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	<title>Malattia Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Malattia Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>L’amaro viale del tramonto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2021 16:24:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Mentre vivevo gioventù ed età adulta, progettavo ed eseguivo sogni e ambizioni, ho pensato a tutto, anche al naufragio per il sopraggiungere di impedimenti, malattia o morte improvvisa, ma mai, proprio mai, ho pensato che sarei finito qui dove mi vedi”. L’anziano signore lo incontriamo in una di quelle case che si dicono di “riposo” e invece sono, realisticamente, di “attesa” che morte sopravvenga. Le appelliamo anche case “serene”, “ville&#8230;</p>
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<p>“Mentre vivevo gioventù ed età adulta, progettavo ed eseguivo sogni e ambizioni, ho pensato a tutto, anche al naufragio per il sopraggiungere di impedimenti, malattia o morte improvvisa, ma mai, proprio mai, ho pensato che sarei finito qui dove mi vedi”.</p>



<p>L’anziano signore lo incontriamo in una di quelle case che si dicono di “riposo” e invece sono, realisticamente, di “attesa” che morte sopravvenga. Le appelliamo anche case “serene”, “ville serene”, anche se di sereno c’è solo il cielo che tutto sovrasta e generosamente copre.</p>



<p>Non c’è livore, ribellione o certificazione d’ingratitudine per chi è rimasto ad abitare la casa naturale o la villa allestita per risiedervi fino all’ultimo. C’è appena la tristissima constatazione che già questa nuova sistemazione è un regalo, dopo aver calcolato che due più due fa quattro. Rimanere nella propria dimora era impossibile.</p>



<p>Ma lo strappo, lo strappo è stato quasi un morire prima di morire e raggiungere una nuova residenza equivale a finire in un punto di non ritorno.</p>



<p>Qualche altra volta può accadere che sulla soglia dell’anzianità la visione è finanche nitida: ospite in una casa serena è mèta messa a bilancio. Ma neanche in tal caso il dolore provocato dallo strappo è meno intenso.</p>



<p>Da quando abbiamo assegnato illusoriamente alla città il ruolo dove la vita si vive a guisa di una retta (senza inizio e senza fine), abbiamo anche ospedalizzato la nascita e la morte. Forse dovevamo, per un’idea di progresso, forse anche di sanità e persino di igiene. Ma ciò non toglie che in città arriviamo belli e fatti e dalla città ci portano via un po’ prima del dovuto.</p>



<p>Sono trascorsi decenni da quando questo percorso è diventato automatico, ma non per questo è convinzione metabolizzata. Restano sempre residui nell’animo che sanno di espulsione, autocritica fin quasi a sentirsi d’ingombro, disturbo e intralcio.</p>



<p>Chi debba prendere decisioni rispetto agli anziani ha finanche il cuore diviso, neanche loro avevano previsto, anche loro si sono trovati dinanzi a scelte ineluttabili.</p>



<p>Si può partire (da casa) epperò non necessariamente morire: gli anziani agli occhi dei più giovani e figli e nipoti agli occhi degli anziani?</p>



<p>E’ quanto dovremo saper progettare, già oggi e non domani. Per esempio: case-albergo di piccole dimensioni, costruite in ciascun comune; in numero più adeguato nelle città; non certamente in luoghi isolati, lontani dalle voci e dal calore umano. </p>



<p>In qualche località italiana è possibile rinvenire case per anziani accanto a palestre e campi sportivi per giovani dilettanti. Quelle voci, quel variopinto mondo che scalpita fa compagnia. E non è detto che disturba. Eccola qui la parola che gli anziani amano: disturbare. Se sono disturbati sono anche considerati.</p>



<p>In una casa di riposo, dove per collocazione territoriale il riposo è anche troppo, si reca due domeniche al mese un gruppo di giovani e adulti, disposti a tutto: dall’aiuto all’igiene personale al servizio mensa; dalla disponibilità all’ascolto all’animazione ricreativa. Gli anziani stanno meglio e i giovani raccontano meraviglie di quello che accade loro nei giorni a seguire. </p>



<p>Giovani che adottano anziani e anziani che adottano giovani. Non si sa bene chi giova a chi, se appena si registra che l’avventura dura da anni e che alcuni giovani padri vi hanno imbarcato vispi pargoletti.</p>



<p>La sciagura più pesante è subire “casa serena”, farla passare per una specie di località destinata alla rottamazione. Qual è il segnale che ciò sia avvenuto?</p>



