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	<title>Novecento Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Novecento Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Casa Preti: anche la luna partecipa del sole e della terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 16:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[Androginia]]></category>
		<category><![CDATA[Casa Preiti]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni qual volta si consuma uno stato di crisi, inesorabilmente la civiltà occidentale tende all’antico. Basti pensare all’arte del secondo novecento, all’atteggiamento assunto dalla maggior parte degli italiani in corrispondenza con le disillusioni seguite alla fine utopica del 1968. Con alcune anticipazioni che meditavano l’arte rinascimentale e barocca nei primi anni sessanta (Giulio Paolini, E, 1963; Claudio Parmiggiani, La notte, 1964, Giosetta Fioroni, Nascita di una Venere, 1965), la più&#8230;</p>
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<p>Ogni qual volta si consuma uno stato di crisi, inesorabilmente la civiltà occidentale tende all’antico. Basti pensare all’arte del secondo novecento, all’atteggiamento assunto dalla maggior parte degli italiani in corrispondenza con le disillusioni seguite alla fine utopica del 1968. </p>



<p>Con alcune anticipazioni che meditavano l’arte rinascimentale e barocca nei primi anni sessanta (Giulio Paolini, <em>E</em>, 1963; Claudio Parmiggiani, <em>La notte</em>, 1964, Giosetta Fioroni, <em>Nascita di una Venere</em>, 1965), la più parte dei nostri artisti ritornava alla civiltà greca e romana nel furore della contestazione (Michelangelo Pistoletto, <em>Venere degli stracci</em>, 1967), calcinando la propria arte nell’esercizio del multiplo, emulo postmoderno della copia da originali ellenici.</p>



<p>Nell’ambito della moda gli stati di crisi spesso corrispondono con fenomeni di androginia e <em>cross dressing</em> che avvicinano fortemente maschile e femminile in un unico spettro performativo. Anche qui gli esempi non mancano. Facile ricordare la civiltà Hippy in quegli anni formidabili, quando si sperimentava la caduta delle barriere sessuali in seno alla famiglia, tra gli studenti, tra gli operai, immaginando un futuro di pace universale contro l’atomica, la guerra fredda, la Corea, il Vietnam. </p>



<p>Era un periodo di conflitti profondi che metteva contro padri e figli, situazione antiborghese che, da adolescenti, almeno una volta nella vita abbiamo sperato di vedere risolta in un finale alla <em>Zebriskie Point</em> (1970). Allora i ragazzi e le ragazze indossavano, sui capelli lunghi e gli ornamenti etnici, pantaloni a zampa d’elefante, camicie di tela indiana, ponchos ed eskimi. Ma si trattava di abbracci irrisolti che nel lungo periodo hanno generato, loro malgrado, ulteriori livelli di conflitto e incomunicabilità. In tal senso è emblematico <em>The nude restaurant</em> di Andy Wahrol (1967), dove l’apparente libertà dei corpi di due giovani amanti stride con la povertà e l’omologazione linguistica, verbale e sensuale al lessico dei consumi in un volgare fastfood.</p>



<p>Per ritrovare un contesto in cui femminile e maschile si confondono, lasciandoci intravedere un ‘futuro anteriore’ di soli pari, senza più conflitti di genere, finalmente uniti in un unico afflato, bisogna risalire ai miti di fondazione culturale dell’antica Grecia. Il passo più elevato è un noto discorso di Aristofane, riferito da Platone nel <em>Simposio </em>(<em>Platone. Opere complete</em>, Laterza ed., Roma-Bari 19885, vol. 3, XIV, 189-190, p. 165):</p>



<p class="has-text-align-left" style="font-size:14px"><em>Bisogna innanzi tutto che sappiate qual è la natura dell’uomo e quali prove ha sofferto; perché l’antichissima nostra natura non era come l’attuale, ma diversa. In primo luogo l’umanità comprendeva tre sessi, no due come ora, maschio e femmina, ma se ne aggiungeva un terzo partecipe di entrambi di cui ora è rimasto il nome, mentre la cosa si è perduta. Era allora l’androgino, un sesso a sé, la cui forma e nome partecipavano del maschio e della femmina: ora non è rimasto che il nome che suona vergogna. </em></p>



