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	<title>Periferie Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Sandro Gozi: lo spazio per una Renew italiana è enorme. Non dobbiamo unire le sigle ma dare realtà a un progetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2022 10:31:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo spazio per una Renew italiana è enorme. Il punto è che dobbiamo abituarci a pensare in grande. Quando si parla di liberalismo o di proposta liberaldemocratica, bisogna abbandonare il tema della testimonianza. Dobbiamo diventare maggioranza ed è possibile farlo se si superano le frammentazioni tra forze politiche e culturali che si collocano in questo campo. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/04/28/raco-sandro-gozi-lo-spazio-per-una-renew-italiana-e-enorme-non-dobbiamo-unire-le-sigle-ma-dare-realta-a-un-progetto/">Sandro Gozi: lo spazio per una Renew italiana è enorme. Non dobbiamo unire le sigle ma dare realtà a un progetto</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Il secondo turno delle presidenziali francesi si sono concluse con un grande sospiro di sollievo per la Francia ma soprattutto per l’Europa.</strong><br>Sì. Sinceramente, se in febbraio ci avessero detto che avremmo vinto col 52 per cento ci avrei messo la firma, nel senso che le tendenze non erano incoraggianti. Questo significa che la vittoria, ben più larga, è una vittoria di Emmanuel Macron. Ho visto che in Italia sembra quasi che la vincitrice sia stata Marine Le Pen, mentre il vincitore è Emmanuel Macron. Un vincitore fra l’altro che segna la storia, perché dai tempi di De Gaulle è la prima volta che un Presidente uscente senza coabitazione, cioè con la maggioranza anche parlamentare, riesce a rivincere le elezioni. È inoltre la prima volta in assoluto da quando il mandato presidenziale è di cinque e non più di sette anni, che un presidente riesce a succedere a sé stesso. Avevano fallito sia Sarkozy che Hollande. Per una figura che era stata presentata dai classici soloni del socialismo e del gaullismo come un incidente della storia, e che continua ad esser vissuto in Italia come un incidente della storia, è una bella soddisfazione farla, la storia.<br> <br><strong>Il voto di Mélenchon è stato importante. La sua indicazione di voto chiara. Le analisi indicano che il 42 per cento circa del suo elettorato ha preferito Macron mentre il 45 ha deciso di astenersi. Macron, dal canto suo, ha dichiarato che certamente sarà scelto un capo del governo molto attento alle questioni sociali. È questa la strada che verrà perseguita?</strong><br>Il nuovo primo ministro o la nuova prima ministra francese…<br> <br><strong>È una notizia? Ci sta dicendo che una donna potrebbe rivestire questa carica?</strong><br>Sì, potrebbe. In ogni caso il presidente, o la presidente, sarà scelto con un metodo più inclusivo. Anche le riforme saranno adottate con un metodo più orizzontale, attraverso un largo coinvolgimento. Questo è un metodo chiaramente diverso da quello del Macron del 2017, e che richiede anche dei protagonisti diversi. Ritengo quindi che ci sarà un cambio di primo ministro e anche che ci possano essere cambiamenti importanti nella composizione di un governo che dovrà rispettare gli impegni presi da Macron, primo fra tutti quello di mettere l’ecologia al centro dell’azione di governo. Ne saranno prova i due ministri incaricati della conversione ecologica, uno per le questioni industriali e uno per quelle territoriali. Saranno poi in rilievo tutti i vari temi sociali, soprattutto quelli dell’uguaglianza e delle nuove opportunità. Vengono così in primo piano l&#8217;importanza della scuola e del sistema sanitario per la necessità di attuare gli impegni assunti a favore delle persone più fragili e più svantaggiate. Questo, insieme ad un fortissimo orientamento europeo, dovrà caratterizzare la prima fase del nuovo mandato di Macron e del suo governo.<br> <br><strong>Una delle analisi più interessanti di queste elezioni è stata fatta da Giovanni Diamanti, che ha rilevato come Macron abbia vinto nelle città, perfino nelle loro periferie, mentre il voto per Le Pen proviene dalle zone rurali, dai cittadini che hanno sentito più fortemente i disagi degli ultimi anni di crisi. Questo è un messaggio importante anche per l’Italia che andrà al voto?