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	<title>Privati Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Mauro Berruto: lo Ius soli è un diritto di civiltà, una battaglia prioritaria per forze che si ritengono progressiste. Inserire lo sport in Costituzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Aug 2021 01:06:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa rappresenta per un atleta la partecipazione a una Olimpiade?La risposta più volte sentita è quella del coronamento di un’intera carriera, il punto di arrivo rispetto ad un lavoro spesso iniziato quando si era bambini, e mi riferisco tanto agli atleti quanto agli allenatori. Io ho avuto questa fortuna quindi so bene che cosa si prova già alla qualificazione ai Giochi olimpici, che è uno step del quale si parla&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/08/12/raco-mauro-berruto-ius-soli-e-diritto-di-civilta-una-battaglia-prioritaria-per-le-forze-che-si-ritengono-progressiste/">Mauro Berruto: lo Ius soli è un diritto di civiltà, una battaglia prioritaria per forze che si ritengono progressiste. Inserire lo sport in Costituzione</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Cosa rappresenta per un atleta la partecipazione a una Olimpiade?</strong><br>La risposta più volte sentita è quella del coronamento di un’intera carriera, il punto di arrivo rispetto ad un lavoro spesso iniziato quando si era bambini, e mi riferisco tanto agli atleti quanto agli allenatori. Io ho avuto questa fortuna quindi so bene che cosa si prova già alla qualificazione ai Giochi olimpici, che è uno step del quale si parla sempre un po’ di meno ma in realtà è la cosa veramente difficile in tutte le discipline.</p>



<p><strong>E quando ci si riesce?</strong><br>Partecipare ai Giochi regala qualcosa di mai visto prima, di fuori dall’ordinario e quindi, da punto di arrivo, da luogo tanto desiderato, tanto sognato, diventa punto di partenza. Spesso infatti i Giochi, come abbiamo visto proprio di recente, aprono orizzonti prima impensabili. Aprono comunque ad un nuovo modo di vedere lo sport. Io credo che l’esperienza del villaggio olimpico sia qualcosa di difficile da raccontare. Se ciascuno di coloro che ha avuto la fortuna di rappresentare una delle duecento nazioni al mondo durante i Giochi diventasse ambasciatore del proprio Paese, vivremmo certamente in un mondo migliore.</p>



<p><strong>Si prende e si restituisce.</strong><br>E’ così. All’immagine del traguardo raggiunto si aggiunge questa cosa che soltanto un’Olimpiade regala: una nuova visione dello sport. A volte questo si traduce in una restituzione, nel senso che tu hai avuto quell’onore, ovviamente perché te lo sei guadagnato, ma poi senti il dovere di restituire qualcosa al mondo che ti ha permesso di giungere fin lì a vivere quella sensazione straordinaria.</p>



<p><strong>L’Olimpiade più matta della storia ci consegna il miglior risultato della nostra storia sportiva. Gli atleti azzurri e i loro staff hanno saputo usare questo anno di stop per allenarsi meglio?</strong><br>Si è verificata una italianissima, straordinaria capacità di reagire all’incertezza e alla drammaticità del momento. La preparazione per arrivare ai Giochi è una programmazione estremamente dettagliata, in cui nulla viene lasciato al caso e ogni aspetto viene curato nel minimo dettaglio, e questo vale per tutti i paesi del mondo. Allo stesso modo la pandemia ha riguardato tutti i paesi del mondo. Qui credo non sia fuori luogo dire che l’Italia ha mostrato una capacità di reagire migliore di altri. Pensate agli atleti che hanno dovuto allenarsi in garage o nei boschi. Noi abbiamo ancora una volta dimostrato di avere una straordinaria capacità di reazione, un’abilità a diventare diversi da quello che eravamo per riuscire ad affrontare quanto stava accadendo.</p>



<p><strong>Lo sport di base ha avuto le stesse opportunità?</strong><br>No, e infatti bisogna aggiungere che questi straordinari successi degli atleti olimpici non devono far abbassare la guardia rispetto a un tema che riguarda lo sport di base, che è uscito agonizzante da questi diciotto mesi di pandemia ed è in un una situazione di difficoltà esattamente uguale a quella del giorno prima dell’inizio dei Giochi olimpici. È qualcosa che dovremo tenere bene a mente: i successi di Tokyo sono successi di atleti che non si sono fermati durante la pandemia. L’impatto che avremo invece sullo sport che si è fermato lo misureremo fra qualche anno. Riguarda i dodicenni, i tredicenni, i quattordicenni che sono rimasti fermi tanti mesi, e che dovrebbero diventare i protagonisti di Parigi 2024 e Los Angeles 2028. Misureremo lì l’impatto della pandemia sul nostro sport.</p>



<p><strong>Quanto ha perso il Paese e il sistema sportivo nazionale con la rinuncia a organizzare le Olimpiadi 2024 a Roma, cedendole di fatto a Parigi?</strong><br>È una domanda che riapre una ferita sanguinante nel cuore di ogni sportivo e anche nei non sportivi. Alla chiusura delle Olimpiadi, abbiamo visto tutti le splendide immagini di Parigi, e tutti abbiamo pensato che avrebbe potuto essere Roma. La scelta è stata sciagurata intanto per i modi: tutti sanno in che modo è nata quella rinuncia, in particolare da parte della città di Roma e della sindaca Raggi. Io penso che abbiamo perso un’occasione ancora più importante perché abbiamo rinunciato a dimostrare che le cose si possono fare in una maniera diversa.</p>