<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<p style="font-size:14px"><em>In secondo luogo, la forma degli umani era un tutto pieno: la schiena e i fianchi a cerchio, quattro bracci e quattro gambe, due volti del tutto uguali sul collo cilindrico, e una sola testa sui due volti, rivolti in senso opposto; e con quattro orecchie, due sessi, e tutto il resto analogamente, come è facile immaginare da quanto s’è detto. […]. Dunque i sessi erano tre e così fatti perché il genere maschile discendeva in origine dal sole, il femminile dalla terra, mentre l’altro, partecipe di entrambi, dalla luna, perché anche la luna partecipa del sole e della terra.</em></p>
</div></div>



<p>Dal mito antropogonico in avanti, i tentativi più concreti di dar nuova vita a un essere primigenio non dimediato sono stati compiuti, a mio avviso, dalla civiltà dandy. Risuona ancora l’auspicio di Jules A. Barbey d’Aurevilly (<em>Del Dandysmo e di George Brummel</em>, a cura di Mario Ubaldini, Passigli Ed., Firenze 1993, p. 102), che auspica per la futura umanità un egalitarismo di genere trascendente le differenze sessuali:</p>



<p style="font-size:14px"><em>Nature doppie e multiple, di sesso intellettuale incerto, nelle quali la grazia è ancor più grazia nella forza, e la forza si riconosce anche nella grazia, androgini della Storia, nonché della Favola, e dei quali Alcibiade fu il tipo più bello nella più bella nazione.</em></p>



<p>L’autore ci prospetta una precisa via: l’insieme dei lineamenti nell’essere perfetto non dovrà apparire fisico o psicologico ma noetico e culturale. Il dandy è androgino nella testa più che nel corpo, figura estetica con la sostanza divina di chi ha elevato il proprio spirito oltre i limiti della carne, quale che essa sia. Come un asceta bizantino, lui/lei ci invita a entrare nudi e angelicati nello spazio sacro di una religione laica senza tempo.</p>



<p>A tal proposito, mi pare che un giovane brand incarni meglio di altri la lunga sinusoide della civiltà dandy nel contemporaneo: <a href="https://casa-preti.myshopify.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Casa Preti</a>, fondata a Palermo nel 2017 da Mattia Piazza e Steve Galley. Il marchio propone un’allure fondata sul principio d’indeterminatezza derivante dalla lezione platonica originaria. </p>



<p>Nella collezione A.I. 2020/21 dal significativo titolo <strong><em>Ama</em></strong>, essa mette a nudo la propria matrice non dimediata, richiamando nelle proposte maschili e femminili una serie di tratti condivisi, facendosi portavoce di una missione culturale più volte annunciata nei sistemi di moda contemporanei ma mai pienamente accolta. </p>



<p>Casa Preti affida il tema dell’androginia alla doppia radice semantica della destrutturazione e dell’empatia, con riferimenti iconografici all’essere platonico primigenio, d’un lato, alle <em>Connessioni </em>(1967) e ai <em>Canali segnici</em> (1968) di Franz Erhard Walther, dall’altro. Essa affonda le mani nell’indeterminatezza di genere che ha caratterizzato alcuni momenti della nostra età moderna, indeterminatezza che nella moda è possibile accostare al bisogno di classicità nei tempi di crisi.</p>
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		<title>Leonardo Sciascia, questo non è un racconto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jan 2021 09:23:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Questo non è un racconto”. È questo il titolo di un inedito di Leonardo Sciascia. L’editore Adelphi lo pubblica in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un rimando a un’opera di Denis Diderot: “Ceci n’est pas un conte”, pubblicata nel 1772. Un titolo e una storia, che sintetizzano Sciascia e il suo inconfondibile narrare. L’anniversario del centenario sciasciano è il tripudio di ricordi, riedizioni, mostre, convegni, dibattiti,&#8230;</p>
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<p>“Questo non è un racconto”. È questo il titolo di un inedito di Leonardo Sciascia. L’editore Adelphi lo pubblica in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un rimando a un’opera di Denis Diderot: “Ceci n’est pas un conte”, pubblicata nel 1772. Un titolo e una storia, che sintetizzano Sciascia e il suo inconfondibile narrare.</p>