</strong><br>Assolutamente sì. Il voto è molto chiaro, basti pensare che a Parigi Macron ha vinto con l’85 per cento dei voti al secondo turno e nelle grandi città vince comunque ampiamente, mentre Le Pen vince nei comuni con meno di 30 mila abitanti e nelle zone rurali e agricole. Questo indica la priorità di Macron di dare risposte a chi ha scelto la sua sfidante, e queste risposte si trovano proprio nelle istanze di coesione territoriale e sociale. Facciamo un esempio. Macron ha dichiarato che la Francia dovrà diventare il primo Paese al mondo a conseguire la neutralità dal punto di vista delle emissioni derivanti da gas, petrolio e carbone. Si tratta un grande obiettivo, ma che deve essere conseguito in modi che mobilitino l’opinione pubblica. Macron dovrà cioè spiegare a quegli operai, a quelle persone delle zone rurali perché la loro vita cambierà in meglio. Perché ci sarà un migliore sviluppo territoriale, perché ci saranno investimenti per una mobilità sostenibile che colleghi le periferie ai grandi centri, perché saranno promossi nuove imprese e nuovi posti di lavoro proprio sui territori più disagiati. Questo è il lavoro che dovrà fare proprio per rispondere a questa divisione del Paese. Io credo che da questo confronto elettorale siano uscite più d’una Francia, segnatamente quattro. Questa delle zone rurali è una, poi c’è quella dei giovani e degli elettori di sinistra delusi, ancora c’è la Francia oscurantista che ha votato Zemmour e Le Pen, e infine la Francia che ha rinunciato, che si è astenuta in una misura questa volta senz’altro molto alta. A queste diverse realtà Macron dovrà parlare in maniera più diretta e convincente.<br> <br><strong>Nella stessa domenica del secondo turno francese ci sono state le elezioni in Slovenia, dove il candidato liberale ha vinto sul candidato populista, e finalmente si è prodotta una rottura nel fronte di Visegrad.</strong><br>Sono due segnali molto importanti, che indicano che i populisti e i nazionalisti si possono e si devono battere, e che chi esce isolato da questa tornata elettorale è certamente Viktor Orbán, che sperava di avere all’Eliseo Marine Le Pen, così come lo sperava Vladimir Putin. Entrambi invece si ritrovano Emmanuel Macron, leader liberale, democratico, in prima linea sui temi dello Stato di diritto e della protezione delle libertà fondamentali, e quindi in prima linea nell’interpretare e nel realizzare un modello di democrazia liberale nettamente alternativo al modello di democrazia illiberale teorizzata e purtroppo praticata con successo da Orbán. Il fronte Visegrád poi è finito anche perché non c’è più Babis nella Repubblica Ceca, la Slovacchia ha appunto cambiato corso e la Polonia ha posizioni distanti da quelle di Orbán per effetto dell’aggressione di Putin all’Ucraina.<br> <br><strong>Andiamo alla questione Russia-Ucraina. Questa netta affermazione conferisce a Macron maggior forza, anche come presidente di turno, per promuovere un dialogo con Putin?</strong><br>Sì, per me Macron era l’unico vero leader europeo in circolazione, ed è ora enormemente rafforzato da questa conferma che gli dà più forza ed influenza. È famosa la battuta di Kissinger secondo la quale egli avrebbe tanto voluto parlare con l’Europa, ma aveva bisogno di un numero di telefono e di un nome. Ecco, Kissinger oggi potrebbe fare il numero dell’Eliseo e parlare con Macron, e questo ruolo il presidente francese lo metterà a disposizione dell’Europa anche con riferimento agli avvenimenti in Ucraina. Macron non parla più dal massacro di Bucha con Vladimir Putin, ma finché rimarrà lui al Cremlino, lui sarà l’interlocutore. Prima di cominciare questo dialogo, però, la scelta è netta: pieno sostegno militare, economico e umanitario all’Ucraina, perché più aiutiamo l’Ucraina, più aiutiamo la resistenza ucraina, più prepariamo le condizioni per una pace possibile. Le sanzioni, che secondo me vanno rafforzate includendo gas e petrolio, vanno di pari passo con la necessità di trovare una soluzione politica, non c’è contraddizione. Macron adopera un linguaggio diverso da quello di Biden, ma è impegnato tanto quanto gli americani nel sostenere l’Ucraina.<br> <br><strong>Possiamo finalmente dire che l’Europa c’è. Lo si è visto dapprima durante la pandemia, anche se la ripresa che è scaturita dalla scommessa dell’Europa è adesso frenata dalla guerra, ma l’Europa in quella circostanza c’è stata, e la condivisione del debito è un fatto inimmaginabile. Adesso c’è una posizione molto unita sulla questione ucraina.</strong><br>L&#8217;Europa ha realizzato l’impensabile reagendo alla crisi sanitaria con la condivisione del debito e con un piano d’intervento che è maggiore, in termini assoluti, del Piano Marshall, e di cui l’Italia è stata il principale beneficiario. Anche sulla vicenda ucraina l’Unione mostra di esserci, anzitutto perché è la prima volta che si usa il bilancio europeo per fornire armi a un popolo aggredito e poi perché si sta muovendo nella giusta direzione con le sanzioni, anche se credo debbano essere celermente rafforzate. L’Europa ha mantenuto un’unità che non era affatto scontata, e adesso dobbiamo adottare nuove decisioni in materia di strategia militare. Il documento della bussola strategica, benché non rivoluzionario, appare utile. Contiene due punti che, ritengo, Macron innanzitutto vorrà immediatamente realizzare, due punti che fanno veramente la differenza. Da una parte la costituzione di una forza di reazione rapida, un battaglione europeo di 5 mila uomini. Ricordo che la prima volta che se ne parlò fu a Helsinki nel 1999 e dovevano essere 60 mila, ma già avere una forza di intervento rapido di 5 mila uomini significherebbe che domani, in un caso come quello dell’Afghanistan, a Kabul, si potrà mantenere una protezione grazie all’intervento europeo. Il secondo