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	<title>Netanyahu Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Netanyahu Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Due popoli, due Stati? Ne manca uno</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/05/21/nannicini-due-popoli-due-stati-ne-manca-uno/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Nannicini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 May 2021 15:04:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due popoli, due Stati. Si dice. Lo dice la politica italiana di fronte al dramma mediorientale, che&#160;sembra sempre uguale a sé stesso, ma che è più diverso di quanto appaia. Questo sapore di “déjà vu” del nostro dibattito lascia un senso di frustrazione, perché lava la nostra coscienza mentre recitiamo le nostre cantilene, ma non porta niente di nuovo (e di utile) a chi soffre. È bene porsi il problema&#8230;</p>
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<p>Due popoli, due Stati. Si dice. Lo dice la politica italiana di fronte al dramma mediorientale, che&nbsp;sembra sempre uguale a sé stesso, ma che è più diverso di quanto appaia. Questo sapore di “déjà vu” del nostro dibattito lascia un senso di frustrazione, perché lava la nostra coscienza mentre recitiamo le nostre cantilene, ma non porta niente di nuovo (e di utile) a chi soffre. È bene porsi il problema ora che si annuncia una tregua che purtroppo rischia di lasciare presto il campo ad altri conflitti armati; una tregua rispetto alla quale Unione Europea e Italia non hanno giocato alcun ruolo.</p>



<p>Due popoli, due Stati. D’accordo, ma aggiungiamo due postille. La prima è che ne manca all’appello uno, di Stati: quello del popolo palestinese. E che la politica di quello che c’è, Israele, rischia di allontanare ogni soluzione “bistatuale”. Lo so, la colpa è dei paesi arabi e dei palestinesi che non accettarono quella soluzione nel 1947 e nel 1967, e di chi ancora oggi predica la distruzione dello Stato d’Israele. Tutto vero. L’ho ripetuto mille volte anch’io. Ed è uno dei tanti motivi per cui anni fa mi sono avvicinato a “Sinistra per Israele”. Ma vogliamo svegliarci e dire che il tempo è passato per tutti, anche per noi? </p>



<p>Oggi le politiche di Netanyahu per la colonizzazione “etnica” di territori che non appartengono allo Stato d’Israele secondo il diritto internazionale rischiano di mettere una pietra tombale su qualsiasi ipotesi di Stato palestinese. Il punto è: come pensiamo di fermarlo? Questo è il problema che condiziona il presente.</p>



<p>Questo vecchio&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/giovannifontana/2012/11/19/la-mappa-bugiarda-su-israele-e-palestina/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo di Giovanni Fontana sul Post</a>&nbsp;demistifica la propaganda anti-israeliana, di chi vorrebbe che l’unico Stato che oggi c’è scomparisse dalle cartine geografiche. Quell’analisi, però, mette in luce che l’attuale aggressività d’Israele non è solo sproporzionata ma mal indirizzata, e rischia di affossare per sempre qualsiasi soluzione. Senza dimenticare che c’è un muro che non viene usato solo per difendersi, ma per alimentare miseria e povertà dall’altra parte.</p>



<p>La seconda postilla è che quella formula non vuol dire che servono due Stati “etnici” ma due società aperte. E la politica di Netanyahu ormai da anni va in un’altra, terribile direzione. Non è solo David Ben Gurion a rigirarsi nella tomba, ma anche Zeev Jabotinsky. Pure la destra israeliana ha sempre sottolineato che la prospettiva nazionale doveva andare a braccetto con l’universalismo dei diritti.</p>



<p>Netanyahu sta rottamando l’ingrediente democratico ed egualitario — nel senso di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge — del movimento sionista. Sancire per legge che Israele è lo “stato nazionale del popolo ebraico” non è stata solo una rivendicazione di principio, ma ha portato a concrete, inumane discriminazioni razziali.</p>



<p>Per questo nella crisi attuale quello che dovrebbe spaventare di più non sono i razzi di Hamas, ma le violenze interne della popolazione araba d’Israele, esacerbate anche del risentimento creato da politiche di apartheid. Per carità: dobbiamo combattere con tutte le nostre forze l’antisemitismo che si cela in tante proteste contro Israele in giro per l’Europa, ma questa denuncia sarà più forte se verrà accompagnata da una condanna concreta, non solo a parole, delle scelte che preparano uno Stato etnico e religioso.</p>



