. Per altri personaggi si stenta a dare una continuità storica. La ha Aldo Moro e pochi altri. Falcone e Borsellino sono stati codificati come un esempio del modo di essere magistrato che continua ancora oggi. A loro aggiungerei Livatino. Si può essere laici o cattolici, l’importante è che il magistrato sia autonomo, severo ma sereno nel giudizio. La magistratura oggi deve fare riferimento a loro per recuperare la credibilità che ha perso nei confronti dei cittadini.</p>
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		<title>Il maestro di Regaliudica. Il primo romanzo del giornalista Enzo D’Antona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jan 2021 18:52:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[D&#039;Antona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Questo libro non è pessimista. È la realtà che è pessima”. Il rimando sciasciano sintetizza il libro “Gli spaesati. Cronache del nord terrone” di Enzo D’Antona (Zolfo editore, pagg.197, € 17,00). La storia muove da Iudeca, un’ineffabile paese dell’entroterra siciliano. Un luogo letterario che, come Regalpetra, assomma ogni paese del Sud. Iudeca è una zattera che galleggia su un mare di gesso e zolfo. È il primo romanzo di un&#8230;</p>
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<p>“Questo libro non è pessimista. È la realtà che è pessima”. Il rimando sciasciano sintetizza il libro “Gli spaesati. Cronache del nord terrone” di Enzo D’Antona (Zolfo editore, pagg.197, € 17,00).</p>



<p>La storia muove da Iudeca, un’ineffabile paese dell’entroterra siciliano. Un luogo letterario che, come Regalpetra, assomma ogni paese del Sud. Iudeca è una zattera che galleggia su un mare di gesso e zolfo. È il primo romanzo di un giornalista di lungo corso, Enzo D’Antona. Siciliano di Riesi in provincia di Caltanissetta. </p>



<p>Ex responsabile della pagina economica del quotidiano “L’Ora” di Palermo. Per dieci anni ha lavorato al settimanale “Il Mondo”, occupandosi di intrecci tra gli affari, la politica e la criminalità organizzata. Ha diretto la redazione palermitana del quotidiano “la Repubblica”, poi caporedattore dell’ufficio centrale a Roma. Ha diretto “la Città” di Salerno e “Il Piccolo” di Trieste.</p>



<p>Un romanzo insolito, eccentrico. La storia di un olocausto, come sottolinea l’autore. Pagine che hanno la serietà di un trattato sociologico e la leggerezza della scrittura di Umberto Domina. Il protagonista è Ghezio. In verità Enzo, ma nella prosa linguistica di Iudica, si anticipa sempre un singolare “gh”. È la storia del rapporto irrealizzato tra Meridione e Settentrione. Narra di spaesati, smarriti, sradicati. In francese il concetto ha un suono più elegante: dèpaysement, dèracinè. Questa è la storia di quando gli extracomunitari eravamo noi, i terroni. Terroni non era per niente una cosa spassosa, era la parte estetica del mai sopito razzismo italico.</p>



<p>La prima scena è ambientata in un bar di Grugliasco, periferia ovest di Torino. Luogo di alta concentrazione di emigrati provenienti da Iudeca. I protagonisti sono giovani meridionali. Nutrono una speranza, più che altro un’illusione, quella di rimanere solo qualche anno e infine, ottenere il trasferimento e fare ritorno a casa. Partono in tanti, uno ogni dieci minuti, sei ogni ora, due sono laureati. Sbarcano in gelide stazioni del Nord. </p>



<p>Appena arrivati, si tramutano subito in “Ultimi Arrivati”. Fino a qualche giorno prima, al grido di: “Avanti Savoia”, giocavano a lanciarsi issotte e cuticchi, sassi di fiume levigati. Cuticchio come i famosi pupari. I pupi de la Chanson de Roland che per uno dei protagonisti del libro, rappresentavano il riscatto. Ma la sua laurea in Lettere gli servirà solo per ottenere una supplenza. Insegnerà in un istituto tecnico della periferia milanese. </p>



<p>D’Antona tratteggia con maestria personaggi incantevoli. Tra tutti, Mavalà, la ‘ngiuria, il soprannome di un operaio Fiat, reparto stampaggio a Mirafiori, aspirante geometra, il padre cantoniere all’Anas. Il soprannome lo guadagna a Parigi. Meta agognata quando era un nascente figlio dei fiori. Un solo obbiettivo, scopare e tornare vincitore al paesello per poi raccontarlo a tutti. </p>