<p><strong>Non tutto è malaffare.</strong><br>Al di là dell’evento sportivo che abbiamo perso, al di là del carico di emozioni incredibili che si sarebbero accompagnate a Roma 2024 e ad una sorta di rilancio intellettuale ed economico, e perfino fisico mi verrebbe da dire, abbiamo perso proprio l’occasione di non arrenderci. Un movimento che si proponeva come forza di cambiamento avrebbe potuto dimostrare che si possono organizzare anche cose grandi e importanti, anche dei grandi Giochi olimpici, in modo diverso, senza timore di ricadere negli errori storici che sono poi quelli che hanno fatto orientare la decisione in quel senso. Il rammarico più grande è quello, che ci siamo arresi, che non abbiamo immaginato che si potessero fare le cose in modo migliore e in modo diverso.</p>



<p><strong>Lei che è stato commissario tecnico della nazionale di pallavolo sa spiegarci cosa è successo ai nostri sport di squadra? Non siamo mai andati così male.</strong><br>L’analisi è vera, però non bisogna commettere l’errore di generalizzare individuando negli sport di squadra il fallimento e in quelli individuali il successo. Io parto dal presupposto di non credere all’esistenza degli sport individuali: qualunque risultato individuale è sempre espressione di una squadra, fatta di allenatori, medici, dirigenti, fisioterapisti, preparatori fisici, preparatori mentali, che portano l’atleta ad esprimersi al massimo in un certo momento. Anche tra gli sport di squadra “tradizionali” non dobbiamo commettere l’errore di generalizzare, perché ad esempio abbiamo vinto medaglie importanti di squadra, come nella 4&#215;100 ma anche nell’inseguimento e nella ginnastica ritmica.</p>



<p><strong>Ci si aspettava di più dalla pallacanestro o dalla pallanuoto</strong>?<br>Negli sport di squadra tradizionalmente considerati tali, come pallacanestro, pallavolo e pallanuoto, le storie sono diverse. Da un canto non credo si possa considerare un fallimento la spedizione della nazionale di basket, che ha già fatto un’impresa galattica ad esserci, qualificandosi in Serbia a scapito dei vicecampioni olimpici, e che poi è arrivata fino ai quarti di finale. Diversamente, non c’è dubbio che la pallanuoto e la pallavolo maschile hanno deluso perché ci avevano abituato ad una specie di medaglia ovvia, scontata. La pallavolo maschile dal 1996 al 2016 era sempre andata a medaglia con un’unica eccezione in cui era arrivata quarta.</p>



<p><strong>Cosa è successo alla pallavolo?</strong><br>Nel caso della pallavolo, maschile e femminile, non ho molti dubbi sul fatto che si sia sbagliato qualcosa nella fase di avvicinamento ai Giochi. Mi riferisco proprio alla fase di preparazione, ad alcune scelte che non ho capito e che non condivido, che hanno probabilmente generato dei risultati al di sotto delle aspettative. Anche in questo caso le situazioni vanno distinte perché abbiamo una squadra femminile che sarà in futuro certamente protagonista perché molto giovane e di grande talento, mentre è stata un’occasione sprecata per la squadra maschile, considerato che ad aggiudicarsi l’oro è stata la Francia, che in pochi avevano pronosticato potesse vincere. La nostra nazionale dovrà ora necessariamente passare per un ricambio generazionale che spero acceleri i tempi rispetto ai risultati.</p>



<p><strong>In compenso abbiamo vinto i cento piani, la gara delle gare. Chi ci avrebbe mai pensato.</strong><br>Per me sono stati i quindici minuti più straordinari della storia dello sport italiano. Per una specie di allineamento di pianeti abbiamo assistito a due imprese incredibili. Neanche il più bravo sceneggiatore avrebbe potuto immaginare una situazione simile. Quando ancora Tamberi era in pista a festeggiare la sua medaglia, Marcel Jacobs tagliava il traguardo dei cento. L’abbraccio fra loro due resta un’immagine da scolpire nella mente di chiunque ami lo sport in questo Paese. Sicuramente è stato il punto più alto della nostra storia sportiva, perché quelle due discipline rappresentano i due terzi del famoso motto olimpico “Citius, altius, fortius”. In realtà siamo andati molto bene anche nella sezione fortius, perché la federazione pesi ha portato a casa tre medaglie, ed erano decenni che non succedeva.</p>



<p><strong>I 15 minuti della doppietta Tamberi &#8211; Jacobs hanno davvero cambiato la storia dello sport italiano?</strong><br>È chiaro che quello è un momento che potrebbe cambiare la storia dello sport perché non c’è dubbio che quei quindici minuti di domenica primo agosto genereranno un effetto di emulazione che si riverbererà sui tantissimi giovani che si avvicineranno all’atletica, come è capitato a noi che eravamo velisti quando vinceva Luna Rossa o sciatori quando vinceva Alberto Tomba.</p>



