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	<title>Occidente Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Jan 2023 09:41:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Care concittadine e cari concittadini,un anno addietro, rivolgendomi a voi in questa occasione, definivo i sette anni precedenti come impegnativi e complessi.Lo è stato anche l’anno trascorso, così denso di eventi politici e istituzionali di rilievo. L’elezione del Presidente della Repubblica, con la scelta del Parlamento e dei delegati delle Regioni che, in modo per me inatteso, mi impegna per un secondo mandato.Lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni&#8230;</p>
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<p>Care concittadine e cari concittadini,<br>un anno addietro, rivolgendomi a voi in questa occasione, definivo i sette anni precedenti come impegnativi e complessi.<br>Lo è stato anche l’anno trascorso, così denso di eventi politici e istituzionali di rilievo.</p>



<p>L’elezione del Presidente della Repubblica, con la scelta del Parlamento e dei delegati delle Regioni che, in modo per me inatteso, mi impegna per un secondo mandato.<br>Lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni politiche, tenutesi, per la prima volta, in autunno.<br>Il chiaro risultato elettorale ha consentito la veloce nascita del nuovo governo, guidato, per la prima volta, da una donna.</p>



<p>E’ questa una novità di grande significato sociale e culturale, che era da tempo matura nel nostro Paese, oggi divenuta realtà.<br>Nell’arco di pochi anni si sono alternate al governo pressoché tutte le forze politiche presenti in Parlamento, in diverse coalizioni parlamentari.<br>Quanto avvenuto le ha poste, tutte, in tempi diversi, di fronte alla necessità di misurarsi con le difficoltà del governare.</p>



<p>Riconoscere la complessità, esercitare la responsabilità delle scelte, confrontarsi con i limiti imposti da una realtà sempre più caratterizzata da fenomeni globali: dalla pandemia alla guerra, dalla crisi energetica a quella alimentare, dai cambiamenti climatici ai fenomeni migratori.<br>La concretezza della realtà ha così convocato ciascuno alla responsabilità.<br>Sollecita tutti ad applicarsi all’urgenza di problemi che attendono risposte.</p>



<p>La nostra democrazia si è dimostrata dunque, ancora una volta, una democrazia matura, compiuta, anche per questa esperienza, da tutti acquisita, di rappresentare e governare un grande Paese.</p>



<p>E’ questa consapevolezza, nel rispetto della dialettica tra maggioranza e opposizione, che induce a una comune visione del nostro sistema democratico, al rispetto di regole che non possono essere disattese, del ruolo di ciascuno nella vita politica della Repubblica.<br>Questo corrisponde allo spirito della Costituzione.</p>



<p>Domani, primo gennaio, sarà il settantacinquesimo anniversario della sua entrata in vigore.<br><strong>La Costituzione resta la nostra bussola, il suo rispetto il nostro primario dovere</strong>; anche il mio.</p>



<p>Siamo in attesa di accogliere il nuovo anno ma anche in queste ore il pensiero non riesce a distogliersi dalla guerra che sta insanguinando il nostro Continente.<br>Il 2022 è stato l’anno della folle guerra scatenata dalla Federazione russa. La risposta dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente è stata un pieno sostegno al Paese aggredito e al popolo ucraino, il quale con coraggio sta difendendo la propria libertà e i propri diritti.</p>



<p>Se questo è stato l’anno della guerra, dobbiamo concentrare gli sforzi affinché il 2023 sia l’anno della fine delle ostilità, del silenzio delle armi, del fermarsi di questa disumana scia di sangue, di morti, di sofferenze.<br>La pace è parte fondativa dell’identità europea e, fin dall’inizio del conflitto, l’Europa cerca spiragli per raggiungerla nella giustizia e nella libertà.<br>Alla pace esorta costantemente Papa Francesco, cui rivolgo, con grande affetto, un saluto riconoscente, esprimendogli il sentito cordoglio dell’Italia per la morte del Papa emerito Benedetto XVI.</p>



<p>Si prova profonda tristezza per le tante vite umane perdute e perché, ogni giorno, vengono distrutte case, ospedali, scuole, teatri, trasformando città e paesi in un cumulo di rovine. Vengono bruciate, per armamenti, immani quantità di risorse finanziarie che, se destinate alla fame nel mondo, alla lotta alle malattie o alla povertà, sarebbero di sollievo per l’umanità.</p>



<p>Di questi ulteriori gravi danni, la responsabilità ricade interamente su chi ha aggredito e non su chi si difende o su chi lo aiuta a difendersi.<br>Pensiamoci: se l’aggressione avesse successo, altre la seguirebbero, con altre guerre, dai confini imprevedibili.<br>Non ci rassegniamo a questo presente.<br>Il futuro non può essere questo.</p>



<p>La speranza di pace è fondata anche sul rifiuto di una visione che fa tornare indietro la storia, di un oscurantismo fuori dal tempo e dalla ragione. Si basa soprattutto sulla forza della libertà. Sulla volontà di affermare la civiltà dei diritti.<br>Qualcosa che è radicato nel cuore delle donne e degli uomini. Ancor più forte nelle nuove generazioni.<br>Lo testimoniano le giovani dell’Iran, con il loro coraggio. Le donne afghane che lottano per la loro libertà. Quei ragazzi russi, che sfidano la repressione per dire il loro no alla guerra.</p>



<p>Gli ultimi anni sono stati duri. Ciò che abbiamo vissuto ha provocato o ha aggravato tensioni sociali, fratture, povertà.<br>Dal Covid &#8211; purtroppo non ancora sconfitto definitivamente – abbiamo tratto insegnamenti da non dimenticare.<br>Abbiamo compreso che la scienza, le istituzioni civili, la solidarietà concreta sono risorse preziose di una comunità, e tanto più sono efficaci quanto più sono capaci di integrarsi, di sostenersi a vicenda. Quanto più producono fiducia e responsabilità nelle persone.<br>Occorre operare affinché quel presidio insostituibile di unità del Paese rappresentato dal Servizio sanitario nazionale si rafforzi, ponendo sempre più al centro la persona e i suoi bisogni concreti, nel territorio in cui vive.</p>



<p>So bene quanti italiani affrontano questi mesi con grandi preoccupazioni. L’inflazione, i costi dell’energia, le difficoltà di tante famiglie e imprese, l’aumento della povertà e del bisogno.<br>La carenza di lavoro sottrae diritti e dignità: ancora troppo alto è il prezzo che paghiamo alla disoccupazione e alla precarietà.<br>Allarma soprattutto la condizione di tanti ragazzi in difficoltà. La povertà minorile, dall’inizio della crisi globale del 2008 a oggi, è quadruplicata.<br>Le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese – tra Nord e Meridione, per le isole minori, per le zone interne &#8211; creano ingiustizie, feriscono il diritto all’uguaglianza.</p>



<p>Ci guida ancora la Costituzione, laddove prescrive che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ledono i diritti delle persone, la loro piena realizzazione. Senza distinzioni.<br><strong>La Repubblica siamo tutti noi. Insieme.</strong></p>



<p>Lo Stato nelle sue articolazioni, le Regioni, i Comuni, le Province. Le istituzioni, il Governo, il Parlamento. Le donne e gli uomini che lavorano nella pubblica amministrazione. I corpi intermedi, le associazioni. La vitalità del terzo settore, la generosità del volontariato.</p>



<p>La Repubblica – la nostra Patria – è costituita dalle donne e dagli uomini che si impegnano per le loro famiglie.<br>La Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte perché questo serve a far funzionare l’Italia e quindi al bene comune.</p>



<p>La Repubblica è nel sacrificio di chi, indossando una divisa, rischia per garantire la sicurezza di tutti. In Italia come in tante missioni internazionali.<br>La Repubblica è nella fatica di chi lavora e nell’ansia di chi cerca il lavoro. Nell’impegno di chi studia. Nello spirito di solidarietà di chi si cura del prossimo. Nell’iniziativa di chi fa impresa e crea occupazione.</p>



<p>Rimuovere gli ostacoli è un impegno da condividere, che richiede unità di intenti, coesione, forza morale.<br>E’ grazie a tutto questo che l’Italia ha resistito e ha ottenuto risultati che inducono alla fiducia.</p>



<p>La nostra capacità di reagire alla crisi generata dalla pandemia è dimostrata dall’importante crescita economica che si è avuta nel 2021 e nel 2022.<br>Le nostre imprese, a ogni livello, sono state in grado, appena possibile, di ripartire con slancio: hanno avuto la forza di reagire e, spesso, di rinnovarsi.<br>Le esportazioni dei nostri prodotti hanno tenuto e sono anzi aumentate.</p>



<p>L’Italia è tornata in brevissimo tempo a essere meta di migliaia di persone da ogni parte del mondo. La bellezza dei nostri luoghi e della nostra natura ha ripreso a esercitare una formidabile capacità attrattiva.<br>Dunque ci sono ragioni concrete che nutrono la nostra speranza ma è necessario uno sguardo d’orizzonte, una visione del futuro.</p>



<p>Pensiamo alle nuove tecnologie, ai risultati straordinari della ricerca scientifica, della medicina, alle nuove frontiere dello spazio, alle esplorazioni sottomarine. Scenari impensabili fino a pochi anni fa e ora davanti a noi.<br>Sfide globali, sempre.</p>



<p>Perché è la modernità, con il suo continuo cambiamento, a essere globale.<br>Ed è in questo scenario, per larghi versi inedito, che misuriamo il valore e l’attualità delle nostre scelte strategiche: l’Europa, la scelta occidentale, le nostre alleanze. La nostra primaria responsabilità nell’area che definiamo Mediterraneo allargato. Il nostro rapporto privilegiato con l’Africa.</p>



<p>Dobbiamo stare dentro il nostro tempo, non in quello passato, con intelligenza e passione.<br>Per farlo dobbiamo cambiare lo sguardo con cui interpretiamo la realtà. Dobbiamo imparare a leggere il presente con gli occhi di domani.</p>



<p>Pensare di rigettare il cambiamento, di rinunciare alla modernità non è soltanto un errore: è anche un’illusione. Il cambiamento va guidato, l’innovazione va interpretata per migliorare la nostra condizione di vita, ma non può essere rimossa.</p>



<p>La sfida, piuttosto, è <strong>progettare il domani con coraggio.</strong><br>Mettere al sicuro il pianeta, e quindi il nostro futuro, il futuro dell’umanità, significa affrontare anzitutto con concretezza la questione della transizione energetica.</p>



<p>L’energia è ciò che permette alle nostre società di vivere e progredire. Il complesso lavoro che occorre per passare dalle fonti tradizionali, inquinanti e dannose per salute e ambiente, alle energie rinnovabili, rappresenta la nuova frontiera dei nostri sistemi economici.</p>



<p>Non è un caso se su questi temi, e in particolare per l’affermazione di una nuova cultura ecologista, registriamo la mobilitazione e la partecipazione da parte di tanti giovani.</p>



<p>L’altro cambiamento che stiamo vivendo, e di cui probabilmente fatichiamo tuttora a comprendere la portata, riguarda la trasformazione digitale.<br>L’uso delle tecnologie digitali ha già modificato le nostre vite, le nostre abitudini e probabilmente i modi di pensare e vivere le relazioni interpersonali. Le nuove generazioni vivono già pienamente questa nuova dimensione.</p>



<p>La quantità e la qualità dei dati, la loro velocità possono essere elementi posti al servizio della crescita delle persone e delle comunità. Possono consentire di superare arretratezze e divari, semplificare la vita dei cittadini e modernizzare la nostra società.<br>Occorre compiere scelte adeguate, promuovendo una cultura digitale che garantisca le libertà dei cittadini.</p>



<p>Il terzo grande investimento sul futuro è quello sulla scuola, l’università, la ricerca scientifica. E’ lì che prepariamo i protagonisti del mondo di domani. Lì che formiamo le ragazze e i ragazzi che dovranno misurarsi con la complessità di quei fenomeni globali che richiederanno competenze adeguate, che oggi non sempre riusciamo a garantire.</p>



<p>Il Piano nazionale di ripresa e resilienza spinge l’Italia verso questi traguardi. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione.<br>Lo dobbiamo ai nostri giovani e al loro futuro.</p>



<p>Parlando dei giovani vorrei – per un momento &#8211; rivolgermi direttamente a loro:<br>siamo tutti colpiti dalla tragedia dei tanti morti sulle strade.<br>Troppi ragazzi perdono la vita di notte per incidenti d’auto, a causa della velocità, della leggerezza, del consumo di alcol o di stupefacenti.<br>Quando guidate avete nelle vostre mani la vostra vita e quella degli altri. Non distruggetela per un momento di imprudenza.<br>Non cancellate il vostro futuro.</p>