<p>Ma, come in ogni grande storia, incombe il destino. Ha il volto di una ragazza israeliana conosciuta all’ostello. Quando lei gli chiede: “Je voudrais faire l’amour avec toi”, l’intrepido eroe brancatiano, riesce solo a profferire un maldestro: “Ma va là”. E, come terribile tormento, sarà per tutti e per sempre, il meraviglioso Mavalà. C’è anche “Commosso”, quello che declina, per ore, le poesie di Prevert all’interno di una cabina telefonica: “Questo amore. Così tenero. Così disperato”. </p>



<p>Borino invece, parte per Sampierdarena, troverà casa in via generale Cantone. Come si ostinerà a far scrivere nell’indirizzo delle cartoline. Generale Cantone che sarà oggetto di lunghe dispute con Milziade, novello cancelliere del tribunale di Genova. L’eroe contrappuntosarà il generale Cascino, rimando alla fidanzata di Piazza Armerina che tenta disperatamente di abbandonare al suo destino. Fulippu invece, sarà il primo meridionale a diventare più leghista dei leghisti.</p>



<p>Nel libro il Sud non è un punto cardinale, ma una sorta di aggettivo peggiorativo. Intere guarnigioni di meridionali si imbarcano sul treno del Sole, ferraglia che non aveva nulla di solare. Convogli impregnati di puzza di emigrazione, afrori dolciastri di tumazzi, fetori di sudore, olezzi di creolina. Nel 1968, si conta il record delle partenze, settantacinquemila, gli abitanti di una intera cittadina di provincia. </p>



<p>Tra il 1961 e il 1971, saranno settecentomila a lasciare i loro paesi. Duecentomila nella sola Germania. Nell’edilizia, tra gli anni Cinquanta e i Settanta, il novanta per cento della manovalanza del triangolo industriale proveniva dal Sud. Erano quelli che costruivano i capannoni industriali e i palazzoni informi della pianura padana. Era l’età dei concorsi. L’Homo migrans, era sparso dalla liquidità sociale dove capitava. La profezia degli operai massa che si trasformavano in operai sociali. Cancellieri, insegnanti, infermieri, bidelli, impiegati. Come aveva profetizzato in fumose assemblee padovane un “cattivo maestro”, inascoltato. </p>



<p>Affittavano abitazioni scalcinate. Freddi sottoscala. Case di ringhiera con i cessi fuori. Le cene con i bastoncini Findus. Scoprivano la necessità di “gettarsi ammalati”, come disobbedienza civile. Una sorta di perequazione da deportazione. Disobbedienza civile, come quella prospettata dall’ideologo della Lega, il pelato professore Miglio, il pensatore che invitava a non pagare le tasse a Roma ladrona. Ma queste migliaia di emigranti, saranno sempre spaesati. Perché non sono partiti per vedere il mondo. Sono partiti perché avevano bisogno di un lavoro. In tutti quegli anni non si sono mai sentiti a casa loro. E non lo saranno mai. Non hanno dove andare e non sanno dove ritornare.</p>



<p>Il registro narrativo si alterna, passando dalla lucida elencazione statistica al parossismo narrativo surreale degno del buon Brancati. Ed ecco il Vov confortante post coito, dopo il sesso mercenario. Il rito dei fratelli di sangue nell’infantile gioco iniziatico. L’apartheid degli studenti meridionali bocciati al ginnasio dalla protervia di orribili insegnanti piemontesi. La rabbia di classe che si consumerà in un bovindo torinese al grido di: “Finestra, finestra”, una scena raccontata magistralmente, come in un film di Lina Wertmüller.</p>



<p>Il cinema è un&#8217;altra costante del romanzo. Quasi una colonna visiva. Con abilità, l’autore lo utilizza per incastonare il rosario maledetto italiano. L’omicidio di Piersanti Mattarella. I picchetti davanti i cancelli della Fiat. Il caporeparto Vincenzo Bonsignore che muore d’infarto, tentando di forzare il blocco, l’origine della “marcia dei quarantamila”. L’omicidio di Guido Rossa. Forlani che rende pubblica la lista della P2 del gran maestro Licio Gelli. L’arrivo della Mafia al nord con il clan dei Cursoti. L’omicidio di Pio La Torre. Lo sbarco della ‘Ndrangheta in Lombardia. La nascita della Lega Nord. Le scritte sui muri contro i terroni. L’arresto del socialista Mario Chiesa e Tangentopoli. La Milano da bere di Ligresti, Sindona e Berlusconi.</p>



