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	<title>Oxford Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Alberto Mantovani: la variante Delta è più infettiva. Vacciniamo il mondo per essere sicuri noi. Condivido l&#8217;obbligo per operatori sanitari e insegnanti, se la scuola è una priorità per il Paese</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/07/23/raco-barone-alberto-mantovani-la-variante-delta-e-piu-infettiva-condivido-obbligo-per-operatori-sanitari-e-insegnanti-se-la-scuola-e-una-priorita-per-il-paese/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jul 2021 11:47:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’impressione è di ritrovarsi davanti a una possibile terza ondata, dominata dalle cosiddette varianti. Cosa dobbiamo aspettarci dal virus nelle prossime settimane?Stiamo seguendo quello che è successo in altri paesi europei, quello che sta succedendo in Gran Bretagna ad esempio. E’ ragionevole aspettarsi un aumento di contagi, speriamo non un aumento di pressione sul servizio sanitario nazionale. Questo è quello che mi preoccupa ed è quello che ci preoccupa. Siamo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/23/raco-barone-alberto-mantovani-la-variante-delta-e-piu-infettiva-condivido-obbligo-per-operatori-sanitari-e-insegnanti-se-la-scuola-e-una-priorita-per-il-paese/">Alberto Mantovani: la variante Delta è più infettiva. Vacciniamo il mondo per essere sicuri noi. Condivido l&#8217;obbligo per operatori sanitari e insegnanti, se la scuola è una priorità per il Paese</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>L’impressione è di ritrovarsi davanti a una possibile terza ondata, dominata dalle cosiddette varianti. Cosa dobbiamo aspettarci dal virus nelle prossime settimane?</strong><br>Stiamo seguendo quello che è successo in altri paesi europei, quello che sta succedendo in Gran Bretagna ad esempio. E’ ragionevole aspettarsi un aumento di contagi, speriamo non un aumento di pressione sul servizio sanitario nazionale. Questo è quello che mi preoccupa ed è quello che ci preoccupa.</p>



<p><strong>Siamo pronti a fronteggiare la variante Delta e le altre varianti individuate?</strong><br>Dipende molto da noi. Se raggiungiamo e mettiamo in sicurezza, il più in fretta possibile, i due milioni di persone fragili per età e le 400 mila persone definite estremamente vulnerabili come i pazienti oncoematologici possiamo affrontare una nuova ondata con una certa serenità.</p>



<p><strong>La minore letalità del virus in questo periodo è dovuta all’efficacia del vaccino?</strong><br>Non c’è dubbio. Chiunque vive in un ospedale &#8211; come faccio io, che vivo in Humanitas &#8211; vede che le persone gravi che vengono ospedalizzate sono sostanzialmente persone non vaccinate. Questo non deve farci però sottovalutare la variante Delta e le altre che sono all’orizzonte. La variante Delta è più infettiva e trasmette un carico virale maggiore. Questo è un motivo di preoccupazione per la sua diffusione e per il fatto che vediamo una fascia di persone più giovani infettate.</p>



<p><strong>I vaccinati con due dosi in che misura possono sentirsi al riparo?</strong><br>I vaccini, sottolineo i vaccini, qualunque vaccino abbiamo fatto, proteggono molto bene nei confronti dell’ospedalizzazione e della malattia grave, che è quello che ci preoccupa. Da questo punto di vista, chi ha fatto due dosi ha ottime probabilità di sentirsi al sicuro. Anche se nessun vaccino, in generale, garantisce una protezione al cento per cento, due dosi ci mettono al riparo nella stragrande maggioranza.</p>



<p><strong>Ci faccia un esempio.</strong><br>Due dosi di vaccino sono come la cintura di sicurezza: anche se la indossiamo, quando siamo in automobile, non passiamo con il rosso, per non rischiare la nostra e la altrui incolumità. Questo vuol dire che anche se siamo vaccinati dobbiamo continuare a rispettare le regole che ci vengono dettate. Non passare col rosso.</p>



<p><strong>Quanto dura l’immunità dei vaccini?</strong><br>Non sappiamo quanto dura l’immunità e la resistenza nei confronti del virus perché abbiamo a che fare con un nemico nuovo. Conosciamo ancora in modo imperfetto il nostro sistema immunitario e conosciamo ancora in modo imperfetto come funziona la memoria immunologica. Non siamo capaci di fare delle previsioni sicure su quanto dura la risposta immunitaria e la protezione. Possiamo dire che funziona sino nove/dieci mesi, pensiamo tutti almeno un anno. Così dura la protezione.</p>



<p><strong>Ci sono dei dati aneddotici che ci possono incoraggiare?</strong><br>E’ stato possibile studiare qualche anno fa alcune persone che erano state esposte alla Spagnola e sono state trovate cellule di memoria contro quella malattia. Così per la prima ondata di SARS. E’ possibile che la memoria immunologica duri a lungo. I vaccini ci hanno stupito per la velocità con la quale sono stati realizzati e per quanto funzionano bene nei confronti della ospedalizzazione e della morte. Io sono ottimista e spero che questi vaccini ci stupiranno per la durata della protezione</p>



<p><strong>Sarà necessaria una terza dose?</strong><br>Onestamente non lo sappiamo. Partono delle sperimentazioni cliniche sulla terza dose. L’obiettivo in questo momento è principalmente quello di aumentare e migliorare la protezione contro le varianti più che sostenere la memoria. Abbiamo bisogno per questo di dati e sperimentazione.</p>



<p><strong>Perché anche i vaccinati devono fare la quarantena? Quanto sono contagiosi?</strong><br>E’ molto difficile condurre uno studio rigoroso sull’effetto dei vaccini sulla trasmissione, sul fatto che sterilizzino anche la trasmissione. Perché sappiamo ancora molto poco di come questi vaccini funzionano a livello delle nostre mucose, dove noi esportiamo il virus. Secondo alcuni dati i vaccini che utilizziamo proteggono contro la malattia asintomatica in parte e proteggono contro la trasmissione. Ma è partito uno studio rigoroso negli Stati Uniti in cui si studia esattamente la trasmissione. Anche se siamo vaccinati, atteniamoci rigorosamente alle regole, perché è possibile che alcuni di noi continuino a trasmettere, probabilmente in misura inferiore.</p>



