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		<title>L’Aquila: a 12 anni dal sisma un’occasione persa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Radini Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Apr 2021 07:52:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[#patrimonioartistico]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La ricostruzione totale del patrimonio artistico e culturale di un centro storico come quello de L’Aquila rappresenta un unicum nella storia del nostro Paese e come tale comporta una serie infinita, quanto evidente, di difficoltà di vario genere. Tuttavia, rispetto a molti altri territori colpiti da sisma, all’Aquila sono numerosi gli interventi di recupero e di messa in sicurezza andati a buon fine nonostante, camminando per le vie del centro&#8230;</p>
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<p>La ricostruzione totale del patrimonio artistico e culturale di un centro storico come quello de L’Aquila rappresenta un unicum nella storia del nostro Paese e come tale comporta una serie infinita, quanto evidente, di difficoltà di vario genere. Tuttavia, rispetto a molti altri territori colpiti da sisma, all’Aquila sono numerosi gli interventi di recupero e di messa in sicurezza andati a buon fine nonostante, camminando per le vie del centro storico, si abbia la percezione che ci sia ancora molto da fare.</p>



<p>La volontà di ricostruire L’Aquila seguendo la linea del restauro conservativo è certamente la più difficile da rispettare. In questo senso sospendere lo stato di emergenza nel 2012 non è stata una grande idea. Perché la burocrazia, con i suoi labirinti di competenze e la sua elefantiaca gestione, ha finito per paralizzare la già difficile opera di ripartenza. Costatare che, dopo 12 anni, la Cattedrale di San Massimo in Piazza Duomo abbia un progetto ancora in fase di verifica con una cupola coperta solo parzialmente e opere d’arte lasciate alle intemperie o che la Chiesa di Santa Maria Paganica, dichiarata monumento nazionale nel 1902, sia un cantiere immobile e pericolante è quantomeno molto triste.</p>



<p>La ricostruzione e il restauro non dovrebbero mai essere solo fini a se stessi. Per salvare i nostri borghi, l’identità nazionale e il patrimonio culturale che questi conservano, bisognerebbe intervenire preventivamente sulla falsariga di Kihlgren, l’imprenditore che a partire dal 1994 ha ristrutturato diversi edifici a Santo Stefano di Sessano, in Provincia de L’Aquila, con la tecnica dell’anastilosi, ovvero utilizzando materiali coevi e originali con l’aggiunta di minimi elementi neutri. Considerando che il sisma non ha creato danni alle abitazioni rilevate da Kihlgren mentre ha fatto crollare la torre medicea, restaurata negli anni ’30 con il cemento armato, una riflessione profonda sul tema è d’obbligo.</p>