<p>Care concittadine e cari concittadini,<br><strong>guardiamo al domani con uno sguardo nuovo. Guardiamo al domani con gli occhi dei giovani. Guardiamo i loro volti, raccogliamo le loro speranze. Facciamole nostre.</strong></p>



<p>Facciamo sì che il futuro delle giovani generazioni non sia soltanto quel che resta del presente ma sia il frutto di un esercizio di coscienza da parte nostra. Sfuggendo la pretesa di scegliere per loro, di condizionarne il percorso.</p>



<p><strong>La Repubblica vive della partecipazione di tutti.</strong><br>E’ questo il senso della libertà garantita dalla nostra democrazia.<br>E’ anzitutto questa la ragione per cui abbiamo fiducia.<br><strong>Auguri!</strong></p>
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		<title>Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2022 15:06:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale. Putin sta, insomma, dall’altra parte della barricata e converrebbe tenerlo presente. Converrebbe anche alla Lega. Ma, dicevamo, bisogna farsene una ragione. E come scrive la redazione del Washington Post, “gli italiani dovrebbero pensarci due volte prima di fare un regalo del genere a Putin.</p>
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<p>Che abbiano preso i soldi dalla Russia o che l’abbiano fatto “gratuitamente”, senza compenso; che, insomma, se lo siano scelto per professione o l’abbiano fatto per passione, é da un pezzo che i nazionalisti e i populisti conservatori, sia negli Stati Uniti che in Europa, stanno con Putin. Perché? Perché vedono in Putin un potenziale alleato, in quanto hanno gli stessi obiettivi politici e le loro priorità internazionali sono le stesse: la difesa dei valori tradizionali, il nazionalismo, l’opposizione all’islam e puntano a smantellare l’integrazione economica globale, indebolire l’Europa e combattere la secolarizzazione delle società occidentali.</p>



<p>Anche i consiglieri di alto livello di Trump come Stephen Bannon, il chief strategist della Casa Bianca, e il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, hanno espresso (ricordate?) punti di vista molto simili. I populisti conservatori come Marine Le Pen o Matteo Salvini guardano all’avversione di Putin nei confronti delle istituzioni globali come a un modello da imitare per ritornare alla “sovranità nazionale” in opposizione alla cooperazione multilaterale e all’integrazione. E Putin da tempo (in particolare dopo il suo ritorno alla presidenza russa nel 2012) si é posizionato come un baluardo dei valori conservatori, specialmente in opposizione ai diritti degli omosessuali e come alternativa, in linea con i precetti religiosi, ai paesi occidentali che, come si affanna a ripetere, “stanno negando i principi morali e tutte le identità tradizionali: nazionale, culturale, religiosa e perfino sessuale”.</p>



<p>Che sia proprio Putin ad impartire lezioni al mondo sui “principi morali” è piuttosto irritante, eppure è un atteggiamento che suscita l’ammirazione non solo dei populisti di destra in Europa ma anche di quegli attivisti americani che la pensano allo stesso modo, come Patrick J. Buchanan, la cui candidatura per la nomination repubblicana ha anticipato molti dei temi isolazionisti di Trump.</p>



<p>Fatalmente, anche la destra italiana, priva di un forte partito liberal‑democratico, non è “estranea” a questa “relazione pericolosa”. Che Silvio Berlusconi e Vladimir Putin si piacciano molto è evidente da un ventennio. Prima della conversione atlantica, anche Giorgia Meloni, ha avuto delle sbandate putiniane non inferiori a quelle di Salvini (“Putin difende i valori europei e l’identità cristiana”, ha scritto nel suo libro “Io sono Giorgia”).</p>



<p>Del resto, come abbiamo visto, non è bastato certo l’ingresso della Lega nel governo Draghi per traghettare Salvini da Perón a Pera, per dargli, cioè, quella credibilità e quell’affidabilità che ancora non ha. Anzi la caduta del governo di unità nazionale di Draghi ci ha restituito il Carroccio dell’invettiva anti-europea e della protesta contro l’immigrazione, cancellando ogni sforzo dell’area governista del partito, quella incarnata da Giancarlo Giorgetti e dai governatori del Nord, di archiviare il populismo salviniano e la fase antisistema.</p>



<p>C’era chi credeva davvero che Salvini avrebbe anteposto gli interessi degli imprenditori del Nord al mero calcolo elettorale ed erano in molti ad aspettarsi che Giancarlo Giorgetti e Massimo Fedriga avrebbero finalmente capeggiato la rivolta e spaccato il partito pur di salvare il governo. Ma da tempo la Lega ha scelto di posizionarsi nell’area dell’estrema destra, passando dal federalismo al sovranismo, e bisogna farsene una ragione.</p>



<p>L’abbiamo detto molte volte: se la Lega di Matteo Salvini, che ha strappato a Silvio Berlusconi la leadership della destra e che adesso deve vedersela con la Meloni, dovesse proseguire la marcia di avvicinamento al Ppe, potrebbe diventare il perno di un centrodestra moderato, pienamente legittimato come coalizione di governo. Ma la Lega resiste a questa prospettiva proprio perché il suo appeal si è diffuso più a sud, via via che Salvini, messa la sordina ai temi “nordisti” delle origini, ha puntato (emulando altri nazional‑populisti) sulle questioni “culturali”, enfatizzando cioè la minaccia che viene dall’islam e che molti collegano alla crisi dei rifugiati. Per questo, come molti nazionalisti e populisti conservatori, sia negli Stati Uniti sia in Europa, la Lega considera Putin un potenziale alleato.</p>



<p>Ma Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale. “Un viaggiatore nel tempo proveniente dagli anni Trenta non avrebbe nessuna difficoltà ad identificare il regime di Putin come fascista”, ha scritto Timothy Snyder sul New York Times. Putin sta, insomma, dall’altra parte della barricata e converrebbe tenerlo presente. Converrebbe anche alla Lega. Ma, dicevamo, bisogna farsene una ragione. E come scrive la redazione del Washington Post, “gli italiani dovrebbero pensarci due volte prima di fare un regalo del genere a Putin (<a href="https://www.washingtonpost.com/…/europe-elections-right" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.washingtonpost.com/…/europe-elections-right</a>).</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/17/maran-putin-punta-a-indebolire-il-tessuto-della-societa-occidentale-e-la-stessa-legittimita-della-democrazia-liberale/">Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Sull&#8217;età della nostra Repubblica, sui recenti spauracchi elettorali, su una futura politica di sinistra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Aug 2022 10:24:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 25 settembre è molto probabile che i connotati del Parlamento e della compagine di governo cambieranno. Ed è un bene che cambino, per il principio dell'alternanza richiamata dai valori di una sana democrazia. Se dovessimo per questo temere rischi per la Repubblica, significherebbe che i nostri padri costituenti avevano preso un'emerita cantonata, loro che inglobarono, all'indomani dell'odiato fascismo e della miserabile monarchia che ci erano toccati in sorte, fascisti e monarchici pentiti e irredentisti nel nuovo assetto costituzionale. Se ci sono riusciti loro, all'indomani della più drammatica pagina di storia dell'Occidente, vuoi che non ci si riesca noi, che pettiniamo bambole dalla mattina alla sera?</p>
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<p>Se fosse una donna o un uomo le si attribuirebbe ciò che si dice un&#8217;incipiente vecchiaia. Eppure, giovanissima, non regge il confronto con i fasti di Atene o di Roma, né potremo paragonarla alla ultramillenaria Venezia. Dunque, con i suoi settantasei anni, sebbene avanti negli anni, è poco più che un&#8217;adolescente.<br> <br>Se penso ai tentati colpi di stato, agli anni di piombo, alla strategia della tensione, alle stragi, all&#8217;innumerevole sequenza di morti che le mafie e il terrorismo hanno lasciato sul campo nel secondo novecento, lo spauracchio agitato in questi giorni da certa parte giornalistica e opinionistica nella prospettiva di un prossimo governo di destra, appare come un futile trastullo di bambini.</p>



<p>Nel sistema costituzionale italiano, fatto di pesi e contrappesi, c&#8217;è una cosa, vivaddio!, che si chiama &#8216;democrazia dell&#8217;alternanza&#8217;, ed è non solo lecito ma auspicabile che a una fase di governo ne segua un&#8217;altra di diverso segno.</p>



<p>Certo, sarebbe bello godere di una classe politica intellettualmente onesta, di scuola e dottrina, qualcosa di cui vantarsi nel consesso internazionale, concretamente risolutiva dei problemi del paese, ma se così non è bisognerà pure rassegnarsi alla sconcertante sequela di ignorantoni presuntuosi e arroganti che si presenta alle elezioni da trent&#8217;anni a questa parte. E dico una &#8216;classe politica&#8217; per non tirare dentro alcune singole personalità che invece eccellono, come perle tra i porci, nel confuso panorama dei governi della seconda Repubblica.<br> <br>Sarebbe bello e sarebbe anche giusto, considerato che la fase d&#8217;incubazione della civiltà repubblicana è passata da un pezzo e finalmente bisognerebbe raccogliere i frutti di tanto sacrificio. Invece dobbiamo accontentarci del giacobinismo di facciata delle già ex &#8216;nuove leve&#8217;, degli incontri negli autogrill con l&#8217;agente segreto in pensione, dei comunicati al popolo sullo sfondo ben studiato di rosari, santini e Marie Vergini, e quasi sorridiamo alle imprese di inizio secolo, quando fiorivano le orgette nel castello incantato del cavaliere plenipotenziario.<br>Ma tant&#8217;è, questa è l&#8217;Italia.<br> <br>Ora, il 25 settembre è molto probabile che i connotati del Parlamento e della compagine di governo cambieranno. Ed è un bene che cambino, per il principio dell&#8217;alternanza richiamata dai valori di una sana democrazia. Se dovessimo per questo temere rischi per la Repubblica, significherebbe che i nostri padri costituenti avevano preso un&#8217;emerita cantonata, loro che inglobarono, all&#8217;indomani dell&#8217;odiato fascismo e della miserabile monarchia che ci erano toccati in sorte, fascisti e monarchici pentiti e irredentisti nel nuovo assetto costituzionale. Se ci sono riusciti loro, all&#8217;indomani della più drammatica pagina di storia dell&#8217;Occidente, vuoi che non ci si riesca noi, che pettiniamo bambole dalla mattina alla sera?</p>



<p>Suvvia, siamo seri, e se dovessimo perdere le prossime elezioni, lavoriamo sodo all&#8217;opposizione, per costruire una valida alternativa di sinistra, che assomigli il meno possibile all&#8217;imbarazzante pastrocchio in cui fino ad ora ci siamo crogiolati. E non dimentichiamo un fondamentale, come nel calcio: le politiche di sinistra si fanno a diretto contatto col popolo, in costante ascolto e dialogo con esso, non dalle torri d&#8217;avorio delle segreterie politiche, né dalle torbide leve dei patronati e delle consorterie locali.</p>



<p>Voi direte, ma questa prerogativa è anche delle destre, populiste per antonomasia. No, non in quel senso. Per un militante di sinistra &#8211; ma anche per un moderno cattolico, a ben pensarci &#8211; &#8216;col popolo&#8217; significa &#8216;con tutti i popoli&#8217;, con tutte le confessioni religiose, con tutti i generi umani, con tutti gli esseri viventi. Con tutti, lasciando alla demagogia catto-fascista, catto-nazionalista, catto-leghista e chi più ne ha più ne metta, il nobile compito di immaginare un mondo fatto di soli bianchi, di soli cristiani, di soli italiani, di soli … appunto &#8216;soli&#8217;.</p>



<p>E non dimentichiamo un dolo che tutti, proprio tutti ci accomuna: siamo borghesi, e se non lo siamo lo diventeremo in capo a una generazione politica, talvolta anche in minor tempo, Di Maio docet. Da una tale prospettiva quasi nessuno si salva e dunque, quasi nessuno dovrebbe avere diritto di eleggibilità a sinistra, a meno che non ci si rivesta, come una rinuncia ai beni, dei panni che eravamo soliti portare.</p>
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		<title>Il campo stretto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 15:53:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prima del campo occorre discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l'impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/07/13/susta-il-campo-stretto/">Il campo stretto</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Non credo che sfugga a nessuno che le fibrillazioni che scuotono il Governo Draghi abbiano un nome e un cognome solo: M5S e Giusepp(i)e Conte. E&#8217; un&#8217;antica tentazione dei reazionari e dei populisti, quando avvertono il fine corsa, di gettare scompiglio, agitare il corpo sociale, solleticare paure, accarezzare speranze, assecondare umori.</p>



