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	<title>Ricordi Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Ricordi Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Grazie, Nonni. E lunga vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Oct 2022 11:02:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una scena incantevole che ricorre assai spesso nei nostri ritrovi familiari, la si coglie quando siamo a tavola, a casa dei nonni o a casa nostra quando li invitiamo. Ci guardiamo e conversiamo. Esistono, però, modi e toni diversi. C’è il figlio che ha tenuto in serbo un discorso difficile e complicato. Approfitta dell’aria di festa che si crea intorno, si sente caricato e così parte pian pianino con&#8230;</p>
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<p>C’è una scena incantevole che ricorre assai spesso nei nostri ritrovi familiari, la si coglie quando siamo a tavola, a casa dei nonni o a casa nostra quando li invitiamo.</p>



<p>Ci guardiamo e conversiamo. Esistono, però, modi e toni diversi. C’è il figlio che ha tenuto in serbo un discorso difficile e complicato. Approfitta dell’aria di festa che si crea intorno, si sente caricato e così parte pian pianino con piccole e impercettibili insidie all’indirizzo di padre e madre fino a togliere il tappo alla propria malcelata intensione – perché così poi finisce – di colpire a fondo papà e mamma con i discorsi che lui sa, e che sono quelli che fanno male.</p>



<p>Intanto si registra un diverso guardare. Lo attivano e lo coltivano i nipotini. Appena fiutata l’aria, disseminano come mine piccole distrazioni. E vanno intorno con lo sguardo su chi comincia ad alzare i toni e su chi li subisce. I loro, sono sguardi di una tenerezza profonda. Con quegli sguardi vorrebbero sollevarli dal crinale in cui stanno (i nonni) per precipitare e con quegli sguardi li avvolgono e li proteggono perché non si facciano male.</p>



<p>Dicono che i nonni sono gli angeli custodi, in terra, dei nostri piccoli. Forse è il caso di aggiungere anche altro: i nipoti sono gli angeli custodi dei nonni. Che i nonni custodiscano i nipoti lo dicono gli adulti avveduti. Più difficile è riconoscere che i nipoti riescano a custodire i nonni. Quando scopriremo questa realtà, avremo fatto tombola perché quel giorno riusciremo finalmente ad invertire la marcia del nostro rapporto figli e padri. Perché è questo rapportarsi il vero problema da affrontare e risolvere.</p>



<p>Se i figli non conoscono o non hanno riflettuto abbastanza sulla vita dei loro padri, o se non hanno riflettuto a dovere sulla propria identità e sul proprio cammino di vita, difficilmente potranno stabilire con i loro padri rapporti sensati e pacifici, oltre che pacificatori. Fino a quando i padri vengono tenuti sotto processo con le accuse più strampalate perché i loro percorsi non sono stati mai letti e contestualizzati nella storia che fu, la conflittualità resterà permanente. Prendiamo ad esempio un figlio che ha studiato e un padre semianalfabeta. Il figlio fa lo spaccone e detesta il padre che è rimasto indietro. Non tiene conto, però, che un padre semianalfabeta insieme a mille altri del suo stesso rango ha avuto l’ingegno e la lungimiranza di mandare il pargoletto a scuola e anche all’università. Poteva non sostenerlo, mentre invece l’ha incoraggiato e pure vezzeggiato. Eppure, ancora si lamenta e rimprovera al genitore perché, al contempo, non l’ha fatto anche ricco. E se pure, l’ha fatto ricco, non è riuscito a farlo straricco. Probabilmente questo figlio deve ancora chiarire a sé stesso qual è il suo compito nella vita.</p>



<p>E poi, un figlio che ne sa – o quando mai si è interrogato – riguardo alla condizione esistenziale di suo padre che invecchia? Sa, per caso, che cosa significa non poter più lavorare, lui che si è sentito forte e valido fino a quando a provvedere ai bisogni suoi e della famiglia sono servite le sue mani? Forse ancora non lo sa, non l’ha neanche immaginato. O sa che cosa significa finire infermo o – come oggi si dice – allettato? Goffredo Parise ha scritto che quel padre “sente vergogna”, Ferdinando Camon “prova vergogna”.</p>



<p>E questo solo per dire dell’incomprensione di cui soffrono i nostri padri, nonni dei nostri figli. E questo solo per non aprire quell’altra pagina, quella degli errori (li dovremmo chiamare orrori), rappresentati da una malasanità che mortifica quotidianamente i nostri anziani, li spersonalizza, li guarda come mangia-farmaci a tradimento, dimenticando che sono stati loro a mettere in piedi un sistema che voleva essere sollievo per tutti e si mostra invece ingrato ai meno abbienti. E poi c’è l’altro gradino, quello che scende nel profondo dell’abisso. Sono gli anziani bancomat. E gli altri ancora: quelli lasciati a terra con la testa sanguinante perché il bancomat ha fatto scivolare 20 e non 50 euro come richiesto da un (si fa per dire) famigliare che ha solo avvertito il profumo di soldi bagnati col sudore della fronte degli altri.</p>