<p><strong>Probabilmente ci dovremo vaccinare per anni. Oltre ai vaccini avremo anche cure, farmaci?</strong><br>I farmaci sono una grande speranza. Ricordiamo che un anno fa erano stati annunciati dei farmaci, game over li aveva definiti qualcuno, che non funzionavano. Adesso abbiamo migliorato la nostra capacità di trattare i pazienti. Per esempio usiamo nella finestra giusta i cortisonici, che hanno ridotto la mortalità. Probabilmente inizieremo a usare gli inibitori di quella che è stata chiamata la tempesta delle citochine. Ci sono anticorpi che nel nostro paese sono autorizzati in situazioni molto particolari. Ci sono dati che suggeriscono che anche nella malattia avanzata gli anticorpi monoclonali possono aiutare. C’è anche in sperimentazione un anticorpo italiano e questo è un motivo di grande speranza.</p>



<p><strong>Lei su cosa punterebbe.</strong><br>Io direi che la grande speranza è quella di avere farmaci nuovi, come quelli contro HIV. Degli antivirali, molecole semplici che possono essere utilizzate, sono quelle con le quali abbiamo trasformato l’AIDS in una situazione cronica che teniamo sotto controllo. Non ci sono ancora. Ci sono fasi iniziali di sperimentazione molto incoraggianti da questo punto di vista.</p>



<p><strong>Cosa pensa del richiamo con un vaccino diverso rispetto a quello della prima dose?</strong><br>Gli immunologi da molto tempo sospettano che potrebbe essere saggio utilizzare vaccini diversi e fare quello che in inglese viene chiamato “mix and match”, trovare la combinazione migliore di vaccini. Sappiamo che i vaccini a RNA messaggero attivano molto bene la produzione di anticorpi. I vaccini su una piattaforma adenovirus, quello di Oxford per intenderci, attivano un po’ meglio le risposte dei direttori dell’orchestra immunologica e dei killer professionisti che si chiamano in gergo cellule D. C’era l’idea che mescolarli poteva essere una cosa buona. Si è introdotta quella che chiamiamo vaccinazione eterologa per motivi di estrema precauzione: una seconda dose di vaccino a RNA messaggero in chi aveva già ricevuto un vaccino su piattaforma adenovirus.</p>



<p><strong>Perché parla di estrema precauzione?</strong><br>Perché in realtà sulla seconda dose il vaccino su piattaforma adenovirus, quello di Oxford, non c’erano mai stati problemi. Questa scelta è stata fatta per motivi di precauzione. Da un punto di vista immunologico funziona. Non ci sono ancora i dati che funzioni da un punto di vista della protezione, però è molto ragionevole pensare che diano un’ottima protezione. Bisogna dire che nel Regno Unito sono in corso sperimentazioni di combinazioni di sette vaccini diversi per vedere se è possibile ottimizzare e avere il meglio da ciascuna piattaforma. E’ una domanda a cui avremo risposta tra qualche mese.</p>



<p><strong>A chi è ancora scettico sull’efficacia dei vaccini o ha dubbi sulla loro pericolosità, cosa possiamo dire?</strong><br>Perché ci può essere scetticismo sui vaccini? Innanzitutto bisogna confrontarsi sui dati e i numeri che vengono dal nostro pronto soccorso dicono che raramente le persone vaccinate si ammalano o si ammalano gravemente. Invito le persone a confrontarsi sempre con i dati e con coloro che sono stati già vaccinati: i membri della mia famiglia sono stati tutti vaccinati e non abbiamo avuto problemi.</p>



<p><strong>E’ sufficiente la protezione di chi ha già avuto la malattia?</strong><br>Metto in guardia contro l’idea che la malattia naturale sia un buon vaccino. In realtà la malattia naturale, che pure dà immunità, dà protezione, vale la pena di ricordare che nella popolazione reale dà una protezione di meno del 50%. Quindi dopo la malattia naturale, anche grazie alla ricerca fatta da noi, è bene fare una dose di vaccino. Il miglior allenamento, per il nostro sistema immunitario non è la malattia naturale. Il miglior fitness è il vaccino.</p>



<p><strong>Quali sono, se ci sono, i rischi a lungo termine, conosciuti?</strong><br>I vaccini, è bene dirlo, sono stati introdotti da poco tempo, da dicembre nel Regno Unito, in Israele e negli Stati Uniti e da noi in modo massiccio da febbraio. Abbiamo avuto un tempo di monitoraggio relativamente breve. Però possiamo dire delle cose che ci tranquillizzano. Innanzitutto non è mai successo di avere conseguenze a lungo termine di vaccini dopo le primissime settimane. I problemi che potevano esserci li abbiamo visti e li conosciamo tutti: sono effetti locali e rarissimi effetti collaterali legati alla trombosi nel caso di uno dei vaccini. Non è mai successo di avere problemi a lungo termine. Molti pensano a effetti a lungo termine che non hanno alcun motivo di preoccupare.</p>



<p><strong>Diciamone qualcuno.</strong><br>Il primo è che i vaccini a RNA messaggero inducano delle modificazioni genetiche nel nostro organismo. Non c’è nessun motivo per pensare questo. Anzi, dobbiamo pensare che tutte le volte che abbiamo un’infezione virale, quando abbiamo un raffreddore, quando abbiamo una gastroenterite da virus, il virus entra e codifica quantità del suo RNA messaggero infinitamente più alte di quelle che ci vengono introdotte quando facciamo la puntura del vaccino a RNA messaggero o quando ci viene inoculato un virus con adenovirus inattivato. Quindi non c’è nessun motivo per pensare a modificazioni genetiche.</p>



<p><strong>Un’altra leggenda è che siano causa di sterilità.</strong><br>Anche in questo caso non c’è nessun motivo per pensare che i vaccini siano causa di sterilità. Non solo, ci sono dei dati che sono stati pubblicati molto recentemente sul Journal of the American Medical Association, una delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo, che dice che la produzione di spermatozoi è assolutamente normale dopo il vaccino. Dobbiamo restare in guardia rispetto a molte notizie false che riguardano gli effetti a lungo termine dei vaccini.</p>



<p><strong>I più giovani credono di essere protetti dal contagio. Invece l’età media dei contagiati si è molto abbassata.</strong><br>Ai giovani &#8211; e per giovani intendiamo quelli con età superiore ai 16 o ai 18 anni, non i preadolescenti &#8211; vorrei raccontare un colloquio che ho avuto con un medico alcuni giorni fa. Mi ha detto: avrei voluto che queste persone fossero state con me quando ho verificato i problemi che ancora hanno due ragazzi mesi dopo aver fatto il covid. E’ vero che le persone giovani sono relativamente resistenti al covid-19 e alla malattia nella forma grave, ma la malattia li può colpire e può lasciare delle conseguenze, quelle che noi in gergo chiamiamo “long covid”.</p>