<p>Conte e il M5S hanno scelto di fare la parodia del partito di lotta e di governo di berlingueriana memoria, ma quel PCI era una “cosa” seria, mentre questa è l&#8217;ennesima prova della tragedia che diventa farsa.</p>



<p>Draghi fa quel che può. Con non poca (e imprevista) ingenuità ha ribadito che non esiste altro Governo che con il M5S; ha assecondato alcune richieste del “movimento” indulgendo anche a qualche deriva demagogica e populista; ha mandato messaggi rassicuranti al mondo che conta, ma la decisione della maggioranza dei parlamentari pentacosi di non votare il c.d. “decreto aiuti” segna un punto di non ritorno nella vicenda di questo Governo. </p>



<p>Salvo ripensamenti che il solleone non favorisce mai, si va verso l&#8217;approvazione di una finanziaria che raffazzona il consenso un po&#8217; qua e un po&#8217; là, che mette in sicurezza il PNRR, che cerca di sostenere le imprese e le persone in difficoltà, ma, per dirla con linguaggio antico ma efficace, la sua spinta propulsiva è esaurita.</p>



<p>Il problema, però, è che non è esaurita la necessità dell&#8217;agenda Draghi, quella originale e vera, quella – per dirla col Premier – che accompagnava un&#8217;Italia a cui – da Berrettini agli europei, da Parisi ai Meneskin – sembrava essere tutto (prima della guerra…ahinoi..) a nostro favore.</p>



<p>Quella che vediamo oggi è la solita agenda dell&#8217;emergenza, quella che guarda a…ieri…al massimo a oggi, ma che non affronta nessuno dei nodi veri di un Paese che deve superare un gap importante con gli altri competitor/partner europei.</p>



<p>E allora il tema non è quanto dura il Governo (speriamo che duri almeno fino all&#8217;approvazione del bilancio, quindi a fine anno, ovviamente), ma verso cosa stiamo andando, qual è lo scenario politico che abbiamo di fronte, chi e come è in grado di superare la perenne emergenza.</p>



<p>Prima del “campo”, su cui ostinatamente si è cimentato in questi mesi il Segretario del PD Letta, occorre definire il “cosa” fare. Il “campo” dipende dal “cosa”, se no ricaschiamo in questo orrendo bipopulismo, una camicia di forza che ci impedisce di aggredire e sciogliere i nodi gordiani che attanagliano da alcuni decenni il sistema-Paese.</p>



<p>La prima cosa da dire – anche in riferimento agli incontri dei giorni scorsi con sindacati e M5S – è che non si esce più forti dalla pandemia dilatando ulteriormente la spesa pubblica. Alta inflazione=alti interessi=alto debito e= riduzione reale dei salari.</p>



<p>Come all&#8217;inizio degli anni &#8217;80 e fino agli &#8217;90 dobbiamo evitare che quella tassa perversa sulla povera gente che è l&#8217;alta inflazione freni lo sviluppo e faccia perdere potere d&#8217;acquisto a stipendi e salari.</p>



<p>Come uscirne? Non certo favorendo ulteriori scostamenti di bilancio; al massimo ci è consentito di utilizzare le maggiori entrate da IVA e lotta all&#8217;evasione per ridurre il cuneo fiscale e rilanciare l&#8217;apparato produttivo.</p>



<p>Occorre essere convinti che per ridare centralità al lavoro e sconfiggere il precariato bisogna ridare centralità alle imprese. Lo Stato deve, con interventi normativi e incentivi efficaci (il superbonus ha drogato, non aiutato il sistema), favorire il passaggio di ricchezza dal risparmio privato agli investimenti. Bene la riduzione del cuneo fiscale se i risparmi sul costo del lavoro vanno nelle buste paga e negli investimenti, non se vanno solo nei profitti.</p>



<p>E&#8217; d&#8217;accordo il M5S su questo? E la sinistra? A quando una presa di coscienza vera che la spesa pubblica a “go go” non è la soluzione, neanche nell&#8217;emergenza pandemica, figuriamoci ora!</p>



<p>Sul piano energetico, una volta deciso – giustamente – di dire basta ai combustibili fossili dal 2035, abbiamo il coraggio di dire che le fonti rinnovabili non sono da sole in grado di rappresentare la svolta per la loro precarietà e discontinuità? Vogliamo parlare davvero di termovalorizzatori e riaprire (abbiamo 12/13 anni davanti) il tema del nucleare? O un referendum di 34 anni fa deve fermare il tempo a quando non c&#8217;erano né internet né i telefonini?</p>



<p>Il M5S dice no, il PD non si sa, ma si sa, ad esempio, che importanti esponenti del PD in una Regione industriale come la mia (Piemonte) hanno detto no al nucleare la settimana scorsa.</p>



<p>E riteniamo una sciagura – come credo io – o uno strumento utile scelte come quella su ILVA, ALITALIA? Anche qui, che dicono i possibili partner del “campo largo”?</p>



<p>Ancora troppi, poi, a sinistra si sentono alleggeriti rispetto al peso della cosiddetta “deriva liberista” che (sic!) avrebbe caratterizzato il centro sinistra negli anni passati e da cui sarebbero stati liberati grazie al dilatare senza limiti della spesa pubblica, non rendendosi conto che ciò che ha senso fare nell&#8217;emergenza diventa inaccettabile se perpetuato al di là del dovuto.</p>



<p>La realtà ci dice che oggi, se consideriamo il rapporto tra spesa pubblica e reddito, l&#8217;Italia è il Paese più “socialista” tra i grandi Paesi europei, non avendo però uno Stato efficiente come quello francese (per non parlare di quelli scandinavi).</p>



<p>Infine, come avveniva quando la politica era una cosa seria, senza una visione comune di politica estera nessuna coalizione può nascere e governare.</p>



<p>La posizione di Enrico Letta sull&#8217;aggressione russa all&#8217;Ucraìna è stata limpida. Chapeau! Ma non è tutto così dentro il campo largo da lui invocato. Permangono derive “terzaforziste” tra UE/Occidente da un lato e Russia dall&#8217;altro. Alcuni secredenti&nbsp; tessitori ritengono che l&#8217;Italia debba essere con la UE e con gli USA “ma…però..”; evocano La Pira e il suo ponte verso il Mediterraneo e l&#8217;Oriente, ma alla fine si ritrovano a scimmiottare Nasser, il Pandith Nehru e Indira Ghandi…nella migliore delle ipotesi.</p>



<p>Insomma, a pochi mesi dalle elezioni, assistiamo a una rincorsa alla spesa pubblica che assomiglia all&#8217;assalto alla diligenza dei conti di inizio anni &#8217;80 e ciò riguarda sia la destra sovranista e nazionalista, sempre più statalista e assistenzialista, se non altro perché sta ereditando i voti pentacosi al Sud, sia un pezzo della sinistra e dello stesso PD che in alcuni suoi esponenti, dopo il confronto di ieri con il M5S, rincorre questi ultimi su amenità come il reddito di cittadinanza (che va azzerato per ripensare totalmente sia le forme di sostegno al reddito sia le politiche attive del lavoro).</p>



<p>Prima del campo occorre, quindi, discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l&#8217;impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea (penso alla CDU, agli stessi Republicains, ai liberalconservatori scandinavi), per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S (l&#8217;intervento di Calenda al congresso di Articolo 1 è illuminante a questo proposito) e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare (V. ultimo Governo Prodi).</p>



<p>E se il campo dovesse essere per forza “largo”, in nome dell&#8217;ennesimo appello “contro la destra” e per la paura di perdere, allora ai liberal demcoratici non resterebbe che la strada della solitudine, già sperimentata in molte realtà alle ultime elezioni amministrative.</p>



<p>Una strada difficile quest&#8217;ultima, ma l&#8217;unica, se le condizioni dovessero permanere quelle attuali, che potrebbe mettere in difficoltà un bipolarismo inconcludente e gettare le basi di una rinnovata dialettica democratica, magari con un sistema proporzionale rafforzato, che metta al centro alcuni valori di fondo (Costituzione, diritti civili, Europa unita, scelta occidentale) e un programma serio e pragmatico di sviluppo del Paese, scevro da ogni deriva populista e demagogica.</p>
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		<title>In Francia lo “spirito repubblicano” dovrebbe confermare  Macron</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Apr 2022 12:18:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chi vincerà le presidenziali in Francia? Di di sicuro il quadro non è così chiaro come 5 anni fa. Sulla carta lo “spirito repubblicano”, sostenuto, oltre che da chi al primo turno ha già votato Macron, anche da ciò che resta dei Republicains, dei centristi, dei Verdi e di una sinistra che mai sosterrebbe la destra estrema, dovrebbe confermare l&#8217;attuale inquilino dell&#8217;Eliseo, ma questa è un&#8217;elezione completamente diversa da quella&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Chi vincerà le presidenziali in Francia? Di di sicuro il quadro non è così chiaro come 5 anni fa. Sulla carta lo “spirito repubblicano”, sostenuto, oltre che da chi al primo turno ha già votato Macron, anche da ciò che resta dei Republicains, dei centristi, dei Verdi e di una sinistra che mai sosterrebbe la destra estrema, dovrebbe confermare l&#8217;attuale inquilino dell&#8217;Eliseo, ma questa è un&#8217;elezione completamente diversa da quella di 5 anni fa.</p>



<p>E&#8217; dal 2002, da quando cioè Le Pen padre giunse al ballottaggio contro Chirac, che in Francia assistiamo a fenomeni che abbiamo poi visto in Europa, nel mondo occidentale e in Italia, anche se da noi, qualche volta, tutto si presenta più come farsa che come tragedia.</p>



<p>La crisi finanziaria che per anni ha scosso le fondamenta economiche e sociali dell&#8217;Occidente, la pandemia, l&#8217;ondata migratoria dei popoli in fuga dalla guerra e dalla povertà, hanno scosso non poco le basi delle democrazie liberali occidentali favorendo la crescita, a destra come a sinistra, di posizioni sempre più radicali che stanno presentando il conto ai sistemi politici usciti dalla seconda guerra mondiale.</p>



<p>In Francia le aree più tradizionali, più esposte alla concorrenza internazionale, i ceti sociali che meno sono stati in grado di adeguarsi alle sfide della globalizzazione si riversano a destra, chiudendosi nel recinto concettuale del “Prima la Francia”, che viene dopo al “prima l&#8217;America” di Trump e che ritroviamo sui muri d&#8217;Italia nei manifesti col faccione di Salvini e con scritto “Prima l&#8217;Italia”.</p>



<p>Per contro vediamo che Mélenchon, l&#8217;ex socialista massimalista già ministro di Jospin nel Governo di “coabitazione” con Chirac Presidente, ottiene il voto di moltissimi giovani, esattamente come Bernie Sanders, il vecchio leone socialista americano, alle primarie che hanno poi consacrato candidato Biden, col che emerge un disagio giovanile profondo in Occidente, fatto di speranze deluse, di incerte e mancate prospettive di vita e di lavoro.</p>



<p>Da un lato sventolano nuovamente le bandiere del pacifismo a senso unico, dei diritti civili, dell&#8217;ambientalismo assoluto, del mito della decrescita felice e del ritorno alla natura; dall&#8217;altro quelle dell&#8217;identità nazionale, del sovranismo, dell&#8217;autoritarismo.</p>



<p>C&#8217;è però un dato che accomuna queste posizioni apparentemente così distanti tra loro &#8211; e che emerge chiaramente nel dibattito in corso sulla guerra in Ucraina &#8211;&nbsp; ed è lo spirito antioccidentale e antiUE e da una visione economica dirigista, fondata su una concezione della spesa pubblica che, con linguaggio d&#8217;altri tempi, potremmo definire una “variabile indipendente”.</p>



<p>In un simile quadro, che capovolge i paradigmi delle democrazie liberali, in cui l&#8217;estrema sinistra sfiora il 30% e l&#8217;estrema destra lo supera, se anche Macron – come auspico – dovesse vincere dovrà affrontare una crisi sociale che, se non governata, rischia di aprire un solco ancora maggiore tra la maggioranza di governo e pezzi importanti della società francese.</p>



<p>La verità è che le conseguenze della crisi finanziaria, della pandemia e della guerra in Ucraina ci consegnano un mondo profondamente cambiato in cui la politica, anche quella con la “P” maiuscola, fa fatica a spiegare a 50 milioni di cittadini dell&#8217;UE poveri ed impoveriti da questi anni difficili le ricette per uscire dalle difficoltà.</p>