<p>Vivano a lungo i nostri nonni e continuino a custodire i nostri figli. Lo fanno gratis come gratis sono custoditi dai nipoti. E non solo con lo sguardo. Con cuore bambino.</p>
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		<title>Nel nome del figlio: un &#8220;tuffo&#8221; nei ricordi del passato</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/13/roberti-nel-nome-del-figlio-recensione-libro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2022 16:11:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[2021]]></category>
		<category><![CDATA[bjorn larsson]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Non è detto che l&#8217;autore ne sappia su sé stesso più del lettore&#8221; conferma Björn Larsson citando Calvino. Ci guarda negli occhi, noi che siamo seduti sulle rosse poltroncine del Café Rouge del Teatro Parenti di Milano, aspettando che si sveli attraverso l&#8217;intervista. Invece, lo scrittore capovolge la situazione e come nel libro parla, anche se non sintatticamente, in terza persona. Parla &#8220;Nel nome del figlio&#8221;. Guidata dalla sua voce&#8230;</p>
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<p>&#8220;<em>Non è detto che l&#8217;autore ne sappia su sé stesso più del lettore</em>&#8221; conferma Björn Larsson citando Calvino.</p>



<p>Ci guarda negli occhi, noi che siamo seduti sulle rosse poltroncine del Café Rouge del Teatro Parenti di Milano, aspettando che si sveli attraverso l&#8217;intervista. Invece, lo scrittore capovolge la situazione e come nel libro parla, anche se non sintatticamente, in terza persona. Parla &#8220;Nel nome del figlio&#8221;.</p>



<p>Guidata dalla sua voce e dal suo percorso leggo con lui quest&#8217;ultimo suo libro.</p>



<p>Come si racconta una storia senza storia? In che modo si ricorda qualcuno senza averne ricordi? Come si vive senza memoria?<br>Il &#8220;figlio&#8221;, di solo 8 anni, è svegliato in un sonno di fanciullo da un grido. <em>&#8220;Dice che il padre forse è morto, forse è annegato. Dice anche, se ricorda bene, che possono piangere, che hanno il permesso di<br>piangere (ma avrà davvero detto così?)&#8221;.</em><br>Il figlio non piange né quella notte, né mai. Solo più tardi dirà di sentirsi sollevato e cercherà, tra i ricordi, la ragione di quel sollievo. Ma ricordi non ne trova. Sei li conta da adulto; sei i ricordi del padre, più la fotografia di un bel giovane di 29 anni. Per altro, sono ricordi fatti di niente.</p>



<p>Il figlio è uno scrittore. Un riconosciuto importante scrittore. Dal quel primo &#8220;<em>Il Cerchio celtico</em>&#8220;, al successo della &#8220;<em>La vera storia del pirata Long John Silver</em>&#8220;, passando attraverso numerosi romanzi e saggi, raccogliendo premi e attestazioni. Il figlio ha, quindi, una sorta di dovere nei confronti della storia del padre. Non è questo il suo mestiere? O forse si riconosce di più in quello di velista e sommozzatore o stimato docente? No. Non c&#8217;è scampo, scrivere è un destino. Compito del letterato è di narrare storie. Ma non tutte le vite, a meno che l&#8217;autore non voglia inventarle, possono diventare romanzo.</p>



<p>E quella del padre?<br>“<em>Che impronta può aver lasciato nel mondo un semplice elettricista di Skinnskatteberg? C&#8217;è qualcosa che è cambiato per il solo fatto che avesse trascorso un breve istante su questa terra?&#8221;</em></p>



<p>Sei ricordi, probabilmente in parte falsati e ricostruiti come tutti i ricordi, sono pochi per una storia vera. Bisognerebbe fantasticare, immaginare fatti, pensieri, sogni. Rendere il padre protagonista di un romanzo, visto che non ha avuto l&#8217;occasione di esserlo di una vita. </p>



<p>Può il figlio in tutta onestà fare questo torto al padre? Forse in alternativa basterebbe parlare di sé stesso, rintracciare attraverso il legame di sangue somiglianze fisiche, di carattere o di pensiero. Tuttavia, Larsson ritiene che la genetica non è altro che una teoria, se si escludono le possibili<br>malattie, e che lui si riconosce nel padre, da quel che gli ha detto la madre, solo nell&#8217;atteggiamento di incurvare le spalle. Eppure sin da quando è adolescente ha creduto di dover scrivere quel poco che sapeva del padre. Dimman si intitolava il primo tentativo, il racconto inserito tra altri e pubblicato nel 1980, l&#8217;unico tra tutti in terza persona. L&#8217;autore non lo ha mai più riletto, malgrado ci abbia pensato non lo ha inserito in questo suo ultimo libro. </p>