<p>Quando ho visitato Israele e i territori palestinesi per la prima volta, mi ricordo l’ansia che mi aggrediva dopo ogni conversazione, che ruotava intorno a un solo argomento: il fatto che ogni pietra che visitavamo, ogni luogo, dimostrava che “c’erano prima loro” (chiunque fosse il “loro” che parlava). Da noi i giovani dirigenti di partito studiano legge o economia, lì archeologia. </p>



<p>È la storia che non passa, che si fa presenza immanente, ti toglie il respiro e ti impedisce di vivere. L’unico momento (fugace) in cui quell’ansia e quel senso di oppressione mi hanno abbandonato è stato in un campetto di calcio, con bambine e bambini, israeliani e arabi, che rincorrevano insieme una palla. Una palla che corre al posto di pietre che ti schiacciano. La vita che fa capolino.</p>



<p>Forse è il tempo di cambiare come “parliamo” di quel dramma. Perché le parole hanno un loro potere. Dimentichiamoci anche noi un po’ della storia e delle nostre preferenze, e guardiamo negli occhi il presente, per quanto duro e difficile possa essere. E forse è anche il tempo di non limitarci alle parole, ma fare opere che possano raggiungere quelle bambine e quei bambini, aiutarli a costruire un futuro diverso per loro e per le loro terre.</p>
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		<title>Biden e la strada (accidentata) della diplomazia con l’Iran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Dec 2020 13:44:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le speranze del nuovo presidente americano Joe Biden di resuscitare l’accordo nucleare iraniano potrebbero essere già andate in fumo. L’assassinio della scorsa settimana dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh (in un’operazione segreta che, a quel che si dice, si è servita di una mitragliatrice montata su un furgone e controllata da remoto), ha assestato un nuovo colpo all’orgoglio iraniano dopo l’uccisione, in gennaio, del generale Qasem Soleimani in uno strike aereo.&#8230;</p>
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<p>Le speranze del nuovo presidente americano Joe Biden di resuscitare l’accordo nucleare iraniano potrebbero essere già andate in fumo. L’assassinio della scorsa settimana dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh (in un’operazione segreta che, a quel che si dice, si è servita di una mitragliatrice montata su un furgone e controllata da remoto), ha assestato un nuovo colpo all’orgoglio iraniano dopo l’uccisione, in gennaio, del generale Qasem Soleimani in uno strike aereo. </p>



<p>Va da sé che i due incidenti potrebbero mandare all’aria ogni prospettiva di un rilancio della diplomazia. Non per caso, Mark Fitzpatrick, ex executive director dell’International Institute for Strategic Studies, ha subito twittato: «La ragione per assassinare Fakhrizadeh non era ostacolare il potenziale bellico dell’Iran, era ostacolare la diplomazia».</p>



<p>I leader clericali iraniani ora sono, infatti, alle prese con un dilemma. Devono reagire in modo aggressivo (contro il paese accusato di aver perpetrato l’attentato, e cioè Israele) e rischiare una escalation dannosa con gli Stati Uniti? O devono invece assorbire il colpo, politicamente molto imbarazzante, e sperare che il dialogo con Biden possa allentare le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump che hanno strangolato l’economia iraniana?</p>



<p>Oltretutto, molto probabilmente il presidente Donald Trump reagirebbe ad una eventuale azione militare iraniana; e altrettanto probabilmente un conflitto finirebbe per regalare a Biden una crisi immediata (e una bella gatta da pelare) e per uccidere nella culla anche qualsiasi negoziato tra Washington e Teheran. Questa è una delle ragioni per cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si è sempre opposto all’accordo nucleare, potrebbe avere ordinato l’attentato a Fakhrizadeh.</p>