aspetto è la volontà di realizzare un’industria comune per la difesa europea. È evidente che ci sarà sempre una concorrenza tra francesi, italiani, tedeschi eccetera, ma il fatto di voler unire le forze e di sviluppare attraverso il bilancio europeo nuovi progetti per la difesa, fin dall’inizio europei, può fare la differenza dando concretezza all’intenzione di Macron di realizzare un’autonomia che ci renderà anche molto più credibili e affidabili di fronte ai nostri amici e alleati americani. C’è una cosa che Biden ha detto a Roma quando incontrò Macron a margine del G20, e che per me è molto importante: è nell’interesse degli USA che gli europei sviluppino una propria forza di difesa. Quindi il dibattito che nega la necessità di una difesa europea per effetto dell’intervenuta rivitalizzazione della NATO è fasullo. La NATO stessa ha bisogno che diventiamo adulti nella nostra sicurezza. Siamo stati degli adolescenti che hanno messo la propria sicurezza nelle mani dello Zio Sam, che ora ci dice che siamo cresciuti e che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità.<br> <br><strong>Parliamo infine dell’Italia e delle elezioni che si avvicinano. Ci sarà anche da noi il successo di una forza liberale che avrà poi modo di contare sulla formazione di un governo assumendo proposte tipiche dei liberali europei?</strong><br>Lo spazio per una Renew italiana è enorme. Il punto è che dobbiamo abituarci a pensare in grande. Quando si parla di liberalismo o di proposta liberaldemocratica, bisogna abbandonare il tema della testimonianza. Dobbiamo diventare maggioranza ed è possibile farlo se si superano le frammentazioni tra forze politiche e culturali che si collocano in questo campo. È assolutamente fondamentale che si apprenda la lezione francese: nel 2017 Macron era quinto nei sondaggi con il 15 per cento. Se noi dessimo queste percentuali ai rappresentanti italiani dell’area liberale si sentirebbero i re di Roma, e invece così perderemmo tutti. Se allora Bayrou non avesse deciso di ritirarsi a favore di Macron, oggi parleremmo di un’altra storia. È questo che voglio dire ai protagonisti di del fronte liberale in Italia: non esaltatevi perché passate dal 3,8 al 4,3, perché non serve assolutamente a nulla. Dobbiamo aggregare le forze, che non significa unire le sigle, ma dare realtà a un progetto. Se gli italiani vedono che c’è una forza fatta di personalità della società civile, delle professioni, delle imprese, della politica, che si mostra unita, quando i sondaggi la daranno a due cifre, allora vedrete che la dinamica sarà completamente diversa. Secondo me il macronismo in Italia passa dall’unione di forze che sono in questo spazio centrale. Matteo Renzi, Carlo Calenda, Benedetto Della Vedova, Emma Bonino, ma che cosa aspettate? Pensate davvero che il vostro 3,8 o il vostro 5 per cento possa cambiare il volto del Paese e il vostro futuro? Dobbiamo avere l’ambizione di essere maggioranza. Se avremo la capacità di costruire questa alleanza, allora avremo la credibilità di dire al Partito Democratico: ma come fai a pensare il tuo futuro con Giuseppe Conte, che ha dovuto aspettare il risultato francese per scegliere tra Macron e Le Pen? E potremo dire a Forza Italia, a un ministro come Renato Brunetta: ma come fai, tu che giustamente ti ritrovi nella proposta di Macron, a pensare che il tuo futuro sia con Salvini o con Meloni, presidente del gruppo al Parlamento europeo che accoglie quei bulgari che hanno fatto il saluto fascista? Ecco come si può rivoluzionare la politica italiana, e sono convinto che ciò sia possibile.</p>
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		<title>Aboubakar Soumahoro: il sindacato deve essere nel fango della miseria, della precarietà, della invisibilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 May 2021 06:46:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lei arriva in Italia a 19 anni. Rispetto all’Italia e all’Europa che si aspettava, che cosa ha trovato?Mi sono imbattuto in ciò che Gramsci chiamava la “vita sotto il rullo compressore” della precarietà, dell’immiserimento, della voglia di riscatto sociale, della costante ricerca della libertà nell’ottica della giustizia sociale, come insegna Sandro Pertini. Non si è liberi senza giustizia. Quindi quando dico “mi sono ritrovato” non è un io ma un&#8230;</p>
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<p><strong>Lei arriva in Italia a 19 anni. Rispetto all’Italia e all’Europa che si aspettava, che cosa ha trovato?</strong><br>Mi sono imbattuto in ciò che Gramsci chiamava la “vita sotto il rullo compressore” della precarietà, dell’immiserimento, della voglia di riscatto sociale, della costante ricerca della libertà nell’ottica della giustizia sociale, come insegna Sandro Pertini. Non si è liberi senza giustizia. Quindi quando dico “mi sono ritrovato” non è un io ma un mondo di persone, giovani e meno giovani, donne, uomini, gay, lesbiche, tutto un mondo di persone che vivono sotto questo rullo compressore con la ricerca costante di una via d’uscita verso la felicità.</p>