<p><strong>Quanti sono?</strong><br>Non sappiamo bene quante sono le persone colpite ma c’è un dato che a me preoccupa moltissimo: uno studio norvegese ha recentemente suggerito che quasi la metà delle persone che ha avuto il covid, anche giovani, ha delle conseguenze a medio termine. Anche alle persone giovani dico: vale la pena vaccinarsi, per la vostra salute prima di tutto e poi per proteggere le persone più fragili nella nostra comunità. Per persone fragili intendiamo quelle sulle quali il vaccino funziona male o non sappiamo ancora usarlo bene.</p>



<p><strong>E per gli adolescenti, dai 12 ai 18 anni? Abbiamo una grande responsabilità nei loro confronti, hanno già perso quasi due anni di scuola.</strong><br>Su questo voglio dare innanzitutto una mia opinione, da cittadino prima ancora che da medico e da immunologo. Da cittadino penso che la scuola debba essere l’ultima a chiudere e la prima a riaprire, perché lì si gioca il futuro dei ragazzi, il futuro del Paese, lì si gioca anche una partita di diseguaglianza sociale, di distanziamento sociale nel senso che i ragazzi delle famiglie più povere si trovano in enorme svantaggio, finendo per pagare un prezzo più alto. Questo è il mio giudizio, come cittadino di questo Paese.</p>



<p><strong>Come medico che ci dice?</strong><br>Un vaccino a RNA messaggero è stato sperimentato in una corte numerosa di oltre duemila ragazzi e ha funzionato molto bene. I dati sono stati esaminati dalla FDA negli Stati Uniti, dall’EMA e da altre agenzie regolatorie e sono stati approvati. C’è discussione nella comunità, i ragazzi in questa fascia di età sono ancor più resistenti alla malattia nelle forme gravi, tuttavia una parte di questi ragazzi si ammala, una parte ha una conseguenza a medio termine che si chiama MIS-C, che è una malattia infiammatoria cronica che colpisce proprio i ragazzi in quella fascia di età. Inoltre ci sono altri motivi di preoccupazione.</p>



<p><strong>Quali?</strong><br>Cito uno studio norvegese e uno studio italiano molto importante, che ha puntato il dito sulle conseguenze a medio termine, long covid, in età pediatrica. La cosa preoccupante è che almeno in alcuni studi queste conseguenze sono indipendenti dalla gravità della malattia. Tornando ai ragazzi la raccomandazione è di stare attenti perché anche con una malattia presa in forma modesta dal punto di vista clinico c’è il dubbio di lasciti a lungo termine. La società italiana di pediatria ha fatto una raccomandazione di vaccinare i ragazzi sopra i 12 anni. Io condivido l’opinione delle agenzie regolatorie, condivido l’opinione della società italiana di pediatria. I miei nipoti in quella fascia di età, ne ho due su otto, sono stati vaccinati.</p>



<p><strong>E’ favorevole all’obbligo di vaccinazione per alcune categorie?</strong><br>Faccio una premessa: quando c’è stata una discussione, anche molto vivace, sulla reintroduzione dell’obbligo vaccinale nel nostro Paese, qualche anno fa, io ero favorevole all’obbligo. Penso anche che se un’istituzione realizza un’opera di informazione e condivisione delle conoscenze fatta bene si possono convincere le persone. Nella nostra comunità praticamente tutti gli operatori sanitari si sono vaccinati. La prima cosa da fare è: a ogni fiala di vaccino somministrare anche una fiala di informazione e formazione sul vaccino.</p>



<p><strong>Quindi è d’accordo?</strong><br>Non ho dubbi e condivido assolutamente l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari. Credo che la stessa cosa dovrebbe essere considerata seriamente per gli insegnanti, nella misura in cui la scuola è una priorità per il Paese. Vogliamo avere le scuole aperte in sicurezza, per gli insegnanti stessi e per i ragazzi.</p>



<p><strong>Per altre categorie?</strong><br>Per altre categorie io non credo che ci siano molti motivi per pensare che non sia il tempo di discutere di un obbligo vaccinale generalizzato. Non sappiamo quanto dura la memoria immunologica, non abbiamo ancora certezze su quanto dovremo ripetere le vaccinazioni. Ritengo che ci siano molti motivi per pensare a questa soluzione.</p>



<p><strong>Soprattutto su AstraZeneca alcune disposizioni discordanti hanno indotto i cittadini a perdere fiducia nelle istituzioni. Che è successo?</strong><br>Io penso che i nostri concittadini abbiano tutto il diritto a essere confusi. Non faccio lezioni a nessuno ma è stata fatta indubbiamente molta confusione. Sapevamo con ragionevole certezza che il vaccino di Oxford funzionava bene al di sopra dei 65 anni, sin dall’inizio. Io cerco di attenermi a tre regole dal punto di vista della comunicazione: il rispetto dei dati, perché bisogna sempre confrontarsi coi dati e spero di averlo fatto anche in questa intervista e il rispetto delle competenze. Se avessimo rispettato i dati non si sarebbe detto che il virus si era ingentilito e che era diventato buono.</p>



<p><strong>La terza regola?</strong><br>La responsabilità sociale: dobbiamo ricordare che quello che diciamo può avere delle conseguenze. Se dico che la malattia naturale è sufficiente a dare una buona protezione posso invogliare le persone a non fare una dose di vaccino mentre i dati dicono e la competenza dell’immunologo dice che il miglior modo di avere una risposta contro le varianti, per chi ha avuto la malattia, è di fare una dose di vaccino.</p>



<p><strong>Ha senso dare il green pass dopo una dose di vaccino?</strong><br>Partiamo dai dati. Sappiamo da molto tempo che anche una sola dose di vaccino dà una protezione parziale anche contro il ceppo originale del virus, quello che adesso chiamiamo Alfa. Lo sappiamo dai dati sul campo. Una dose a 15 giorni dava solo una protezione al 70%. La differenza tra una dose e due dosi diventa ancora più marcata se guardiamo alla resistenza alla variante Delta, che è quella che ci preoccupa. Il decisore politico può trovare una mediazione, ha una responsabilità perché deve mettere insieme i dati di immunologia e di protezione con le esigenze della società civile. L’importante è che chi ha fatto una sola dose, green pass o no, sappia di avere una protezione modesta.</p>