<p>E ciò vale, soprattutto, per le forze democratiche, che credono nel metodo liberale, che non hanno dimenticato che c&#8217;è una superiore esigenza di giustizia sociale ma che per distribuire la ricchezza occorre innanzi tutto produrla e che solo un&#8217;Europa federale può consentire a noi tutti di rimanere l&#8217;area del mondo col benessere più diffuso.</p>



<p>La destra nazionalista, la sinistra massimalista o quella populista questo non lo vogliono capire; d&#8217;altra parte se lo capissero perderebbero la loro stessa ragione di essere.</p>



<p>Ciò non toglie che questo sia il problema che hanno davanti a sé i governanti dell&#8217;Europa in questa fase storica: quello di proteggere i ceti popolari più colpiti dalla crisi e, nello stesso tempo, rilanciare un protagonismo economico e politico che dia una prospettiva alle nuove generazioni e che solo una condivisione della politica economica a livello europeo può rappresentare.</p>



<p>Un voto per la Le Pen – che non a caso ha abbassato i toni in campagna elettorale per accreditarsi come affidabile – se non produrrà nell&#8217;immediato conseguenze irrimediabili al quadro di unità europea (e non le produrrà!), certamente costituirà un impedimento al rafforzamento del processo di integrazione dell&#8217;UE che, corrodendone le basi fondative, aprirà scenari dissolutori dello spirito solidaristico che ha caratterizzato nel vecchio continente questi quasi 80 anni di storia.</p>



<p>C&#8217;è da augurarsi, quindi, che l&#8217;appello del vecchio socialista massimalista Mélenchon a non votare la destra venga raccolto dalla “France insoumise” e che Macron venga messo in condizione di portare a compimento le riforme che ridanno fiato all&#8217;economia francese e di poter così porre in essere un progetto di redistribuzione della ricchezza, senza il quale diventerà inevitabile l&#8217;ulteriore rafforzamento degli opposti radicalismi.</p>
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		<title>Andrea Riccardi: ci sono tante guerre nel mondo e la guerra oggi si eternizza, per questo bisogna prevenirle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Apr 2022 10:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questa guerra ci impressiona perché è vicina, perché sconvolge l’Europa dopo ottanta anni di pace, perché è di grande violenza e rischia di oltrepassare per la prima volta la linea rossa che mai si sarebbe pensato fosse oltrepassabile, quella del nucleare. Però quante guerre ci sono nel mondo?È una domanda molto interessante. Io me la sono posta facendo una conversazione con alcuni amici africani che dicono che questa è una&#8230;</p>
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<p><strong>Questa guerra ci impressiona perché è vicina, perché sconvolge l’Europa dopo ottanta anni di pace, perché è di grande violenza e rischia di oltrepassare per la prima volta la linea rossa che mai si sarebbe pensato fosse oltrepassabile, quella del nucleare. Però quante guerre ci sono nel mondo?</strong><br>È una domanda molto interessante. Io me la sono posta facendo una conversazione con alcuni amici africani che dicono che questa è una guerra tra noi europei, mentre ci sono altre guerre come quella in Etiopia o nel nord del Mozambico, poi c’è il jihadismo nel Sahara e la guerra in Siria che dura da undici anni. Dobbiamo però guardare alla guerra in Siria anche quando riflettiamo sull’Ucraina. Molti non europei dicono: questa guerra voi la fate grossa perché è una guerra vostra, e vi commuovete perché le vittime sono i bianchi. Non avete fatto così con i siriani quando accorrevano in Europa, e l’Europa si divise, e proprio i paesi di Visegrad erano i più duri. La cancelliera Merkel rispose nel modo che tutti ricordiamo: “noi possiamo”, e ha accolto un milione di rifugiati siriani. C’è la verità.</p>



<p><strong>Ma la prossimità ha avuto un ruolo importante.</strong><br>Ha ragione lei quando dice che è una guerra prossima, e aggiungerei che gli ucraini sono fra noi. Le donne ucraine lavorano nelle nostre case, sono badanti delle nostre mamme, sono nella nostra società. Però mi sono preso la briga di andare a guardare la distanza. Roma è più vicina a Damasco geograficamente di quanto lo sia a Kiev, anche se forse la vicinanza culturale è più forte. Ma lo è da un pugno di anni, perché prima dell’ottantanove l’Ucraina era lontanissima, il mondo comunista era lontanissimo. Io ricordo che insegnavo a Bari e l’Albania, che era a un centinaio di chilometri, pareva&nbsp; distante migliaia e migliaia di chilometri. Oggi l’Ucraina è vicina. Però c’è un altro motivo.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Lei parlava di linea rossa che si supera. Io credo che questa è la guerra più drammatica dal 1945 perché è coinvolta una potenza nucleare, e quindi questa guerra può diventare una guerra europea e una guerra totale. Ci fu la crisi di Cuba nel 1962, ma fu una crisi e questa invece è una guerra. Questa è la differenza. Può incendiare il mondo. In questo senso mi permetto di dire che ci sono molte altre guerre, e non bisogna dimenticarle, però questa guerra deve attrarre la nostra attenzione perché se diventa guerra totale è una tragedia per gli ucraini prima di tutto, ma per gli europei e per il mondo. Non è pavidità cercare di contenere la guerra, è responsabilità.<br>&nbsp;<br><strong>Come si fa a non essere sensibili al grido di dolore degli ucraini che chiedono di poter essere messi in condizione di difendersi dalla morte? Le loro città sono distrutte e, come dice spesso il Papa, le vere vittime della guerra alla fine sono i popoli.</strong><br>Io credo di sì, le vere vittime sono i popoli. Sono molto coinvolto nella vicenda ucraina. Sono stato al confine ucraino-slovacco e ho visto gli ucraini passare la frontiera e lasciare il proprio paese. In vita mia ho incontrato varie volte profughi e rifugiati, ma questa volta mi hanno fatto una impressione tutta diversa. Molto orgogliosi, quasi fieri. Un popolo di donne, perché sono le donne con i bambini, propri o affidati, con qualche anziano, che vanno via. Con un piumino, qualche bagaglio, magari un animale, escono a testa alta e vogliono rimanere in Polonia, vicino all’Ucraina, perché pensano di rientrare. Così l’Ucraina non è morta ma vive, vive in queste donne, in queste famiglie, nelle telefonate tra queste donne e i loro uomini che combattono, o resistono, o continuano a vivere in patria. La mia sensazione è che l’Ucraina è colpita, distrutta, ma tutt’altro che morta. La mia sensazione è che oggi essa sia più viva di ieri. Vorrei dire che l’aggressione russa all’Ucraina ha fatto il miracolo, cioè ha unificato gli ucraini che fino a ieri erano divisi. La politica degli ultimi anni era dividere gli ucraini, russofoni, russofili, oligarchi, gruppi e via dicendo. L’Ucraina si è tutta unita, difende se stessa, si sente nazione come non mai. Vinca o perda, l’Ucraina non si perde.<br>&nbsp;<br><strong>Soprattutto, dicono, noi difendiamo la libertà e la democrazia, difendiamo i valori che abbiamo in comune con voi. Questo è un altro messaggio importante che arriva all’Occidente.</strong><br>Sì, è un messaggio molto importante che tocca ad esempio i cuori dei parlamenti europei a cui Zelensky ha parlato. Qui dobbiamo anche vedere la trasformazione di questo personaggio. Non dimentichiamoci che Zelensky è russofono, parla perfettamente ucraino ma è russofono, e peraltro ebreo. Questo ci dice la storia composita dell’Ucraina, e come quest’uomo che culturalmente apparterrebbe due volte a una minoranza, quest’uomo è divenuto il simbolo del carattere ucraino e dell’unità del Paese. Per questo dico che c’è stato un errore di calcolo da parte del presidente Putin, che forse sperava che l’Ucraina avrebbe accolto con i fiori i soldati russi. In realtà, invece, di fronte all’invasione russa l’Ucraina si è compattata. Ha avuto la capacità di resistere. Noi parliamo sempre di armi, e la guerra si fa con le armi, ma anche lo spirito di un Paese e dei suoi combattenti è importante, e lo spirito degli ucraini, combattenti o no, è molto forte, e questo secondo me è un messaggio importante alla Russia, all’Europa e all’Occidente.<br>&nbsp;<br><strong>In molti paesi si notano più divisioni che in Ucraina. Né con la NATO né con l’Ucraina, dice qualcuno in Italia. Perché sta succedendo? Io lo noto anche nelle chiese. Le parole del Papa sono nette. Però nelle chiese di diversi paesi ho l’impressione che non ci sia lo stesso coinvolgimento.</strong><br>Il Papa ha fatto un discorso molto forte perché ha parlato della guerra come pazzia, ha condannato l’invasione in modo molto caldo quando ha toccato i frutti di questa invasione, quando è andato al Bambin Gesù a visitare i bambini feriti e ha avuto parole molto forti. Poi c’è stato il tema del due per cento, e il Papa ha parlato. Poi ha parlato dell’abolizione della guerra come sogno. Guardi, questo discorso ha fatto echeggiare in me un ricordo di Sturzo, che a un certo punto scrive: ma è possibile che non si arrivi ad abolire la guerra? Siamo arrivati ad abolire la schiavitù! E poi dice: ci sono biblioteche intere piene di trattati che dicono che l’economia finirebbe senza gli schiavi, ma ci siamo riusciti. Mi ha molto colpito perché Sturzo non era un sognatore, un utopista. Era un uomo preciso, che aveva perfino il gusto del diritto amministrativo, dell’amministrazione, eppure sognava la fine della guerra. Ora c’è questo vecchio Papa, che in fondo è rispettato nelle sue posizioni: abbiamo visto i governi che hanno concordato col Papa, anche se l’aumento al due per cento c’è stato.</p>



<p><strong>Ma nella Chiesa cattolica si fa eco alle parole del Papa?</strong><br>A me sembra che le chiese cattoliche europee siano in uno stato di introversione, cioè la Chiesa cattolica&nbsp;francese ha il problema della gestione degli scandali, la Chiesa cattolica tedesca non ha detto una parola sul riarmo della Germania, e questo mi ha molto colpito, perché, al di là del sì e del no, quello è un grande tema, che dagli anni Quaranta è stato elaborato. Il problema della Chiesa cattolica tedesca piuttosto è il cammino sinodale. Poi ci sono mormorii in Italia, in Spagna eccetera. Non c’è stato un dibattito. Ma se la Chiesa deve uscire nella storia, questa è la storia: la guerra è la storia di oggi. Poi in Polonia hanno una posizione molto critica verso il Papa perché, si dice, il Papa non condanna Putin. Cioè non dice che Putin è un aggressore. Ma il Papa ha condannato l’aggressione. I Papi in un certo senso non condannano mai e non si schierano mai. Questa è una posizione antica, si schierano per la pace. Non sono un tribunale dell’Aja che condanna gli aggressori. Anche perché la Chiesa è internazionale. Ci sono cattolici in Russia, ci sono cattolici in ogni paese. Qui vengo alla seconda parte della sua domanda, che è il mondo ortodosso.</p>



<p><strong>Ci spieghi.</strong><br>Innanzitutto vediamo mezzo secolo di ecumenismo in crisi, con una divisione fortissima dei cristiani. Ma c’è anche la divisione interortodossa. Ma dov’è il blocco russo-ortodosso di Huntington che dovrebbe fare guerra di civiltà all’Occidente quando gli ortodossi si uccidono tra loro? Ma poi che ortodossi: gli ortodossi della stessa Chiesa, che è la Chiesa del patriarcato di Mosca. Vediamo l’esarca del patriarcato di Mosca in Ucraina che critica duramente il patriarca Kirill e critica duramente il presidente Putin. Poi vediamo che in Ucraina c’è una Chiesa ortodossa riconosciuta da Costantinopoli che ha un’altra posizione. Mi tornava in mente la domanda che alcuni pionieri dell’ecumenismo si posero durante e dopo la prima guerra mondiale: la divisione dei cristiani non favorisce la guerra? Diceva un romanziere: povero Dio, chi deve ascoltare? I francesi pregano per la loro vittoria, i tedeschi perla loro. E Dio? In questo c’è stata sempre la posizione del papato lungo tutto il Novecento: pace, e non vittoria. C’è un bel discorso di Papa Francesco del 2012 che dice: sento parlare di vittoria e di sconfitta, vorrei sentire parlare di pace.<br> <br><strong>A proposito di pace, la Comunità di S. Egidio ha proposto che Kiev diventi una città aperta, come Roma nel ’43. Che significato avrebbe?</strong><br>La proposta che abbiamo fatto è una proposta legata al fatto di salvare la città, di evitare i combattimenti dentro la città, ed è poi una proposta che tocca il carattere della città, perché Kiev non è solo la capitale dell’Ucraina, ma è la Gerusalemme dell’ortodossia slava. In un certo senso se i russi bombardano Kiev è come se gli italiani bombardassero Roma, perché Kiev viene definita la madre di tutte le città russe. La stessa proposta facemmo per Aleppo, e all’epoca fu presa in esame. Oggi non mi sembra abbia avuto grande attenzione. La Comunità di S. Egidio è nell’est d’Europa. È in Russia, ma è anche a Kiev ed è a Leopoli. Abbiamo organizzato un centro per l’assistenza ai profughi e ai rifugiati con molta forza, molta energia, ed anche a Kharkiv un piccolo gruppo ha continuato a lavorare per i più anziani. Purtroppo una delle nostre due sedi a Kiev è stata colpita. Ci ha fatto molta impressione, perché in questa sede, che era uno scantinato, erano nascosti una famiglia e un disabile che per fortuna sono rimasti illesi.</p>