<p><strong>Da dove nasce il suo impegno sindacale?</strong><br>Direi che nasce dai miei genitori, che sono stati la mia prima scuola. Si è sindacalisti nell’animo. Quando si è portati a non voltare mai le spalle a chi ha bisogno, a chi ha sete di diritti, di dignità e a farlo nella prospettiva collettiva e non attraverso la figura dell’eroe solitario.</p>



<p><strong>Lei ha sentito l’esigenza, appena arrivato, anche di studiare. Ha conseguito una laurea con il massimo dei voti in sociologia presso l’Università di Napoli. È un messaggio per tutti i giovani, non solo per gli immigrati, questo suggerimento di studiare, di essere preparati?</strong><br>Per me non è un’eccezione. La cosa importante che cerchiamo insieme di coltivare è la scuola della vita, il rispetto dell’altra persona, la solidarietà, la giustizia, la partecipazione, l’essere comunità. Questa è la cosa fondamentale che occorre riuscire a coltivare, e questo significa che il sapere, la cultura sono fondamentali, ma fondamentali da coltivare ogni istante e condividere con le nuove e le future generazioni.</p>



<p><strong>Oggi è il primo maggio, giorno dedicato al lavoro. Che cosa pensa dei sindacati in Italia?</strong><br>Il sindacato deve interrogarsi sulla propria condizione attuale, ma guai a pensare che si possa fare a meno dello strumento sindacale. Il sindacato serve in un contesto come il nostro attuale, nell’era digitale, che comunque ha portato con sé anche dell’arcaico, e soprattutto in un’era di frammentazione del mondo sociale e del lavoro. Il sindacato deve interrogarsi sulla propria agenda in questo contesto, con la piena consapevolezza che il sindacato deve unire ciò che è diviso, come insegna Di Vittorio, e come insegnano tante lavoratrici e tanti lavoratori che ogni giorno cercano di trovare proprio le ragioni di quello stare insieme in un orizzonte di progettualità.</p>