<p><strong>Perché usa il condizionale?</strong><br>Perché non dobbiamo dimenticare che abbiamo una situazione ancor oggi agonizzante dello sport di base, quindi il rischio è che a settembre avremo una grande richiesta di sport da parte di nostri ragazzi che potrebbero però trovare impianti, palestre e piscine chiuse, e società fallite. Quindi se non ci rendiamo conto che proprio in virtù dello slancio emozionale che questi Giochi ci hanno regalato dobbiamo mettere in ordine la drammatica situazione dello sport di base, rischiamo di sciupare uno dei momenti più alti della storia dello sport nel nostro Paese.</p>



<p><strong>A tal proposito, sapremo utilizzare al meglio i fondi del Pnrr per le nostre strutture sportive, soprattutto al Sud?</strong><br>Servono politiche pubbliche di supporto a quello che lo sport ha dimostrato di essere: un bene essenziale. Bene essenziale non solo in termini immateriali come le emozioni che abbiamo vissuto e come i principi di inclusione e di rispetto delle regole che sono stati evocati in questi giorni. Piuttosto, un bene essenziale materiale, che è estremamente tangibile e misurabile, ossia l’impatto di una diffusa cultura sportiva, che io chiamo la cultura del movimento, sul risparmio del sistema sanitario nazionale. Lì si può proprio calcolare in euro il vantaggio. Noi rischiamo, se non sistemiamo questa questione in un momento che è il più basso della storia dello sport di base, che coincide però con il momento più alto nella storia dello sport olimpico, di pagare un conto salato in termini di impatto sulle casse dello Stato.</p>



<p><strong>Insomma, i campioni hanno fatto la loro parte, le Istituzioni sapranno fare la propria? Che cosa occorrerà per stabilizzare questo rilancio?</strong><br>Questo è il cambiamento di paradigma che occorre mettere a fuoco. Politiche pubbliche di supporto e sostegno al diritto allo sport e politiche pubbliche di supporto e sostegno alle associazioni, a chi fa sport sul territorio, perché per settantacinque anni il nostro sistema sportivo si è fondato soltanto su denaro privato, dei finanziatori, degli sponsor, dei mecenati e delle famiglie che, pagando le quote sociali di iscrizione alle attività dei propri figli, hanno permesso alle società di continuare ad esistere. Ebbene, quel mondo lì adesso è crollato, la pandemia lo ha distrutto.</p>



<p><strong>Lei ha proposto di inserire la parola sport nella Costituzione. Perché?</strong><br>Oggi serve generare un diritto, ecco perché stiamo lavorando tanto col Partito Democratico per portare la parola “sport” nella nostra Costituzione. Per generare quel diritto servono politiche pubbliche, e poi quel diritto dovrà dialogare con altri due diritti fondamentali: quello all’istruzione, e lì si apre tutta la partita fondamentale del rapporto fra sport e scuola, e quello alla salute, e lì si apre tutto l’altro capitolo, intergenerazionale, dell’attività motoria come farmaco. Questi due grandi campi di battaglia passano secondo me da un cambio di paradigma che è l’istituzione di un diritto, e la porta attraverso la quale farlo passare è quella di scrivere finalmente quella parola in Costituzione, come in molte altre costituzioni più recenti.</p>



<p><strong>Lo sport nelle scuole saprà mettersi in scia?</strong><br>Vediamo ancora oggi delle vergognose classifiche sulle ore curriculari della disciplina rispetto al resto dell’Europa. Noi dobbiamo sbloccare questo meccanismo e possiamo farlo attraverso politiche pubbliche che mettano in moto un sistema che permetta agli investitori di poter continuare serenamente ad investire in un settore che non soltanto cambia la vita alle persone, ma genera un vantaggio per le casse dello Stato misurabile in termini di risparmio di spesa per il servizio sanitario nazionale.</p>



<p><strong>E poi impianti, impianti, impianti.</strong><br>Sì, ma non vorrei che diventasse un alibi. Non c’è dubbio che la situazione dell’impiantistica sportiva, specialmente quella scolastica, vada sistemata. Qualche risorsa arriverà anche dal PNRR. Non sarà tantissimo: un miliardo in tutto di cui 300 milioni destinati all’edilizia scolastica e settecento a nuove progettualità soprattutto al Sud. Non è tantissimo rispetto agli oltre 220 miliardi previsti dal piano, ma è qualcosa. Qualcosa che deve far nascere una scintilla e accendere un faro. Questo faro sull’impiantistica è doveroso, però si deve immaginare anche altro.</p>



<p><strong>Cosa?</strong><br>Qualcosa che è relativo agli effetti della pandemia, cioè la capacità di disegnare il paesaggio urbano delle nostre città in modo da renderlo attrattivo per la cultura del movimento che citavo prima. Mi riferisco a dei punti di forza che il nostro Paese ha già. Penso alle migliaia di chilometri di costa, spiaggia, laghi, parchi urbani. Dobbiamo fare degli investimenti nella reinterpretazione del paesaggio delle città. Chiaramente non basta mettere due macchine per fare attrezzistica e pesi in un campo cittadino per far sì che la gente vada lì a fare attività sportiva. Bisogna sviluppare dei progetti e affidare queste porzioni di territorio a delle persone che le facciano vivere. Alle associazioni sportive, per esempio, che sono tra l’altro oggi in una crisi economica importante e quindi alla ricerca di nuovi progetti.</p>