<p>“Questo libro non è pessimista. È la realtà che è pessima”. Infatti, ancora oggi, dal 2000 al 2020, oltre due milioni e settecentomila meridionali sono andati via dal Sud. La Sicilia vanta il 41,8 % di disoccupati. Ogni giorno, continuano ad andar via 367 persone, il 33 % possiede una laurea.Il paradigma disperante è chiaro. La prima ondata migratoria girava al Sud ingenti rimesse economiche, inseguendo il sogno del ritorno. La seconda, è riuscita a sopravvivere ai margini di sconsolanti periferie metropolitane. La terza, quella che stiamo vivendo, resiste solo grazie alle rimesse dei loro genitori, economie che risalgono dal Sud al Nord. Devono svendere un appartamento di Iudeca per comprare al figlio un monolocale a Desio.</p>



<p>Un paese ci voleva per Mavalà, Commosso, Milziade, Fulippu. Non fosse che per il gusto di andarsene via.</p>
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		<title>Leonardo Sciascia, questo non è un racconto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jan 2021 09:23:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[Aldelphi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Questo non è un racconto”. È questo il titolo di un inedito di Leonardo Sciascia. L’editore Adelphi lo pubblica in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un rimando a un’opera di Denis Diderot: “Ceci n’est pas un conte”, pubblicata nel 1772. Un titolo e una storia, che sintetizzano Sciascia e il suo inconfondibile narrare. L’anniversario del centenario sciasciano è il tripudio di ricordi, riedizioni, mostre, convegni, dibattiti,&#8230;</p>
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<p>“Questo non è un racconto”. È questo il titolo di un inedito di Leonardo Sciascia. L’editore Adelphi lo pubblica in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un rimando a un’opera di Denis Diderot: “Ceci n’est pas un conte”, pubblicata nel 1772. Un titolo e una storia, che sintetizzano Sciascia e il suo inconfondibile narrare.</p>



<p>L’anniversario del centenario sciasciano è il tripudio di ricordi, riedizioni, mostre, convegni, dibattiti, streaming, lenzuolate dei giornali, aperture dei Tg, maratone radiofoniche. Ma soprattutto, il continuo fiorire di amici. Tanti amici. Quanti non ne aveva mai avuti in vita lo scrittore più eretico del Novecento italiano. Chissà cosa penserebbe Sciascia di questo tripudio. In vita, avversò ogni Chiesa, quella cattolica e quella comunista. Era contrariato dall’untuosa pratica italica di adorare santini, rendere omaggio solo dopo la morte. Ammonimento che lo scrittore siciliano pubblicò subito dopo la tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini. La stessa esortazione di Alberto Moravia nel corso del tragico funerale del poeta.</p>



<p>Dunque, questo non è un racconto, è il rimando a un grande scrittore francese. I suoi amati autori francesi. Tutti i suoi libri partivano quasi sempre da un repêchage. Questo titolo e il libro di Diderot, non sono casuali. La risposta nelle parole del filosofo francese: “Si incontravano di rado, ma si scrivevano spesso. Io cento volte ho ripetuto agli amanti: non scrivete, le lettere saranno la vostra rovina; casualmente, qualcuna, prima o poi, finirà all’indirizzo sbagliato. Il caso dà origine a tutte le possibili combinazioni di eventi e non gli occorre che del tempo per determinare quella che risulterà fatale. Qualcuno vi ha mai dato retta? E tutti hanno trovato la loro rovina”.</p>



<p>La storia è incentrata sulla disdicevole pratica dei giudizi, quasi sempre avventati e a sproposito. Chissà, forse era questo il monito finale dell’inflessibile Sciascia. Metteva in guardia dal rischio di fraintendimenti e giudizi, quasi sempre avventati e a sproposito. Forse, anche queste righe. Leonardo Sciascia era diffidente, fu guardingo per tutta la vita. Inviso ad ogni consorteria, gilda, corporazione, setta, fazione. Fu splendido eretico, permaloso, tenace, inflessibile. Come il suo fra Diego La Matina, protagonista di “Morte dell’inquisitore”. Un eremita condannato per eresia. Nel 1657, rinchiuso nelle carceri dell’Inquisizione a Palermo, durante un interrogatorio, ghermì con le manette il grande inquisitore della Sicilia, Juan Lopez de Cisneros, uccidendolo.</p>



