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	<title>Resistenza Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Resistenza Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Enzo Amendola: delineare una forma sempre più ambiziosa di Unione Europea. L’Ucraina ha diritto alla resistenza in base alla Carta dell’ONU</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 May 2022 09:19:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Noi sappiamo che il prolungarsi della guerra produce atrocità e vittime civili, e la politica non è ciò che segue allo sforzo bellico ma è ciò che è negato dallo sforzo bellico, e quindi la priorità che volgiamo affermare è quella di riaprire, in qualunque forma e in qualunque luogo, termini anche che portino al dialogo tra le parti. Ovviamente la precondizione è il cessate il fuoco, ma dalla Russia non arrivano ancora risposte adeguate su questo.</p>
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<p><strong>Uno spiraglio a una guerra devastante nel cuore dell’Europa viene proprio da una proposta di pace avanzata dall’Italia. Quali sono, per quello che è possibile dire, i termini di questa proposta?</strong><br>Noi affermiamo un bisogno. Che la politica e il negoziato abbiano una forza superiore alle atrocità di ciò che si va compiendo, e quindi testardamente cerchiamo di indicare i possibili termini per la riapertura del negoziato. Stessa cosa fa l’Italia con i propri alleati, poiché è evidente che come Unione siamo uniti nella difesa del popolo e delle Istituzioni ucraine, per il diritto alla sovranità che la Carta dell’ONU le riconosce, dandole la facoltà di resistere all’invasore. Noi sappiamo che il prolungarsi della guerra produce atrocità e vittime civili, e la politica non è ciò che segue allo sforzo bellico ma è ciò che è negato dallo sforzo bellico, e quindi la priorità che volgiamo affermare è quella di riaprire, in qualunque forma e in qualunque luogo, termini anche che portino al dialogo tra le parti. Ovviamente la precondizione è il cessate il fuoco, ma dalla Russia non arrivano ancora risposte adeguate su questo.</p>



<p><strong>E’ giusto parlare di pace, come l’Italia e l’Europa fanno dal primo giorno di guerra, ma è corretto precisare che la resistenza dell’Ucraina è una resistenza per la democrazia e la libertà. In fondo gli ucraini stanno difendendo i nostri principi e valori fondamentali.</strong><br>L’Ucraina ha diritto alla resistenza in base alla Carta dell’ONU. È un Paese sovrano, libero, con&nbsp;Istituzioni proprie, che si può poi discutere quanto siano fragili. Ma è un diritto sancito che un Paese pacifico, che non ha offeso i suoi Paesi confinanti, che non ha dichiarato nessuno sforzo bellico, possa difendersi. Quello che ha portato la UE a sostenere Zelensky sta nel fatto che il popolo ucraino è legato a questo, alla salvaguardia del diritto internazionale. E poi perché il nostro vicino russo, con cui ci sono rapporti commerciali e culturali, scambi che nel corso degli ultimi decenni si sono rafforzati, ha violato le regole della convivenza pacifica. Il nostro sostegno alla resistenza ucraina è il sostegno a un diritto a scegliere il proprio futuro, la propria traiettoria. Questo non poteva vederci voltati dall’altra parte ad attendere gli esiti dell’invasione militare. Tra l’altro l’Ucraina ha con la Russia un rapporto che va al fondamento stesso del Stato russo, si tratta di secoli di commistione non solo di lingua ma di legami culturali, religiosi, di scambi commerciali: questa è una guerra fratricida che ha portato il popolo ucraino in armi a difendere i propri diritti, rompendo quindi anche dei legami storici. Per tutte queste ragioni l’UE ha la responsabilità politica di far cessare il conflitto, di difendere il diritto negoziale ucraino e soprattutto di difendere un popolo che è stato violentato dalle armi russe.</p>



<p><strong>La Francia sembra aver gelato le richieste dell’Ucraina di entrare rapidamente nell’Unione Europea, parlando di un processo che potrebbe durare 15 o 20 anni. La soluzione potrebbe essere la Confederazione Europea proposta dal segretario del Partito democratico, Enrico Letta?</strong><br>A norma dei Trattati il processo di integrazione di un candidato avviene con tempi purtroppo lunghi, e la burocrazia è dovuta a dei processi di riforma, di adeguamento della legislazione nazionale a quella europea. Ma noi sappiamo che siamo a un tornante della storia in cui non può prevalere soltanto la procedura ma deve valere anche il sentimento politico, innanzitutto verso i Balcani occidentali, che sono parte della comunità europea, poi dell’Ucraina e degli altri paesi che potrebbero rischiare la stessa sorte. Per queste ragioni Enrico Letta ha parlato di una Confederazione, cioè di uno spazio politico che faciliti l’allargamento dei membri dell’UE. Ma lo stesso Macron il 9 maggio ha parlato di una comunità politica europea, quindi di uno spazio similare a quello indicato da Letta. Bisognerà, da qui al 23 giugno, quando la Commissione europea proporrà una strada, ragionare non soltanto di procedure ma anche di visione di un’Europa del futuro, che sarà certamente più grande ma che dovrà essere anche più unita.</p>



<p><strong>L’Europa in due anni ha fatto passi da gigante: la condivisione del debito per affrontare la crisi derivante dal diffondersi del Covid e poi una forte unione per attivare pacchetti di sanzioni sempre più duri contro la Russia, resasi colpevole di aver aggredito uno stato libero e sovrano. Cosa manca a questo punto all’Europa per essere considerata una potenza mondiale?</strong><br>La storia europea negli ultimi anni ha visto l&#8217;esplosione con effetti drammatici della pandemia con effetti drammatici sulla coesione sociale, e poi la guerra, che è tornata nel nostro continente. Di qui le nostre responsabilità, che vanno oltre gli effetti economici sulla tenuta sociale che ci riguardano. La risposta è stata all’altezza dei bisogni. L’altezza per costruire politiche fiscali non soltanto solidali ma anche improntate ad investimenti per rafforzare e cambiare la nostra economia, la nostra industria, la nostra coesione sociale. Sono scelte che secondo me descrivono un’Europa che non può tornare a quella pre-Covid, con le regole di un mondo che non esiste più. Ora bisognerà, nella congiuntura drammatica del conflitto in Ucraina, reggere l’unità e allo stesso tempo descrivere i salti di integrazione che dobbiamo fare. Penso all’unione per l’energia, a politiche di governance economica improntate alla stabilità ma anche agli investimenti, a politiche di coesione sociale finanziate dai fondi europei ma anche ad investimenti nella transizione ecologica e nella tecnologia digitale, che ha bisogno anche di un pilastro sociale per accompagnare il mondo del lavoro e delle imprese in questo momento. Quindi l’unità serve per affrontare le crisi ma anche per delineare le novità che sono necessarie per il nostro continente nello scrivere questa storia nuova.</p>



<p><strong>Il 9 maggio, in occasione della festa europea, la Conferenza sul futuro dell’Europa ha concluso i suoi lavori frutto di una non di discussioni e collaborazioni tra cittadini e politici. Cosa pensa del rapporto finale che è stato presentato alle Istituzioni europee?</strong><br>La Conferenza per il futuro dell’Europa, che è stata inaugurata una anno fa dal compianto presidente David Sassoli, è un esperimento di democrazia partecipativa realizzato anche grazie ad una piattaforma digitale che ha disintermediato tutte le procedure burocratiche di discussione: ognuno poteva iscriversi nella propria lingua e proporre idee e soluzioni. Credo che si tratti di un meccanismo che rafforza la democrazia rappresentativa, e soprattutto risponde a quella ricorrente e stereotipata critica secondo cui i cittadini sono lontani dall’Europa. Aver costruito questo percorso tra istituzioni europee, istituzioni nazionali, parlamenti, governi, rappresentati selezionati dei cittadini, ha prodotto delle indicazioni, ha prodotto i caratteri di una visione di cambiamento dell’Europa. Sarebbe stato paradossale che questi lavori si concludessero con report che dicevano che l’Europa è bella così com’è. Dobbiamo prendere sul serio queste indicazioni. Alcune possono essere assunte a trattati esistenti. Altre credo che bisognerebbe avere il coraggio di innestarle anche con dei cambiamenti dei trattati. Molte di queste materie, cito l’unione per l’energia e i mercati regolatori, cito il green e la trasformazione digitale che abbiamo già realizzato in alcuni negoziati, ma anche la configurazione delle norme che guardano l’Unione che deve affrontare una competizione globale, credo che meritino degli approfondimenti. Solo per citare la governance economica, alcuni dati del patto di stabilità e crescita sono basati su dati macroeconomici degli anni Ottanta. È passato un po’ di tempo e alcune regole, che spesso non vengono applicate, meriterebbero di essere cambiate. Noi come Italia siamo aperti ai cambiamenti. Per rafforzare l’Unione, non per aprire un inutile dibattito, per darle più strumenti. La sanità, per esempio. Prima del Covid non c’era l’unione europea della sanità, c’era solo un coordinamento. La spinta dei cittadini è sempre utile perché indirizzata al cambiamento, ai bisogni e agli interessi materiali di ogni giorno.</p>