<p><strong>L’Europa si è risvegliata con il Covid. Adesso appare molto più unita. Quantomeno nelle sanzioni. Manca ancora qualcosa però a questa Europa. Che cosa impedisce all’Europa di essere una protagonista al livello delle altre superpotenze mondiali?</strong><br>Lei ha toccato un nodo fondamentale. L’Europa ha gestito insieme il Covid e questo è stato un grande fatto. I Paesi europei si sono allineati sulle sanzioni, ma in un certo senso non hanno giocato un ruolo. Forse il cancelliere tedesco, il presidente francese hanno parlato con Putin ma non hanno giocato un ruolo particolare. Io confido molto nella mediazione turca, ma non posso non notare con un qualche stupore, non dico amarezza perché faccio gli auguri alla grande diplomazia turca, che alla Turchia appunto sia affidata la mediazione. La prima crisi ucraina fu risolta dagli europei con gli accordi di Minsk. Che oggi la situazione sia mediata dalla Turchia è significativo di una qualche impotenza dell’Europa. Si dice che l’Europa sta da una parte e quindi non può mediare. Ma il vero problema è questa Europa. Anche l’aumento delle spese militari al due per cento. </p>



<p><strong>Costruire uno strumento europeo di difesa?</strong><br>Prima di costruirlo occorre costruire una politica estera comune. O l’Europa riesce a fare questo grande salto, e allora sarà un elemento fondamentale nella storia, una protagonista pesante, oppure il rischio è quello dell’irrilevanza, e i Paesi irrilevanti qualche volta sono anche pericolosi. Se l’Europa sarà irrilevante, e non riuscirà a unificarsi sulla politica estera e militare, questo nella storia del mondo significherà molto. Mi piace citare in proposito la frase di Padoa Schioppa: una forza gentile. Gentile, ma una forza.</p>



<p><strong>Ma quale Europa? Quella dell’Unione?</strong><br>Quella che ci sta. Ad oggi vedo i paesi dell’Europa occidentale. Quelli dell’Europa orientale stanno vivendo il loro Risorgimento, e giustamente. Questo sarebbe il futuro dell’Italia nel Mediterraneo, un Paese euro-mediterraneo.<br> <br><strong>Arriveranno molti migranti, da più confini. Noi siamo abituati a sentire la pressione dal Mediterraneo, ma non hanno mai smesso di arrivare dal confine est i siriani. Adesso si apre questo nuovo fronte, saranno milioni. </strong><br>Secondo me questo sentimento di accoglienza che si vive in tutta Europa è un sentimento popolare, perché tutti vorrebbero fare qualcosa, e infatti tutti partecipano. Osservo il modo con cui ciascuno va a vedere le notizie e poi ti informa su quanto accade. Questo secondo me è un desiderio di Europa e di mondo da non perdere. Dove posso lo dico a tutti quelli che sono impegnati in politica e nei media. A tal proposito dobbiamo ringraziare gli inviati, perché senza gli inviati sul campo non avremmo seguito allo stesso modo questa guerra e l’avremmo dimenticata come abbiamo dimenticato la guerra in Siria.</p>



<p><strong>Siamo pronti ad accoglierli?</strong><br>C’è questa solidarietà e questo interesse che è voglia di Europa e di mondo, dopo il Covid. È un fatto molto importante, che i partiti, le forze sociali, gli intellettuali, le chiese devono cogliere, perché è una voglia di politica, in senso lato. Mi pare che l’“invasione” degli ucraini in Italia, come anche in Germania, sia piuttosto relativa. Crescerà, sicuramente fino a quando la guerra non si fermerà, ma sono numeri piuttosto relativi anche perché molti vorranno ritornare in Ucraina. Il problema è per la Polonia, e per la Polonia è un grande paradosso, perché è quella Polonia che disse no ai siriani, quella Polonia che contro quel pugno di afghani che erano ai confini con la Bielorussia, con quel gioco sporco che fece la Bielorussia, schierò l’esercito. La Polonia oggi accoglie. Sono stato a Varsavia, è un’accoglienza generosa, un’accoglienza fatta anche dalla gente comune. Certo, i numeri sono grandi, quindi tra poco la Polonia dovrà chiedere le quote e una distribuzione agli altri paesi europei.</p>



<p><strong>Perché in questa guerra pare ci sia ancora più difficolta che in altre ad aprire dei veri corridoi umanitari?</strong><br>L’espressione corridoio umanitario è un’espressione il cui senso si è molto allargato. Noi, come S. Egidio, con gli amici valdesi, lo abbiamo rilanciato per i profughi siriani in Libano, poi l’abbiamo praticato con l’Afghanistan, la Libia, il Corno d’Africa. Ormai l’idea del corridoio umanitario è l’idea di salvezza attraverso cui ci si può rifugiare, nel cuore della guerra, ad esempio in Europa. Perché? Perché il corridoio richiede uno spazio di tregua, spazio che non abbiamo avuto nella guerra in Ucraina. Una tregua anche limitata è necessaria.<br> <br><strong>È ancora possibile lasciare, secondo lei, una via d’uscita a Putin?</strong><br>Io penso che le nostre preoccupazioni nei confronti della Russia, l’interesse dell’Ucraina, la costruzione di un nuovo futuro di pace, perché dopo questa guerra dobbiamo costruire un ordine in Europa, lo richiedano. Una via d’uscita bisogna lasciarla. Ho letto nei giornali che dovremmo lasciare una Sant’Elena a Putin. Non facciamo però di Putin Napoleone, come noi non siamo in un clima di Santa alleanza. Secondo me il vero problema è trovare una via realistica di uscita per i russi e salvare la libertà e la democrazia per gli ucraini. </p>



<p><strong>È possibile questo?</strong><br>Io credo sia possibile, e bisogna farlo con realismo e anche senza sacrificare troppo. Questa è la linea dei negoziati, e i negoziatori si devono muovere su questa linea difficile, di rendere possibile l’impossibile. Mi pare a proposito che il presidente Zelensky, che pure tiene un livello di coinvolgimento emotivo giustamente alto per incoraggiare il proprio popolo, non rifiuti una linea realistica come quella che si concretizza al tavolo di Istanbul. Allora la mia domanda è: i russi vogliono questa pace? Non lo dico come atto d’accusa, ma non lo so, e mi comincio a domandare se gli Stati Uniti non vogliano che la guerra duri un po’ di più. Mi sembra invece che la posizione di noi europei, e degli stessi ucraini, sia che la guerra deve finire presto e la ricostruzione cominciare presto.</p>



<p><strong>Quale sarà il nuovo ordine mondiale dopo questa guerra così improvvisa, violenta, vicina? </strong><br>Innanzitutto voglio dire che non sono russofobo. Amo la cultura russa, penso che il popolo russo sia un grande popolo, che nella storia ha sofferto moltissimo come quello ucraino, che è stato vittima dell’avidità dei suoi governanti, a partire da Stalin, che ha voluto un grande, impossibile impero nel cuore dell’Europa, un impero che ci sembrava d’acciaio, ma che in fondo non si reggeva. Andai negli anni Ottanta in una Leopoli sovietica dove si sentiva serpeggiare una coscienza di non appartenenza al mondo orientale, al mondo russo. Un ordine di pace secondo me significa guardare alla carta della Conferenza per la cooperazione e la sicurezza, in cui quasi cento Paesi, tra cui tutti quelli europei, offrono un grande spazio in cui costruire un’architettura di convivenza. Del resto, gli accordi di Helsinki, e quindi gli accordi della Conferenza, hanno avuto un ruolo importante nel pacificare l’Europa della guerra fredda e forse anche nel far cadere il muro. Quindi secondo me bisogna ripensare un rapporto tra Europa e Russia ma in questo quadro di convivenza.</p>



<p><strong>Un ordine mondiale che preveda meno guerre.</strong><br>Mi sembra che oggi, con l’allontanarsi dalla Seconda guerra mondiale, anche con lo scomparire di una generazione come quella delle vittime della Shoah, si parli troppo di guerra, la si rivaluti come strumento per la risoluzione dei conflitti e la difesa dei propri interessi. Ma la guerra oggi si eternizza. Ci sono tante guerre, ed è una mia paura per l’Ucraina, dove non ci sono né vinti né vincitori. Pensiamo alla guerra in Siria. Dura da undici anni, tre milioni di profughi, un paese sconvolto, si combatte ancora ma allo stesso tempo non si combatte. Quella guerra si eternizza. Lo stesso nello Yemen. Armi terribili e temibili, e nessuno vince, nessuno perde. Questa è la mia paura per l’Ucraina. Ma anche per l’Etiopia, ad esempio. Purtroppo con le armi potenti che ci sono, con le condizioni in cui siamo, le guerre non si concludono. Per questo bisogna prevenirle, per questo la guerra è un’avventura senza ritorno, come diceva Giovanni Paolo II. Quando una guerra comincia, sfugge di mano ai suoi attori. L’abbiamo visto recentemente in Ucraina: la guerra è sfuggita di mano, perché la guerra ha una sua logica sul campo e poi ne ha un’altra politico-mediatica.<br>&nbsp;<br><strong>Torniamo alla prima domanda, che ci eravamo promessi di approfondire. Con l’Ucraina si rischia di dimenticare le altre guerre? Le guerre dimenticate?</strong><br>Io amo molto la Siria. È un Paese mosaico, che da giovane mi ha molto appassionato, e vederlo oggi distrutto fa male al cuore. Poi i siriani sono un popolo molto colto, l’inserzione dei siriani in Italia grazie ai corridoi umanitari, che sono un modo anche per evitare i trafficanti di essere umani, vengono ospitati a carico dei privati, delle organizzazioni, della Chiesa valdese, di Sant’Egidio, è meravigliosamente riuscita, ma questo è un popolo distrutto, abbattuto, per cui non esiste più il sogno della pace. Abbiamo cancellato la parola pace, e rimane la guerra. Un altro caso di paese dimenticato, sebbene non di guerra, è l’Afghanistan. A settembre eravamo lì a piangere all’aeroporto di Kabul, e oggi ci siamo completamente dimenticati. C’è gente in Pakistan, in Iran o nello stesso Afghanistan, che aspetta che li si accolga in Europa o in Occidente, come avevamo detto. Non parlo della Yemen, che è una scandalo, e penso ai tanti paesi africani che stanno scivolando nella guerra a causa del jihadismo. Che cos’è questo misterioso jihadismo? Se mi permettete la teoria un po’ ardita, credo che il jihadismo stia svolgendo la funzione del marxismo terzo-mondiale, stia cioè divenendo ideologia di lotta e ribellione per popolazioni che per motivi etnici o sociali, soprattutto giovani, anelano una ribellione. Ho visto nel Mozambico del nord quanti giovani, musulmani e non musulmani, sono stati coinvolti nel jihadismo, e questo è un fatto significativo perché il jihadismo è un’ideologia di lotta, che ti dà una Weltanschauung, che divide il mondo in oppressi e oppressori, ma poi diventa un banditismo. L’ho visto con i guerriglieri in Mozambico negli anni Novanta. È molto difficile così uscire dalla guerra, perché la guerra diventa un motivo di vita.</p>
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		<title>La guerra come non so spiegarla a mio nipote</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/03/30/roberti-la-guerra-come-non-so-spiegarla-a-mio-nipote/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Mar 2022 10:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vincenzo vive nella sua camera. Una naturale tendenza adolescenziale e personale a prendere le distanze, fisiche, dalla famiglia, supportata dal lockdown, dalla Dad, dai social, si è consolidata in questi ultimi mesi. Sporadicamente facciamo prudenti incursioni nella sua privacy. Preparo due mug con un earl grey e tento una sortita. La sua postazione alla scrivania davanti al grande schermo del computer è la solita, ma la schermata no. Scene della&#8230;</p>
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<p>Vincenzo vive nella sua camera. Una naturale tendenza adolescenziale e personale a prendere le distanze, fisiche, dalla famiglia, supportata dal lockdown, dalla Dad, dai social, si è consolidata in questi ultimi mesi. Sporadicamente facciamo prudenti incursioni nella sua privacy. Preparo due mug con un earl grey e tento una sortita.</p>