<p>Ciò che dispiace più di tutto, dopo 12 anni, paradossalmente più della lentezza dei cantieri o dello stato di abbandono di alcune opere, è l’ennesima occasione persa. Perché è vero che non si possono prevedere i terremoti o evitare le calamità naturali ma è altrettanto vero che ciò che sta accadendo a L’Aquila dal 2009 merita di essere preso maggiormente in considerazione dalla comunità scientifica e politica nazionale e internazionale. Perché imparando dagli errori e dai successi di questi anni di cantiere aperto, le prossime emergenze vanno affrontate in maniera diversa. Il nostro Paese è un museo a cielo aperto, se non possiamo combattere la natura abbiamo almeno il dovere di mettere a frutto le esperienze.</p>
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		<title>I musei restituiscano le opere alle chiese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2020 13:02:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[#beniculturali]]></category>
		<category><![CDATA[#collezionismo]]></category>
		<category><![CDATA[#EikeSchmidt]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una recente proposta di Eike Schmidt è destinata a fare discutere e forse a modificare nel tempo alcuni assunti teorici del sistema dell&#8217;arte. Mi scuseranno gli apologeti della restituzione a tutti i costi dell&#8217;opera al suo luogo d&#8217;origine, ma credo che la museologia universale mantenga oggi immutato il valore pedagogico, intellettuale e storico delle età classiciste. Avendo svolto per anni il ruolo di conservatore presso una diocesi, ho toccato con&#8230;</p>
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<p>Una recente proposta di Eike Schmidt è destinata a fare discutere e forse a modificare nel tempo alcuni assunti teorici del sistema dell&#8217;arte. Mi scuseranno gli apologeti della restituzione a tutti i costi dell&#8217;opera al suo luogo d&#8217;origine, ma credo che la museologia universale mantenga oggi immutato il valore pedagogico, intellettuale e storico delle età classiciste. Avendo svolto per anni il ruolo di conservatore presso una diocesi, ho toccato con mano l&#8217;insipienza di certi depositari dell&#8217;opera d&#8217;arte sacra, malgrado gli sforzi compiuti dalla Conferenza Episcopale Italiana nell&#8217;informare e formare il clero e le comunità parrocchiali ad una più approfondita conoscenza dei beni in loro &#8216;custodia&#8217; e ad una conseguente osservanza delle leggi dello Stato. Così, nel dichiararmi apertamente laico, umanista e risorgimentale, mantengo fermi i principi di educazione e pubblica istruzione del museo, proprio ora che le coscienze patrie vacillano in favore di nebulosi regionalismi. Beninteso, non mi sfugge la complessa questione storica posta dal collezionismo museale per così dire &#8216;egemonico&#8217;, in larga parte accesasi in Europa all&#8217;indomani delle conquiste napoleoniche. Soffro chi si scaglia contro la strenua difesa del patrimonio da parte dei territori, quando essa non sia cieca e banalmente campanilistica. Condivido la preoccupazione di chi si batte affinché le opere &#8216;fragili&#8217; per natura o per stato di conservazione vengano rese inamovibili per legge.</p>



<p>Ora viene la proposta del Direttore degli Uffizi, che addirittura vorrebbe alcune opere in pubbliche collezioni museali ritornare ai rispettivi siti d&#8217;origine. Tale inversione, nell&#8217;Italia delle multiformi sensibilità e delle disomogenee esperienze di tutela, a mio avviso è rischiosa, e ciò che può funzionare in Toscana, potrebbe non funzionare, chessò, in Calabria. Ma nel farlo egli richiama una metodologia ampiamente teorizzata negli ultimi trent&#8217;anni, il Museo diffuso: prassi analitica, progettuale, conservativa e fruitiva del bene culturale, che consente ampie possibilità di soluzioni spesso rispettose di tutte le istanze: di coloro che vorrebbero le opere nei musei, lontane dal loro luogo d&#8217;origine, come di coloro che non vorrebbero mai queste ultime se ne muovessero. Tuttavia, proprio perché egli richiama la tipologia del Museo diffuso, la restituzione dei beni culturali ai propri territori dovrebbe essere sempre evitata, incoraggiando al suo posto l&#8217;organizzazione del patrimonio in Itinerari tematici integrati.</p>



<p>Integrazione difficile in Italia, tra le opere come tra le genti! Non posso spiegare la formula qui in dettaglio, rimandando il lettore alla sua ampia bibliografia; ma ricordo un progetto imperniato sulla figura e l&#8217;opera di Filippo Paladini che molto avrebbe da suggerire agli addetti. Le difficoltà di una sua piena attuazione sono prova della profonda opacità, questa sí diffusa, di molti protagonisti e comprimari del nostro sistema dell&#8217;arte. La conseguente esperienza, sempre in Sicilia, del progetto &#8220;Le vie dei tesori&#8221;, per converso&nbsp; incoraggia a pensare che le teorizzazioni dei primi anni duemila, malgrado tutto non sono cadute nel vuoto. Il richiamo alla diffusività nel discorso di Schmidth è, pertanto, interessante, purché se ne riprendano gli assunti di base, il rigoroso impianto, il saldo legame con diverse linee di finanziamento comunitario, statale, concordatario, privato. Solo allora il Museo diffuso renderà possibile la conciliazione tra i guelfi e i ghibellini della tutela e valorizzazione dei beni culturali italiani.</p>
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