<p>Ecco, questa è stata la cifra stilistica della scrittura sciasciana. Lo scrittore, l’intellettuale, inteso come l’homme révolté di Camus. Questo considerazioni, non già per incarnare voci fuori da coro. Sarebbe anche questo un vacuo esercizio di stile. Piuttosto, un invito guardingo alle parate mielose e caramellate.</p>



<p>Sulle sue opere sono stati versati i classici fiumi di inchiostro. Ma cosa hanno rappresentato Sciascia e i suoi libri, per le generazioni che si sono formate nel corso degli anni Sessanta? Quale è stato il contributo di questo straordinario personaggio per un territorio eccentrico come la Sicilia dell’entroterra e il Meridione? Che valore ha avuto la sua scrittura di intervento, il suo dettato esplicito, la ricerca della verità? Ecco, forse sono questi utili interrogativi.</p>



<p>I libri di Sciascia, sono stati la formazione morale per generazioni di figli e nipoti di contadini, minatori, gabellotti, operai e artigiani, maestri di scuola. Erano i primi volumi che entravano in quelle case modeste, trovavano posto nelle librerie di formica, tra gli scaffali dei tinelli. La sua, era scrittura che non si faceva orpello, consolazione. La povera gente, annotava Sciascia nella premessa alle “Parrocchie di Regalpetra”, aveva una gran fiducia nella scrittura. Dicevano: “Basta un colpo di penna”. Come a dire: “Un colpo di spada”. Credevano che un colpo vibratile ed esatto della penna, potesse bastare a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso.</p>



<p>Ecco, questo ha incarnato la scrittura, la letteratura, la stessa figura dello scrittore di Racalmuto. La scrittura non orpello, né belletto ma strumento di conoscenza, di lotta, di redenzione. Arma con la quale combattere ingiustizie, sopraffazioni, imposture.</p>



<p>La scrittura era il riscatto di generazioni di vinti, sconfitti, ultimi. Molti, grazie a questo concetto, sono diventati magistrati, maestri di scuola, sindacalisti, politici, giornalisti, scrittori, artisti. Un sommovimento potentissimo, operato in un territorio, quello dell’entroterra siciliano immobile per secoli. Paesi dalle sonorità arabe: Milena, Delia, Serradifalco, Montedoro. A cominciare dalla stessa Racalmuto, Rahl al-mudd, villaggio morto. Erano i villaggi, i paesi degli zolfatari e dei salinari, formicole che si muovevano tra i camminamenti delle pirrere, le miniere dell’Italkali. Terre di stenti e di angherie secolari. Casupole di contadini che galleggiano in un mare di gesso e zolfo, come scrive Enzo D’antona.</p>



<p>Sciascia, in questi luoghi, assume financo una connotazione sonora altra. Con un accento posto a metà. In questo entroterra siciliano è Sciàscia, con un suono lieve e aspirato. Xaxa, che in arabo è il velo da capo. Qui era nato Sciascia l’8 gennaio del 1921. Sarebbe meglio dire, 1920+1, parafrasando il titolo del suo libro “1912+1”. Si, perché l’autore de “Il giorno della civetta”, era nato in realtà nel dicembre del 1920. Ma, per rubare un anno al re, suo padre lo dichiarò all’anagrafe nel gennaio del 1921. Un escamotage invalso a quel tempo per ritardare la chiamata alla leva. Ma, come si conviene ad un uomo predestinato al racconto, il buon Nanà sarà dichiarato rivedibile, poi riformato e non dichiarato idoneo per il fronte.</p>



<p>La scrittura di Sciascia appare così particolare, insolita, eccentrica in una regione densamente popolata da autori barocchi e trabordanti. Quei libretti erano esili, essenziali. Si narra che una giornalista di grido, sottolineò con una certa sufficienza, la mancata corposità di uno dei volumi di Sciascia, appena pubblicato. E lui, accendendo l’ennesima sigaretta, aguzzando i suoi occhi aggrottati, sentenziò che era la verità. Quella magrezza però, gli era costata la fatica di un anno di scrittura e un successivo anno di sintesi.</p>