<p>La sua postazione alla scrivania davanti al grande schermo del computer è la solita, ma la schermata no. Scene della guerra si susseguono davanti ai suoi occhi e commenti nelle cuffie. Mi siedo sul suo letto e aspetto. Stacca gli occhi e le cuffie e mi vede. Mi vede? Tacciamo. Scene di devastazione continuano a scorrere interrotte da primi piani di inviati muti malgrado le labbra in movimento. Gli porgo la tazza che poggia sul ripiano.</p>



<p>Nonna.&nbsp;E&#8217; il suo modo di chiedere, è l&#8217;introduzione alle nostre conversazioni da quella prima volta che mostrandomi l&#8217;orsetto di peluche mi ha chiesto Nonnì, è buono? Non fa gnam di nessuno, no? No, è buono, mangia miele.&nbsp;E gli faccio il solletico con il pon pon della codina.</p>



<p>Lo schermo è occupato da un carrarmato, intorno gente che scappa.&nbsp;Nonna,&nbsp;Cerco parole e rassicurazioni, ma non ne trovo nemmeno una.&nbsp;Non avevo mai pensato che potesse esserci una guerra qui da noi. Una guerra così con i missili, i carri armati, le bombe, i soldati che uccidono, la gente che muore, che scappa. Se pensavo a una guerra la immaginavo da parte di alieni, con navicelle spaziali e armi che partono dalla mente. Una cosa insomma concepita solo da esseri non umani. Nonna, quei soldati sono poco più grandi di me.&nbsp;Guarda un po&#8217; la pila di libri sul tavolo, un po&#8217; lo schermo, un po&#8217; la lattina di coca. E poi guarda me. Aspetta che spieghi, metta le cose a posto, anche se scomodamente, che rassicuri.</p>



<p>Non so, Vincenzo, neanche io, che pure sono anziana, ho mai visto una guerra. Anche io pensavo che sono cose lontane dal nostro mondo occidentale, per le quali protestiamo, facciamo dimostrazioni, mandiamo soccorsi, scriviamo, leggiamo, discutiamo e ci battiamo con i mezzi che abbiamo per la libertà e i diritti di tutti. Neanche io immaginavo…Ti potrei dire, come faccio quando studiamo insieme letteratura, che “Sei ancora quello della pietra e della fionda…”</p>



<p>Ti potrei dire che sarà la pace comunque ad averla vinta, ti potrei dire che ognuno di noi deve fare la sua parte, quella che gli tocca, ti potrei dire che tutto il mondo ha paura, ma che la paura non deve averla vinta sul coraggio, ti potrei dire, giocando un po&#8217; d&#8217;azzardo, che noi non saremo toccati da questa sciagura ma che tanti come noi sono sommersi dalla sciagura…solo che il tempo degli orsetti è scaduto.</p>



<p>Potrei anche dirti che non posso fare a meno di sentirmi sollevata dal fatto che tu abiti a Catania, che hai 16 anni, che nemmeno al Luna Park prendi un fucile in mano, che il tuo solo, segreto corridoio umanitario è su Instagram con i tuoi amici. E sentendomi sollevata sprofondo in una voragine di colpa. La tazza è ancora lì, sulla scrivania. Intonsa.</p>



<p>Guardiamo muti le immagini che scorrono. Vincenzo non mi chiede più spiegazioni, ma si gira verso di me e mi circonda con le braccia. Io non avevo avuto il coraggio di farlo, e a ben pensarci è da un bel po&#8217; che non l&#8217;ho più. Nonnì.</p>



<p>Vincenzo prende la fisarmonica, ultimo amore nella lista degli strumenti amati, e si mette a suonare.<br>Non sapevo che Russians si potesse suonare alla fisarmonica.<br>Aggiungilo alla lista delle cose che non sai.<br>Saranno loro migliori di noi, questo lo so.</p>



<p><br>Patologia: stati intensi e acuti di smarrimento<br>Terapia: preparate pure un earl grey, ma non è certo che ricorderete di berlo. Lettura: Genesi, cap. 4, 1-16</p>
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		<title>L&#8217;ambasciatore dell&#8217;Ucraina Yaroslav Melnyk alla FLE: dobbiamo trovare il coraggio di non essere falsi pacifisti</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/03/28/raco-ambasciatore-ucraina-yaroslav-melnyk-alla-fle-dobbiamo-trovare-il-coraggio-di-non-essere-falsi-pacifisti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Mar 2022 16:19:18 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/03/28/raco-ambasciatore-ucraina-yaroslav-melnyk-alla-fle-dobbiamo-trovare-il-coraggio-di-non-essere-falsi-pacifisti/">L&#8217;ambasciatore dell&#8217;Ucraina Yaroslav Melnyk alla FLE: dobbiamo trovare il coraggio di non essere falsi pacifisti</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Nella foto l&#8217;ambasciatore Yaroslav Melnyk in visita alla Fondazione Luigi Einaudi con l&#8217;ambasciatore Giulio Terzi di Sant&#8217;Agata</p>



<p><strong>Ambasciatore, cosa sta succedendo in Ucraina?</strong><br>Nelle prime ore di giovedì 24 febbraio, il mondo si è svegliato in una nuova realtà quando le città ucraine si sono svegliati dalle esplosioni e bombardamenti. Per la prima volta nel dopoguerra uno Stato ha avviato una guerra aperta contro il suo vicino sovrano e democratico. È passato un mese da quando la vita di milioni di ucraini è stata divisa in due parti. Un passato pacifico, pieno di gioia, felicità, lavoro, sviluppo e piani per il futuro, e il presente, con la guerra, la sofferenza, la morte e la distruzione. Migliaia di ucraini hanno perso la vita in questo mese: bambini e anziani, donne e uomini, civili e militari. Sono morti perché la Russia ha deciso di attaccare. Attaccare l&#8217;Ucraina, attaccare la pace, attaccare tutti noi, attaccare i nostri valori.</p>



<p><strong>Nessuno poteva immaginare tanta violenza nel cuore dell’Europa.</strong><br>Ci sono decine e decine di crimini russi. Ma certamente non sono gli edifici che rappresentano la tragedia più grave, perché quelli lo ricostruiremo, ma le persone, che sono morte e continuano a morire. Le persone muoiono di fame e di sete nelle aree occupate o assediate. Le persone vengono uccise nel tentativo di fuggire dalle aree colpite dalla guerra. Le città vengono rase al suolo da bombardamenti e attacchi aerei. Le vittime vengono sepolte nei cortili dei palazzi residenziali o nelle fosse comuni. Sono uccisi 136 bambini. Questo è la realtà che ha il suo luogo in Ucraina oggi.<br>Quello che sta succedendo in Ucraina ora riguarda tutti. La guerra in Ucraina non è solo un altro conflitto locale. Questa è una guerra mondiale che è al momento in corso nel nostro Paese.</p>



<p><strong>Una situazione di catastrofe che rischia di coinvolgere tutto il mondo.</strong><br>L&#8217;Ucraina già si trova in una situazione di catastrofe umanitaria e alcune regioni sono completamente tagliate fuori da elettricità, gas, riscaldamento, cibo e acqua. E in questa situazione attuale, vedo i fantasmi del passato, quando circa 10 milioni di ucraini morirono in meno di un anno a causa della carestia organizzata artificialmente dal regime del Cremlino nel 1932-1933. E la guerra, avviata contro l&#8217;Ucraina dallo stesso Cremlino ma già nel 2022, potrebbe portare a una crisi alimentare globale, poiché l&#8217;Ucraina è sempre stata uno dei principali garanti della sicurezza alimentare nel mondo. Più a lungo non c&#8217;è pace sul suolo ucraino, meno cibo riceverà il mercato mondiale. Il terrore è la base del regime, la base dell’ordinamento statale della Russia, la base della sua strategia militare. Ecco perché oggi, insieme a molti paesi, diciamo che la Russia dovrebbe essere definita uno stato terrorista.</p>



<p><strong>Qual è l’obiettivo della Russia?</strong><br>Vorrei sottolineare e spero che nessuno abbia più illusioni che le aspirazioni d’invasione della Russia vanno ben oltre l&#8217;Ucraina. Il Cremlino sta cercando di ripristinare la sfera di influenza sovietica sia in Europa che in Asia. Negli ultimi giorni i politici e propagandisti russi hanno chiesto l&#8217;ampliamento della zona della cosiddetta operazione speciale su Polonia, paesi Baltici, Moldova e Kazakistan. Ecco perché noi, insieme ai nostri partner, dobbiamo concentrarci in questo momento per fare tutto il possibile, in tempo e in pieno, per fermare l&#8217;aggressore e portarlo a una legittima responsabilità.</p>



<p><strong>L’Italia sta facendo la sua parte.</strong><br>Siamo grati all’Italia per le decisioni storiche che ha preso il Governo con il sostegno di tutte le forze di maggioranza, e non solo, riguardo le armi e sanzioni, ma vediamo che questo non basta. &nbsp;</p>



<p><strong>Cosa si può fare di più per fermare questa guerra al più presto?</strong><br>Abbiamo sentito tanti appelli alla pace durante il mese della guerra e anche prima che iniziasse. In questo contesto mi sono ricordato la citazione di Luigi Einaudi, secondo Presidente della Repubblica Italiana: “Il grido: &#8220;Vogliamo la Pace!&#8221; è troppo umano, troppo bello, troppo naturale per un&#8217;umanità uscita da due spaventose guerre mondiali e minacciata da una terza guerra sterminatrice, perché ad esso non debbano far eco e dar plauso tutti gli uomini, i quali non abbiano cuore di belva feroce.” Ed è giusto! Tutti noi vogliamo pace. Ma dobbiamo trovare il coraggio di non essere falsi pacifisti. Dovrebbe essere chiaro che la vittima dell&#8217;aggressione non deve pagare per la pace. Gli appelli alla pace devono essere rivolti al Paese dell&#8217;aggressore. Non abbiamo noi iniziato questa guerra. Vogliamo che finisca più di chiunque altro al mondo. Stiamo facendo uno sforzo incredibile per farlo.</p>



<p><strong>Quali sono le vostre richieste all’Occidente?</strong><br>La chiusura del cielo sull&#8217;Ucraina, cosa che nella versione base può essere eseguita trasferendo caccia e sistemi di difesa aerea a lungo raggio all’Ucraina; il rafforzamento della capacità difensiva delle forze armate d’Ucraina; l’introduzione dell’embargo totale commerciale nei confronti della Russia, anche nel settore petrolifero e del gas, per bloccare le fonti di finanziamento della macchina militare russa; l’isolamento della Russia nell&#8217;arena internazionale; il blocco della propaganda russa; la chiusura dei porti per le navi russe; l’ulteriore rafforzamento delle misure restrittive già esistenti nei confronti della Russia.</p>



<p><strong>Molti temono una ulteriore escalation.</strong><br>La guerra è attualmente in corso non solo sul fronte militare, ma anche in molti altri ambiti: cibernetico, informativo, psicologico e mediatico, economico e finanziario, culturale e sportivo. Se pensiamo, che con questi passi possiamo salvare migliaia di vite umane, le nostre richieste non devono sembrare eccedenti a nessuno. La paura della possibile escalation è comprensibile ma questa paura non salverà le vite. Purtroppo, l’aggressore capisce solo il linguaggio di forza.&nbsp;La Russia deve sentire cosa significa essere totalmente isolata dal mondo democratico.<br>&nbsp;<br><strong>La Nato non basta più?</strong><br>Questa guerra ha completamente distrutto il vecchio sistema di sicurezza internazionale, perché vediamo che dall’inizio dell’aggressione i meccanismi esistenti non funzionano. Abbiamo saputo bene il valore del Memorandum di Budapest, abbiamo visto la posizione d’osservatore della NATO. Quindi, già nel prossimo futuro dobbiamo costruire un sistema nuovo, rapido, solido ed efficace. L’Ucraina ha dimostrato di meritare di essere non solo un partecipante di questo processo, ma anche un fondatore.</p>