<p>L’anniversario del centenario sciasciano è il tripudio di ricordi, riedizioni, mostre, convegni, dibattiti, streaming, lenzuolate dei giornali, aperture dei Tg, maratone radiofoniche. Ma soprattutto, il continuo fiorire di amici. Tanti amici. Quanti non ne aveva mai avuti in vita lo scrittore più eretico del Novecento italiano. Chissà cosa penserebbe Sciascia di questo tripudio. In vita, avversò ogni Chiesa, quella cattolica e quella comunista. Era contrariato dall’untuosa pratica italica di adorare santini, rendere omaggio solo dopo la morte. Ammonimento che lo scrittore siciliano pubblicò subito dopo la tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini. La stessa esortazione di Alberto Moravia nel corso del tragico funerale del poeta.</p>



<p>Dunque, questo non è un racconto, è il rimando a un grande scrittore francese. I suoi amati autori francesi. Tutti i suoi libri partivano quasi sempre da un repêchage. Questo titolo e il libro di Diderot, non sono casuali. La risposta nelle parole del filosofo francese: “Si incontravano di rado, ma si scrivevano spesso. Io cento volte ho ripetuto agli amanti: non scrivete, le lettere saranno la vostra rovina; casualmente, qualcuna, prima o poi, finirà all’indirizzo sbagliato. Il caso dà origine a tutte le possibili combinazioni di eventi e non gli occorre che del tempo per determinare quella che risulterà fatale. Qualcuno vi ha mai dato retta? E tutti hanno trovato la loro rovina”.</p>



<p>La storia è incentrata sulla disdicevole pratica dei giudizi, quasi sempre avventati e a sproposito. Chissà, forse era questo il monito finale dell’inflessibile Sciascia. Metteva in guardia dal rischio di fraintendimenti e giudizi, quasi sempre avventati e a sproposito. Forse, anche queste righe. Leonardo Sciascia era diffidente, fu guardingo per tutta la vita. Inviso ad ogni consorteria, gilda, corporazione, setta, fazione. Fu splendido eretico, permaloso, tenace, inflessibile. Come il suo fra Diego La Matina, protagonista di “Morte dell’inquisitore”. Un eremita condannato per eresia. Nel 1657, rinchiuso nelle carceri dell’Inquisizione a Palermo, durante un interrogatorio, ghermì con le manette il grande inquisitore della Sicilia, Juan Lopez de Cisneros, uccidendolo.</p>



<p>Ecco, questa è stata la cifra stilistica della scrittura sciasciana. Lo scrittore, l’intellettuale, inteso come l’homme révolté di Camus. Questo considerazioni, non già per incarnare voci fuori da coro. Sarebbe anche questo un vacuo esercizio di stile. Piuttosto, un invito guardingo alle parate mielose e caramellate.</p>



<p>Sulle sue opere sono stati versati i classici fiumi di inchiostro. Ma cosa hanno rappresentato Sciascia e i suoi libri, per le generazioni che si sono formate nel corso degli anni Sessanta? Quale è stato il contributo di questo straordinario personaggio per un territorio eccentrico come la Sicilia dell’entroterra e il Meridione? Che valore ha avuto la sua scrittura di intervento, il suo dettato esplicito, la ricerca della verità? Ecco, forse sono questi utili interrogativi.</p>



<p>I libri di Sciascia, sono stati la formazione morale per generazioni di figli e nipoti di contadini, minatori, gabellotti, operai e artigiani, maestri di scuola. Erano i primi volumi che entravano in quelle case modeste, trovavano posto nelle librerie di formica, tra gli scaffali dei tinelli. La sua, era scrittura che non si faceva orpello, consolazione. La povera gente, annotava Sciascia nella premessa alle “Parrocchie di Regalpetra”, aveva una gran fiducia nella scrittura. Dicevano: “Basta un colpo di penna”. Come a dire: “Un colpo di spada”. Credevano che un colpo vibratile ed esatto della penna, potesse bastare a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso.</p>



<p>Ecco, questo ha incarnato la scrittura, la letteratura, la stessa figura dello scrittore di Racalmuto. La scrittura non orpello, né belletto ma strumento di conoscenza, di lotta, di redenzione. Arma con la quale combattere ingiustizie, sopraffazioni, imposture.</p>