<p><strong>Il sindacato ha spesso dato l’impressione di difendere chi un lavoro già ce l’ha. Chi non ha il lavoro e non ha diritti &#8211; come nel caso dei braccianti che lei sostiene e difende &#8211; ha visto un sindacato assente?</strong><br>Io penso che quando parliamo di sindacato dobbiamo interpretarlo al plurale. Non c’è il sindacato, ci sono i sindacati. Non c’è l’agire sindacale, c’è una varietà di agire sindacali. Il sindacato è miglioramento delle condizioni. La finalità delle prime leghe braccianti era questa. Pensiamo a quanto diceva Macaluso a proposito delle ragioni sociali attuali di una forza che si candida a difendere gli ultimi. Il sindacato deve essere nel fango della miseria, della precarietà, della invisibilità. Questo è ciò che dovrebbe essere il sindacato, e poi al plurale, questo pluralismo sindacale della rappresentanza deve porsi anche l’obiettivo di fare emergere quelli che sono nei bassifondi dell’umanità.</p>



<p><strong>Come si ottiene questo obiettivo?</strong><br>Questo lo si riesce a fare quando si scende nel fango della miseria con gli stivali dell’ascolto, dell’empatia emotiva, della connessione sentimentale, della capacità di unire quel mondo, sia quello all’interno di una economia digitale, e mi riferisco ai rider, ai lavoratori di Amazon. Questo è l’agire sindacale, ed è fondamentale. Si predica l’imperativo di unire, ma si riesce davvero ad unire con un linguaggio monocolore? </p>



<p><strong>Ce lo dica lei.</strong><br>Non ci credo, perché c’è oggi espressione di una varietà di lingue. Oggi un’assemblea noi la facciamo in tre o quattro lingue. Bisogna riuscire ad interpretare, ad interagire, con la consapevolezza che questo si deve anche fare interrogando la politica senza entrare nella logica del conflitto agitato e non esercitato.</p>



<p><strong>Chi sono gli invisibili in Italia?</strong><br>Gli invisibili sono i precari, le lavoratrici, gli operatori sanitari, i lavoratori vittime degli algoritmi, i lavoratori sottopagati nelle campagne e nelle città, quelli che lavorano nelle zone ZTL ma provengono dall’esterno di esse. Sono i giovani nati e cresciuti in Italia per i quali non c’è ancora alcuna possibilità di esistere. È l’invisibilità dei nostri giovani.</p>