<p><strong>Qual è la vostra proposta?</strong><br>Per questo motivo il nostro Presidente Zalensky ha lanciato un’iniziativa U-24 – United for Peace – un&#8217;unione di Stati responsabili che hanno la forza e la coscienza per fermare immediatamente i conflitti. Un’unione capace di dare la risposta immediata e complessiva entro 24 ore nel caso di qualsiasi aggressione. L&#8217;Ucraina sta coinvolgendo i suoi partner che potrebbero diventare garanti della sicurezza.</p>



<p><strong>Chi dovrebbe far parte di U-24?</strong><br>Secondo il nostro Presidente, tra i garanti della sicurezza dell&#8217;Ucraina dovrebbero esserci i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU più Germania, Turchia, Israele, Canada e l&#8217;Italia. Sono molto contento di vedere l’Italia in questo elenco. Ultimamente il vostro Paese sta seriamente aiutando l’Ucraina, fornendoci armi, aiuti finanziari e umanitari, ma non solo.</p>



<p><strong>Cos’altro?</strong><br>Qualche giorno fa messaggio il Presidente Draghi ha dichiarato che l’Italia sostiene la futura adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. E’ un’altra forma di sostegno importante al nostro popolo. Il popolo ucraino vede il suo futuro nella grande famiglia dei paesi dell’UE e lo meritiamo.</p>



<p><strong>Cosa vede dopo la fine di questa guerra?</strong><br>Sono certo, che dopo questa guerra saremo tutti diversi, più liberi e più forti e sicuramente l’Ucraina vincerà, perché la verità è al nostro fianco, noi difendiamo il nostro Paese, combattiamo per i valori democratici, per il nostro futuro comune, per la nostra libertà.</p>
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		<title>Putin vuole circondare Kiev, il mondo intero deve circondare Putin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Mar 2022 14:14:17 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/03/24/maran-putin-vuole-circondare-kiev-il-mondo-intero-deve-circondare-putin/">Putin vuole circondare Kiev, il mondo intero deve circondare Putin</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Quella di oggi di Joe Biden in Europa è senza dubbio una delle visite più importanti di un presidente americano dai tempi della Guerra fredda (👉 <a href="https://www.cnn.com/2022/03/23/politics/joe-biden-european-trip-nato-g7-european-council/index.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.cnn.com/2022/03/23/politics/joe-biden-european-trip-nato-g7-european-council/index.html</a>). Così importante che mi è tornato in mente un libro di qualche anno fa di Joe Scarborough, “Saving Freedom”.<br>&nbsp;<br>Joe Scarborough, è un famoso conduttore televisivo (conduce “Morning Joe” su MSNBC con la moglie Mika Brzezinski). È inoltre un avvocato, un commentatore politico e, per sei anni, è stato anche deputato (repubblicano) alla Camera dei rappresentanti per il primo distretto della Florida. In questo libro del 2020 racconta uno dei momenti cruciali del secolo scorso, quando toccò ad Harry Truman unire il mondo occidentale contro il comunismo sovietico.<br>&nbsp;<br>Era il 1947. L&#8217;Unione Sovietica, dopo essere stata un alleato degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, era diventata il suo nemico più temuto. Le mire di Stalin erano dirette sulla Turchia e sulla Grecia. La Grecia si trovava nel pieno di una guerra civile in cui si scontravano comunisti e anticomunisti, che sarebbe terminata nel 1949; la Turchia, invece, soffriva le pressioni sovietiche che puntavano ai territori dei distretti di Kars e Ardahan e alla revisione del regime degli Stretti regolato dalla Convenzione di Montreux del 1936.<br>&nbsp;<br>L’impero britannico si trovava improvvisamente sull&#8217;orlo della bancarotta: la guerra contro Hitler gli aveva assestato un colpo mortale. L&#8217;impossibilità di provvedere alla sicurezza del tradizionale alleato greco e di contenere l&#8217;avanzata di Mosca verso i mari caldi, indussero perciò Londra a rivolgersi al governo americano. Il 21 febbraio 1947 l’Ambasciata britannica a Washington informò l&#8217;alleato americano che la Gran Bretagna non era più in grado di prestare aiuto finanziario o di qualsivoglia altra natura a Grecia e Turchia, lasciando presagire l&#8217;affermazione dell&#8217;influenza sovietica in quei due Paesi.<br>&nbsp;<br>Solo l&#8217;America era in grado di difendere la libertà in Occidente e quello sforzo fu guidato da un presidente “non eletto” (Truman assunse la presidenza dopo la morte di Franklin Delano Roosevelt nel 1945).<br>&nbsp;<br>Harry Truman intraprese una battaglia politica interna e riuscì a convincere amici e nemici a unirsi alla sua crociata per difendere la democrazia in tutto il mondo. Per realizzare il cambiamento più radicale nella politica estera americana da quando George Washington pronunciò il suo celebre discorso di addio (con il quale invitava gli americani a starsene fuori dalle beghe europee), dovette, infatti, prima chiamare a raccolta repubblicani e democratici.<br>&nbsp;<br>In “Saving Freedom&#8221;, Joe Scarborough racconta come questo presidente “untested” riuscì a costruire quella solida coalizione che ha influenzato la politica estera americana per le generazioni a venire. Il 12 marzo 1947, Harry Truman enunciò al Congresso quella che sarà poi chiamata la “dottrina Truman”. Motivando il suo piano di aiuti per la Grecia e la Turchia, Truman dichiarò che gli Stati Uniti avrebbero aiutato “ogni popolo libero a resistere ai tentativi di asservimento, operati da minoranze interne o da potenze straniere”. La linea di politica estera indicata da Truman, volta a contrastare l’espansionismo sovietico, segnò un svolta radicale rispetto a 150 anni di isolazionismo, contribuì a un’ulteriore accelerazione della Guerra fredda e garantì la libertà dell&#8217;Europa occidentale, l&#8217;ascesa del secolo americano ed il crollo finale dell&#8217;Unione Sovietica.<br>&nbsp;<br>Eppure, racconta Scarborough, “ai suoi tempi, Harry Truman non era una figura molto amata, neppure tra i democratici”. Molti degli stessi alleati di Truman “ritenevano che il nuovo presidente fosse male equipaggiato per fronteggiare l’espansionismo sovietico e condurre l’America attraverso le crisi del dopoguerra che avrebbe presto dovuto affrontare”. Lo storico e giornalista Herbert Agar lo definiva uno “strano piccolo uomo” ed erano in molti a condividere quel giudizio severo quando l’ex senatore del Missouri assunse la presidenza dopo la morte di Roosevelt. Il New York Times lo considerava un “provincialotto” e Time magazine reagì alla sua nomination descrivendolo come “il piccolo timido omino del Missouri”.<br>&nbsp;<br>Eppure quell’uomo, che nella vita fu perseguitato dall’insuccesso negli affari e dai debiti e, in politica, fu subissato dalle critiche, fu il più importante presidente, per quel che riguarda la politica estera, degli ultimi 75 anni. Solo Roosevelt può, infatti, essere paragonato a Truman per essere riuscito a dare forma agli eventi mondiali del secolo scorso. I dodici presidenti che gli sono succeduti hanno ereditato un palcoscenico mondiale modellato, infatti, dalle politiche di Truman. I piani di espansione di Stalin in Europa occidentale furono contrastati dal containment, dal Piano Marshall, dalla formazione della Nato, dal ponte aereo per Berlino, e certamente, dalla dottrina Truman che ha posto fine a 150 anni di isolazionismo americano.<br>&nbsp;<br>Allora gli americani di entrambi i partiti politici lavorarono insieme per sconfiggere la tirannia. Oggi, dicevamo, con la sua visita in Europa, il presidente americano assume, ancora una volta, la leadership di un occidente nuovamente unito (del resto, fin dalla sua nomination, Joe Biden aveva promesso di restaurare la leadership americana e riparare le alleanze incrinate). “Quel che Putin cerca di fare è circondare Kiev, quel che cerca di fare Biden è fare sì che il mondo intero circondi Putin”, ha detto Greg Meeks, il presidente democratico alla Camera dei rappresentanti.<br>&nbsp;<br>Di Biden, si sa, se ne sono dette di tutti i colori. Ma la risposta dell’amministrazione americana all’invasione dell’Ucraina è stata più rapida, coraggiosa ed efficace di quanto si aspettassero perfino i più devoti sostenitori della causa transatlantica. La Nato è unita dietro alla guida americana e sta rafforzando le difese comuni; le sanzioni imposte all’economia russa sono senza precedenti e in aumento (e l’America le sta guidando con il divieto alle importazioni di energia russa). Perfino nella litigiosissima Washington c’è un forte sostegno all’approccio diplomatico di Biden (anche se solo i più coraggiosi tra i repubblicani osano ammetterlo). Inoltre, la minaccia rivolta all’Europa dalla Russia ha reso evidente la necessità del contrappeso americano: la caparbia diplomazia di Emmanuel Macron non è una risposta ad un dittatore russo che minaccia di usare le armi nucleari.<br>&nbsp;<br>Ora, ovviamente, viene il difficile. Lo sforzo americano potrebbe incontrare parecchi intoppi. Man mano che la guerra va avanti, aumentano i costi economici per l’Europa e la coalizione anti-Putin potrebbe sfaldarsi. Inoltre, con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine, Biden potrebbe soccombere alle pressioni interne. Senza contare che le sanzioni potrebbero rivelarsi insufficienti. E, come ha scritto l’Economist, tutto ciò potrebbe richiedere più coraggio politico e creatività di quelle finora messe in mostra. “Speriamo che Biden sia all’altezza del compito”, ha chiosato il magazine inglese. Incrociamo le dita. Ma, come ho visto stampato su una maglietta, “never underestimate an old man who loves trains”.</p>
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		<title>Ezio Mauro: una luce bisognerà riaccenderla, per noi e per la Russia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2022 11:22:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Si poteva prevedere un’aggressione, una guerra di questa portata nel cuore dell’Europa, nel 2022?Non era immaginabile la parola guerra associata alla parola Europa. Credevamo di esserci costruiti un sistema che ci proteggesse, credevamo che il fatto di essere la terra della democrazia, che aveva sbaragliato le dittature, ricucendo le fratture del secolo, tra est e ovest, ci immunizzasse, ci proteggesse. Le conquiste finali del Novecento ci dovevano mettere a riparo.&#8230;</p>
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<p><strong>Si poteva prevedere un’aggressione, una guerra di questa portata nel cuore dell’Europa, nel 2022?</strong><br>Non era immaginabile la parola guerra associata alla parola Europa. Credevamo di esserci costruiti un sistema che ci proteggesse, credevamo che il fatto di essere la terra della democrazia, che aveva sbaragliato le dittature, ricucendo le fratture del secolo, tra est e ovest, ci immunizzasse, ci proteggesse. Le conquiste finali del Novecento ci dovevano mettere a riparo. Non è stato così. C’è stato sùbito l’attacco all’Occidente con le le due torri abbattute a New York dall’islamismo estremista e poi siamo arrivati a questa frattura tra Est e Ovest con la Russia che si fa carico di rappresentare un’alternativa all’Occidente e in particolare alla democrazia. Questa è la vera partita che è in gioco e che si gioca in particolare tra le strade di Kiev e sulla pelle degli ucraini.</p>



<p><strong>Perché ha definito gli ultimi tre come decenni dell’illusione?</strong><br>L’illusione ci ha riguardati un po’ tutti, nel senso che questi trent’anni sono stati molto importanti. Ma se ci pensiamo bene sono trent’anni a cui non abbiamo ancora dato un nome, perché pensavamo che questa era un’epoca che si sarebbe potuta estendere all’intero secolo. Nella nostra illusione la Democrazia aveva vinto, era l’unica religione civile superstite. La Russia abbiamo pensato, sbagliando, che poteva essere ridotta a un ruolo di potenza regionale residua. La vera partita si giocava lontano, altrove, nel quadrante del Pacifico, tra gli Stati Uniti e la Cina. L’Europa poteva mantenere la sua incompiutezza. Tutte queste certezze fasulle sono saltate. Purtroppo si è chiusa la fase di quei trent’anni che non abbiamo capitalizzato culturalmente e politicamente.</p>