<p><strong>Gli studi, finanziati con fondi senza precedenti, per lo sviluppo dei vaccini anti covid, porterà benefici nella ricerca e nella creazione di altri vaccini, per altre malattie come il cancro?</strong><br>E’ bene ricordare che se contro il covid-19 abbiamo avuto vaccini alla velocità della luce è perché alle spalle c’erano 20 anni di ricerca. Alle spalle del vaccino di BioNTech-Pfizer ci sono tantissimi anni di ricerca per fare un vaccino contro il cancro. Il successo avuto nell’avere un vaccino contro il covid-19 sta alimentando la speranza, il lavoro e gli sforzi di tutti noi per avere vaccini curativi contro il cancro. Non solo, questa tecnologia ci aiuterà ad affrontare le varianti. Abbiamo la grande speranza che ci aiuti a prevenire grandi killer. Ne abbiamo tre: il microbatterio della tubercolosi, la malaria e l’HIV. Il progresso che abbiamo fatto è motivo di speranza per tutti noi.</p>



<p><strong>Lei è molto impegnato nel programma COVAX, per garantire vaccini ai Paesi meno sviluppati o più poveri. Come sta procedendo il progetto?</strong><br>Un continente come l’Africa ha meno dell’1% di persone vaccinate. Non è saggio lasciare i paesi poveri in balia di se stessi. Il cinismo non paga. Faccio un esempio. La variante che chiamavamo brasiliana è nata a Manaus dove circa il 60% della popolazione era venuta a contatto con il virus. Lasciare correre la malattia non è un buon modo per generare immunità, è un buon modo per far saltar fuori varianti.</p>



<p><strong>Quali sono i nostri obblighi?</strong><br>Io penso che abbiamo prima di tutto un dovere di solidarietà e un obbligo morale, perché tutte le sperimentazioni sui vaccini sono state in parte condotte in paesi a basso o medio reddito. Infine abbiamo la nostra sicurezza. Vacciniamo il mondo per essere sicuri noi. Non possiamo lasciare interi continenti a fare da incubatoi per varianti. In questo contesto c’è una iniziativa di salute globale che si chiama Covax, che mira a far avere a questi paesi vaccini sufficienti per la copertura del 20% della popolazione.</p>



<p><strong>Siamo vicini all’obiettivo?</strong><br>In realtà siamo molto lontani da quel 20% ma è ancora più importante trasformare un vaccino in una vaccinazione, fare l’ultimo miglio, arrivare all’ultimo operatore sanitario e metterlo in sicurezza. Questo lo fanno anche delle organizzazioni come Medici con l’Africa, a cui io sono molto legato, che sul terreno portano il vaccino all’ultimo miglio, all’ultimo operatore sanitario. Il mio messaggio è che noi abbiamo bisogno di SOS: solidarietà, obbligo morale a condividere i vaccini e sicurezza per la nostra sicurezza.</p>
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		<title>Alberto Mantovani: nessuna evidenza che il Covid-19 sia diventato più gentile. La mancata zona rossa è stato un errore. Sul vaccino russo non ci sono dati condivisi. Invito i giovani a comportarsi in modo responsabile</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/08/12/raco-barone-mantovani-nessuna-evidenza-che-covid19-sia-diventato-piu-gentile/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2020 18:27:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Emanuele Raco ed Eugenio Barone In queste settimane si parla di un virus attenuato. Vero che sta mutando e sta diventando più gentile?Non c’è nessuna evidenza che il virus stia diventando più gentile. Non c’è alcuna evidenza che sia stata messa a disposizione della comunità scientifica attraverso le riviste scientifiche o in open access, come facciamo adesso per accelerare la condivisione dei dati. Tutti vorremmo questo, io per primo:&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/08/12/raco-barone-mantovani-nessuna-evidenza-che-covid19-sia-diventato-piu-gentile/">Alberto Mantovani: nessuna evidenza che il Covid-19 sia diventato più gentile. La mancata zona rossa è stato un errore. Sul vaccino russo non ci sono dati condivisi. Invito i giovani a comportarsi in modo responsabile</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>di Emanuele Raco ed Eugenio Barone</p>