<p><strong>Con quali altre conseguenze?</strong><br>Questo presidio del territorio ha degli effetti anche in termini di sicurezza, per dirne una. L’idea che noi possiamo grazie al nostro clima e alla bellezza e varietà del nostro paesaggio, trasformare porzioni di paesaggio in hub della salute, ossia in luoghi in cui i nostri cittadini e le nostre cittadine vanno a prendersi cura della loro salute, è un’altra grande battaglia alla quale io do la stessa dignità, la stessa importanza della doverosa battaglia sugli impianti.</p>



<p><strong>Fiamme Oro, Azzurre, Gialle, Carabinieri sono stati centrali per assicurare ai nostri atleti la stabilità economico-lavorativa per potersi dedicare professionalmente alle competizioni sportive. </strong><br>Penso che si debba partire da un gigantesco ringraziamento alle Forze armate perché tantissime medaglie arrivano da lì e tantissime medaglie arrivano proprio perché le Forze armate hanno potuto permettere a molti atleti di praticare professionalmente il proprio sport. È chiaro che è un modello molto efficace ma di un’efficacia che va riconsiderata perché, nel momento in cui tutti gli investimenti vengono rimodulati, bisogna fare molta attenzione a chi può sostenere e ottimizzare un processo che è molto costoso ed è a carico del denaro pubblico. </p>



<p><strong>È ancora la via perseguire o è tempo di considerare soluzioni alternative?</strong><br>In questo momento meno male che le Forze armate supportano così intensamente questo sforzo, e meno male che riescono a dimostrare che quell’investimento è proficuo in termini di medaglie! Però è ovvio che non possiamo immaginare un modello perennemente fondato su quel sistema. È chiaro che questo sblocco e questa interazione fra politiche pubbliche e investitori privati deve indurre a poter offrire anche in altri sport, oltre a quelli di diffusione planetaria come calcio, pallacanestro e pallavolo, la possibilità di dedicarsi alla carriera sportiva con una serenità economica di base.</p>



<p><strong>Cosa si sente di dire a Sinner che, senza aver subito un infortunio, come Berrettini, ha deciso di rinunciare ai Giochi? Ne ha sottovalutato l’importanza?</strong><br>A me dispiace per noi ma soprattutto dispiace da matti per lui, perché non sa che cosa si è perso. Io ho avuto la fortuna di vivere due volte quell’esperienza e posso assicurare che è decisiva per diventare atleti migliori. Il fatto di rinunciare, e non entro nel merito delle ragioni della rinuncia, mi sembra un enorme errore di sottovalutazione dell’importanza che i Giochi hanno nella carriera di un atleta, per farlo diventare più forte. Vado oltre.</p>



<p><strong>Ci dica.</strong><br>Sono uno dei pochi sostenitori della tesi per cui se il calcio mandasse le sue squadre migliori ci sarebbe un grande vantaggio per i Giochi ma anche per il calcio, perché si percepirebbe in maniera reale un modo di fare sport diverso, arricchente all’ennesima potenza, che vale molto di più di qualsiasi successo in qualsiasi altro torneo, un’occasione di crescita che non sai se ti ricapiterà.</p>



<p><strong>Tornando a Sinner, ha sentito le parole di Panatta? Condanna senza attenuanti l&#8217;atleta.</strong><br>Avere la possibilità alla sua età di partecipare alle Olimpiadi in questo suo momento di crescita tecnica e di costruzione di caratteristiche non tecniche, quelle che fanno diventare un buon atleta un campione, e rinunciarvi lo trovo un peccato. Se la decisione è nata per accelerare dei miglioramenti tecnici temo che si sia invece prodotto il risultato opposto. Per il resto sono d’accordo con Panatta. Sono davvero valutazioni che vanno al di là della singola programmazione di un microciclo, o magari di una stagione sportiva. Sono eventi che ti capitano forse, se sei bravo e fortunato, una volta nella vita. Quando partecipi a una Olimpiade, indipendentemente che tu vada a medaglia o meno, quando l’esperienza è finita diventi un atleta migliore.</p>



<p><strong>Dal 24 agosto avranno inizio le Olimpiadi paralimpiche. L’Italia parteciperà con 113 atleti impegnati in 16 delle 22 discipline previste. E&#8217; la delegazione più ampia di sempre, e per la prima volta le donne, 61, superano il numero degli uomini, 51.</strong><br>Se dai giochi olimpici si esce con questa grande ispirazione di cui abbiamo parlato, dai Giochi paralimpici ancora di più. Chi ha avuto la fortuna di vedere da vicino questi atleti pazzeschi impegnati nelle varie discipline ce l’ha ben chiaro. Io abbraccio Bebe Vio, che sarà nostra portabandiera, e sono sicuro che ci porterà altre medaglie. I Giochi paralimpici sono davvero qualcosa che procura ispirazioni incredibili, e spero che non passino come olimpiadi minori, che continui questo tsunami emotivo che è cominciato nel pomeriggio di Berrettini a Wimbledon, continuato con la parata di Donnarumma la stessa sera, e seguito da un mese di emozioni sportive tutte di altissimo profilo. Ora abbiamo altri quindici giorni per guardare e imparare da questi campioni, che sono sportivi a tutto tondo, e che anzi riescono a dimostrare come la tenacia, la forza di volontà e l’allenamento permettano di realizzare cose incredibili.</p>