<p><strong>La vittoria di Macron in Francia ha fatto tirare un sospiro di sollievo a tutti gli europeisti. Dal voto francese arriva però anche una forte domanda di protezione sociale, dove affondano le radici del populismo. L’Italia, che andrà al voto tra pochi mesi, cosa può e deve apprendere dal risultato delle presidenziali francesi?</strong><br>Gli effetti economici dello shock pandemico e del conflitto pesano anzitutto sulle fasce deboli, pesano sulle industrie che vedono materie prime e costi dell’energia a rischio, come a rischio è la ripresa che appariva l’anno passato molto potente. L’Europa non è assente, lo dico anche per noi italiani. Abbiamo per la prima volta fondi sufficienti, tra il Next Generation e i fondi ordinari del bilancio europeo. Abbiamo la possibilità di un regime di investimenti di quaranta miliardi solo per quest’anno. Ciò implica la possibilità di allargare le opportunità del nostro Paese di non limitarsi a lenire le ferite delle crisi ma di investire su quelli che saranno i settori della nuova competizione. Questo sarà fondamentale. Io credo che questo sia il migliore antidoto a chi dice che l’Europa è lontana e ci danneggia. Sinceramente, quando un Paese come il nostro riceve più di trecento miliardi per i prossimi sei anni, io avrei un po’ di pudore a sostenere cose come queste. Quello che sta a noi è delineare una forma sempre più ambiziosa di Unione europea perché nel mondo contemporaneo, con crisi che superano qualunque confine, l’unità dei ventisette è necessaria, perché nessuno può pensare che chiudere i confini, con un nazionalismo fuori tempo, sia in grado di risolvere le crisi. Credo quindi che questo sia l’atteggiamento: avere una sovranità condivisa in un processo di integrazione che deve guardare non solo ai rapporti tra i ventisette, ma ai rapporti tra l’Europa come continente e attore globale, e il mondo, che è sempre più competitivo, pieno di nuove opportunità ma anche di enormi rischi.</p>



<p><strong>La Commissione Europea ha deciso che saranno sospesi per un altro anno gli obblighi del Patto di Stabilità. Che segnale è?</strong><br>Si tratta di una scelta improntata al realismo, perché vediamo il rallentamento dell’economia per l’effetto dell’invasione russa, e allora è bene essere saggiamente orientati verso una coesione sociale, orientati a tenere il mercato europeo, ma soprattutto le economie nazionali, allineate a una forte prudenza ma anche a una forte cooperazione. La scelta del commissario Gentiloni è stata molto saggia.</p>



<p><strong>Stiamo per andare a votare, sottosegretario. Che forma dovrebbe avere un partito moderno? Ha ancora senso parlare di centrodestra e centrosinistra?&nbsp;</strong><br>I fondamenti di una visione contrapposta tra noi progressisti e i conservatori sono radicati non solo negli slogan, ma in come proponiamo soluzioni per i nostri società, nel come aggrediamo le grandi rivoluzioni come quella ecologica e quella digitale. La nostra parte, quella progressista, si fida dei cambiamenti e in essi vuole costruire sempre più protezione sociale ed equità, anche nuove forme di welfare appropriate per il mondo che cambia. La mia parte viene da un passato composito, di grandi e differenti culture, ma ha anche un futuro con fondamenti anche nel lavoro che si fa a livello europeo. Sarà un dibattito spero non tra chi crede nell’Europa e chi no. Mi augurerei un dibattito un po’ più maturo nel nostro Paese. L’Europa, quando abbiamo fatto scelte fondamentali per l’interesse nazionale, ha rafforzato la cosiddetta sovranità, non l’ha indebolita, quindi mi auguro che questo dibattito sia superato. Meglio essere leader in un Europa di un continente che lavora per la propria sovranità, per la propria autonomia strategica a livello globale, che declamare una sovranità a casa nostra che poi invece non produce nessun miglioramento per gli interessi nazionali. Io spero che questo dibattito venga rimosso, ma a volte ho dei dubbi. Ciò che sarà fondamentale, invece, come è stato in Germania e in Francia, sarà il dibattito sui livelli di crescita e protezione sociale. Non c’è una forte crescita se non ci sono meccanismi di protezione sociali adeguati ai cambiamenti, soprattutto per i segmenti più deboli della nostra società, che devono essere inclusi in un grande cambiamento che sta avvenendo non soltanto a livello nazionale, ma a livello internazionale. Questo credo sia il vero terreno su cui le due differenti opzioni si misureranno, a condizione di partire da una base di realtà, perché ciò in cui il populismo non ha aiutato in questi ultimi anni, in alcune forme politiche non solo in Italia ma in Europa, è a dire la verità, a vedere la realtà, a indicare i cambiamenti globali, a suggerire le motivazioni per cui su taluni aspetti anche della nostra coesione sociale ci sono stati gravi contraccolpi. Dobbiamo aver fiducia, nel progresso tecnologico e nell’umanismo che deve alimentare, con la sua cultura, i grandi cambiamenti.</p>
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		<title>Resistenza con l’Ucraina per la Giustizia, la Libertà e la Democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Apr 2022 18:21:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi festeggiamo il 25 aprile. Dalla Resistenza e dalla Liberazione è nata l’Italia, democratica e libera dalla dittatura del nazifascismo. E noi oggi celebriamo la Liberazione e la Resistenza, che mantengono eternamente intatti i propri valori e i propri ideali. Gli stessi che sta difendendo il popolo ucraino, 77 anni dopo quello italiano. L’Ucraina è stata aggredita e invasa dalla Russia. L’Ucraina, insieme alla sua indipendenza, sta combattendo per difendere&#8230;</p>
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<p>Oggi festeggiamo il 25 aprile. Dalla Resistenza e dalla Liberazione è nata l’Italia, democratica e libera dalla dittatura del nazifascismo. E noi oggi celebriamo la Liberazione e la Resistenza, che mantengono eternamente intatti i propri valori e i propri ideali. Gli stessi che sta difendendo il popolo ucraino, 77 anni dopo quello italiano.</p>



<p>L’Ucraina è stata aggredita e invasa dalla Russia. L’Ucraina, insieme alla sua indipendenza, sta combattendo per difendere con noi e per noi la Libertà e la Democrazia. Non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo lasciarli senza lo stesso sostegno che il mondo libero e democratico, anche con la forza delle armi, garantì all’Italia per combattere l’invasore nazifascista. Ce lo impone la nostra storia. Oggi più che mai.</p>
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		<title>Pierluigi Castagnetti: restituire ai cittadini la soggettività politica. Così tornerà la credibilità della politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jun 2021 08:54:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 2 giugno è iniziata la nostra avventura repubblicana e le donne votano per la prima volta. Perché la condizione femminile è ancora un tema di grande attualità?Perché la condizione femminile non allude solo a materie di competenza della legge, ma a un quadro più generale che coinvolge la dimensione culturale in generale e quella antropologica in particolare, a pregiudizi e a giudizi molto risalenti, indotti dai costumi, abitudini e&#8230;</p>
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<p><strong>Il 2 giugno è iniziata la nostra avventura repubblicana e le donne votano per la prima volta. Perché la condizione femminile è ancora un tema di grande attualità?</strong><br>Perché la condizione femminile non allude solo a materie di competenza della legge, ma a un quadro più generale che coinvolge la dimensione culturale in generale e quella antropologica in particolare, a pregiudizi e a giudizi molto risalenti, indotti dai costumi, abitudini e spesso influenze morali di natura religiosa, i cui cambiamenti normalmente non avvengono rapidamente, in Italia e anche negli altri paesi. Con ciò non voglio negare la responsabilità della politica nel ritardo con cui si è provveduto a estendere una parte dei diritti costituzionali alle donne. Se pensiamo che le donne fino al 1956 non potevano accedere ai concorsi in magistratura, che il nuovo diritto di famiglia è stato approvato solo negli anni settanta e che ancora alla fine degli anni sessanta Aldo Moro accusava la maggioranza delle forze politiche di non accorgersi che stavano maturando nel paese le condizioni di una sorta di “rivoluzione femminile e giovanile”, ben si capisce a cosa mi riferisco.</p>