<p><strong>In queste settimane si parla di un virus attenuato. Vero che sta mutando e sta diventando più gentile?</strong><br>Non c’è nessuna evidenza che il virus stia diventando più gentile. Non c’è alcuna evidenza che sia stata messa a disposizione della comunità scientifica attraverso le riviste scientifiche o in open access, come facciamo adesso per accelerare la condivisione dei dati. Tutti vorremmo questo, io per primo: purtroppo non è successo. Si fa confusione fra due cose molto diverse: una cosa è il virus altra cosa è la malattia. Per dare un esempio concreto: Humanitas ha trattato 2.300 pazienti, abbiamo avuto 115 unità di cure intensive piene, abbiamo messo a disposizione e usato 600 letti. L’ultima volta che ho controllato, nel mio ospedale c’era un paziente in unità di cura intensiva, due pazienti malati e tre dubbi.<br> <br><strong>Quindi è la malattia ad essersi attenuata. Perché?</strong><br>Ci sono tanti motivi. Il primo è che colpisce persone più giovani e sappiamo che i più giovani si ammalano di meno e i bambini, per fortuna, ancora di meno. Poi è una infezione respiratoria e tutte le infezioni respiratorie d’estate e in primavera vanno meglio. Dobbiamo ricordare che altri coronavirus causano polmoniti che scompaiono in questo periodo. Poi stiamo tutti più attenti a proteggere le persone più fragili, i più anziani e i malati. Loro stessi si proteggono di più. La malattia è meno grave ma non c’è nessun dato che il virus sia diventato più gentile. Io sono un immunologo, devo controllare come si comporta il nemico del nostro sistema immunitario: due settimane fa ho passato la domenica a studiare con attenzione un lavoro pubblicato, quindi condiviso con la comunità scientifica, che parlava appunto dell’evoluzione del virus e semmai, quello che è successo, è che una mutazione, la 614G che forse lo rende più aggressivo, si è diffusa in tutto il mondo. La conseguenza di questo è importante perché non dobbiamo dare segnali che ci facciano abbassare la guardia, non dobbiamo dare nessun segnale che induca comportamenti irresponsabili<br> <br><strong>Soprattutto tra i giovani invece sembra esserci stato un generale abbassamento della guardia.</strong><br>Io stesso ho voglia di togliermi la mascherina. Amo la montagna e qualche sera fa sono andato a dormire in rifugio. Ovvio che fuori, durante le camminate non l’ho utilizzata, ma appena arrivato in rifugio l’ho subito messa, per proteggere me stesso ma soprattutto per proteggere gli altri. Il mio invito alle persone giovani è di comportarsi in modo responsabile a protezione dei più deboli. Sono atteggiamenti di responsabilità nei confronti degli altri. Si può andare in montagna o a divertirsi anche in modo responsabile.<br> <br><strong>Secondo quanto riportato da Istat e ministero della Salute, le persone entrate in contatto con il virus sono circa un milione e mezzo, il 2,5% della popolazione. Un numero 6 volte superiore al totale dei casi intercettati ufficialmente durante la pandemia. Significa che in molti potrebbero aver contratto il virus in modo blando, senza accorgersi?</strong><br>È così. Dobbiamo ricordarci che abbiamo un sistema immunitario che è estremamente efficace. È un’orchestra straordinaria che ci protegge. In questo caso, come anche più in generale, in più del 90% dei casi, il nostro sistema immunitario, la prima linea di difesa, gestisce i problemi senza che ce ne accorgiamo. È molto importante avere il quadro generale del virus e del nostro incontro con il virus, dell’impronta che il virus ha lasciato nel nostro sistema immunitario. Dobbiamo averla a diversi livelli per ricomporre il puzzle. Questo dato dell’indagine sierologica nazionale è estremamente importante. È un dato che riguarda 60 mila persone. E mi spiace che siano solo 60 mila perché avrebbero dovuto essere 150 mila. Questo vuol dire che molte persone si sono rifiutate di dare un campione di sangue. Questo a me spiace molto.<br> <br><strong>I dati delle popolazioni ospedaliere invece cosa dicono?</strong><br>Abbiamo condotto un programma che si chiama Covid Care per 4 mila persone che lavorano con Humanitas ottenendo un quadro dei diversi ospedali estremamente importante. Ci sono almeno due studi, uno condotto da Hans-Gustaf Ljunggren del Karolinska Institutet, in cui non sono stati guardati gli anticorpi, che sono soltanto una manifestazione della nostra orchestra immunologica, ma è stata osservata la risposta dei direttori dell’orchestra immunologica che chiamiamo linfociti T. Il collega si è accorto che una quota molto importante di persone non aveva anticorpi ma aveva i direttori dell’orchestra, che stavano organizzando le difese contro Covid-19. È possibile perciò che quello sia un numero sottostimato. Ciononostante ci dà comunque una buona indicazione dell’ordine di grandezza della quota di persone esposta al virus.<br> <br><strong>Chi ha avuto il Covid-19 può ritenersi totalmente o parzialmente al riparo in caso di seconda ondata?</strong><br>Non lo sappiamo. È una delle tante cose che non sappiamo. Mai come in occasione di Covid 19 ricordo i pensieri di due filosofi greci che sono Socrate e Eraclito. Socrate diceva “so di non sapere” e io so di non sapere, Eraclito diceva che “la natura ama nascondersi”. Questo virus ama nascondersi, ancora non lo conosciamo. Una delle cose che non sappiamo è quanto duri la memoria immunologica. Siamo ragionevolmente sicuri che chi si è ammalato, non chi ha anticorpi ma chi si è ammalato, è protetto per un tempo che non conosciamo. Questo è estremamente importante per affrontare una seconda ondata. Non possiamo dare patenti di immunità perché non abbiamo i dati per farlo e questo è estremamente importante per lo sviluppo dei vaccini.<br> <br><strong>Sono più affidabili i test che si effettuano in Italia rispetto a molti utilizzati in altre parti del mondo? Abbiamo letto di milioni di test distrutti perché inefficaci.</strong><br>Ci sono più di cento test sierologici di vario tipo, acquistabili in farmacia o su internet. Molti di questi non hanno una sensibilità e specificità adeguata per coronavirus. C’è un caso clamoroso, del governo Inglese, che pure aveva a disposizione tutte le conoscenze tecniche per fare una valutazione, che ha acquistato trenta milioni di test e li ha buttati nel cestino. Dobbiamo dire che un test sierologico con il 90% di accuratezza è un pessimo test. Circolano molti test. Diffiderei di quelli che non sono effettuati da strutture riconosciute e di alta qualificazione tecnica e scientifica.<br> <br><strong>Sarà fondamentale la somministrazione del vaccino per liberarci del Covid? A che punto siamo? Vero che lo potremmo avere per la fine del 2020?