<p>La scrittura era il riscatto di generazioni di vinti, sconfitti, ultimi. Molti, grazie a questo concetto, sono diventati magistrati, maestri di scuola, sindacalisti, politici, giornalisti, scrittori, artisti. Un sommovimento potentissimo, operato in un territorio, quello dell’entroterra siciliano immobile per secoli. Paesi dalle sonorità arabe: Milena, Delia, Serradifalco, Montedoro. A cominciare dalla stessa Racalmuto, Rahl al-mudd, villaggio morto. Erano i villaggi, i paesi degli zolfatari e dei salinari, formicole che si muovevano tra i camminamenti delle pirrere, le miniere dell’Italkali. Terre di stenti e di angherie secolari. Casupole di contadini che galleggiano in un mare di gesso e zolfo, come scrive Enzo D’antona.</p>



<p>Sciascia, in questi luoghi, assume financo una connotazione sonora altra. Con un accento posto a metà. In questo entroterra siciliano è Sciàscia, con un suono lieve e aspirato. Xaxa, che in arabo è il velo da capo. Qui era nato Sciascia l’8 gennaio del 1921. Sarebbe meglio dire, 1920+1, parafrasando il titolo del suo libro “1912+1”. Si, perché l’autore de “Il giorno della civetta”, era nato in realtà nel dicembre del 1920. Ma, per rubare un anno al re, suo padre lo dichiarò all’anagrafe nel gennaio del 1921. Un escamotage invalso a quel tempo per ritardare la chiamata alla leva. Ma, come si conviene ad un uomo predestinato al racconto, il buon Nanà sarà dichiarato rivedibile, poi riformato e non dichiarato idoneo per il fronte.</p>



<p>La scrittura di Sciascia appare così particolare, insolita, eccentrica in una regione densamente popolata da autori barocchi e trabordanti. Quei libretti erano esili, essenziali. Si narra che una giornalista di grido, sottolineò con una certa sufficienza, la mancata corposità di uno dei volumi di Sciascia, appena pubblicato. E lui, accendendo l’ennesima sigaretta, aguzzando i suoi occhi aggrottati, sentenziò che era la verità. Quella magrezza però, gli era costata la fatica di un anno di scrittura e un successivo anno di sintesi.</p>



<p>Memorabili questi aneddoti sciasciani. Episodi che allontanano l’immagine stereotipata dell’intellettuale ingrigito e triste. In realtà, un uomo di spirito, attento osservatore. Ma era anche un uomo tutto di un pezzo, aspro. Come testimonia la rottura della storica amicizia con il pittore Renato Guttuso. Un episodio che, da solo testimonia il periodo storico e le due visioni del mondo. Da una parte Guttuso, intellettuale engagé. Dall’altra, l’eretico Sciascia. Da una parte il militante comunista che, con sofferenza, difende l’indifendibile posizione del suo partito. Dall’altra, l’homme révolté, che non ha nessuna intenzione di negare l’evidenza a favore di nessuna Chiesa. Un errore, che la Sinistra italiana pagò caro. Fino a giungere al tardivo e onesto ravvedimento di un suo dirigente storico, Emanuele Macaluso che, di recente, ha pubblicato un libro dal titolo: “Leonardo Sciascia e i comunisti”.</p>