<p><strong>Il 2 giugno va anche ricordato per la prima applicazione del suffragio universale.</strong><br>Il 75’ anniversario di questo “2 giugno” va anche ricordato per la prima applicazione del suffragio universale, prima nelle elezioni amministrative nella primavera del 1946 poi in quelle referendarie e costituenti, voluto dal governo De Gasperi e da tutte le forze della Resistenza. Era diffusa in quei mesi la convinzione che l’estensione del voto alle donne avrebbe aumentato l’astensionismo, e invece accadde il contrario, anche nel mezzogiorno votarono più donne che uomini. Sul tema del referendum istituzionale vi erano delle resistenze in alcune forze della sinistra convinte che il voto femminile avrebbe favorito la monarchia, e invece si verificò uno scarto di ben 2 milioni di voti a favore della repubblica.</p>



<p><strong>Ha avuto ragione De Gasperi?</strong><br>Si, ha avuto ragione De Gasperi, che pure non volle che la DC facesse una scelta di merito precisa per non regalare il consenso monarchico tutto alla destra, pur non impedendo ai suoi due vicesegretari, Dossetti e Mattarella, di fare campagna attivissima a favore della repubblica – quando, assieme ad altri per la verità, si oppose all’idea di affidare la scelta istituzionale all’Assemblea costituente, nella convinzione che per non spaccare il paese occorresse mettere tale scelta nelle sue mani. E così il 2 giugno divenne veramente festa di tutti.</p>



<p><strong>Lo stesso referendum segnava una differenza di consenso tra Repubblica e Monarchia tra nord e sud. Le differenze di allora sono state motivo del diverso modello di crescita politica ed economica del secondo dopoguerra?</strong><br>No. Le ragioni furono diverse. Al sud non c’era, diversamente dal nord, una preesistenza industriale importante, se si fa eccezione per il polo di Napoli che, ad esempio nell’industria bellica, non era inferiore. Ma al sud mancava un vero spirito d’impresa: ciò che esisteva era industria di stato. Dipendenza dallo Stato vs. intraprendenza privata fu il dilemma decisivo. E poi le infrastrutture. Non solo nella viabilità, ma anche nei nascenti settori della finanza, della ricerca e dell’università. Tutti gap che hanno trascinato la loro influenza nei decenni successivi. Senza parlare della criminalità organizzata per lo più risalente alla fine dell’ottocento: già allora si parlava di mafia, ‘ndrangheta e camorra. E, purtroppo, del suo rapporto con la politica (al riguardo mi permetto suggerire la lettura di un testo di storia interessantissimo, uscito nel 1904 e ristampato in anastatica da Laterza nel 2001, “L’Italia d’oggi” di Bolton King e Thomas Okey).</p>



<p><strong>In una sola tornata elettorale gli italiani scelsero la Repubblica e la composizione dell&#8217;Assemblea Costituente. Cosa pensa della proposta di una nuova costituente?</strong><br>Non sono d’accordo. I vecchi costituzionalisti erano soliti dire che “le costituzioni sono quelle leggi che i popoli si danno nei loro momenti di maggiore saggezza per difendersi dai momenti di maggiore dissennatezza”. La nostra costituzione assolve ancora benissimo a questa missione di difesa del popolo italiano e del suo destino.</p>



<p><strong>Dopo l&#8217;ultima riforma costituzionale erano stati promessi dei correttivi alla riduzione dei parlamentari. Cosa pensa del ritardo a riguardo?</strong><br>Ne penso malissimo. Sono molto preoccupato. Paradossalmente l’attuale condizione parlamentare che non definisce maggioranze veramente autosufficienti, rappresenta una condizione ideale per scrivere una riforma elettorale genuinamente condivisa. Il rischio è che torniamo a votare con questa legge elettorale e che nella prossima legislatura, se si determinerà una maggioranza netta, si faccia una legge elettorale secondo le proprie convenienze, come è accaduto purtroppo più di una volta negli ultimi venti anni. Ma non si capisce perché non si proceda neppure a modificare i regolamenti delle Camere per adeguarli al minor numero di parlamentari, disattendendo a indicazioni precise della Corte e a ripetute esortazioni del Capo dello Stato.</p>



<p><strong>In Italia l&#8217;affluenza al voto è andata diminuendo&nbsp;con il tempo. Il diritto di voto ai sedicenni può dare un impulso alla partecipazione democratica?</strong><br>Personalmente ho molte riserve al riguardo. Sono d’accordissimo con la scelta di Enrico Letta di mettere al centro del dibattito parlamentare e della politica del governo la “questione giovanile” e la perdurante “questione femminile”. Però dubito che l’estensione del voto ai sedicenni sia decisiva al riguardo. Non ne faccio questione di maturità, i giovani oggi sono maturi più di quanto non si pensi. Semmai di interesse per la politica, in un’età in cui ancora nessuno li ha preparati, neppure la scuola. Ma occorre andare al cuore del problema che è quello di offrire ai ragazzi una prospettiva di futuro concreta e credibile. Non sono un “benaltrista”, anzi, tutto quello che muove la storia mi interessa. Ma penso appunto a una strategia di lotta alle diseguaglianze crescenti, tra generazioni, condizioni occupazionali, accessibilità ai servizi nei diversi contesti territoriali, rimozione degli ostacoli di partenza. Occorre agire urgentemente, prima che la situazione possa esplodere.</p>



<p><strong>I partiti del 1946 sono molto diversi da quelli di oggi, così come è molto diversa la società. È il momento di dare piena attuazione alla previsione del &#8220;metodo democratico&#8221; richiamata dall&#8217;art 49?</strong><br>È sempre il momento, visto che tutti i tentativi al riguardo sono falliti. Dal punto di vista democratico ciò continua a rappresentare oggettivamente un vulnus. I partiti non si capisce cosa siano oggi: non hanno sedi, non hanno organi decisionali collegiali, non hanno controlli nell’uso delle risorse, non c’è neppure un “diritto dei partiti” nell’ordinamento e, per questo, neppure una giurisprudenza, al punto che quando si manifestano conflitti – come accadde ieri nel PPI e oggi nei 5S – tutto si paralizza. Mi rendo conto che la situazione della forma-partito è molto cambiata rispetto a 75 anni fa, la rivoluzione digitale ha cambiato le modalità di partecipazione non solo per la politica, ma non si può accettare il totale capovolgimento della soggettività politica definita dall’art.49. Dobbiamo restituire ai cittadini ciò che loro è stato confiscato, la soggettività politica, appunto. E così tornerà anche la credibilità della politica.</p>
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		<title>Luciano Violante: serve un “manifesto per la fiducia” in cui lo Stato lascia fare, poi se uno sbaglia lo punisce severamente, ma intanto lascia fare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2020 11:09:01 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/08/09/raco-violante-serve-manifesto-per-la-fiducia/">Luciano Violante: serve un “manifesto per la fiducia” in cui lo Stato lascia fare, poi se uno sbaglia lo punisce severamente, ma intanto lascia fare</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>L’Italia sembra un Paese avvitato su se stesso, lento, paralizzato dalla burocrazia, incapace di competere a livello internazionale. È un problema legato al nostro sistema politico?</strong><br>I processi decisionali del nostro sistema politico risalgono alla prima metà del secolo scorso quando le società erano molto più semplici e soprattutto c’erano partiti fortemente organizzati, in grado di tenere insieme la società per un verso e di farsi da tramite tra società e Istituzioni. Nel sistema costituzionale il sistema politico era nelle mani nei partiti politici e non del Parlamento e dei parlamentari. Questo per una scelta assolutamente consapevole che si fece allora: non si sapeva chi avrebbe vinto le elezioni, c’erano due schieramenti che si contendevano lo spazio politico, quello filoccidentale e quello filosovietico: la vittoria dell’uno o dell’altro non avrebbe significato soltanto un nuovo governo ma un diverso sistema di valori, di diritti e di doveri. Se avesse vinto il fronte filosovietico avremmo avuto un certo assetto delle libertà, dei diritti, della proprietà, delle libertà religiose; se avessero vinto i partiti filoccidentali, come vinsero, avremmo avuto un altro sistema. Nell’incertezza dei vincitori si decise di non scrivere regole istituzionali particolarmente rigide per quel che riguardava l’aspetto delle decisioni: quindi due Camere che facevano la stessa cosa, per cui chi soccombeva in una Camera poteva vincere nell’altra; la possibilità di buttar giù un governo con una mozione di sfiducia senza nessun riferimento al futuro, non una sfiducia costruttiva ma puramente distruttiva.</p>