<p>I falchi americani rivendicano che la politica della «massima pressione» che Trump ha applicato nei confronti dell’Iran dopo il ritiro americano, nel 2018, dall’accordo nucleare concluso dall’amministrazione Obama (che perfino l’intelligence americana aveva detto che Tehran stava rispettando), offre ora a Biden un nuovo vantaggio nella trattativa con l’Iran. Ma da allora, secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 12 novembre scorso, Tehran ha accumulato 12 volte la quantità di uranio arricchito permesso dall’accordo del 2015, ed è molto vicina al punto in cui potrebbe dotarsi davvero di una bomba nucleare. Inoltre, le sanzioni americane, nonostante abbiano inflitto terribili sofferenze economiche, non hanno incoraggiato in alcun modo il cambiamento di regime auspicato dai fautori della linea dura.</p>



<p>Resta il fatto che, anche se Biden volesse ritornare all’accordo nucleare del 2015 («il modo più intelligente», come ha sottolineato, di affrontare «la minaccia rappresentata dall’Iran»), è l’idea stessa di ritornare alla diplomazia (che resta indubbiamente la cosa migliore da fare) che ha subito un colpo dopo l’altro: prima con lo strike ordinato da Trump che ha ucciso Soleimani ed ora con l’assassinio dello scienziato nucleare. </p>



<p>Inoltre, non sarà facile neppure per gli iraniani moderati e pragmatici persuadere qualcuno dei vantaggi di nuovo accordo con gli Stati Uniti, considerato che, quasi certamente, un futuro presidente repubblicano si affretterebbe a gettarlo alle ortiche. Senza contare che, nel frattempo, dalle elezioni iraniane dell’anno prossimo potrebbero uscire un nuovo presidente integralista che si oppone al dialogo con gli Stati Uniti; e che, anche negli Stati Uniti (e in Israele), gli avversari dell’accordo potrebbero rendere a Biden la vita impossibile, impedendogli di collaborare con l’Iran.</p>



<p>Se la strada della diplomazia dovesse rivelarsi impraticabile, il futuro presidente americano si troverebbe di fronte ad una scelta terribile: vivere con la possibilità di una bomba atomica iraniana o ordinare un’azione militare che potrebbe dare avvio ad una nuova disastrosa guerra in Medioriente.</p>
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		<title>Trump festeggia gli Accordi di Abramo. L’alba di un nuovo Medio Oriente?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2020 11:31:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Martedì scorso, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i ministri degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed Al-Nahyan, e del Bahrein, Abdullatif al-Zayani, si sono incontrati con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per suggellare la normalizzazione dei rapporti tra i loro paesi. La cerimonia ha sancito indiscutibilmente un passo di portata storica. Che il presidente americano abbia davvero negoziato un «trattato di pace» è tuttavia&#8230;</p>
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<p>Martedì scorso, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i ministri degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed Al-Nahyan, e del Bahrein, Abdullatif al-Zayani, si sono incontrati con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per suggellare la normalizzazione dei rapporti tra i loro paesi. La cerimonia ha sancito indiscutibilmente un passo di portata storica. Che il presidente americano abbia davvero negoziato un «trattato di pace» è tuttavia meno pacifico.</p>



<p>Quando Israele firmò gli accordi di pace con l’Egitto nel 1970 e con la Giordania nel 1994, quegli accordi hanno messo fine a decenni di ostilità e a innumerevoli guerre tra quei paesi. Ma Israele non è mai stata in guerra con gli Emirati Arabi Uniti o con il Bahrein e pertanto le nuove intese sono, di fatto, diverse dagli accordi di pace precedenti. Si tratta, più che di trattati di pace veri e propri, di intese volte alla normalizzazione dei rapporti, che mirano a stabilire formali relazioni diplomatiche tra due paesi che non sono mai stati in guerra tra loro.</p>



<p>Va detto che, almeno con gli Emirati Arabi Uniti, le relazioni tra i cittadini dei due paesi dovrebbero diventare più amichevoli. Si tratta di una differenza importante rispetto alla perdurante ostilità nei confronti di Israele che si registra nelle strade egiziane e giordane nonostante accordi di pace vecchi di decenni. Quella del Bahrein, nel quale una popolazione a maggioranza sciita potrebbe ancora protestare contro l’accordo, è una storia diversa.</p>