<p><strong>Perché ha pensato di dar vita a “Invisibili in movimento”?</strong><br>“Invisibili in movimento” nasce per federare questo mondo, dove al centro c’è il noi, l’io relazionale. Perché per tanti anni abbiamo bussato alle porte del palazzo, ma le cose continuano a peggiorare. Prendiamo la situazione delle lavoratrici e dei lavoratori giovani precari del mondo della cultura e della informazione: quanti oggi con l’avvento del digitale si sono trovati in una condizione di precarietà esistenziale? In questo caso parlo anche di tante lavoratrici e lavoratori della sanità, per non parlare dei free lance. Questo è il mondo che stiamo federando, che si candida ad essere protagonista del futuro, dell’Italia di domani, ma con le premesse di oggi.</p>



<p><strong>È quindi necessario un nuovo protagonismo politico e sociale?</strong><br>Assolutamente importante è capire in che modo una famiglia non riesce ad arrivare alla fine del mese, ma questo allo stesso tempo deve far riflettere. Quando prendiamo in considerazione i dati ISTAT delle persone impoverite &#8211; dopo averla abolita, quella povertà! -, ci devono tremare le vene ai polsi. Dobbiamo riflettere ogni mattina su quei numeri: un milione di poveri in più, due milioni in tutto. Dietro quei numeri c’è la vita umana, l’umiliazione, la vulnerabilità, lo smarrimento, il vuoto di senso. Ci sono i bassifondi dell’umanità, e siamo lì per trascinare fuori da questo mondo di miseria verso le luci della speranza, del futuro, in una prospettiva di felicità. Questo è quanto stiamo provando a costruire.</p>



<p><strong>Di recente lei ha incontrato il segretario del partito democratico, Enrico Letta. Secondo lei il centrosinistra è lo spazio politico dentro cui la sua iniziativa può trovare spazio?</strong><br>Il cuore nostro batte nella miseria delle persone. Il cuore nostro batte nella solitudine delle persone. Il cuore nostro batte nei sogni delle persone che vogliono davvero affrancarsi dal peso dell’indifferenza. Quindi incontriamoli. Parliamo con tutte le persone all’interno di questo cammino che stiamo percorrendo. Oltre ad ascoltare gli invisibili ascoltiamo tante altre persone, come Mimmo Lucano ad esempio. Ascoltiamo tutti perché l’ascolto è importante, ma al tempo stesso la cosa che è chiara a tutti noi è che vogliamo essere protagonisti di questa Italia del domani, che non può essere l’Italia di ieri. Questo deve essere fatto in una prospettiva costruttiva, mettendosi umilmente all’ascolto delle persone che davvero non vedono l’ora di dare un senso alla propria esistenza, però da protagonisti.</p>



<p><strong>L’Italia da pochi anni ha una legge sul contrasto caporalato. Che risultati sta dando?</strong><br>Quello che posso dire è che lo sfruttamento che stiamo vivendo all’interno della filiera, non solo agroalimentare ma anche dentro i più variegati ambiti, mi fa tornare in mente un’indagine parlamentare, dei primi del Novecento, sulle condizioni dei braccianti delle zone rurali. Si parlava di miseria, di paghe misere, di ore estenuanti di lavoro, di sfruttamento, di grandi monopoli che imponevano turni massacranti e un impoverimento generalizzato. Quei grandi monopoli oggi si chiamano GDO, grande distribuzione organizzata. Quei braccianti all’epoca erano tutti italianissimi, mentre il nostro mondo oggi è fatto di un melting pot, ma tutti egualmente sottoposti a dei ritmi di sfruttamento. Si direbbe che siamo ai confini di nuove forme di schiavitù. </p>



<p><strong>Quello che sta succedendo cosa dimostra?</strong><br>Che la lotta al caporalato non si fa attaccati alla scrivania: bisogna andare lì sul campo, nelle campagne, vedere le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori, indipendentemente dal colore della pelle o dalla provenienza geografica.</p>