<p><strong>Cosa dovevamo fare?</strong><br>Non abbiamo costruito nulla di nuovo. Abbiamo creduto che le strutture che governano l’ordine mondiale, disegnate a Yalta, potessero valere ancora oggi. Quel disegno del mondo valeva per tutti, è valso in tutti questi anni per i vincenti e i perdenti della guerra ma anche per i vincenti e i perdenti della globalizzazione. Tutti si riconoscevano in quell’ordine, i privilegiati e i perdenti. Putin ci sta praticamente dicendo che il sistema che ha governato finora l’ordine mondiale è una pura costruzione occidentale, un metro di giudizio occidentale. Noi &#8211; sembra dire &#8211; non accettiamo questo criterio di interpretazione del mondo, quindi ci poniamo fuori e annulliamo il codice che ha regolato la convivenza tra gli opposti e che, possiamo dire, ha funzionato. Potremmo dire ancora una cosa in più.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Putin annulla il codice che ci hanno lasciato i nostri padri e che ci ha consentito di vivere nella pace &#8211; anche nella paura della bomba atomica &#8211; e di tramutarla in una regola condivisa di rispetto reciproco, pure tra le indifferenze, le infedeltà, le minacce e le tensioni che ci sono state. Noi entriamo in terra assolutamente incognita, in una fase che non abbiamo ancora conosciuto nel lungo periodo del dopoguerra, in cui non ci sono regole condivise. In quel vuoto Putin ci sta dimostrando che conta la forza e siamo noi che dobbiamo decidere se ci assoggettiamo a questo abuso, per cui la forza prende il posto delle regole, oppure se reagiamo. Per fare questo dobbiamo guardare qual è la nostra identità, quali sono i nostri valori.</p>



<p><strong>Quali le alternative?</strong><br>Noi Occidente, noi Europa o siamo la terra della democrazia, la democrazia dei diritti e delle Istituzioni, oppure non siamo nulla. Bisognerebbe essere consapevoli dei propri principi. La realtà li sta mettendo alla prova. Si vedrà se noi saremo davvero fedeli a questi principi, che sono i principi costituzionali della democrazia, della civiltà occidentale. Si vedrà se l’Occidente è una civiltà o un insieme di buoni propositi che alla prova dei fatti non reggono.</p>



<p><strong>Covid prima e guerra dopo hanno fatto fare un grande passo avanti all’Europa. Cosa serve per consolidarlo e renderlo effettivo?</strong><br>Qualcosa si è mosso. Bisogna istituzionalizzare questa tendenza. Bisogna fare dei passi avanti e a quel punto consolidare il terreno che si è attraversato. L’Europa non può rimanere un’incompiuta. Abbiamo visto, in tutta la fase che ha preceduto immediatamente la guerra, che le iniziative individuali, peraltro generose, che andavano appoggiate, come è stato fatto, dei singoli leader, capi di stato e capi di governo dei singoli paesi, non bastano in una partita in cui la Russia si muove per affermare il suo ruolo e il suo rango di impero. Quando si muovono gli imperi, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia che dice “ci sono anch’io a questo tavolo, non potete tenermi fuori” l’Europa non può muoversi con gli sforzi anche appassionati del Cancelliere tedesco, del presidente francese o con l’iniziativa generosissima dei primi tre primi ministri che hanno raggiunto Kiev in treno per incontrare il presidente Zelensky. Bisogna fare un salto in avanti.</p>



<p><strong>Come cominciare?</strong><br>Dobbiamo prendere atto che la moneta unica è una conquista importantissima per noi e per i nostri figli, ma la moneta non crea la politica. La politica deve fare autonomamente la sua parte. Noi abbiamo una moneta che non ha il volto di un sovrano sopra, quindi non ha un’autorità rappresentativa centrale che la possa spendere nelle grandi crisi del mondo. E infatti siamo fuori dalle grandi crisi del mondo. Allo stesso tempo non dobbiamo disperdere i passi in avanti che sono stati compiuti. Putin trova difficoltà in questa azione di guerra perché pensava di poterla risolvere con un blitz. Le difficoltà principali gli derivano certamente dalla Resistenza degli ucraini, che non era attesa in questa forma e dimensioni tanto da indurre Putin a scaricare la colpa sui servizi segreti. L’altra difficoltà gli deriva proprio dalla compattezza ritrovata dell’Occidente.</p>



<p><strong>Aiutato dall’America first di Trump.</strong><br>Putin ha scelto il momento anche perché il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan ha preso la forma dell’abdicazione. Quindi con l’abdicazione dell’America rispetto al ruolo che aveva tenuto in tutta la fase della contemporaneità e nell’isolazionismo che sta diventando sempre più una tentazione ricorrente negli Stati Uniti, esasperato proprio dall’era Trump, nella lontananza crescente tra Stati Uniti ed Europa, Putin ha pensato di potersi infilare facilmente col suo blitz. Non era un blitz e glielo hanno detto gli ucraini ma non era neppure vera la divisione tra Europa e Stati Uniti.</p>



<p><strong>Tutt’altro.</strong><br>Putin ha rimesso in campo la Nato, ha risvegliato la paura dei paesi confinanti, ha annullato le differenze che all’interno della UE c’erano tra i paesi dell’Europa centrale del gruppo di Visegrad e la parte più occidentale, ha di nuovo reso più forti le relazioni tra Europa e Stati Uniti. L’Europa deve a questo punto prendere atto che deve compiere quel tratto di terreno che ha ancora davanti a sé per poter far pesare nelle crisi del mondo il deposito di storia, il deposito di civiltà che c’è in questa parte del mondo e che non trova un’espressione istituzionale, non trova un’espressione in un potere. E’ importante che si pensi di costruire un esercito europeo ma non è l’unica soluzione. La soluzione viene dalla politica. E’ l’Europa politica che deve fare un passo avanti. Noi dobbiamo avere un rappresentante dell’Europa che sieda al tavolo dei grandi conflitti per cercare di risolverli, portando la visione di pace che l’Europa ha e riaffermando i principi della democrazia.</p>



<p><strong>Sembra diffondersi anche in Italia la posizione “né con la Nato né con Putin”. Deve essere chiaro invece che in questa guerra c’è chi ha invaso e chi è stato attaccato?</strong><br>Questa guerra in particolare ha un’evidenza clamorosa: c’è uno stato sovrano che ha invaso un altro stato sovrano, che ha preso in mano i confini e li ha spostati, che non sappiamo dove voglia arrivare. Noi occidentali vediamo le immagini, sfrondate dalla propaganda, dei palazzi dove vivono i cittadini normali bombardati, distrutti, incendiati, con le persone che scappano. Quelli che non rimangono sotto le macerie. Mi viene in mente quello che Gino Strada ha scritto nel libro postumo, uscito qualche giorno fa, parlando della sua prima missione in Afghanistan.</p>



<p><strong>Ce lo racconti.</strong><br>Dopo che era stato nove giorni interi in sala operatoria, davanti all’evidenza di quello che stava vedendo è andato a controllare i registri dell’ospedale e ha guardato indietro, fino a dodicimila ricoverati: su quei dodicimila ricoverati i combattenti, i militari, i soldati erano appena il sette per cento. Chi erano gli altri? Quel che Gino Strada vedeva in sala operatoria: vecchi, rimasti intrappolati nei palazzi distrutti; donne, che tiravano avanti la famiglia come potevano con i mariti in guerra; bambini, le vere vittime di questa vicenda.</p>



<p><strong>L’Ucraina ha fatto il primo passo riconoscendo che non potrà far parte della Nato. Quali sono le condizioni essenziali che devono o che possono offrire le due parti perché torni la pace?</strong><br>Non c’è dubbio che dobbiamo fare ogni sforzo perché la strada negoziale porti a qualche risultato. E’ importante che il tavolo della trattativa rimanga aperto. La dichiarazione di Zelensky è da un lato ovvia, vista la situazione attuale, quindi realista, dall’altro lato molto importante perché ha portato un epilogo in un conflitto quando le parti tendono ad arroccarsi sulle loro posizioni di principio, e dall’altra parte è calata nel mezzo di un negoziato. Zelensky, rinunciando all’autonomia sulla decisione di rivolgersi alla Nato, sgombra il terreno da quest’accusa che la Nato sia il vero burattinaio dell’esperienza di governo in Ucraina.</p>



<p><strong>E la richiesta di aderire all’UE?</strong><br>Rimane sul tavolo e probabilmente dovrà fare da bilanciamento rispetto alla disponibilità a non entrare nella Nato. A questo punto penso che questo sia il vero punto di contestazione. Perché nel momento in cui Putin si pone fuori dall’ordine condiviso, recupera la visione storica della Rus’ delle origini, di cui facevano parte Russia, Ucraina e Bielorussia, le tre regioni attraversate dal fiume Dnepr.</p>



<p><strong>Ma cosa vuole davvero Putin?</strong><br>Putin non vuole ricostruire l’Unione Sovietica, si rende conto che questa pretesa sarebbe impossibile, anche perché manca il vero cemento di quella costruzione, il vero cemento ideologico, che è il comunismo. Putin vuole recuperare la grandeur perduta e poi vuole recuperare il senso di alterità dell’Impero sovietico che ha costituito per settant’anni un’alternativa all’Occidente, un altro polo nel mondo, un’altra ipotesi di modello sociale e potremmo dire di civiltà, sconfitta dalla storia naturalmente. Però Putin guarda ai dividenti, guarda alla capacità di espressione che la Russia ha avuto in tutti questi diversi momenti. Li mette insieme in un sincretismo imperiale e rivendica quel ruolo. Noi abbiamo fatto un errore che non è quello dell’allargamento della Nato.</p>



<p><strong>Quale è stato il nostro errore?</strong><br>Il vero errore che abbiamo fatto, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, è stato di pensare che la Russia potesse essere ridotta a rango di potenza regionale residua e quindi lasciata al suo destino. Invece, in quel momento di bisogno e necessità, quando la Russia perdeva il suo perimetro imperiale, sarebbe stato importante aiutare la Russia con un programma serio, importante, in cambio di riforme democratiche. Avremmo potuto attirarla dentro la comune costruzione di un sistema di sicurezza europeo, di cui pure nella diversità la Russia faceva parte. Naturalmente regolando gli aiuti in base alle riforme democratiche. Non siamo stati capaci di fare questo.</p>



<p><strong>Con quali conseguenze?</strong><br>La Russia si è sentita in qualche misura umiliata, anche gli amici russi contrari a Putin e avversari di Putin dicono che in quel momento hanno sentito l’Occidente come un’entità che non capiva la Russia, che non capiva il popolo russo, non il potere russo. Questa dimensione imperiale non è una sovrastruttura del sovietismo, non è una costruzione staliniana o leninista, è qualcosa di eterno che c’era prima dell’esperienza bolscevica e sopravvive dopo, è qualcosa che fa parte dell’anima russa. Questo vuoto di rappresentanza, di potere, di autorità, di spazio metafisico che Putin chiama spirituale, questo vuoto lo rivendica Putin ma in qualche misura lo sente il popolo russo e questo spiega la presa che Putin, prima della guerra aveva su una parte ancora rilevante della popolazione</p>



<p><strong>Comunque finisca, Putin potrà tornare a essere interlocutore dell’Occidente?</strong><br>E’ molto complicato, è molto difficile, bisognerà fare i conti con quelli che si chiamano i crimini di guerra, fare i conti dei morti, fare i conti di quante persone civili sono morte e stanno morendo in questa guerra. Anche il Cremlino dovrà fare i conti con quell’embrione di opinione pubblica che c’è nel Paese. Si dice che Mosca abbia mandato i forni crematori sui campi di battaglia per evitare di riportare i cadaveri dei soldati morti nei sacchi di iuta e quindi per nascondere lo spettacolo della morte che è lo spettacolo non di una sconfitta ma di una guerra molto più complicata del previsto. Porteranno indietro le ceneri alle famiglie. Ma quando le famiglie faranno la conta dei morti, anche Putin dovrà fare i conti con la sua opinione pubblica.</p>



<p><strong>Bisognerò comunque continuare a interloquire con la Russia.</strong><br>Certo, finita la guerra con la Russia bisognerà comunque fare i conti, anche perché il nemico dell’Occidente non è il popolo russo. Bisogna evitare questa demonizzazione. Con la Russia bisognerà comunque fare i conti, bisogna saperlo, come &#8211; fortunatamente &#8211; stiamo facendo da sempre i conti con la sua cultura, con la sua letteratura, con la sua arte, con la sua storia. Bisognerà sedersi con il leader russo, chiunque egli sarà, difficile che ci si possa sedere con Putin, bisognerà sedersi con la leadership russa e stabilire un nuovo sistema delle regole del gioco. Siamo senza regole, siamo nel buio. Una luce bisognerà riaccenderla, sia per noi che per la Russia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/03/17/raco-ezio-mauro-una-luce-bisognera-riaccenderla-sia-per-noi-che-per-la-russia/">Ezio Mauro: una luce bisognerà riaccenderla, per noi e per la Russia</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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