<p>D&#8217;allora più o meno coscientemente ha continuato a chiedersi il perché della sua riluttanza a raccontare. Forse perché questo avrebbe fatto crollare le mura che si è costruito per sopravvivere intorno al dolore, la mancanza, l&#8217;angoscia? Forse perché avrebbe distrutto la serena visione della sua vita? Sappiamo già che Larsson non è incline a concedere affidabilità alle varie teorie scientifiche o psicologiche. </p>



<p>Meglio interrogare scrittori e pensatori del passato o contemporanei per confrontarsi. Meglio affidarsi alla scrittura che secondo lui non deve essere cronaca, scienza, copia. La storia, generale o personale, non è letteratura. Provare a inventare partendo da eventi realmente accaduti è un tradimento. E in fondo &#8220;a che serve?&#8221;. </p>



<p><strong>Chi era il padre?</strong></p>



<p>Il ragazzo che non aveva potuto continuare gli studi, ma aveva continuato ad avere un alto concetto di sé? L&#8217;elettricista ingegnoso di un brevetto sui cavi elettrici? Il sommozzatore esperto? L&#8217;uomo che gli aveva rotto il salvadanaio per pochi spiccioli di acquavite? L&#8217;eroe affogato per salvare due bambini o il cinico che aveva pensato solo a salvare la pelle? Il papà che lo invitava a salire in barca con lui il giorno della tragedia? Era un cacciatore di sogni o un calcolatore di realtà? Il figlio non sa e non ricorda.  </p>



<p>Quello che sa è che la vita &#8211; &#8220;quest&#8217;unica vita che abbiamo. Non so voi, ma io la penso così&#8221; &#8211; è sacra e perderla precocemente è &#8220;un&#8217;ingiustizia totale&#8221;. Solo questo è ciò che appartiene realmente al padre, la &#8220;tragedia di una vita che si spegne&#8221;. Il resto, la memoria, i <em>se</em> fosse andata diversamente, la ricerca da dove o da chi veniamo, il dolore o il sollievo, tutto questo appartiene ai vivi, agli altri, al figlio. </p>



<p>Alla fine (o all&#8217;inizio) lo scrittore era consapevole che avrebbe scelto la verità, ossia non sapere, o la libertà, che poi è lo stesso. Lo sapeva che non avrebbe scritto per il padre ma per sé e soprattutto per tutti coloro che vivono senza radici biologiche o culturali, che vivono accettando i vuoti.</p>



<p>Per il lettore che chiudendo il libro annota che figlio e padre sono detti sempre in terza persona e con la lettera minuscola: perché ognuno di noi vi si possa riconoscere. Noi che ci eravamo adagiati all&#8217;idea che ogni inizio è nel nome del padre, invece, è nel nome del figlio.</p>



<p></p>



<p>Björn Larsson, <em>Nel nome del figlio, </em>Iperborea, 2021</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Le luci degli altri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 May 2021 12:29:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante questo anno di più o meno rigoroso lockdown, nelle casalinghe serate di coprifuoco, ho instaurato nuovi rituali,  impensabili in tempi normali. Prima, in insperata e imprevedibile classifica, è assurta la TV con i suoi triti e ritriti programmi da criticare nelle telefonate del giorno dopo, ma soprattutto come comodo schermo per serie compulsive (un episodio dopo l&#8217;altro, una stagione dopo l&#8217;altra). Durante gli stacchi pubblicitari, nelle pause dovute a&#8230;</p>
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<p>Durante questo anno di più o meno rigoroso lockdown, nelle casalinghe serate di coprifuoco, ho instaurato nuovi rituali,  impensabili in tempi normali. Prima, in insperata e imprevedibile classifica, è assurta la TV con i suoi triti e ritriti programmi da criticare nelle telefonate del giorno dopo, ma soprattutto come comodo schermo per serie compulsive (un episodio dopo l&#8217;altro, una stagione dopo l&#8217;altra). Durante gli stacchi pubblicitari, nelle pause dovute a sfinimento, nella necessità di fare comunque due passi, mi sono dedicata alle luci degli altri. Dapprima distrattamente e poi sempre più consapevolmente ho perfezionato un itinerario dalla finestra al balcone.</p>



<p>Finestra. Profilo ombrato delle colline attraversate da un tratto della vecchia statale illuminata da sporadici fanali. Deserta, ma se si ha la pazienza di soffermarsi qualche minuto dietro i vetri, si potranno vedere comparire i fari di una solitaria auto. Chi sfida il coprifuoco? Quale necessità o temerarietà è alla guida? Un&#8217;urgenza dolorosa, il coraggio cieco dell&#8217;amore, una bravata di incosciente età? O più semplicemente e meno romanticamente un rientro dal lavoro? </p>