<p><strong>Cosa si vede sul campo?</strong><br>Quello che posso dire è che nonostante alcuni provvedimenti adottati, i risultati dicono che qui la realtà è tutt’altra. Probabilmente bisognerà provare a mettere in campo un’iniziativa di riforma radicale della filiera agroalimentare. Non è possibile avere una filiera che genera otre 538 miliardi di euro, cioè la prima economia del nostro Paese, e accanto a questo abbiamo lavoratrici e lavoratori che prendono tre euro e cinquanta l’ora per poi dormire nella miseria. È una vergogna. Parliamo in questo caso anche di lavoratrici e lavoratori italianissimi, che vivono la miseria perché fanno fatica a pagare l’affitto e a mandare a scuola i figli. Non c’è confine, qui. Il tema vero è l’insieme di queste persone sfruttate, invisibili. Occorre lavorare per la stessa prospettiva, ovvero ad uguale lavoro uguale salario. Quindi introdurre la patente del cibo. Bisogna conoscere tutta la vita di ciò che noi mangiamo, dai semi alla forchetta.</p>



<p><strong>Lei sta dicendo che tra braccianti italiani e stranieri, in fondo, non ci sono grandi differenze. Ritiene che ci sia anche solidarietà, oppure questo è un traguardo ancora da raggiungere?</strong><br>Sto dicendo che la differenza esiste sul versante razzializzante, ma dal punto di vista delle condizioni c’è una dimensione che li tiene tutti insieme. A fronte di questo poi intervengono le norme sull’immigrazione, che sono norme razializzanti, e la paga subisce un ulteriore disparità rispetto alla dimensione geografica. Infine la questione di genere: le donne vengono ancora una volta colpite per il fatto di essere donne e per il fatto di essere donne provenienti da un altro contesto. Però la solidarietà può e deve nascere come frutto di una costruzione sociale. Ad uguale lavoro uguale salario.</p>



<p><strong>Secondo lei in Italia c’è una cultura razzista?</strong><br>Non possiamo dimenticare che siamo in Italia, dove pochi giorni fa abbiamo festeggiato il 25 aprile. La nostra soglia è scritta su una pietra della memoria, non sulle onde del mare. Sono i valori della nostra Costituzione, che sono i valori dell’antifascismo, dell’antirazzismo. I valori della giustizia sociale, con uno Stato che si fa protagonista nel rimuovere quegli ostacoli che impediscono il pieno svolgimento della persona umana, come recita l’articolo 3. O, come dice l’articolo 1, il valore del lavoro, che è poi l’ambito di verifica della salute della nostra democrazia. Questi elementi ci sono. Detto questo, non possiamo dimenticare che nel corso di questi anni c’è stata una sorta di corsa a chi riusciva ad innescare meccanismi che sono espressione di razzismi. </p>



<p><strong>C’è anche questo nell’Italia di oggi, purtroppo.</strong><br>C’è questa cultura, che è osa ben diversa, attenzione, dal dire che l’Italia è un Paese razzista. C’è una certa cultura di deriva razzista. Una certa cultura di deriva razzializzante, che è trasversale nell’ambito delle forze politiche. Non si nasconde dietro ad una determinata bandiera. Se non partiamo da questa premessa, facciamo torto a noi stessi e facciamo torto all’insieme delle persone che stanno facendo un lavoro enorme. </p>



<p><strong>A chi si riferisce?</strong><br>Penso alle ONG che salvano vite umane. Questo dovrebbe essere compito dello Stato, e invece vengono fatte passare per taxi del mare. Penso anche al mondo del volontariato, del terzo settore, che fa un lavoro immenso. Lì tutto è stato distrutto in una operazione che ha dei tratti bipartisan. Bisogna tenere assieme questi valori della nostra Costituzione, e che non sia un libro appoggiato su un comodino. Deve vivere nel nostro agire quotidiano, e qui la cultura diventa importante.</p>