<p><strong>Una dedica particolare?</strong><br>Guardiamole con grande partecipazione perché sono sicuro che saranno un altro grande regalo al nostro Paese, e mi permetto di dire facciamolo anche con enorme rispetto e affetto nei confronti di un atleta paralimpico che avrebbe potuto esserci e avrebbe di nuovo fatto enormi risultati, e che invece purtroppo non ci sarà, che si chiama Alex Zanardi. Se c’è un testimonial di tutto quello che ho detto, Alex lo è stato e lo è, e mi auguro che la sua delegazione possa raggiungere grandi successi anche un po’ per lui.</p>



<p><strong>La cittadinanza ai giovani che gareggiano e vincono per l’Italia è un tema che l’Italia non può ancora trascurare.</strong><br>È vero, però è un peccato e non è giusto. Nel senso che lo Ius soli è un diritto di civiltà, è una battaglia prioritaria per forze che si ritengono progressiste. C’è un pezzo di mondo che dimostra che quando quel diritto è esercitato è una ricchezza, e mi riferisco all’intero continente americano, non solo al Nord America ma a quasi tutto il Sud America, che è un continente fatto proprio da contaminazioni che sono una ricchezza. Io credo che lo Ius soli prescinda dal talento e dal potenziale numero di medaglie che potrebbe generare. È una battaglia che va combattuta e basta. Poi è ovvio che c’è un milione di ragazzi, che sono italiani di fatto perché hanno fatto le nostre scuole, parlano la nostra lingua, giocano in società sportive con ragazzi italiani di cui sono amici. Che costoro non abbiano diritto di cittadinanza è un’aberrazione, e mettere questo in relazione con il fenomeno degli sbarchi, come è stato fatto di recente, è vergognoso perché non c’entra nulla.</p>



<p><strong>Si può provare a sganciare la cittadinanza sportiva dal dibattito, pur prioritario, sullo Ius soli o sullo Ius culturae?</strong><br>Io credo che quella battaglia sia stata nuovamente illuminata da questo grande evento sportivo. Se n’è tornato a parlare proprio in virtù di quello che abbiamo visto succedere ai Giochi, però più che un’accelerazione sullo Ius soli sportivo io spero che ci sia un’accelerazione sullo Ius soli in assoluto. Ripeto: credo che per chi si ritiene una forza progressista questa questione non possa non stare nella parte alta dell’agenda. Mi auguro che lo sport, come spesso succede, abbia anticipato la realtà perché basta vedere qualunque squadra giovanile di qualunque disciplina sportiva allenarsi, e immediatamente si è di fronte alla realtà della società che sarà domani, cioè ragazze e ragazzi che arrivano da contesti culturali diversi, che hanno status sociale e colore della pelle diverso, credo religioso diverso, cui quel tema non importa. Quel che importa è essere una squadra, passarsi la palla in modo efficace per raggiungere un obiettivo comune, che è vincere una partita.</p>



<p><strong>Quella è la società del futuro.</strong><br>Grazie al cielo, aggiungo io. Capisco che qualcuno si senta minacciato o spaventato da quel modello di società, ma se ne deve fare una ragione. Quella è la società di domani. Non è lo sport che deve risolvere quel problema nella società. È la politica che è in ritardo rispetto allo sport. Lo sport esprime un modello molto chiaro ed evidente. Basta copiare bene.</p>
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		<title>Walter Ricciardi: misure insufficienti. Serve lockdown lungo. La politica non decide. Senza tracciamento inutile riaprire le scuole. Per i vaccini giusto coinvolgere le strutture convenzionate</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/01/09/raco-barone-ricciardi-misure-ancora-insufficienti-serve-lockdown-lungo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jan 2021 15:45:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Emanuele Raco e Eugenio Barone L’Ema ha approvato l’utilizzo del vaccino di Moderna. Ne arriveranno altri. A questo punto i problemi riguardano la somministrazione, che appare dappertutto in ritardo. Perché?Probabilmente la rapidità con cui questo vaccino è stato autorizzato ha sorpreso un po’ tutti, tranne gli addetti ai lavori. Noi sapevamo che si viaggiava a tappe forzate, ma il fatto di avere un vaccino a meno di un anno&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/01/09/raco-barone-ricciardi-misure-ancora-insufficienti-serve-lockdown-lungo/">Walter Ricciardi: misure insufficienti. Serve lockdown lungo. La politica non decide. Senza tracciamento inutile riaprire le scuole. Per i vaccini giusto coinvolgere le strutture convenzionate</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>di Emanuele Raco e Eugenio Barone</p>



<p><strong>L’Ema ha approvato l’utilizzo del vaccino di Moderna. Ne arriveranno altri.  A questo punto i problemi riguardano la somministrazione, che appare dappertutto in ritardo. Perché?</strong><br>Probabilmente la rapidità con cui questo vaccino è stato autorizzato ha sorpreso un po’ tutti, tranne gli addetti ai lavori. Noi sapevamo che si viaggiava a tappe forzate, ma il fatto di avere un vaccino a meno di un anno dall’identificazione del virus ha del miracoloso. Soltanto gli addetti ai lavori capiscono che questo è stato un tempo eccezionale, specie se rapportato ad altre patologie per le quali ancora un vaccino non è stato trovato, oppure ad altri vaccini che non sono così efficaci come questi due che, voglio ricordarlo, hanno una tecnologia nuova che di fatto li caratterizza come vaccini genetici. </p>