</strong><br>Ancora una volta rispondo che non lo so ma possiamo ragionare insieme sui dati. Non abbiamo nessun precedente di un vaccino contro il coronavirus. Quindi ci muoviamo in una terra incognita. Ci sono circa duecento vaccini candidati. Di questi 200 circa 20 sono nelle fasi iniziali di sperimentazione clinica. Possiamo dire che abbiamo almeno 20 cavalli che corrono. È importante che siano diversi perché è possibile che ci serva più di un vaccino. È possibile che un vaccino dia una copertura a una quota della popolazione e non a tutti. È una corsa un po’ particolare perché non è solo o tanto importante arrivare primi quanto è importante arrivare bene, con uno o più buoni vaccini. Io sono ottimista, penso che essere ottimisti sia un dovere. Sono ottimista ovviamente sulla base dei dati e gli elementi che abbiamo per almeno tre vaccini sono incoraggianti.<br> <br><strong>Le ricerche per il vaccino contro la SARS sono state sospese perché l’epidemia è scomparsa prima dell’arrivo del vaccino.</strong> <strong>Questa volta sarà diverso?</strong><br>L’esempio del vaccino contro la SARS è molto utile e interessante. La SARS è stata eliminata dal contenimento però c’erano alcuni gruppi che avevano sviluppato un vaccino. Non è un caso che quegli stessi gruppi in questo momento siano in pole position, sono in testa nello studio del vaccino per il Covid-19. Moderna negli Stati Uniti, il gruppo dello Jenner Institute di Oxford, che ha sviluppato un vacino che è proprietà intellettuale di una piccola company di Sarah Gilbert e di altri ricercatori di Oxford. Questi avevano fatto un vaccino contro SARS per cui hanno capitalizzato un’esperienza passata. È una buona lezione per il nostro Paese. È una lezione che ci dice quanto è importante fare ricerca che magari nel breve periodo ci può sembrare inutile ma che è fondamentale per affrontare un nuovo drammatico nemico.<br> <br><strong>C’è collaborazione tra la comunità scientifica internazionale nello studio del virus e del vaccino?</strong><br>È chiaro che le 20 compagnie che stanno lavorando per avere un vaccino sono in competizione, non possiamo nascondercelo. Dall’altra parte chi fa ricerca translazionale e di base come me, negli ultimi mesi ha vissuto un’esperienza di comunicazione straordinaria. Nella mia vita scientifica, che è piuttosto lunga, non ho mai avuto la sensazione di una comunicazione aperta come l’ho avuta negli ultimi mesi. Ho passato il tempo a trasmettere informazioni. A marzo eravamo noi sulla linea del fronte e avevo colleghi in tutte le parti del mondo che vedevano lo tsunami arrivare. Il modo in cui noi comunichiamo è cambiato, nel senso che mettiamo molte delle nostre informazioni in open access, disbonibili alla critica di tutti. Da questo punto di vista c’è stata una straordinaria collaborazione. Se prendiamo il vaccino di Oxford, che è stato oggetto della sperimentazione più accurata – il leader è una donna, si chiama Sarah Gilbert – il vaccino è stato sperimentato su 1.077 soggetti, con un protocollo molto rigoroso. Quel lavoro ci dà un’idea del livello di collaborazione: la testa è a Oxford, una piccola company che ha la proprietà intellettuale,  una collaborazione con una struttura in Germania per i test di neutralizzazione e la produzione verrà fatta nel nostro paese. Il sostegno finanziario viene da una grande azienda, AstraZeneca, ma anche dal National Health Service, il servizio sanitario inglese. Una straordinaria collaborazione e sinergia tra accademia, piccola company, grande company, servizio sanitario nazionale.<br> <br><strong>Una volta individuato il vaccino, quanto tempo ci vorrà per produrre dosi sufficienti per tutti?</strong><br>Nel momento in cui avremo uno o, come mi auguro, più di un vaccino, c’è il problema di capire come sarà gestita la condivisione. Non possiamo nasconderci che c’è competizione tra paesi o tra grandi aree geografiche per avere accesso al vaccino. La mia grande preoccupazione però sono i paesi poveri. Io ho servito in una iniziativa di salute globale che si chiama GAVI, Global Alliance for Vaccine Immunization, che si stima abbia salvato più di 500 milioni di bambini nei paesi più poveri del mondo, riducendo la mortalità in questi paesi da due milioni e mezzo a un milione e mezzo l’anno. Sempre scandalosamente troppo. Sono stato nel board di GAVI per cinque anni. In questo momento nel board di GAVI c’è una donna, una immunologa italiana, Angela Santoni. Ebbene GAVI si è posto al centro di un’alleanza internazionale per far si che ci sia condivisione del vaccino. Parliamo tante volte male del nostro paese: in questo caso l’Italia è stato uno dei paesi che ha aderito immediatamente a una iniziativa di condivisione. Questo mi dà speranza ma il tema c’è e costituisce indubbiamente un grande problema.<br> <br><strong>Il Presidente Putin ha annunciato l’individuazione di un virus che definisce efficace. Pensano di diffonderlo a partire dal primo gennaio 2021. Oggi la comunità scientifica internazionale si è espressa con parole molto dure, dicendo che si tratta di una comunicazione, “avventata, sconsiderata e basata su pochi dati”. Ci dica cosa ne pensa.</strong><br>Non ci sono dati condivisi. Ricordiamo che ci sono quattro vaccini per cui abbiamo dati condivisi. È di ieri la presentazione online in open access, e voglio sottolineare open access, dei dati di un secondo vaccino cinese, fatto con il virus inattivato, quindi con una metodologia classica. Per il vaccino di Moderna, per i due vaccini cinesi, per il vaccino di Oxford, ci sono dati su cui ragionare. In questo caso non c’è alcun dato condiviso. Quindi io do un giudizio estremamente negativo di questo modo di procedere. Innanzitutto bisogna condividere i dati in modo trasparente, in secondo luogo la registrazione di un vaccino presuppone una sperimentazione clinica che includa quella che noi in gergo chiamiamo la Fase 3 di sperimentazione, in cui si valuta l’efficacia, si misurano e pesano i rischi e i benefici. Ricordiamo che non c’è nessun intervento medico, ma neppure niente nella vita, che non coinvolga una valutazione dei rischi e dei benefici. Pensare di rendere disponibili a milioni o a miliardi di persone un vaccino senza sperimentazione di Fase 3 è qualcosa che io considero irresponsabile.<br> <br><strong>È il pericolo di quando la politica vuole superare la scienza. Lo abbiamo visto con le dichiarazioni di alcuni leader politici internazionali.</strong><br>È solo l’ultimo episodio questo. Ricordiamo il caso della idrossiclorochina, in cui alcune persone che avrebbero dovuto avere qualche competenza e alcuni politici hanno affermato addirittura “game over”, cioè la partita è finita con l’idrossiclorochina. Queste sono dichiarazioni irresponsabili. Quando non si rispettano i dati si tradiscono le speranze dei pazienti, delle popolazioni e si disorienta il personale sanitario che è in prima linea. I dati, nel caso di un vaccino, sono la sperimentazione su larga scala di Fase 2 e 3, in cui si misurano rischi e benefici. Elementi che devono essere resi disponibili. Questo è successo ripetutamente durante la crisi di Covid-19, con annunci privi di fondamento scientifico. Ho citato quello più clamoroso. Quest&#8217;ultimo annuncio fa parte della stessa categoria.