<p>Intanto i fari si sono spenti dietro la curva. Abbassando lo sguardo non si può, anche se si volesse, non scontrarsi con un grosso cubo di cemento messo lì a deturpare il paesaggio. Tre piani di degrado urbanistico che non rispondono nemmeno al fabbisogno abitativo essendo quasi del tutto disabitati.</p>



<p>Un balcone illuminato al piano di mezzo, fino a notte fonda. Forse il geometra che ha progettato la casa espia tra insonnie e incubi il suo crimine. Poi proprio di fronte alla mia finestra quella di Giulia che combatte gli anni, la solitudine, la paura della notte che assale in eguale misura bimbi e vecchi, lasciando gli scurini aperti e la luce accesa finché quella del giorno non la sostituirà. </p>



<p>Un po&#8217; più in là la terrazza con vista sul mare che resta illuminata fino a tardi. L&#8217;epidemia ha reso abituale una presenza in altri tempi sporadica. Complici il pensionamento, i figli autonomi, la coppia ha abbandonato i ritmi, l&#8217;isolamento, le difficoltà, i contagi della città per reinventarsi una paesana vita rallentata. Bella o brutta, fredda o tiepida che sia la serata, loro non rinunciano alla vista a mare. Stanno uno accanto all&#8217;altro affacciati dalla ringhiera e guardano. Avanti o indietro, non so.</p>



<p>Faccio una deviazione verso la cucina e mi preparo una tisana &#8220;La giusta occasione per concedersi un momento di intimità e riflessione. Ottima contro l&#8217;ansia, concilia il sonno, aiuta a superare lo stress con un&#8217; attitudine più distesa e rilassata&#8221;. Perfetta, con quel tanto di ingannevole che la rende accettabile. È comunque proprio buona e con una tazza calda tra le mani posso affrontare luci che appaiono e scompaiono a ritmo del venticello che scuote i cipressi lì in fondo. </p>



<p>Ci siamo e non ci siamo, sembrano dire nel loro apparire e scomparire. Siamo presenti assenze. Siamo il passato che continuamente è oggi nei ricordi. Siamo i rimpianti, il perduto, i rimorsi. Siamo il bene che niente, nemmeno il tempo, può cancellare. Siamo domande senza o con troppe risposte. Siamo, come dice il Cantico, forti come la morte perché siamo amore.</p>



<p>E ora passiamo al balcone. Dai vetri del balcone lo sguardo si allarga su buona parte del paese. Qui le luci sono tante e perlopiù anonime. Bisogna esercitare la virtù del discernimento e inventarsi una nuova vista che non veda quel che è visibile e distingua invece l&#8217;invisibile. Un po&#8217; come la volpe del Piccolo Principe &#8220;non si vede bene che col cuore. L&#8217;essenziale è invisibile agli occhi&#8221;. Allora chiudo gli occhi per vedere la luce che non c&#8217;è al terzo piano di Viale Mannarino, n. 4. </p>



<p>La luce non c&#8217;è perché l&#8217;appartamento da quando lo abbiamo lasciato noi non è stato più abitato. È quindi ancora ricolmo dal chiasso di sei figli piccoli in scaletta di 10 anni, di Enzo e me che combattevamo la faticosa, ma allegra, ma spensierata, ma appagante, ma condivisa, ma esaltante, ma amorevole sfida di fare della nostra la più bella famiglia del mondo. Del nostro personale mondo s&#8217;intende. E gli anni di viale Mannarino hanno risposto: Sì, lo voglio facendo eco a quel primo Sì lo voglio da cui tutto è partito. Sì, ti accolgo nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, nell&#8217;accordo e nel disaccordo,  nella fatica e nel riposo. Per sempre nella mia vita e oltre la mia vita. Come sigillo nel mio cuore.</p>



<p>Alcune luci si accendono altre si spengono. Accosto gli scurini e vado a letto.</p>



<p><strong>Patologia</strong>: leggere forme di stress<br><strong>Terapia</strong>: della tisana si è già ampiamente detto. Per quanto riguarda il libro non vi aspettate &#8220;Le luci nelle case degli altri&#8221;, che pure ci starebbe, né &#8220;Doppio vetro &#8221; che ci starebbe ancora meglio per analogia di tema, in quanto, (i più attenti lo sanno ) ve l&#8217;ho già consigliato. Scegliete voi. Per questa sera chiudete la Tv, aprite un bel libro, ma non chiudete gli scurini. Le luci degli altri illumineranno pagine e pensieri.</p>
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