<p>Memorabili questi aneddoti sciasciani. Episodi che allontanano l’immagine stereotipata dell’intellettuale ingrigito e triste. In realtà, un uomo di spirito, attento osservatore. Ma era anche un uomo tutto di un pezzo, aspro. Come testimonia la rottura della storica amicizia con il pittore Renato Guttuso. Un episodio che, da solo testimonia il periodo storico e le due visioni del mondo. Da una parte Guttuso, intellettuale engagé. Dall’altra, l’eretico Sciascia. Da una parte il militante comunista che, con sofferenza, difende l’indifendibile posizione del suo partito. Dall’altra, l’homme révolté, che non ha nessuna intenzione di negare l’evidenza a favore di nessuna Chiesa. Un errore, che la Sinistra italiana pagò caro. Fino a giungere al tardivo e onesto ravvedimento di un suo dirigente storico, Emanuele Macaluso che, di recente, ha pubblicato un libro dal titolo: “Leonardo Sciascia e i comunisti”.</p>



<p>Questo è un racconto, invece. Narra di un viaggio da Serradifalco a Caltanissetta. Una strada tutta tornanti guadagnata a bordo di una Fiat 1100, guidata dal maestro elementare Salvaore Petix. I capelli, annegati in un doppio strato di brillantina Linetti. I pesanti occhiali di bachelite. La cartella di cuoio. La vettura gremita da un numero imprecisato di suoi studenti. La leva del cambio che gratta scalando le marce. L’arrivo in piazza Garibaldi a Caltanissetta. Il plotone di serradifalchesi, guadagna il corso Umberto I. Non prima di una sosta ai tavolini del mitico caffè Romano. Un assalto, ai limiti della lussuria, ai rollò con ricotta, fino a guadagnare la perla di pasta reale incastonata al centro. La marcia degli intrepidi riprende. Pochi metri, a sinistra del monumento equestre al re piemontese, le vetrine della libreria di Salvatore Sciascia. L’appuntamento è con il direttore della rivista “Galleria”. Dopo l’ampio stanzone invaso di libri, un pertugio in fondo. Una saletta, minuscola quanto uno stato d’animo. A stento, tra le volute di una coltre di fumo indefinibile, un signore minuto, l’eleganza composta. Accenna un sorriso socchiudendo gli occhi. Aspira con avidità la bianca Chesterfiel, e sembra svanire nella nuvola color tortora.</p>
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		<title>Nando Dalla Chiesa: il primato delle istituzioni su tutto. La scuola di mio padre è questa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Ferri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Sep 2020 14:16:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ricorrono oggi i cento anni dalla nascita (27 settembre 1920) di Carlo Alberto dalla Chiesa. Quando si incominciano a festeggiare i centenari, l’esercizio della memoria compie un salto di qualità: dalla storia recente alla “grande” storia. Qual è, professore, il posto del Generale nella storia della Repubblica Italiana?Mio padre sta dentro tutta la storia della Repubblica, non c’è un momento in cui non ce lo trovi. Non per caso, ma&#8230;</p>
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<p><strong>Ricorrono oggi i cento anni dalla nascita (27 settembre 1920) di Carlo Alberto dalla Chiesa. Quando si incominciano a festeggiare i centenari, l’esercizio della memoria compie un salto di qualità: dalla storia recente alla “grande” storia. Qual è, professore, il posto del Generale nella storia della Repubblica Italiana?</strong><br>Mio padre sta dentro tutta la storia della Repubblica, non c’è un momento in cui non ce lo trovi. Non per caso, ma perché è lui che si offre in prima linea quando ci sono gli incarichi difficili. O da volontario, perché nessuno risponde alle chiamate del Governo, come quando va a Corleone per combattere le formazioni criminali del bandito Giuliano, o perché il Governo chiama direttamente lui, come dopo l’omicidio di Moro. Quando avevo sedici anni gli chiesero dove avrebbe desiderato andare, una volta promosso colonnello, da Milano, e lui rispose: Bolzano o Palermo, cioè le due postazioni più a rischio in Italia. Una si confrontava con l’allora terrorismo altoatesino, che era molto agguerrito, l’altra con la mafia della Sicilia Occidentale (poi alla fine decise per Palermo). Questo fatto mi colpì molto. Si contano sulle dita di quattro mani le persone che nella storia italiana si sono trovate esposte su tanti fronti: a partire da quando torna dal Montenegro e partecipa alla lotta di liberazione, lo troviamo in tutti i passaggi decisivi della storia della Repubblica. Dagli anni Quaranta ai primi anni Ottanta, lui c’è. A volte per ottenere dei successi, a volte per essere, diciamo così, umiliato.</p>