<br> <br><strong>Leggiamo che molti paesi (dalla Spagna alla Francia, dalla Germania al Belgio, dalla Grecia ai Balcani) stanno vivendo una seconda ondata. L’Italia sembra al momento risparmiata. Cosa sta succedendo?</strong><br>Per me è motivo di grande tristezza quello che è successo negli altri paesi, dagli USA al Regno Unito. Guardando indietro noi non abbiamo imparato abbastanza dalla Cina e questi paesi non hanno imparato dall’Italia o hanno imparato troppo tardi. Non hanno imparato da quel che è successo in una delle regioni più sviluppate del mondo, con un ottimo servizio sanitario come quello lombardo. Quello che sta succedendo intorno all’Italia penso che debba costituire un segnale importante al comportamento responsabile. Siamo in una situazione che ricorda quella dei grandi incendi in Australia, che hanno devastato intere aree del paese. Noi abbiamo avuto un grande incendio: il nostro problema è di controllare i fuochi che si riaccendono. È questa la nostra sfida adesso ma soprattutto in autunno e in inverno. Questo lo possiamo e lo dobbiamo fare in più modi: a livello personale, a livello di singole istituzioni – la mia istituzione, ad esempio, ha inaugurato appena tre settimane fa un Emergency Hospital 19 – e poi a livello del Paese. Sono i tre livelli che dobbiamo attivare per circoscrivere e spegnere i fuochi appena si accendono.<br> <br><strong>Perché è stata colpita con particolare violenza la Lombardia e in modo particolare la zona compresa tra Bergamo/Brescia/Piacenza/Lodi/Cremona? C’è una evidenza scientifica che spiega le ragioni di questo andamento?</strong><br>Abbiamo ormai un quadro abbastanza completo, con dei dati di quello che è successo in Lombardia. Il nostro paese, pur essendo il primo in occidente a essere stato colpito da questo tsunami, aveva contribuito molto poco alla realizzazione delle migliaia di sequenze complete del virus isolate in tutto il mondo. Adesso lo scenario è cambiato, grazie al finanziamento della fondazione Cariplo che ha sostenuto un grande sforzo di sequenziamento del virus. Questo illustra un aspetto: la ricerca fa parte dell’essere preparati a rispondere all’emergenza. Bisogna poter fare ricerca di guerra, per mettere in atto finanziamenti mirati a rispondere nel tempo più breve possibile a domande che vengono dai pazienti. Questo lavoro è stato fatto dai governi in molti paesi, dalla Cina agli Stati Uniti. In Italia ci sono stati dei problemi invece a livello di governo regionale e centrale.<br> <br><strong>Cosa si è scoperto grazie alla ricerca finanziata dalla Fondazione Cariplo?</strong><br>Sono stati sequenziati completamente 347 casi isolati virali, non completamente 370. Il quadro che è venuto fuori è che non è arrivato un solo tsunami in Lombardia ma ne sono arrivati due, indipendenti. Uno è il focolaio individuato nella Bassa, a Codogno e Castiglione d’Adda, l’altro nelle valli bergamasche. Sono due focolai indipendenti arrivati intorno al 20 gennaio. Ci sono motivi fondati per ritenere che siano arrivati ancora prima di quella data. Per cui per almeno un mese e mezzo il virus ha circolato indisturbato, mascherato dalle ondate di virus respiratori invernali. Questo è il quadro che è stato ricostruito da due colleghi, Carlo Federico Perno e Fausto Baldanti. Un lavoro eccezionale, unico al mondo, che ci da un quadro da un punto di vista virologico di cosa è successo in Lombardia.<br> <br><strong>Il gruppo Humanitas ha messo a punto il programma Emergency Hospital 19 e il Covid Care Program. In cosa consiste?</strong><br>C’è un vecchio detto ecclesiastico, in latino, che è “Estote Parati”, siate preparati. Se qualcuno è interessato c’è un documento fatto dalla commissione salute dell’Accademia dei Lincei, disponibile online sul sito dell’Accademia, aggiornato da tre di noi, periodicamente, con tutto quello che sappiamo su Covid-19. In questo documento usiamo il termine inglese “preparedness”, state preparati. La risposta di Humanitas all’essere preparati è stata quella di costruire in cinque settimane un ospedale assolutamente autosufficiente, modulare e flessibile, fatto in modo che si possa adattare a situazioni di gravità diversa. Questa è la nostra risposta istituzionale all’essere preparati. È una struttura di assistenza che pensa di lavorare in stretta connessione con la ricerca scientifica. In questo momento non ci sono pazienti. Noi ci auguriamo di non doverla mai usare, di aver fatto solo un investimento. Siamo pronti però per difendere eventuali nuovi pazienti e per proteggere pazienti con malattie cardiovascolari e con cancro, che abbiamo già curato bene. La persona con un infarto si deve sentire tranquilla di andare in un pronto soccorso, senza avere il timore di prendere il Covid-19. Purtroppo sappiamo che i pazienti che avrebbero dovuto fare screening per cancro, i pazienti con patologia cardiovascolare, non si sono presentati con la stessa tranquillità presso gli ospedali. Il messaggio è: state tranquilli, ci sono percorsi separati, verrete curati in sicurezza.<br> <br><strong>Gli altri ospedali come si stanno preparando per la gestione di eventuali future emergenze?</strong><br>Non ho i dati per valutare come ci stiamo comportando come Paese. Mi spiace che la app Immuni sia stata scaricata da poche persone: io l’ho scaricata così come avrei dato un campione di sangue se mi avessero chiamato per l’indagine sierologica. Penso faccia parte di un dovere di responsabilità civile che ognuno di noi ha: prepararsi e possibilmente evitare di avere una seconda ondata.<br> <br><strong>Cosa dobbiamo aspettarci con la riapertura delle scuole? C’è grande preoccupazione soprattutto riguardo al fatto che i bambini che si ammalano di covid sembrerebbero avere una carica virale abbastanza alta, ma rimangono per lo più asintomatici.</strong><br>Io non mi occupo di salute pubblica. Ho grande rispetto per chi lo fa e deve dare suggerimenti su temi di questo tipo: abbiamo esperti con grande competenza. Parlo come cittadino ma farò un cenno di tipo scientifico che ritengo molto importante. Come cittadino penso che la scuola debba essere una priorità. Sono un nonno: ho quattro figli e otto nipoti che, durante il lockdown, hanno avuto la fortuna di avere tutti gli strumenti necessari, a iniziare da quelli informatici. La mia preoccupazione va alle persone che non hanno avuto e non avranno la stessa assistenza. Credo che se trascuriamo la scuola aumentiamo la forbice sociale. Questa dovrebbe essere una assoluta priorità per il Paese. Sul piano della scuola e su quello della ricerca scientifica, che è un po’ dimenticata, ci giochiamo il futuro del Paese.<br> <br><strong>Quali invece le osservazioni di tipo scientifico?