<p>Questo è un racconto, invece. Narra di un viaggio da Serradifalco a Caltanissetta. Una strada tutta tornanti guadagnata a bordo di una Fiat 1100, guidata dal maestro elementare Salvaore Petix. I capelli, annegati in un doppio strato di brillantina Linetti. I pesanti occhiali di bachelite. La cartella di cuoio. La vettura gremita da un numero imprecisato di suoi studenti. La leva del cambio che gratta scalando le marce. L’arrivo in piazza Garibaldi a Caltanissetta. Il plotone di serradifalchesi, guadagna il corso Umberto I. Non prima di una sosta ai tavolini del mitico caffè Romano. Un assalto, ai limiti della lussuria, ai rollò con ricotta, fino a guadagnare la perla di pasta reale incastonata al centro. La marcia degli intrepidi riprende. Pochi metri, a sinistra del monumento equestre al re piemontese, le vetrine della libreria di Salvatore Sciascia. L’appuntamento è con il direttore della rivista “Galleria”. Dopo l’ampio stanzone invaso di libri, un pertugio in fondo. Una saletta, minuscola quanto uno stato d’animo. A stento, tra le volute di una coltre di fumo indefinibile, un signore minuto, l’eleganza composta. Accenna un sorriso socchiudendo gli occhi. Aspira con avidità la bianca Chesterfiel, e sembra svanire nella nuvola color tortora.</p>
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		<title>Potevo farlo anche io! Il cittadino comune e l&#8217;arte del Novecento.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2020 16:18:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Musei]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Davanti a un taglio di Lucio Fontana, all&#8217;ascolto di una partitura di Stockhausen, ad un tentativo destrutturante di Perec, guardando basiti Carmelo Bene in delirio. Quando ancora, nel 2020, affermiamo assertivi: &#8220;potevo farla anche io. Com&#8217;era semplice e bella l&#8217;arte del passato!&#8221; A tali domande di comune sentire oppongo un legittimo dubbio e dico: ne sei sicuro, buon padre di famiglia che cammini smarrito tra i corridoi di una Galleria&#8230;</p>
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<p>Davanti a un taglio di Lucio Fontana, all&#8217;ascolto di una partitura di Stockhausen, ad un tentativo destrutturante di Perec, guardando basiti Carmelo Bene in delirio. Quando ancora, nel 2020, affermiamo assertivi: &#8220;potevo farla anche io. Com&#8217;era semplice e bella l&#8217;arte del passato!&#8221; A tali domande di comune sentire oppongo un legittimo dubbio e dico: ne sei sicuro, buon padre di famiglia che cammini smarrito tra i corridoi di una Galleria d&#8217;arte contemporanea? Se ti dicessi che dietro l&#8217;apparente semplicità di un Raffaello si cela una quantità di significati coltissimi e nascosti, da fare impallidire l&#8217;action painting di Pollock; che la lettura e la comprensione (la comprensione!) della Divina commedia sono di un&#8217;arditezza estrema; che all&#8217;ascolto di un gregoriano d&#8217;età medievale rischieresti di smarrirti come in un labirinto. Se, infine, ti costringessi a considerare tutte le implicazioni e i rimandi classicisti dell&#8217;Orfeo di Monteverdi o del Macbeth di Verdi, saresti ancora sicuro che l&#8217;arte del passato, così semplice, così piana all&#8217;apparenza, sia maggiormente comprensibile di un Quadrato nero su fondo bianco?</p>



<p>O forse non sarebbe meglio accettare la propria caduta verso il fondo del barile, fino alla raschiatura, e da lì risalire con un atteggiamento più curioso, paziente ed interessato a questo novecento così vilipeso dalla nostra grassa ignoranza? Perché, a ben vedere, anche se tu non lo sai, l&#8217;attuazione della civiltà costituzionale che garantisce tanto a te quanto a me la pubblica istruzione, la sanità pubblica, il pubblico impiego (tutto ciò che è patrimonio della polis contemporanea, per dirla in breve), deve molto &#8211; per quanto strano possa sembrarti &#8211; anche ai Pasolini, ai Montale, ai Nono, ai Kounellis, agli Stratos, agli Eco, ai Vedova, ai Fontana, ai Ronconi di turno. Perché oggi, a bocce ferme, avremmo tutti gli strumenti necessari per comprendere appieno il ruolo svolto dalle avanguardie storiche e dalle neo avanguardie nella composizione (faticosissima, per nulla scontata) di una società che possa dirsi moderna, repubblicana, democratica, egalitaria, ecumenica e cosmopolita. Quella res pubblica in cui tanto io quanto tu possiamo spararle grosse senza che qualcuno ci venga sotto casa la sera a manganellarci e portarci al confino.</p>



<p>Allora, quando alla prossima gita aziendale ti ritroverai davanti a un apparente pasticcio di colori, fermati un altro poco a pensare. Nel tragitto che ti porta verso l&#8217;indigesto museo d&#8217;arte contemporanea, leggi qualche libro in più e qualche cronaca sportiva o rivista mondana in meno. Alla plutocrazia (sic) degli smartphone e dei social opponi (è questa l&#8217;impresa eroica e più ardita, pensa un po&#8217;, a cui saresti chiamato) un minuto di sana contemplazione e sospensione del giudizio. La vita ti apparirà più sapida e quel secolo in cui sei nato tuo malgrado, meno ostile e incomunicante di quanto tu possa credere e trasmettere ai figli.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/07/03/vicari-cittadino-comune-arte-novecento/">Potevo farlo anche io! Il cittadino comune e l&#8217;arte del Novecento.</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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