<p>Semplice. Quando gli anziani raccontano agli estranei visite e poi visite, telefonate e telefonate, doni e ancora doni che riceverebbero dai congiunti. Nella maggior parte dei casi si tratta di esagerazioni (non è quella la frequenza); in altri casi prevale la pietosa bugia; in taluni altri di gigantesche scuse per non dichiarare veri e propri abbandoni.</p>



<p>La pandemia ha scoperto il lembo del mantello, e così siamo riusciti a constatare la povertà esistenziale di tante case serene. Di sereno c’è poco, molto poco. Di inquietante, molto di più. Il boato del virus ha infranto i vetri di quelle finestre. C’è molto da guardare e tanto da progettare. Ma non per coloro che nelle case di riposo già si trovano. No. Se vogliamo intervenire in tempo è per preparare un futuro per noi che adesso, in qualche modo, ne trattiamo.</p>
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		<title>Non ho l&#8217;età</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Apr 2021 07:52:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[AstraZeneca]]></category>
		<category><![CDATA[biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Fragili]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle chiamate di gruppo, con le mie amiche, che fanno da surrogato agli incontri in presenza, il &#8220;Tu l&#8217;hai fatto?&#8221; ha sostituito il &#8220;Come stai? Ciao, come va?&#8221; ed è l&#8217;unica volta che con rammarico riconosciamo di non essere abbastanza vecchie, ottantenni o ultra. All’inizio del piano vaccinale ho telefonato al mio medico di base per chiedere come dovevo procedere. Quanti anni ha? 73, Ma è una ragazza, stiamo vaccinando&#8230;</p>
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<p>Nelle chiamate di gruppo, con le mie amiche, che fanno da surrogato agli incontri <em>in presenza</em>, il <em>&#8220;Tu l&#8217;hai fatto?&#8221;</em> ha sostituito il <em>&#8220;Come stai? Ciao, come va?&#8221;</em> ed è l&#8217;unica volta che con rammarico riconosciamo di non essere abbastanza vecchie, ottantenni o ultra.</p>



<p>All’inizio del piano vaccinale ho telefonato al mio medico di base per chiedere come dovevo procedere. <em>Quanti anni ha? 73, Ma è una ragazza, stiamo vaccinando gli over 80.</em> Per mia fortuna (?) rientro però in una categoria di fragili e la prima dose l’ho fatta.</p>



<p><em>L’hai fatta? Fortunata te</em>, ribadisce Maria Teresa, che ha solo 76 anni e nessuna grave patologia presente o pregressa da sfoggiare. Chissà se valgono le coliche renali che ho avuto. Può darsi, e non hai il colesterolo e la pressione alta? Non contano, ci voleva una bella polmonite o un qualsiasi tumore. Peccato! Peccato!</p>



<p>Dopo il “Tu l’hai fatto?” seguito dall’affermativo, si dispiega il dibattito su <em>“Ma quale hai fatto?”</em> se dici <strong>Astrazeneca </strong>sei guardato con sufficienza, quasi un proletario della sanità, sei hai fatto <strong>Pfizer </strong>non c’è male, ma se hai fatto <strong>Moderna </strong>sei guardato con considerazione <em>“Quello del Presidente”</em>.</p>



<p>La terza è, tradotta in italiano aulico, <em>“C’era casino?”</em> La solita disorganizzazione, assembramento, fila, confusione. Sembrava di essere in Germania, ordine, disciplina, precisione al minuto. Solo una breve attesa, una fila distanziata, medici gentili. Piacevole, in tutto questo isolamento finalmente ci si ritrova con un po’ di gente, fai due chiacchiere nel quarto d’ora di osservazione. La solita burocrazia italiana.</p>



<p>E da qui sorge obbligatoria la domanda quarta <em>“Ma hai visto quanti moduli si devono compilare?”</em> Mi ci è voluta una serata. Io mi sono fatta aiutare dai nipotini che a sbarrare le caselle se ne intendono. Peggio di un esame. Per fortuna era tutto giusto.</p>



<p>La quinta, <em>“Hai avuto qualche reazione?”</em> Nessuna, tranne naturalmente il dolore al braccio. Io sono stata malissimo, febbre, nausea, capogiri. Io solo un giorno di debolezza. Io ancora non mi riprendo. Io non me ne sono nemmeno accorta. Per poco non morivo.</p>



<p>E giù una serie di dotte diagnosi <em>Dipende dal bagaglio genetico. È questione di suggestione. È differente secondo il tipo di vaccino. Incide andare soggetti ai raffreddori. È influenzata dalla latitudine. Nasce dalle difese immunitarie acquisite da piccoli. Da come ti trovi in quei giorni. Dall’essere vegani.</em> Resto del parere che se qualcosa può andare storto lo farà, chiosa Maria Teresa fanatica discepola di Murphy.</p>