</strong><br>La prima è che i bambini sono relativamente resistenti al virus. Non capiamo bene il perché. Qualcuno di noi, tra cui chi parla, pensa che il calendario vaccinale a cui i bimbi sono sottoposti costituisca un buon allenamento generale per la prima linea di difesa del sistema immunitario. C’è una sorta di allenamento e di memoria della prima linea di difesa. È possibile che questo sia uno dei motivi per cui i bambini si ammalano più raramente rispetto alle persone adulte. Questo non vuol dire che non ci si debba preoccupare. Purtroppo c’è una nuova malattia, si chiama MIS-C (Multisystem inflammatory syndrome in children), e compare nei bambini un po’ più grandi, quelli che sono usciti da quella fase di allenamento, che incontrano il virus e fanno registrare, in modo ritardato, un quadro infiammatorio. Quindi i bambini sono relativamente resistenti ma dobbiamo preoccuparci per loro. Possono portare il virus? Si. Sono contagiosi? A mio giudizio non è del tutto chiaro quanto possano essere vettori e portatori di virus. Sappiamo che i giovani asintomatici sono un problema. Le note di cautela che ho menzionato non devono essere un motivo per non riaprire le scuole in sicurezza. La scuola, soprattutto per gli ultimi, quelli che rimangono indietro, deve essere una priorità per l’Italia.<br> <br><strong>Nei prossimi mesi ci aspetta un grande sfida. Oltre al covid-19 dovremo fronteggiare l’arrivo delle malattie stagionali, prima su tutte l’influenza. Quali sono i rischi che si corrono? È consigliabile a suo avviso una vaccinazione di massa contro l’influenza? </strong><br>Indipendentemente da Covid-19 ci sono tre vaccini consigliati per le persone più avanti con l’età: il vaccino contro l’influenza, quello contro lo pneumococco e il vaccino contro herpes. Io e mia moglie li abbiamo fatti tutte e tre. Questi tre vaccini sono molto importanti e ci sono aspetti della loro importanza che sfuggono. Il vaccino contro l’influenza ci dà una protezione parziale, non è il vaccino ideale, spero che non sia il tipo di vaccino che avremo contro Covid-19. Però è un vaccino che dà protezione. Io faccio questo vaccino da sempre non solo e non tanto per proteggere me stesso quanto per proteggere le persone più fragili con cui vengo in contatto. Vivo in una realtà ospedaliera e ho il dovere di proteggere le persone più anziane, quelle che hanno una insufficienza renale, una insufficienza epatica, che hanno un sistema immunitario compromesso. Il vaccino contro lo pneumococco contribuisce a proteggerci non solo come individui ma anche come società nei confronti di quello che rischia di diventare un problema drammatico, quello dei problemi resistenti agli antibiotici. Ci sono molti dati che mostrano che il vaccino contro lo pneumococco, riducendo i casi da infezione da pneumococco, ci consente di non trattare o di trattare meno con antibiotici. Diminuisce così la comparsa di ceppi resistenti. In tutti i vaccini c’è una dimensione di responsabilità sociale. Io dico che i vaccini sono una conquista della civiltà, sono un’assicurazione sulla vita, una cintura di sicurezza per l’umanità e Covid-19 ce lo ha dimostrato in un modo drammatico e sono poi straordinari perché hanno una dimensione di solidarietà sociale. Quando i miei nipoti si vaccinano è come quando vengono in macchina con me e allacciano la cintura di sicurezza. Vaccinandosi allacciano la cintura di sicurezza a quei 1.500 bambini con cancro che non possono essere vaccinati. Facendo il vaccino contro l’influenza allacciamo la cintura di sicurezza alle persone più anziane e fragili. C’è una dimensione di solidarietà straordinaria nella vaccinazione.<br> <br><strong>In Italia si è diffuso il dibattito sull’obbligatorietà del vaccino. Lei cosa pensa?</strong><br>Penso che sia un dibattito assolutamente prematuro. In linea di principio, come ho appena detto, sono favorevole alla somministrazione dei vaccini per cui abbiamo l’obbligo nel nostro Paese. E spero che non si facciano passi indietro. Questo va detto a priori. Mi sono schierato prima che ci fosse la legge scrivendo un libro per Mondadori che si chiama “Immunità e vaccini”, perché purtroppo avevo previsto il disastro che sarebbe successo. Il libro è uscito nel 2016 e purtroppo, ripeto, avevo ragione.<br>Per quel che riguarda l’obbligo di nuovi vaccini va fatta una valutazione costi/benefici, non nel senso di costi economici ma tossicità verso benefici. Come sempre, per qualunque intervento medico. In questo momento non abbiamo un vaccino, non abbiamo una evidenza di efficacia nel prevenire la malattia, mi sembra un dibattito assolutamente prematuro. Confrontiamoci in modo sereno sulla base dei dati quando sarà il momento. Il tema in questa fase, come dicevamo, può essere diverso: l’obbligo della vaccinazione antinfluenzale per chi opera in strutture sanitarie dove ci sono persone fragili. Vale la pena di ricordare che negli Stati Uniti, il paese più liberale del mondo, è fatto obbligo a chi opera almeno in alcune strutture sanitarie di vaccinarsi contro l’influenza, per proteggere i pazienti.<br> <br><strong>Molti cittadini si chiedono quanto possa aver influito il ritardo di alcuni giorni per istituire alcune “zone rosse”.</strong><br>Innanzitutto ricordo lo scenario scientifico: in Lombardia ci sono stati due tsunami non identificati per almeno un mese e mezzo. Tutti siamo d’accordo che c’è stato un ritardo nell’istituire le zone rosse nelle valli bergamasche. Questo non si può non dire e penso che vada ascritto a merito del Comitato tecnico scientifico di essersi reso conto della situazione e di aver dato un segnale di allarme. Io non entro nel dibattito su chi è il principale responsabile ma distinguerei tra errori e colpe. Ho rispetto per chi ha avuto responsabilità di governo, indipendentemente dagli errori che possono essere stati fatti. Ci si è trovati a fare, nel caso nostro, medicina di guerra.<br> <br><strong>È servito davvero il lockdown dell’intero Paese? O sarebbe stato sufficiente chiudere per zone? Si poteva evitare di fermare il centro/sud Italia o istituire soltanto limitate zone rosse?</strong><br>Per quanto riguarda le zone differenziate, come è stato fatto in Francia, io penso che sia molto facile giudicare col senno del poi come è facile giocare al calcio guardando la partita in televisione. Penso che ci siano stati grandi errori da parte di chi ha raccontato che questa era una banale influenza: i dati non dicevano quello. Ma se facciamo la somma algebrica, il Paese si è comportato bene. Anche in questo caso lo dicono i dati. Siamo circondati da paesi che hanno più problemi di noi e l’Italia per ora tiene. Sono stati commessi degli errori e sono state dette cose sbagliate. La mancata zona rossa è stato sicuramente un grave errore e credo che nessuno possa negare questo.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/08/12/raco-barone-mantovani-nessuna-evidenza-che-covid19-sia-diventato-piu-gentile/">Alberto Mantovani: nessuna evidenza che il Covid-19 sia diventato più gentile. La mancata zona rossa è stato un errore. Sul vaccino russo non ci sono dati condivisi. Invito i giovani a comportarsi in modo responsabile</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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