<p><strong>Secondo lei il percorso di riconoscimento della cittadinanza tramite lo ius soli può essere una parte della soluzione ai problemi dell’immigrazione in Italia? Può contribuire alla crescita del Paese?</strong><br>Non si può scindere diritti civili e diritti sociali. Parliamo di giustizia sociale. Abbiamo un tessuto, nelle nostre periferie, di persone che hanno il problema del trasporto pubblico, dell’assenza degli spazi verdi, di vari momenti di partecipazione. Questi parlano lo stesso linguaggio, e c’è una politica che è rimasta scollegata da queste realtà, ma non solo scollegata fisicamente, sentimentalmente. Questa è la sfida di oggi. </p>



<p><strong>Cosa bisognerebbe fare?</strong><br>Iniziamo a rimuovere norme come la Bossi-Fini. Non si tratta di eccitare questi argomenti perché fanno tendenza, giusto per dire qualcosa di rivoluzionario. Bisogna partire dai temi della libertà, della giustizia sociale. Ci sono delle norme che sono altamente in contrasto con i valori della nostra Costituzione. Tutti questi elementi devono viaggiare dentro un’ottica di visione, perché un’azione senza visione è una perdita di tempo.</p>



<p><strong>Ci parla dell’iniziativa che state organizzando per il 18 maggio a Roma? Che cosa chiederete al governo?</strong><br>Quello che chiederemo, in uno sciopero organizzato dalla lega braccianti, riguarda il fatto che per tanto tempo il grido di sofferenze dei braccianti, dei contadini e degli agricoltori non è stato ascoltato. Gli ultimi attacchi che abbiamo subito in questi giorni, con delegati, braccianti, abitanti presi a fucilate, o attaccati con armi da fuoco, sono espressione di un contesto che per tanti anni, mentre nei salotti si continuava a parlare di caporalato abbiamo continuato a combattere sul campo. Per tanti anni si parlava d’altro e noi continuavamo a chiedere la patente del cibo Per tanto tempo si è continuato a dire che l’agroalimentare è un settore essenziale. Siamo stati essenziali nel produrre cibo, nello zappare la terra, con i rider che vanno a consegnarlo, quel cibo. </p>



<p><strong>Chiederete al governo di schierarsi?</strong><br>Quando parlo di questi lavoratori parlo della precarietà in generale, e quando parlo della precarietà in generale parlo di questo mondo di invisibili che finalmente si sta muovendo per questa grande giornata del 18 al cui centro ci sarà questa domanda rivolta al governo: o si mette dalla parte della giustizia sociale, della dignità del lavoro, dei diritti, e quindi della legalità, o si mette dalla parte degli sfruttatori, dei razzisti, degli schiavisti. Bisogna scegliere da che parte stare. È il momento. Non si può tergiversare e non solo a livello nazionale.</p>



<p><strong>Dove altro?</strong><br>Ci sono enti territoriali che non stanno dalla nostra parte perché non si schierano per la giustizia sociale, per la dignità del lavoro, per le condizioni abitative dignitose, che negano l’espressione anagrafica a donne e uomini che non possono quindi fare visite mediche. È il momento di chiarire da che parte stare. O si sta dalla parte dell’insieme degli invisibili, come dei lavoratori della Whirlpool, che saranno con noi il 18, come dei rider, delle persone senza casa, o si sta contro di loro. Invisibili di tutto il mondo unitevi il 18 e facciamo sentire la nostra voce.</p>



<p><strong>Sente nostalgia della sua terra di origine?</strong><br>Avverto una doppia assenza, perché l’identità non è statica, è mobile. Si può mancare delle cose rispetto ai luoghi che hai vissuto. Questa nostalgia c’è sempre, ma se mi allontano comincio poi ad avvertire nostalgia del luogo da cui sono partito. Questo è il bello dell’identità, ed è questa dimensione che è assente nelle norme che vengono adottate. Non a caso il percorso della comunità degli invisibili in movimento è quello di dare respiro a questi ambiti in un’era dove abbiamo l’avidità globale. E allora noi dobbiamo cercare di dare una dimensione globale ai diritti, alla libertà, alla dignità, alla partecipazione, al protagonismo. Per vivere felici.</p>
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