<p><strong>Che vuol dire?</strong><br>Che viene somministrata cioè una informazione genetica e poi è il corpo umano che produce questa proteina contro cui impara a reagire nel momento in cui è in contatto con quella del virus.</p>



<p><strong>Anche l’Italia è in affanno. Si poteva fare meglio?</strong><br>Voglio ricordare le recenti parole del primo ministro olandese, che ha chiesto scusa ai suoi cittadini perché l’Olanda non aveva nemmeno procurato i frigoriferi a -80°, cosa che ha costretto il paese a ritardare l’avvio della campagna vaccinale. Noi certamente ci siamo mossi abbastanza in tempo, anche se come sempre tutto è migliorabile, nel senso che io l’avrei fatto ancora un po’ prima. Il meccanismo incrementale con il quale ci stanno fornendo le dosi e il meccanismo incrementale con il quale ci stiamo organizzando potrà essere accelerato e rinforzato per raggiungere l’obiettivo. Potevamo e possiamo fare meglio, però rispetto ad altri paesi siamo in buone condizioni.</p>



<p><strong>Come si intende operare da ora in avanti?</strong><br>Molto sarà condizionato dagli arrivi. Molti di questi vaccini hanno la caratteristica di essere prodotti con grandi difficoltà, poste ad esempio dal rispetto della catena del freddo nel caso di Pfizer, e non possono quindi essere facilmente prodotti per miliardi di persone. I vaccini saranno efficaci nel momento in cui saranno in grado di sconfiggere la pandemia, il che richiede la vaccinazione di miliardi di persone. </p>



<p><strong>E’ importante che arrivino i nuovi vaccini.</strong><br>Importantissimo, sia quello che è attualmente in pole position, ossia AstraZeneca, e poi gli altri nei prossimi mesi. Solo allora potremo dare un’accelerazione alla campagna vaccinale, perché solo così potremo coprire milioni di persone e veramente arrivare prima dell’estate alla metà della popolazione italiana, e dopo l’estate all’altra metà. Quindi dipenderà dalle tempistiche di arrivo. Io sono ottimista, sono convinto che AstraZeneca arriverà tra non molto, e poi che nel secondo trimestre del 2021 potrebbe arrivare anche Johnson&amp;Johnson.</p>



<p><strong>Lei ha fatto l’esempio delle palestre per consentire ai cittadini di essere vaccinati in sicurezza. È questo l’orientamento? Quello di predisporre spazi ampi?</strong><br>Dell’organizzazione della campagna vaccinale si sta occupando la struttura commissariale. Questo però è ineludibile. Per una campagna vaccinale di massa di successo ci vogliono tre elementi. Il primo sono i vaccini, il secondo sono i vaccinatori. È necessario un aumento enorme nel loro numero, partendo dalla base, che in questo momento sono coloro che lavorano per le strutture sanitarie regionali, per poi aggiungere i medici di medicina generale. Se ci sono medici e infermieri in pensione, dotati di capacità ed esperienza, che vogliono vaccinare, vanno reclutati.</p>



<p><strong>Il terzo elemento qual è?</strong><br>La logistica. Dobbiamo fare in modo che milioni di persone arrivino in luoghi di vaccinazione sicuri. Ciò significa che chi si reca alla vaccinazione non deve rischiare a sua volta il contagio, ecco perché è così necessario adottare misure per abbassare il numero dei contagiati, altrimenti gli assembramenti per la vaccinazione rischierebbero paradossalmente di essere pericolosi. Caratteristica necessaria alla logistica sono i grandi spazi, come dimostrano i piani di Gran Bretagna, Israele, Germania e USA. Abbiamo bisogno di grandi spazi sicuri, siano essi palacongressi, palasport, ma anche drive in. Spazi in cui si possa vaccinare in sicurezza. Penso che un paese come l’Italia possa far bene tutte e tre le cose.</p>



<p><strong>Che cosa pensa dell’opportunità di coinvolgere le strutture convenzionate?</strong><br>Penso che sia necessario farlo. Ovviamente c’è bisogno di determinati requisiti organizzativi e di organico. Bisogna che queste strutture siano adeguate, ma credo che sia necessario ampliare a tutte le strutture che siano in grado di fornire un servizio sicuro, garantito, che permetta di condurre a termine l’incremento della campagna vaccinale. Per cui, nel momento in cui non ci sarà più il limite delle dosi disponibili, dovremo essere pronti, perché è chiaro che il settore pubblico strettamente inteso non ce la può fare. </p>



<p><strong>Come procedere?</strong><br>Serve innanzitutto reclutare i medici di medicina generale che, ricordo, in Italia sono liberi professionisti che hanno un contratto di convenzione, come vanno coinvolte le strutture private accreditate convenzionate che abbiano queste potenzialità, e ce ne sono tantissime di alta qualità che possono fare un servizio eccellente.</p>



<p><strong>Le vaccinazioni che si stanno svolgendo e che si svolgeranno sono tracciate a livello centrale? C’è un registro?</strong><br>Questo è un annoso problema, un’ulteriore dimostrazione di quanto la pubblica amministrazione sia già di per sé in difficoltà per la complessità di questi argomenti, e quanto poi lo siano in particolare le amministrazioni regionali. Con la legge Lorenzin sull’obbligatorietà dei vaccini era stata approvata e finanziata la costituzione di un’anagrafe nazionale. Era stata allocata una certa quantità di risorse a questo scopo. Io allora ero presidente dell’Istituto Nazionale di Sanità e ricordo che si decise di affidare al Ministero il compito della gestione di questa anagrafe. </p>