<p><strong>Fino a quando ha funzionato questo sistema?</strong><br>Ha funzionato sino a che i partiti sono stati in grado di tenere in mano il volante. Tranne la scelta della legge elettorale maggioritaria del 1953, la cosiddetta legge truffa, le scelte sono state fatte sempre d’intesa. Questo non obbligava a essere d’accordo su tutto ma lasciar fare agli uni o agli altri, a meno che non ci fossero obiezioni particolarmente rilevanti. Quando quei partiti politici sono finiti, i nuovi non sono stati in grado di svolgere quella funzione e quindi il sistema istituzionale si è trovato privo di guidatore e con un motore interno che non funzionava. Questa è la situazione dentro la quale ci troviamo oggi.</p>



<p><strong>Quindi è un problema di sistema, non di legge elettorale. La riduzione del numero dei parlamentari come inciderà?</strong><br>Il problema della legge elettorale è secondario a mio avviso. Se dovesse essere approvata la riduzione del numero dei parlamentari, ci saranno problemi abbastanza gravi, per il Senato soprattutto: siamo un Paese con ottomila comuni, la stragrande maggioranza dei quali è sotto i cinquemila abitanti, si immagini cosa possa voler dire fare campagna elettorale per un bacino elettorale di circa trecentomila persone. Quanti comuni bisogna percorrere? Quanto costerà questa campagna elettorale?</p>



<p><strong>Come si affronta e si risolve il “blocco” del sistema?</strong><br>Il punto decisivo per me è cambiare sistema decisionale. Abbiamo toccato con mano che questo è il problema. In modo particolare è emerso durante la fase della pandemia, quando è stata chiesta la proroga dello stato di emergenza, che non era una invenzione autoritaria del presidente del Consiglio, ma una esigenza del Governo per poter assumere decisioni rapide ed efficaci. Una cosa che oggi non è possibile fare. Bisogna lavorare in quella direzione, per avere un nuovo sistema di decisione.</p>



<p><strong>Il Parlamento, soprattutto durante la fase emergenziale, sembra aver abdicato al suo ruolo di legislatore.</strong><br>Il Parlamento monopolista della legislazione è un modello ottocentesco. Oggi, in tutti i Paesi avanzati, la legislazione la fanno tanti soggetti: l’Unione Europea, le regioni, i governi. Perché viviamo in una società rapida, con trasformazioni molto veloci. Il procedimento legislativo parlamentare è in sé molto lento perché, giustamente, esige il confronto tra tutti e l’eventuale revisione delle cose approvate provvisoriamente. Il Parlamento è l’organo della grande legislazione, non di quella quotidiana, minuta, alla quale deve pensare il Governo.</p>



<p><strong>Qual è secondo lei il nuovo ruolo che deve ritagliarsi il Parlamento?</strong><br>Il Parlamento deve rinvigorire i suoi compiti di controllo. Oggi i parlamenti, non solo quello italiano, controllano poco o nulla. Controllare vuol dire fatica, conoscere, studiare, informarsi: lavorare in Parlamento non fa notizia, a meno che non ci sia qualche scandalo che si scopre. La proposta di legge invece fa notizia: se io presento una proposta di legge, per quanto scombiccherata, che colpisce l’attenzione dell’opinione pubblica, i giornalisti ne parlano, il mio nome va sui giornali, il mondo sa che esisto. Quindi io credo che il Parlamento dovrebbe rinvigorire i suoi strumenti conoscitivi e ne ha di formidabili. I funzionari di Camera e Senato sono veramente un’aristocrazia dell’apparato pubblico italiano: sfornano rapporti, relazioni, studi di primissima qualità. Non so però se davvero tutti i parlamentari li leggano.</p>



<p><strong>Tre cose da fare</strong>?<br>Per prima cosa, bisognerebbe che il Parlamento aumentasse di più le proprie funzioni di controllo. Secondo: che si dedichi alla grande legislazione invece che a quella minuta. Terzo: che svolga, soprattutto, un’azione di vigilanza efficace sul governo.</p>



<p><strong>Ma anche sui grandi temi decide il Governo, con i maxiemendamenti.</strong><br>Ho scritto anch’io, in una certa fase, del Parlamento che sembrava consulente del Governo. Devo dire che nelle ultime settimane il Parlamento ha ripreso un po’ delle sue funzioni e del suo potere. Però sta di fatto che il meccanismo decreto legge, maxiemendamento e fiducia, che è sostanzialmente il procedimento normativo principe da qualche anno a questa parte, ha fortemente indebolito la funzione legislativa del Parlamento. A mio giudizio i parlamentari dovrebbero pensare a un controllo maggiore dell’attività di governo, a selezionare le proposte di legge segnalando quelle veramente centrali, tenendo presente che un po’ in tutti i paesi la fonte della legislazione primaria è governativa e non parlamentare. Si approvano leggi di iniziativa governativa quasi dappertutto, in larga maggioranza, e non leggi di iniziativa parlamentare, che sono una ristretta minoranza.</p>



<p><strong>Questo vuol dire cambiare la Costituzione?</strong><br>Basterebbe che i presidenti delle Camere, insieme ai capigruppo, concertassero insieme le materie alle quali dare priorità senza affidarsi al caso. Una classe politica dirigente ha il compito primario di indicare priorità. Se non indichi priorità vuol dire che hai strategie, non obiettivi. Vivi alla giornata e questo una classe politica dirigente non può permetterselo.</p>



<p><strong>L’impressione è che la nuova classe dirigente si faccia dettare gli obiettivi dagli umori percepiti sui social.</strong><br>Una parte rilevante della generazione politica che è in Parlamento è vissuta nell’era digitale, quindi è fortemente influenzata da questi mezzi di comunicazione. Questo di per sé non è un fatto negativo. Negativo è essere vittima, subalterno a questo tipo di messaggi. Il politico deve persuadere, deve convincere, non seguire. Essere classe dirigente vuol dire classe che dirige non classe diretta. Il politico deve creare opinioni, non essere vittima delle opinioni. Questi sono elementi rudimentali di formazione politica che dovrebbero essere comunicati e sottolineati, non essere preda di questa o quella ondata informativa.</p>



<p><strong>Perché nessun governo negli ultimi decenni è riuscito a semplificare il quadro normativo italiano?</strong><br>Ci sono alcune cose che non sono semplificabili. Tutta la materia degli appalti pubblici non è semplificabile perché è un pasticcio di sospetti, di sfiducie che si incrociano tra di loro, per cui diventa impossibile o quasi riuscire a fare un contratto pubblico in quelle condizioni. Tra l’altro il problema di fondo è quello che precede l’inizio dei lavori: come ha dimostrato la Banca d’Italia, il tempo maggiore per la costruzione delle opere pubbliche non è quello di costruzione dell’opera ma tutto ciò che viene prima: l’autorizzazione, la concessione, la licenza.</p>



<p><strong>La soluzione?</strong><br>Ho proposto un “manifesto per la fiducia”: occorre lasciare e abbandonare il clima di sospetto e sfiducia che influenza gran parte della nostra legislazione e varare una legislazione della fiducia in cui lo Stato lascia fare, poi se uno sbaglia lo punisce severamente, ma intanto lascia fare. Lo Stato non deve essere un occhiuto controllore della vita delle persone, ma deve far operare nel rispetto delle regole e poi controllare che le cose siano realizzate correttamente. Pensare che un soggetto pubblico debba essere il controllore tentacolare di tutto ciò che accade nel settore pubblico è un grave errore che ci porta tra l’altro a non essere competitivi con gli imprenditori degli altri paesi, Germania e Francia soprattutto, che hanno un sistema disciplinare molto più semplice del nostro. E non si può certo dire che sono sistemi che agevolano la corruzione di per sé: agevolano piuttosto la fiducia e la responsabilità.</p>



<p><strong>Per non parlare della cosiddetta burocrazia difensiva dei funzionari.</strong><br>Uno dei grandi problemi che ha il pubblico funzionario in Italia è l’incertezza della responsabilità, perché per il numero enorme di leggi che abbiamo, non sa bene quali sono le cose che può fare e quelle che non può fare. Un abuso d’ufficio o un accertamento della Corte dei Conti ci scatta sempre e comunque. Chi riceve una comunicazione giudiziaria viene indicato sui giornali come potenziale delinquente, deve scegliere un avvocato che va ovviamente pagato. Dopo cinque anni il pubblico funzionario sarà magari assolto, ma nel frattempo la sua carriera è bloccata ed è stato marchiato come destinatario di un procedimento giudiziario.</p>



<p><strong>Sembra un labirinto senza via d’uscita.</strong><br>Se potessi dare un consiglio direi: non vi ponete il problema di semplificare, varate delle norme nuove e diverse fondate sul principio di fiducia e non su quello del controllo e della sfiducia. Basterebbe applicare la normativa europea con qualche piccola variazione. La Gran Bretagna lo ha fatto poco prima di uscire dall’UE, nella convinzione che quelle disposizioni sono più che sufficienti. Perché non possiamo farlo anche noi? La moltiplicazione dei centri di controllo blocca il sistema, perché ognuno di questi moltiplica gli accertamenti per valorizzare la propria funzione. Ma questo non serve al Paese, questo paralizza il Paese.</p>