<p><strong>Per esempio?</strong><br>Quando c’è l’aria del golpe con Segni, mio padre viene spedito, in un giorno, da Roma alla caserma degli allievi carabinieri di complemento di Torino. Viene messo di fatto fuori servizio.</p>



<p><strong>Diceva dei passaggi decisivi della storia della Repubblica in cui troviamo suo padre, può provare a elencarne qualcuno?</strong><br>C’è nella lotta al banditismo, non soltanto quello siciliano, ma anche quello campano. Due tipi diversi di banditismo, perché la vicenda di Giuliano costituisce un tema nazionale: alle spalle c’è la minaccia secessionista-indipendentista della Sicilia e c’è la mafia. È un grumo di illegalità che si sostengono l’una con l’altra, minacciando la storia della Repubblica.</p>



<p><strong>Poi?</strong><br>Negli anni Sessanta lo troviamo a Milano, capitale economica, che conosce le forme di criminalità da benessere: non più la criminalità comune, ma una criminalità arrogante, che chiede ai carabinieri nuove modalità di governo dell’ordine pubblico. Quando viene promosso colonnello, a Milano, è il primo cui danno il comando unificato di Milano e Provincia (prima si divideva il comando del comune capoluogo da quello della provincia), proprio per le sue idee di controllo del territorio, che implicavano una certa unitarietà d’azione, appunto, tra città, hinterland e provincia. Un’altra intuizione di mio padre, in quegli anni, è l’introduzione delle radiomobili, uno strumento di intervento rapido, immediato, ben diverso dalle antiche stazioni dei carabinieri nei paesi (che per altro lui amava).</p>



<p><strong>Anche la storia dei conflitti sociali lo vede presente.</strong><br>Sì, e non soltanto quando il conflitto sociale si manifesta nella forma acuita e patologica del terrorismo, ma anche quando si tratta del conflitto duro nelle piazze. Non gliel’ho mai sentito dire pubblicamente, ma ricordo che con me lui si vantava di avere accettato anche le biglie lanciate dagli operai della Breda in piazza Duomo, senza reagire, perché sapeva quali erano i problemi sociali che avevano alle spalle. La durezza della repressione inconsulta non ce l’ha nella sua vicenda.</p>



<p><strong>La DIA ha curato la riproduzione in copia anastatica, del Rapporto Sangiorgi (redatto a fine Ottocento dall’allora Questore di Palermo Ermanno Sangiorgi) e del Rapporto dei 114 (che porta la firma dell’allora Colonnello Carlo Alberto dalla Chiesa e di altri valenti investigatori, redatto un secolo dopo). Il Direttore della DIA ha parlato di due fotografie di una mafia diversa, ma sotto certi punti di vista sempre identica a se stessa. Verrebbe da aggiungere che non solo le fotografie, ma anche i “fotografi” e gli scenari si somigliano: sia Sangiorgi che dalla Chiesa ritornano a Palermo con l’intenzione e il mandato, almeno ufficialmente, di combattere davvero la mafia. Entrambi ce ne lasciano un quadro molto dettagliato (ben prima delle rivelazioni di Buscetta), entrambi incontrano feroci ostilità all’interno degli ambienti che dovrebbero supportarli. Sembra che, in Italia, per quanto riguarda la mafia e la lotta alla mafia, ci sia uno schema che si ripete. Perché?</strong><br>Si ripete perché la mafia ha una sua identità. Ne ho parlato anche oggi a lezione: il carattere degli italiani non è cambiato. Gli italiani hanno la corruzione in testa. Nonostante tutto quello che è accaduto, nonostante l’educazione alla legalità, nonostante i cambiamenti politici, il passaggio dalla dittatura alla libertà, da una dimensione nazionale autarchica alla dimensione europea internazionale. Corrotti sono nella testa. Gli elementi culturali sono lunghi da cambiare, ma non lunghi nel senso che ci vogliono dieci anni: ci vogliono i secoli. E la mafia, se tu ci pensi, usa sempre lo stesso linguaggio, è quel che dico ai miei studenti.</p>