<p>Ovviamente, Israele aveva già stabilito relazioni riservate con gli Emirati Arabi Uniti ed il Bahrein, stimolate, negli ultimi anni, da una mutua alleanza di fatto contro l’Iran. Ed è stato proprio in questo conflitto con l’Iran che Trump ha visto l’occasione per avvicinare Israele agli Stati arabi. Sia gli Emirati Arabi Uniti che il Bahrein sono governi musulmani sunniti, in contrasto con la leadership sciita e l’espansionismo regionale dell’Iran e Israele si è schierato con fermezza dalla parte degli Stati sunniti del Golfo.</p>



<p>Resta da chiedersi in che modo questi accordi, riusciranno ad influenzare il conflitto israelo-palestinese. Da un lato, l’intesa con gli Emirati Arabi Uniti ha fermato la prevista annessione di parti della Cisgiordania da parte di Israele. Il che sarebbe stato un colpo mortale per la soluzione dei due Stati. Ma i palestinesi ritengono di essere stati traditi ed è improbabile che siano disposti a dialogare con una visione del Medioriente (quella dell’amministrazione Trump) fortemente sbilanciata verso Israele. Non bisogna, dunque, aspettarsi grandi progressi in merito al conflitto più intrattabile della regione solo perché Israele, gli Emirati Arabi Uniti ed il Bahrein ora vanno d’accordo.</p>



<p>Trump ha avuto comunque la sua cerimonia per la firma alla Casa Bianca, che, a distanza di 49 giorni dalle elezioni, lo ha rafforzato nella convinzione di essere un grande pacemaker ed un grande dealmaker. L’amministrazione americana senza dubbio ha il merito di aver favorito la normalizzazione diplomatica tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, così come tra Israele e il Bahrein. Tuttavia, gli accordi raggiunti sono anche il segno del cambiamento delle dinamiche geopolitiche nella regione. Non è un mistero per nessuno che è stata la potenziale minaccia dell’Iran sciita ad indurre gli Stati a guida sunnita a prendere in considerazione il loro comune interesse con Israele e a stabilizzare le nuove suddivisioni in Medio Oriente.</p>



<p>Diversi caveat indicano però che la cerimonia di Trump nel South Lawn della Casa Bianca non è del tutto all’altezza di quelle degli anni passati. In primo luogo non è chiaro che prezzo abbia dovuto pagare l’amministrazione americana per celebrare, a poche settimane dalle elezioni, il trionfo del presidente. Il genero di Trump, Jared Kushner, ha tuttavia fatto capire chiaramente che gli Stati Uniti invieranno gli F-35 agli Emirati Arabi Uniti nonostante le obiezioni israeliane. In secondo luogo, in realtà l’accordo di martedì maschera il mancato raggiungimento, da parte dell’amministrazione americana, della pace israelo-palestinese progettata da Kushner. E l’affermazione del presidente che i palestinesi muoiono dalla voglia di salire a bordo va presa con beneficio d’inventario.</p>



<p>Va da sé che è difficile che arrivi un apprezzamento bipartisan, ma nel valutare l’accordo, l’ex segretaria di stato Madeline Albright (che ha prestato servizio con Bill Clinton) e l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley (che ha prestato servizio con George W. Bush), hanno scritto su Politico Magazine che vale la pena sostenere la strategia di Trump.</p>



<p>Non deve sorprendere che i palestinesi non siano contenti, scrivono Albright e Hadley, ma questi accordi potrebbero consentire legami arabo-israeliani più profondi attraverso la cooperazione economica, un più semplice ritiro americano dalla regione e ulteriori concessioni israeliane contro l’annessione e in favore di uno Stato palestinese. Specie se, nella prospettiva di accordi simili, altri paesi arabi condizioneranno il riconoscimento di Israele ai passi compiuti sulla questione. «Comprendiamo che molti americani restino pessimisti», scrivono Albright e Hadley. «Ma se queste azioni dovessero riuscire, potrebbero offrire la piattaforma di cui c’è bisogno per progredire in direzione di un Medio Oriente pacifico e prospero».</p>



<p>Certo, si tratta di politica estera, un tema che in America (come dappertutto) è considerato di poco peso nelle elezioni presidenziali. Ma non è un caso che la campagna del presidente americano stia sfruttando al massimo anche la candidatura di Trump al Nobel (sorvolando sul fatto che è stata proposta da un eccentrico parlamentare norvegese ultra-conservatore). Si tratta pur sempre di show business, un campo nel quale Trump eccelle.</p>
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