<p><strong>Nel suo discorso di insediamento fece un appello alle forze che avevano combattuto la Resistenza. Ci troviamo di fronte a una nuova contrapposizione incapace di far dialogare le forze in campo?</strong><br>Posi il problema di capire le ragioni dei vinti, che è un grande problema democratico. I vincitori devono capire le ragioni dei vinti per far andare avanti il Paese. Quando Togliatti fece l’amnistia, certamente quell’atto non corrispondeva ai suoi desideri, né a quelli del suo partito, ma bisognava andare avanti. Quando De Gasperi si oppose al ricalcolo dei voti dopo il fallimento della legge maggioritaria, la legge truffa, lo fece per evitare forme di frattura eccessive, per non dividere ulteriormente il Paese. Io oggi vedo l’emergere di forti elementi discriminatori nella società italiana. Sono in corso da tempo processi di discriminazione nei confronti della persona diversa: nei confronti di chi è ebreo, di chi è nero, di chi è disabile. Dai giornali e telegiornali questi dati emergono con forza e preoccupazione. Occorre mettere fine ai processi discriminatori attraverso un’attività pedagogica.</p>



<p><strong>Servono nuove leggi?</strong><br>Bisogna diffidare delle leggi come strumento di ordine: sono la cultura, la civiltà, la tolleranza, la comprensione delle ragioni dell’altro che creano ordine. Oggi la cosa che ci deve preoccupare è la presenza forte di una ideologia della discriminazione, molto spesso della negazione della verità. Alcuni grandi soggetti culturali dovrebbero farsi motore di una cultura che avversi la discriminazione, che riconosca il principio di uguaglianza, di pari dignità delle persone. Sembrano cose vecchie ma sono drammaticamente attuali. Questo penso che debba e possa essere il compito delle grandi Fondazioni culturali nel nostro paese.</p>
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		<title>Giuliano Pisapia: 25 aprile è ritorno alla dignità di una Nazione ferita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Ferri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2020 17:33:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Federico Ferri e Emanuele Raco con la collaborazione di Laura Fazzini Qual è la prima associazione d&#8217;idee che il 25 aprile le suscita?25 aprile è sinonimo di libertà e ritorno alla dignità di una Nazione ferita. È la Liberazione di Milano dall’occupazione nazifascista. Per un milanese come me un momento importante anche per la città, non a caso Medaglia d’Oro della Resistenza. È il ricordo di tante, tantissime manifestazioni&#8230;</p>
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<p>di Federico Ferri e Emanuele Raco con la collaborazione di Laura Fazzini</p>



<p><strong>Qual è la prima associazione d&#8217;idee che il 25 aprile le suscita?</strong><br>25 aprile è sinonimo di libertà e ritorno alla dignità di una Nazione ferita. È la Liberazione di Milano dall’occupazione nazifascista. Per un milanese come me un momento importante anche per la città, non a caso Medaglia d’Oro della Resistenza. È il ricordo di tante, tantissime manifestazioni che sfociavano in una Piazza Duomo strapiena. I discorsi dal palco, i sorrisi e gli abbracci dei manifestanti, i ricordi di quanti hanno donato la loro vita per tutti noi. Il 25 aprile non è un momento retorico; tutt’altro. I suoi significati e le sue motivazioni sono validi oggi e lo saranno anche in futuro.</p>



<p><strong>Non pensa che aver voluto rivendicare da parte della sinistra e del PCI in particolare la Resistenza come &#8220;cosa loro&#8221;, nonostante il grande contributo dato alla lotta di liberazione e all&#8217;antifascismo da cattolici, laici e socialisti, abbia impedito a molti di considerarla davvero il fondamento nazionale e una festa di tutti?</strong><br>Non credo. Nel mio mandato di Sindaco di Milano ho tenuto molto a rimarcare quanto la Resistenza sia, oggi più che mai, “patrimonio condiviso”. Recentemente è uscito un bellissimo film – che abbiamo presentato anche al Parlamento Europeo – sull’esperienza delle “Aquile Randagie”, gli scout che non si arresero e che parteciparono alla Resistenza guidati da quell’uomo e sacerdote straordinario che fu Don Giovanni Barbareschi. Grazie all’attività degli storici stanno sempre più emergendo testimonianze dell’impegno di uomini e donne di diversi pensieri politici democratici che non si sono tirati indietro per combattere il nazifascismo. Vorrei ricordare in questa occasione due donne: Nilde Iotti e Tina Anselmi, sicuramente diverse tra loro – una comunista, l’altra democristiana – ma accomunate da una fede unica rispetto ai valori democratici e di libertà. Se vi è stato il tentativo da parte di qualcuno di rivendicare la “Resistenza” come propria e non di tutti i democratici, bisogna anche dire che c’è chi è sempre stato antifascista e chi lo è diventato più tardi. Ma nell’animo degli italiani è chiaro come questo sia stato un gesto corale di amore della libertà e della Patria.</p>



<p><strong>La liberazione dal nazifascismo ha permesso la nascita dell’ONU come luogo di concertazione internazionale volto in primis a prevenire i conflitti. Oggi l’Interdipendenza del mondo globale, già chiara a livello economico, ci si è palesata drammaticamente di fronte a un nuovo nemico comune. Come valuta il comportamento dell’Unione e quello dei governi che la compongono? Che cosa occorrerebbe per rendere più efficace il concerto degli Stati, sia a livello europeo sia a livello mondiale?</strong><br>L’Europa, dopo alcune iniziali esitazioni e incertezze, c’è. La riprova viene dal Parlamento Europeo, unica Istituzione comunitaria i cui rappresentanti sono eletti direttamente dai cittadini, che ha approvato a larghissima maggioranza gli interventi necessari per contrastare il Coronavirus e per rilanciare lo sviluppo economico e sociale: fino a 100 miliardi di prestiti agli Stati membri sotto lo strumento SURE (la ‘cassa integrazione europea’), 200 miliardi di finanziamenti alle imprese dalla Banca europea per gli investimenti, e fino a 240 miliardi di prestiti dal MES agli Stati membri. Inoltre i capi di Governo hanno deciso di lavorare sulla creazione di un fondo per la ripresa che dovrà essere “di entità adeguata, mirato ai settori e alle aree geografiche dell&#8217;Europa maggiormente colpiti e destinato a far fronte a questa crisi senza precedenti.” Il Consiglio ha incaricato la Commissione di presentare una proposta per il fondo per la ripresa, e la Presidente von der Leyen si è già messa all’opera. È stato compreso come con questa emergenza Coronavirus si rischiava – in mancanza di risposta appropriata – di sfaldare l’Unione Europea. Per rendere efficace l’azione dell’Unione Europea e per dare nuova linfa al cammino verso una sempre più rafforzata unità occorre ora superare il meccanismo delle decisioni prese all’unanimità all’interno del Consiglio. Per superare certi blocchi e rallentamenti, frutto spesso di miopi visioni nazionaliste, occorre arrivare all’introduzione del principio della maggioranza qualificata: solo così l’Europa potrà mantenere un ruolo attivo e presente nello scacchiere mondiale.</p>



<p><strong>Milano fu medaglia d’oro della Resistenza. Eppure, come in tutte le metropoli europee, vi si affacciano condizioni di marginalità che diventano brodo di coltura di ogni forma di estremismo. In molte di esse</strong> <strong>le opportunità di lavoro, già poche e precarie, vengono travolte dalla pandemia. Quale strada si può percorrere per non far sentire nessuno estraneo a casa propria?</strong><br>Una delle sfide più drammatiche che dobbiamo affrontare, con ancora maggiore forza e fermezza dopo l’emergenza Coronavirus, è legata alla crescita di nuove povertà e all’aumento delle diseguaglianze; penso ai tanti giovani, ma anche ai meno giovani, impegnati in attività che erano più che promettenti sino allo scoppio della pandemia. Quale sarà il loro futuro? Milano ha fatto e sta facendo molto sulla strada dell’inclusione e della ricerca di opportunità per tutti, ma è stata travolta dal dramma che ancora oggi tutti noi viviamo. Dobbiamo ripensare la nostra vita, sin quando non si troverà il vaccino, ma dobbiamo anche trovare nuove modalità e vie di solidarietà perché “nessuno si senta straniero”. In queste giornate di fermo tra le poche figure che sfrecciano per la città a consegnare i pasti che ordiniamo sono i rider in bicicletta. Abbiamo visto le immagini di questi ragazzi in attesa sulla banchina del passante: uno attaccato all’altro, con la loro bici. Rientravano alle loro case fuori Milano dopo una giornata di durissimo lavoro. Non possiamo pensare che sia integrazione questo lavoro e queste condizioni. Dovremo trovare nuove modalità di intervento per permettere che chi è povero non diventi sempre più povero. Solo così potremo far fronte a nuove forme di estremismo e intolleranza e ben sappiamo come esse si alimentino anche e soprattutto con la paura dell’altro. La paura non si deve condannare; la paura si deve affrontare mettendosi a confronto con chi la vive. È un insegnamento da tenere sempre a mente per chi si impegna nella cosa pubblica.</p>