<p><strong>Quale linguaggio?</strong><br>La mafia è “terra e fuoco”, due dei quattro elementi della filosofia greca. Sì ma poi, si dice, è passata dal latifondo alla città; ma in città che cosa fa? I piani regolatori, costruisce: sempre la terra. E oggi, in Lombardia? Si occupa di movimento terra. E i rifiuti? Sempre di gestione della terra si tratta. È sempre lì: il cuore del suo potere è la terra. E il suo linguaggio è sempre l’incendio. Non sanno usare un altro linguaggio: gli viene naturale. È la prima cosa che pensano: il fuoco, attraverso l’incendio. Che è la cosa più facile, più vigliacca e la più devastante. La mafia è questo, e poi tutto il resto sono orpelli. A parte che dicono (e scrivono anche) tante fesserie su cambiamenti che non ci sono: dicono che mandano i figli all’estero, nelle scuole migliori, quando invece li fanno laureare con raccomandazione a Reggio Calabria. Uno dei Pelle si è fatto nove esami in quarantacinque giorni. Poi qualcuno che va all’estero a studiare c’è, indubbiamente, ma c’era anche prima. Non è che adesso ci sono falangi di figli di mafiosi che vanno a studiare a Oxford e a Boston. Un’altra che dicono è che, adesso, vanno in giro “in doppio petto”… ma sai che ho rivisto le scene del maxiprocesso: sono tutti nelle gabbie con la cravatta. Soprattutto nel processo di Agrigento: sono tutti nelle gabbie con giacca e cravatta.</p>



<p><strong>#EranoSemi è l’hashtag di una di una bella campagna comunicativa di WikiMafia, dedicata alle vittime innocenti di tutte le mafie. Anche il Generale dalla Chiesa si è rivelato, contro il pronostico dei suoi carnefici, “un seme”. Quali frutti ha dato?</strong><br>Intanto il primato delle istituzioni su tutto: la sua scuola è questa. E la famiglia non si contrappone all’istituzione: la famiglia serve a dare più forza a chi rappresenta l’istituzione e serve per educare nuove generazioni a rispettare l’istituzione. Noi viviamo questo rapporto in modo alternativo: o curi la famiglia o curi il bene pubblico. “Ma che cosa state dicendo?”, sembra rispondere mio padre con la sua esperienza: “La mia famiglia mi ha aiutato a difendere le istituzioni e io ho insegnato in famiglia che bisogna difendere le istituzioni”. Questa credo che sia una grande lezione dal punto di vista dell’antropologia politica e dell’antropologia della cultura civile.</p>



<p><strong>Il generale viene ricordato anche per la sua straordinaria capacità di costruire squadre.</strong><br>È sua la lezione del saper affrontare i grandi problemi “con quello che c’è”. Ma chi avrebbe mai pensato che l’analisi del terrorismo sarebbe stata più lucida in giovanissimi sottufficiali che venivano dal Sud che in grandi intellettuali che insegnavano nelle università del Nord? Mio padre è riuscito a mettere insieme persone che non avevano un alto grado di istruzione e le ha condotte a produrre fatti di altissimo livello. Perché quei carabinieri, quando arrivavano qui (spesso venendo da paesi del Sud), non è che avessero studiato pane e politica, non è che avessero studiato storia delle ideologie politiche, ma imparavano a mettersi al servizio di un progetto che non riusciva ad avvalersi delle migliori intelligenze del Paese, questo è un dato di fatto.</p>



<p><strong>Cosa ha insegnato?</strong><br>Ha insegnato che a volte le cose grandi si fanno con persone piccole per noi, che evidenziano la loro grandezza nel momento in cui si impegnano e ottengono dei risultati. Se qualcuno mi dovesse chiedere chi capiva davvero il terrorismo allora, risponderei che pochissimi intellettuali capivano il terrorismo, pochissimi. Perché c’erano quelli che sposavano la tesi che il terrorismo sarebbe diventato una variabile costante nella politica europea; c’erano quelli che erano convinti che fosse l’effetto dello sfruttamento in fabbrica. Mio padre ne diede un’altra analisi, i suoi ne diedero un’altra analisi, e fu un’analisi vincente: era un’idea di presa del potere. Che non nasceva né dallo sfruttamento in fabbrica né da una condizione quasi fatale della politica in Europa alla fine del Novecento. Per me è stato importante, è stato un maestro per tanti aspetti, anche, anzi soprattutto, quando non voleva esserlo: le persone le vedi agire, le vedi pensare. E impari.</p>
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