<p><strong>Anche qui c’è lo zampino delle regioni?</strong><br>Naturalmente l’anagrafe vaccinale nazionale è il risultato delle anagrafi vaccinali delle singole regioni, perché i dati vengono raccolti dalle singole regioni. Purtroppo ci sono poche regioni che hanno informatizzato la propria anagrafe; molte di loro non hanno neanche avviato il processo ed hanno solo la versione cartacea dei dati. Così la mamma in alcune regioni deve portare con sé il libretto per le vaccinazioni del figlio. E se quel libretto per qualche ragione si smarrisce, non si sa se quel bambino è stato vaccinato, quante dosi ha ricevuto e così via.</p>



<p><strong>Siamo messi così male?</strong><br>Questa è l’arretratezza, la lentezza. Non voglio difendere a spada tratta Arcuri, che non ha bisogno di me come avvocato difensore, ma che cosa succede oggi? Che di fronte a queste difficoltà &#8211; e ne potrei citare molte altre &#8211; si ricorre alla struttura commissariale per risolvere questi problemi di inefficacia e inefficienza della pubblica amministrazione. Allora è chiaro che la struttura commissariale a quel punto viene ingolfata da tutta una serie di compiti. </p>



<p><strong>Cosa fare?</strong><br>La struttura commissariale deve costruire l’anagrafe per la vaccinazione anti-Covid. Se già l’avessimo sarebbe automatico, basterebbe aggiungere una stringa. Ma non la abbiamo, per cui va costituita ex novo e so che il commissario sta ragionando su quali possano essere le strade più rapide per ottenerla. È un peccato non avere già lo strumento e doverlo costruire ad hoc in fretta e furia.</p>



<p><strong>Questo significa che non abbiamo alcuna possibilità di utilizzare questi dati?</strong><br>Certamente ci sarà un meccanismo di attestazione, sto vedendo che questo è un problema di tutti i paesi. Anche in Israele hanno questo problema, tanto è vero che nella mobilità tra personale diplomatico hanno grandi difficoltà. È una complicazione nuova: mai nella storia ci siamo trovati nella necessità di vaccinare quasi contemporaneamente sette miliardi di persone. I sistemi informativi anche nei paesi più progrediti non sono in grado di gestire questa necessità di copertura e al tempo stesso di certificazione. </p>



<p><strong>Come stanno agendo gli altri paesi?</strong><br>Ogni paese sta affrontando le stesse difficoltà, e proprio in questi giorni, tra consiglieri scientifici dei governi, stiamo cercando un coordinamento per scambiarci informazioni su come risolvere questo problema. Gli americani, che coordinano questo gruppo, ci hanno somministrato un questionario dove ci si domandava se dovessimo occuparci come scienziati anche di questi aspetti operativi o soltanto della ricerca, come abbiamo fatto fin qui. Io per l’Italia ho risposto di sì, perché questi aspetti sono dirimenti per il successo della campagna vaccinale.</p>



<p><strong>È percorribile l’ipotesi di disporre a pagamento della vaccinazione? Non del vaccino, che resterà sempre gratuito, ma della somministrazione.</strong><br>Io credo che non debba essere disponibile un’ipotesi del genere. I cittadini pagano le tasse e, pagando le tasse, hanno diritto ad avere gratuitamente un bene pubblico come il vaccino dato nei modi giusti e nei tempi giusti a tutti coloro che ne hanno diritto. Deve essere un obbligo giuridico e morale quello di garantire tempestivamente a tutti la vaccinazione, senza che nessuno debba pagare. Quello che noi abbiamo sostenuto, e l’Italia insieme a Francia, Germania e Olanda è stata tra i promotori dell’iniziativa, è che il vaccino debba essere considerato un bene pubblico inclusivo. </p>



<p><strong>Quindi non c’è bisogno di pagare?</strong><br>Non c’è bisogno di pagare neppure per la somministrazione. Anche i paesi che non hanno un servizio sanitario nazionale ma un sistema assicurativo sociale stanno andando in questa direzione. Il vaccino deve essere gratuito ed efficacemente distribuito. Questo ovviamente non significa che non bisogna adoperare le strutture private convenzionate, che fanno un servizio pubblico.</p>



<p><strong>Cosa pensa della proposta avanzata da alcuni economisti di poter commercializzare il vaccino?</strong><br>Quella della libera commerciabilità dei vaccini è una provocazione intellettuale, giusta in termini teorici ma non in questa fase. Oggi gli stati sono in grado di rapportarsi a non più di cinque aziende che producono il vaccino. Quello che si è determinato negli ultimi anni è che da una trentina di aziende che producevano vaccini, proprio perché i vaccini non sono così profittevoli dal punto di vista economico, si è finiti con pochissime aziende. Così si rischia di non garantire un approvvigionamento sufficiente per i canali secondari. In queste condizioni la scelta deve essere quella di salvare vite, quindi eticamente scegliamo di proteggere quelli che rischiano di più.</p>