<p><strong>La Chiesa e il movimento cattolico lombardo hanno rappresentato un argine al trionfo del fascismo e un esempio di mediazione e tutela della dignità della persona. Il cardinale Schuster è stato colui che ha dichiarato che le leggi razziali erano un&#8217;eresia. Lei è stato sindaco di Milano, dalla sua esperienza che ruolo ha avuto la Chiesa nella costruzione dell&#8217;identità milanese del secondo dopoguerra e negli anni a venire? Come vede oggi la sfida del mondo del terzo settore, laico e cattolico, alle nuove povertà economiche e culturali che si riaffacciano più aggressive che allora?</strong><br>La Chiesa ambrosiana ha avuto alla propria guida Vescovi illuminati. Ne cito solo qualcuno: Montini, giunto quasi in “esilio” dal Vaticano e capace di interpretare questa città in piena crescita economica andando a proporre momenti “rivoluzionari” come fu la Missione della Città; pensiamo a Martini, insigne biblista gesuita capace di dare una scossa a una città colpita e ferita dal terrorismo. Lo ricordo promotore di momenti di dialoghi bellissimi quali ad esempio la “Cattedra dei non Credenti”, i grandi momenti di incontro di dialogo ecumenico e interreligioso; Martini è stata la “coscienza critica” di una città frastornata dal fenomeno della corruzione. E dopo di lui l’afflato sociale di Dionigi Tettamanzi, la sapienza di Angelo Scola e ora l’Arcivescovo Mario Delpini: la sua preghiera alla Madonnina sul tetto del Duomo è un’immagine che non dimenticheremo mai. In quel momento, credenti e non credenti, erano con lui. È riuscito a farsi interprete delle ansie e delle speranze di tutti noi. A Milano il terzo settore è il cuore vivo e pulsante per l’intero Paese e il luogo dove si sono realizzate importanti sinergie tra pubblico e terzo settore oltre che tra mondo profit e non profit. In questa difficilissima emergenza senza l’apporto insostituibile del Terzo Settore e del volontariato sarebbe stato impossibile sopperire alle tante richieste di aiuto. Il Presidente della Repubblica nel suo discorso inaugurale tenuto in occasione dell’apertura di Padova Capitale Europea del Volontariato ha ben indicato il posto che il Terzo Settore occupa, non solo nella società, ma nell’ossatura di questo Paese.</p>



<p><strong>La situazione di emergenza ci ha richiesto di comprimere alcune libertà. Probabilmente tra breve alcune ci verranno parzialmente restituite, mentre altre saranno messe in discussione, in particolare il diritto alla privacy. Aggiungiamo pure che in una situazione di emergenza siamo tutti più inclini ad affidarci a un “capo”. Se così è, che cosa non dovremmo essere disposti ad accettare, pena la rinuncia alla sostanza della democrazia?</strong><br>Bisogna guardare avanti e non indietro. Ma bisogna anche essere capaci di creare le condizioni per evitare errori che pure sono stati fatti anche a causa di una situazione imprevista e, forse, imprevedibile. Questa emergenza ha costretto all’adozione di provvedimenti d’urgenza che hanno inciso anche sulle nostre libertà. Soprattutto nelle prime settimane l’adozione di queste decisioni è passata per Decreti del Presidente del Consiglio o per decreti ministeriali che sfuggono al controllo del Parlamento e non vengono controfirmati dal Presidente della Repubblica. Diversi esperti in ambito costituzionale hanno sollevato più di un dubbio sull’abuso di questo strumento, ma nell’insieme penso che sia stata seguita una certa proporzionalità. Per quanto riguarda la privacy è questione importantissima e l’uso di eventuali app deve avvenire solo dopo i chiarimenti a tutti i dubbi che società civile e esperti hanno sin qui sollevato. Detto questo credo che sia fondamentale creare le condizioni affinché ognuno di noi dia il proprio contributo alla sconfitta del virus che ci sta rovinando la vita e il futuro. Non è questione di poco conto: stiamo parlando di dati privatissimi ed è bene non commettere il minimo errore per non rompere il rapporto di fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato.</p>



<p><strong>La necessità di “migrare” la vita del Paese sul web, anche per rendere effettivo il diritto allo studio, ha fatto emergere significative disuguaglianze di accesso alla rete. Superare il digital divide non diventa allora una frontiera per rendere effettiva l’uguaglianza predicata dalla Costituzione? Non è quella una frontiera delle nuove povertà?</strong><br>Certo. Una delle cose più stridenti che ho letto in questo periodo ha riguardato le difficoltà che alcune famiglie più povere hanno dovuto affrontare per far studiare i loro figli. Non è pensabile che bambini restino collegati ore per seguire una lezione dallo schermo del cellulare della mamma perché lo smartphone è l’unico strumento digitale disponibile in casa. Aziende private, Amministrazioni locali e privati hanno sopperito con donazioni di tablet e altro ma questo digital divide deve essere affrontato dall’intera collettività. Fate bene a richiamare i principi di uguaglianza della Costituzione. Eguaglianza e diritto allo studio sono diritti che devono sempre viaggiare fianco a fianco e le opportunità devono essere offerte allo stesso modo a tutti i cittadini indipendentemente anche dall’età. È questa una delle lezioni più importanti e urgenti che ci giunge dalla gestione dell’emergenza Coronavirus.</p>



<p><strong>Lei ha proposto di bloccare gli aiuti di stato a chi evade nei paradisi fiscali, prendendo esempio dalla Danimarca, che ha deciso di escludere le società con sedi nei paradisi fiscali dai fondi pubblici destinati al sostegno alle imprese per fronteggiare la crisi economica provocata dal Covid-19. Esistono paradisi fiscali anche in Europa? Perché ritiene giusta questa norma?</strong><br>Non sono io a dirlo ma è evidente che i regimi di tassazione esistenti in Olanda e in Irlanda si presentano come autentica “concorrenza sleale” tra Stati. Ormai è evidente: pensiamo solo quante aziende italiane hanno deciso di trasferire la loro sede legale nei Paesi Bassi. Non è certo una decisione presa perché apprezzano di più il clima di quei territori. Questa situazione deve trovare una fine; per questo dobbiamo arrivare a un’armonizzazione fiscale tra i paesi appartenenti all’Unione Europea.</p>



<p><strong>Non potendo partecipare ad alcun corteo, come onorerà la memoria del 25 aprile?</strong><br>Parteciperò alle varie iniziative previste, stando a casa e utilizzando al meglio le nuove tecnologie. Sarà un modo per sentirci tutti vicini. Non sarà lo stesso rispetto alle manifestazioni che si snodavano da Corso Venezia al Duomo ma idealmente è un momento importante e invito tutti a esserci.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/04/24/giuliano-pisapia-25-aprile-e-ritorno-alla-dignita-di-una-nazione-ferita/">Giuliano Pisapia: 25 aprile è ritorno alla dignità di una Nazione ferita</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Castagnetti a ilcaffeonline: il 18 aprile De Gasperi vinse sotto ogni profilo. Esporre rosari è simonia, cioè peccato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2020 07:06:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Maurizio Cuzzocrea e Emanuele Raco Il 18 aprile 1948 ebbero luogo le prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana, a cui partecipò il 92% degli elettori. Cosa rimane di quella fase di grande partecipazione alla vita democratica? Perché i cittadini disertano sempre di più le urne?Nessuna delle elezioni politiche successive è paragonabile a quelle del 1948. Basterebbe chiedersi che ne sarebbe stato della storia dell’Italia se le posizioni della DC e&#8230;</p>
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<p>di Maurizio Cuzzocrea e Emanuele Raco</p>