<p>Segue la domanda provocatoria<em> &#8220;Ma voi ai furbetti che fareste?&#8221;</em> E qui dipende dagli umori, dallo sfinimento, dalla preparazione giuridica, dalla visione di vita, dalla fantasia, dal tempo che ci resta prima di preparare la cena.</p>



<p>Ma la domanda vera, con l’aggiunta di un sospiro, è sempre la stessa da più di un anno &#8220;Quando finirà?&#8221; Nell’attesa che finirà, perché finirà, mi faccio una bella tisana rilassante, così mi metto tranquilla in poltrona aspettando le reazioni che verranno o magari no, e per restare in tema rileggo un bel libro che, guarda caso, mi ha regalato un giovane medico, <strong>“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”</strong>, non fosse altro che per l’epigrafe “<em>Parlare delle malattie è un intrattenimento da Mille e una notte” (W. Osler)</em></p>



<p><strong>Patologia:</strong> lieve disturbo istrionico della personalità con tendenza a pretendere più cura degli altri.</p>



<p><strong>Terapia:</strong> personalissimo vaccino di fiducia sotto forma di tisana alle erbe rilassanti accompagnato dalla lettura dei numerosi casi clinici narrati da Oliver Sacks. Nel libro i pazienti si raccontano al loro medico e lui raccoglie queste storie non come casi clinici, ma come avventure, perché fra le tante avventure che la vita riserva c’è anche quella nel misterioso mondo della malattia.</p>
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		<title>Gesualdo Bufalino, ieri e oggi nella Sicilia &#8220;ammiscata&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Palazzolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2020 11:38:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Comiso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ammiscari. Così il siciliano dice il contagio, la trasmissione della malattia per prossimità e contatto. Ma ammiscari vuol dire anche mescolare e mescolarsi. Gesualdo Bufalino, lo scrittore comisano che in questi giorni – il 15 novembre –avrebbe compiuto il secolo di vita, se la morte non lo avesse raggiunto il 14 giugno del 1996, chiosa con il protagonista di Diceria dell’untore questo cortocircuito semantico: «Significa che c’è un travaso di&#8230;</p>
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<p><em>Ammiscari</em>. Così il siciliano dice il contagio, la trasmissione della malattia per prossimità e contatto. Ma <em>ammiscari </em>vuol dire anche mescolare e mescolarsi.</p>



<p>Gesualdo Bufalino, lo scrittore comisano che in questi giorni – il 15 novembre –avrebbe compiuto il secolo di vita, se la morte non lo avesse raggiunto il 14 giugno del 1996, chiosa con il protagonista di <em>Diceria dell’untore</em> questo cortocircuito semantico: «Significa che c’è un travaso di sé nell’altro, altrettanto mistico, forse, di quello di due altre assai diverse solennità: voglio dire la comunione col sacro nell’ostia; e la confusione, su un letto, di due corpi amici».</p>



<p>Il romanzo che nel 1981 fece conoscere al pubblico l’autore sessantenne, con un esordio tardivo e folgorante, è frutto di una lunga maturazione attraverso cui la reale esperienza biografica del ricovero per tisi nel sanatorio della Conca d’Oro diventa una specola privilegiata. La malattia si rivela stigma e stemma, marchio d’infamia e segno di distinzione, in ogni caso «scoperta di quel sentimento di morte» che genera e alimenta la scrittura bufaliniana. </p>



<p>In giorni scanditi dallo stillicidio dei bollettini di ricoveri e contagi e pervasi dall’angoscia per l’apparente inanità dei nostri sforzi nel contrastare la diffusione della pandemia, Bufalino ci viene in soccorso con il guizzo dello scrittore malpensante che «accarezza i nodi dentro di sé, senza risolversi a tagliarli con un’energica scure».</p>



<p>Dai suoi diuturni conti con il Manzoni della Colonna infame ricava «il dilemma che ogni coscienza si pone di fronte al male del mondo: se negare la Provvidenza o accusarla» e ce ne consegna una lezione camuffata con ironica sapienza letteraria. Guarda all’isola, che è stata per lui tana e clausura, e ne mostra la costituzione plurale, ibrida, cangiante, «mischia di lutto e di luce», isola per geografia ma continente per storia. <em>Ammiscata</em>, mescolata appunto, e in questa molteplice vitalità ci riconosciamo.</p>
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