<p><strong>È un rischio molto grande quello di far perdere ancora un anno di lezioni ai nostri giovani. Dobbiamo puntare sulla scuola tutte le nostre attenzioni?</strong><br>Sì, ma dobbiamo fare come avevamo stabilito a marzo, perché se le apri quando non sei in grado di tracciare i contatti le chiudi dopo una settimana. A marzo, anche d’accordo con il ministro, io avevo costituito un piccolo gruppo informale che aveva elaborato una strategia che prevedeva il rafforzamento del tracciamento ed una serie di altre misure che erano perfino state formalizzate. Da parte del ministro c’era una piena disponibilità ad accoglierle tutte.</p>



<p><strong>Perché non è passata?</strong><br>Quando si va in Consiglio dei ministri e ci si confronta con altri ministri, questa roba rimane lettera morta. Perché i cinesi hanno aperto le scuole a centinaia di milioni di bambini e non hanno avuto un caso? Perché le hanno aperte con un tracciamento che dotava i bambini di un codice che consentiva di essere certi di andare a scuola in ambiente protetto e di ritornarne altrettanto protetti. Lo stesso dicasi per altri paesi. Se noi non facciamo così, innanzitutto riducendo la catena dei contagi perché siamo a livelli insopportabili, non andiamo da nessuna parte.</p>



<p><strong>Qual è la soluzione?</strong><br>In questo momento, con questi numeri, l’unica cosa che può garantire di riprendere in mano la situazione è quella di imporre un lockdown lungo, come la stessa Germania sta scegliendo di fare. Farlo rispettare, controllarne gli esiti con test e tracciamento, e riaprire poi definitivamente le scuole. Ma non farlo in questo modo, come stanno facendo i francesi, che riaprono le scuole in condizioni terribili e le richiuderanno a breve.</p>



<p><strong>Quanto dura un lockdown come quello di cui parla?</strong><br>L’evidenza dice che quando si raggiunge un livello di crescita esponenziale, il lockdown minimo è di due mesi. Questo termine, due mesi, terrorizza i politici, terrorizza tutti. E io naturalmente vengo tacciato di essere quello che vuole chiudere l’Italia. In realtà è quello che sta succedendo: la Gran Bretagna starà chiusa due mesi e la Germania starà chiusa due mesi, l’Austria e probabilmente anche l’Olanda alla fine faranno un lockdown di due mesi, e così anche la Polonia e la Repubblica Ceca. </p>



<p><strong>Dare ascolto ai numeri insomma.</strong><br>Noi dobbiamo combattere contro il virus, non contro le evidenze scientifiche. Le evidenze scientifiche ci dicono che quando abbiamo decine di migliaia di casi dobbiamo bloccare tutto.</p>



<p><strong>Fino ad oggi abbiamo preferito affidarci alle soluzioni “morbide”.</strong><br>Le semplici raccomandazioni (state a casa, non assembratevi) di quanto abbassano l’indice di contagio? Del tre per cento. Noi abbiamo misurato che il lockdown lo riduce di circa il venti per cento. Sommando la chiusura delle scuole andiamo al trentacinque. Con le raccomandazioni lo si porta al trentotto, e la chiusura di altre attività non essenziali fa sì che l’indice di contagio si riduca al di sopra del 50%, il che significa che in un paio di mesi possiamo portare la curva alla diminuzione e non alla stabilità. La triste verità scientifica è questa, solo che noi scienziati possiamo dirlo ma i politici fanno fatica ad accettarlo.</p>



<p><strong>Quindi andiamo incontro ad una terza fase di pandemia che ci imporrà restrizioni forti fino a un nuovo lockdown prolungato?</strong><br>Purtroppo sono raccomandazioni necessarie sulla base dei dati. In questo momento in Italia ci sono almeno seicentomila infetti, e non voglio nemmeno considerare l’eventualità che prenda il sopravvento la variante inglese, con un indice di contagiosità del settanta per cento. Tutto ciò induce alla riduzione della curva di contagio con un blocco chiaro, perché tutti capiscano. Ed è necessario che tutti capiscano perché ad esempio ho visto delle immagini di Chiese, a Roma, affollate all’inverosimile. </p>



<p><strong>La libertà di professare la fede.</strong><br>Io insegno all’Università cattolica, capisco bene l’importanza di recarsi a Messa, ma vi garantisco che il Santo Padre e il Segretario di Stato hanno compreso perfettamente la situazione. Purtroppo lo stesso non si può dire di certi preti. Altrimenti saranno i dati a ripristinare la situazione.</p>



<p><strong>Non sembra esserci la stessa tensione di marzo.</strong><br>Gli italiani si sono commossi e impauriti davanti alle bare di Bergamo e lì hanno capito che era necessario intervenire. In questa seconda fase i morti non si vedono, ma in proporzione sono più di quando avevamo le bare a Bergamo. I paesi che come gli Stati Uniti hanno perso il controllo della situazione, non hanno più legname per fare le bare. Che cosa c’è di più urgente che agire prima che questo si verifichi qui? </p>



<p><strong>Come lo si può ancora fare?</strong><br>Si può agire soltanto seguendo l’evidenza scientifica. Mi rendo conto che è duro e faticoso, ma quando combatti la guerra devi riconoscere di essere in guerra contro un nemico. Se stiamo tutti insieme lo sconfiggeremo, e su questo non c’è dubbio, ma dipenderà da noi quando e come.</p>
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