<p><strong>Il 18 aprile 1948 ebbero luogo le prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana, a cui partecipò il 92% degli elettori. Cosa rimane di quella fase di grande partecipazione alla vita democratica? Perché i cittadini disertano sempre di più le urne?</strong><br>Nessuna delle elezioni politiche successive è paragonabile a quelle del 1948. Basterebbe chiedersi che ne sarebbe stato della storia dell’Italia se le posizioni della DC e del PCI fossero risultate invertite, o anche solo se il divario a favore della DC non fosse stato di 18 punti. De Gasperi fu il vero vincitore sotto ogni profilo (elettorale, politico, strategico e morale) e ne risultò consacrato come il vero padre della repubblica e tra i maggiori statisti del novecento. Ma anche il leader del fronte opposto, Palmiro Togliatti, esce da queste elezioni (si dice che sia stato sentito dire: “è andata bene così”) con indubbia altezza, per aver saputo gestire con autorevolezza e forza, la sconfitta e la frustrazione del suo elettorato che poteva essere definito “un popolo”, un popolo dentro al popolo. Non si dimentichi mai che nei mesi precedenti le elezioni, contrassegnati da tensioni, incidenti, scioperi e incertezza del risultato, si sentiva parlare di “rischio Grecia”, cioè di rischio guerra civile. Se ciò non si è verificato è stato sicuramente merito dell’intelligenza storica e dell’abilità politica del vincitore, ma anche della tempestiva e determinata scelta del perdente di riconoscere senza incertezze il risultato, a costo di gravi incomprensioni nel suo partito e nella “casa madre” sovietica. Basta questo per comprendere l’unicità di quelle elezioni.<br>Poi fortunatamente la democrazia si è consolidata, è diventata anche per il popolo italiano costume e civiltà, se si vuole anche consuetudine; le grandi ideologie capaci di forti mobilitazioni sono scomparse, le fasi di drammatiche tensioni alimentate probabilmente da gravi interferenze internazionali, come quelle dei tentati golpe e del terrorismo, furono domate e vinte, il Muro che divideva l’Europa e la società italiana venne abbattuto e, dunque, l’Italia ha cominciato ad assomigliare progressivamente alle altre democrazie occidentali, a partire da un certo rilassamento dell’etica civile in cui siamo soliti comprendere anche il dovere della partecipazione elettorale e politica.</p>



<p><strong>In quelle elezioni ci fu una mobilitazione senza precedenti, per intensità e capillarità, delle organizzazioni cattoliche, sostenuta dalla paura della vittoria del comunismo in Italia. Oggi non è più pensabile quel tipo di intervento politico, ma non crede che l’attuale forte e diffusa mobilitazione dei cattolici in ambito umanitario e sociale, soprattutto nei confronti delle emergenze dovute alla crisi economica e alle migrazioni, siano la nuova modalità con cui si manifesta un desiderio di incidere sulla vita politica del Paese? Può essere una sfida per la costruzione di nuove proposte politiche in linea con quella che è chiamata “l’economia di Francesco”?</strong><br>Ci fu sicuramente una grande mobilitazione della Chiesa italiana, perché dall’altra parte c’era un avversario particolarmente insidioso, l’ateismo politico, un partito cioè che conservava legami organici con la patria dell’ateismo di stato, l’URSS: non si capisce l’atteggiamento della Chiesa se si prescinde da questa valutazione. I cattolici si sentivano motivati alla lotta politica proprio da questo rischio. E misero a disposizione della Democrazia cristiana non solo i loro voti, ma le loro migliori intelligenze, che si rivelarono ben presto, già all’Assemblea Costituente, una vera e propria eccellenza del paese.<br>Nei decenni successivi, quando la democrazia sembrava non correre più rischi, e neppure la libertà religiosa, il sistema andò progressivamente polarizzandosi attorno a una dialettica destra/sinistra e la base cattolica cominciò a manifestare il proprio disagio. Disagio accentuato dalla crisi morale in cui precipitò la politica italiana tutta, compresi i cattolici, all’inizio degli anni novanta. Del resto a metà degli anni sessanta il Concilio ecumenico Vaticano II aveva detto parole chiare e definitive sulla libertà di opzione politica per i credenti. La diversificazione di voto tra i cattolici diventa in tal modo esperienza concreta, ma anche esperienza non di rado di imprevista delusione per l’impossibilità di vedere riconosciuto dalla politica il valore “dei propri valori”, soprattutto nelle cosiddette materie eticamente sensibili. Anche per questo si è verificato un significativo allontanamento, in particolare delle nuove generazioni di giovani credenti, dall’impegno politico e un sempre più percepibile “ritirarsi” nello spazio, pur virtuoso, della carità, cioè delle esperienze di solidarietà umana. I poveri, gli immigrati, gli ultimi e i penultimi, i fragili e i vulnerabili, sono diventati il terreno di lavoro e testimonianza del proprio essere cristiani.<br>Personalmente, pur apprezzando moltissimo questo lavoro a fianco dell’umanità dolente e vilipesa, e riconoscendo che esso rappresenta il terreno di elezione dell’impegno dei credenti perché quello è luogo teologico prima ancora che sociale, penso che &#8211; al di là delle intenzioni &#8211; rappresenti anche un passo indietro rispetto alla responsabilità che ogni cittadino deve sentire verso il proprio paese, il mondo e la storia. Disporre di un terreno di riserva rispetto a quello della politica, può rappresentare infatti una tentazione e forse anche un rischio per i credenti: quello dell’allontanamento dallo Stato. “Bisogna amare lo Stato” esortava Aldo Moro, e “bisogna amare la Costituzione” aggiungeva Giuseppe Dossetti. Non è consueto l’uso del verbo amare quando si parla di istituzioni, ma per i cattolici è importante perché evoca il comandamento dell’amore del prossimo. Se fossi più giovane mi dedicherei a recuperare alla politica parte di queste energie morali che se ne sono allontanate. E se ne vedono gli effetti, purtroppo.</p>



<p><strong>Nei primi anni della democrazia italiana, la DC faceva un largo uso, nella comunicazione politica, di richiami alla religione cattolica. Oggi c&#8217;è chi fa un uso dei simboli religiosi nella ricerca del consenso politico. Quali differenze ci sono? Pensa che questo atteggiamento abbia un riscontro positivo nel clero e nel laicato italiano?</strong><br>C’è grande differenza. I capi della DC normalmente andavano a Messa quotidianamente ma in pubblico non facevano riferimento alla Chiesa o ai temi religiosi, salvo alcune eccezioni come Giorgio La Pira o Igino Giordani, sia perché consideravano il valore dell’autonomia &#8211; che è più ampio rispetto a quello della laicità &#8211; una conquista irrinunciabile da Sturzo in poi, sia perché sapevano che la fede non si poteva utilizzare e strumentalizzare. Diverso invece era l’impegno della Chiesa per educare al rapporto fede-politica e, talvolta sbagliando, per indicare l’opzione preferenziale a favore della DC, diciamo sino alla stagione del Concilio. Ma da parte dei dirigenti DC si difendeva sempre il carattere aconfessionale del partito e il valore della laicità (che è cosa diversa dal laicismo) della politica. Nel Congresso di Napoli del 1962, in cui venne deciso il passaggio dal centrismo al centrosinistra, il segretario Aldo Moro resistette alle pressioni contrarie della CEI di Siri, usando proprio questo argomento: “l’autonomia è il nostro modo di servire, se possibile, la Chiesa”. Dunque, niente di paragonabile ai rosari e le madonne di Salvini. Quella è simonia, cioè peccato. E’ roba da Orban che considera la religione un amuleto elettorale.</p>



<p><strong>Nel secondo dopoguerra si viveva una fase di scelte decisive, che avrebbero segnato il futuro del Paese. Quale fu la capacità dei leader politici che uscirono vincitori dalle elezioni del 1948 di rendere chiara la richiesta di fiducia nelle scelte di collocamento internazionale dell’Italia?</strong><br>Beh, la collocazione internazionale dell’Italia ha rappresentato sino ai primi anni settanta il vero discrimine della politica italiana: Occidente, Nato e CEE. Epperò è giunto il momento di guardare a quelle scelte con sguardo storicamente più oggettivo. Possiamo dire che il primo strappo di De Gasperi avviene con la rottura del governo tripartito nel 1947. Fu vero strappo? Il presidente dell’Istituto Gramsci, il prof. Beppe Vacca, commentando un famoso articolo su Rinascita di Giorgio Amendola, in cui recensiva il testo di Pietro Scoppola “La proposta politica di De Gasperi”, suggeriva l’idea che De Gasperi e Togliatti avessero in qualche modo pilotato insieme la rottura. Se è vero, infatti, che De Gasperi non poteva presentarsi alle elezioni del 1948 essendo ancora alleato dei comunisti, non è men vero che pure Togliatti aveva la stessa esigenza. Tant’è che anche dopo quella rottura i paralleli lavori dell’Assemblea costituente proseguirono con lo stesso spirito di collaborazione e convergenza.<br>Tutto ciò che accadrà in seguito sul piano internazionale è frutto di quella scelta di campo, che veniva dalla spartizione di Yalta, dall’esito della Conferenza di Pace di Parigi dove le richieste di De Gasperi vennero sostenute dagli USA, dal Piano Marshall, oltreché dalla profonda convinzione del capo del governo italiano dell’opzione occidentale. Da lì le scelte successive dell’adesione alla Nato (fortemente contrastata dalle sinistre interne al partito, quella dossettiana, in particolare, ma anche quella gronchiana e quella sindacalista) e quella europeista, che ha rivelato l’autorevolezza internazionale e la capacità di visione di De Gasperi.</p>



<p><strong>Oggi gli scenari geopolitici sono cambiati, ma l’Italia ha ancora una forte collocazione euro-atlantica o stiamo perdendo le relazioni con gli alleati storici? Le influenze della Russia e della Cina sono in grado di condizionare gli attori della scena politica nazionale?</strong><br>Diciamo la verità: da anni la politica internazionale è scomparsa dal dibattito pubblico italiano. Mancano statisti di “visione”, purtroppo non solo in Italia, e si ha l’impressione che la politica insegua ciò che accade. L’Italia ha avuto un ruolo importante soprattutto nel bacino del Mediterraneo, ma anche in Europa, da De Gasperi fino a Craxi, poi, in particolare dopo la caduta del Muro e l’avvento della globalizzazione, ci siamo accontentati di sedere sugli spalti, abbiamo perso interesse e ambizione a giocare un ruolo. Ma sugli spalti si assiste allo spettacolo di altri e al massimo si diventa tifosi. Ecco, il rischio di diventare tifosi di uno o l’altro dei grandi player internazionali oggi è molto grande. Non comprendiamo che il nostro destino, la nostra missione è quella di rigenerare e &#8211; se vogliamo &#8211; reinventare l’Europa, l’unica prospettiva seria per il futuro del nostro paese e del mondo. Un mondo senza Europa tornerebbe ad essere un luogo di scorribande e di guerre. Questa volta ancora più “mondiali”.</p>



<p><strong>Cosa ha rappresentato De Gasperi per la politica italiana? E’ stato dimenticato troppo presto? La sua capacità di chiedere e ottenere credito e sostegno per l’Italia sarebbe utile all’Italia di oggi?</strong><br>Potremmo dire anche che De Gasperi è stato riscoperto troppo tardi. Il suo è stato infatti un destino molto particolare, dal punto di vista storiografico. Per lunghi anni una cultura fortemente ideologizzata non dico che avesse rimosso, ma certamente ha operato una intenzionale devalorizzazione del suo ruolo, che è durata sino al libro di Scoppola del 1977. Parliamo di un vero padre della Patria, sia quella italiana che quella europea. Ha,infatti, pacificato il paese, costruito nei fatti la sua unità che era stata conquistata un secolo prima con il Risorgimento ma mai effettivamente realizzata, ha ricostruito le basi materiali di un’economia che era stata distrutta dalla guerra, ha dato corpo alle strutture istituzionali della nostra democrazia, ha domato le spinte integraliste inventando e, in una certa misura imponendo, alla DC lo spirito coalizionale dopo le elezioni del 1948, ha resistito alle pressioni anche vaticane di rilegittimare politicamente, in un tempo assolutamente non maturo, le spinte fasciste attraverso la cosiddetta ”operazione Sturzo” a Roma nel 1952. E, dopo la caduta del governo francese Pleven con la conseguente uscita di scena di Schuman, fu lui a guidare il gioco della costruzione di una nuova Europa politica lavorando sullo Statuto CECA, proponendo prima l’emendamento all’art. 36 per la costituzione della CED e poi il sub-emendamento per l’elezione di un’Assemblea costituente degli Stati Uniti d’Europa. In quel tempo riuscì certamente a negoziare anche consistenti aiuti internazionali per la ricostruzione del paese, sfruttando la sua autorevolezza, oltreché la collaborazione di strutture diplomatiche, quella italiana e quella vaticana, di assoluto livello. Ma erano oggettivamente altri tempi.</p>



<p><strong>Per la prima volta gli italiani non saranno in piazza per celebrare il 25 aprile. Cosa possiamo fare perché rappresenti ancora una data fondamentale del calendario politico? Come possiamo alimentare le radici della nostra democrazia?</strong><br>Sì, questo è un fatto molto triste, lo dico anche come presidente della Fondazione Fossoli. Ma confido che i media consentano di ricostruire un clima di memoria adeguato. Bisogna dire che negli ultimi anni tante manifestazioni erano diventate un po’ un’abitudine. La situazione particolare della ricorrenza di questo settantacinquesimo anniversario, potrebbe aiutarci a recuperare il significato genuino della celebrazione. La Resistenza va ricordata infatti non solo per il suo indiscusso valore militare di lotta all’invasore straniero e al suo alleato italiano, ma anche come esperienza di generazione del pensiero del domani. Di un dopo. Di una speranza. Della libertà, della democrazia e della pace.<br>La pandemia di oggi sta mettendo tutti a dura prova e rischia di toglierci il pensiero di un dopo. Invece il dopo ci sarà. In genere diciamo che sarà diverso dal prima, ma non sappiamo come sarà. Allora, sull’esempio dei giovani partigiani, mettiamoci subito all’opera per pensarlo e costruirlo. Sono abbastanza sicuro che nascerà una nuova fase costituente di un mondo diverso. Mi auguro che le nuove generazioni si lascino sedurre da questa prospettiva.</p>



<p><strong>Lei è stato l’ultimo segretario del PPI. E’ stata un’esperienza determinante per avviare il percorso che ha portato all’Ulivo e poi al Partito Democratico. I cattolici come hanno vissuto il passaggio dalla DC alla seconda repubblica? Che cosa resta oggi di quella tradizione nella politica italiana?</strong><br>Resta un pensiero che nei suoi punti di fondo non è superato: la libertà come valore irrinunciabile (non sembri scontato, se pensiamo ad Orban e altri o alle tante possibilità più o meno subdole di controllo favorite dalle nuove tecnologie), la centralità della persona, l’uguaglianza delle persone, la fraternità, l’attitudine al dialogo e alla mediazione, l’economia sociale di mercato, un’ecologia integrale, l’Europa, la pace a ogni costo. E resta ancora una parte importante di personale politico “educato” a questo modo di intendere la politica e la storia dell’umanità.</p>



<p><strong>Le continue scissioni stanno minando lo spirito unitario che aveva caratterizzato la nascita del Partito Democratico. Al di là delle riflessioni sui numeri e sul consenso, pensa che le culture politiche che hanno dato vita alla Costituzione debbano tornare a dividersi o c’è una via per un percorso unitario che fermi l’ascesa dei populisti e dei sovranisti?</strong><br>Le divisioni sono la causa e l’effetto della crisi della politica. I partiti sono un mezzo e non un fine e, dunque, non c’è da scandalizzarsi se si trasformano, si dividono, scompaiono e vengono sostituiti. Ma è il rifiuto della mediazione, dell’impegno a trovare un punto di compatibilità e condivisione, di progetti comuni, che mi preoccupa. Siamo di fronte alla malattia più grave della politica e, su più vasta scale, della società. Forse, ma non ne sono sicuro, l’esperienza di sofferenze e lutti che stiamo vivendo potrà trasformarci, in meglio. Rileggiamo la Costituzione, rileggiamo Manzoni, rileggiamo Primo Levi. Recuperiamo l’ambizione di un disegno per il futuro. E poi ripartiamo, anzi ricominciamo.</p>



<p><strong>La sua regione è una delle più colpite dal coronavirus eppure non è assurta ai clamori delle cronache. Perché? Come sta vivendo questa fase dell’emergenza? Come trascorre le sue giornate?</strong><br>Sì, anche l’Emilia Romagna, è stata colpita fortemente dal virus. Non facciamo notizia perché, forse, fino ad ora non si sono manifestati casi clamorosi di focolai apparentemente indomabili o di strutture particolarmente contagiate e contagiose. Oppure perché il sistema mostra di riuscire a reggere. Oppure infine perché, forse proietto un mio pensiero ma conoscendo il presidente Bonaccini forse no, stiamo già pensando come riorganizzare il nostro sistema sanitario.<br>Come passo il mio tempo? Come la maggioranza dei cittadini, in casa, davanti al computer, al telefono, o a leggere, scoprendo nella libreria una smisurata quantità di libri depositati e non ancora letti.<br>Continuando a sperare, senza particolare angoscia peraltro, che il maledetto non bussi alla mia porta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/04/18/castagnetti-18-aprile-de-gasperi-democrazia/">Castagnetti a ilcaffeonline: il 18 aprile De Gasperi vinse sotto ogni profilo. Esporre rosari è simonia, cioè peccato</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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