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	<title>sindacato Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Aboubakar Soumahoro: il sindacato deve essere nel fango della miseria, della precarietà, della invisibilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 May 2021 06:46:33 +0000</pubDate>
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<p><strong>Lei arriva in Italia a 19 anni. Rispetto all’Italia e all’Europa che si aspettava, che cosa ha trovato?</strong><br>Mi sono imbattuto in ciò che Gramsci chiamava la “vita sotto il rullo compressore” della precarietà, dell’immiserimento, della voglia di riscatto sociale, della costante ricerca della libertà nell’ottica della giustizia sociale, come insegna Sandro Pertini. Non si è liberi senza giustizia. Quindi quando dico “mi sono ritrovato” non è un io ma un mondo di persone, giovani e meno giovani, donne, uomini, gay, lesbiche, tutto un mondo di persone che vivono sotto questo rullo compressore con la ricerca costante di una via d’uscita verso la felicità.</p>



<p><strong>Da dove nasce il suo impegno sindacale?</strong><br>Direi che nasce dai miei genitori, che sono stati la mia prima scuola. Si è sindacalisti nell’animo. Quando si è portati a non voltare mai le spalle a chi ha bisogno, a chi ha sete di diritti, di dignità e a farlo nella prospettiva collettiva e non attraverso la figura dell’eroe solitario.</p>



<p><strong>Lei ha sentito l’esigenza, appena arrivato, anche di studiare. Ha conseguito una laurea con il massimo dei voti in sociologia presso l’Università di Napoli. È un messaggio per tutti i giovani, non solo per gli immigrati, questo suggerimento di studiare, di essere preparati?</strong><br>Per me non è un’eccezione. La cosa importante che cerchiamo insieme di coltivare è la scuola della vita, il rispetto dell’altra persona, la solidarietà, la giustizia, la partecipazione, l’essere comunità. Questa è la cosa fondamentale che occorre riuscire a coltivare, e questo significa che il sapere, la cultura sono fondamentali, ma fondamentali da coltivare ogni istante e condividere con le nuove e le future generazioni.</p>



<p><strong>Oggi è il primo maggio, giorno dedicato al lavoro. Che cosa pensa dei sindacati in Italia?</strong><br>Il sindacato deve interrogarsi sulla propria condizione attuale, ma guai a pensare che si possa fare a meno dello strumento sindacale. Il sindacato serve in un contesto come il nostro attuale, nell’era digitale, che comunque ha portato con sé anche dell’arcaico, e soprattutto in un’era di frammentazione del mondo sociale e del lavoro. Il sindacato deve interrogarsi sulla propria agenda in questo contesto, con la piena consapevolezza che il sindacato deve unire ciò che è diviso, come insegna Di Vittorio, e come insegnano tante lavoratrici e tanti lavoratori che ogni giorno cercano di trovare proprio le ragioni di quello stare insieme in un orizzonte di progettualità.</p>



<p><strong>Il sindacato ha spesso dato l’impressione di difendere chi un lavoro già ce l’ha. Chi non ha il lavoro e non ha diritti &#8211; come nel caso dei braccianti che lei sostiene e difende &#8211; ha visto un sindacato assente?</strong><br>Io penso che quando parliamo di sindacato dobbiamo interpretarlo al plurale. Non c’è il sindacato, ci sono i sindacati. Non c’è l’agire sindacale, c’è una varietà di agire sindacali. Il sindacato è miglioramento delle condizioni. La finalità delle prime leghe braccianti era questa. Pensiamo a quanto diceva Macaluso a proposito delle ragioni sociali attuali di una forza che si candida a difendere gli ultimi. Il sindacato deve essere nel fango della miseria, della precarietà, della invisibilità. Questo è ciò che dovrebbe essere il sindacato, e poi al plurale, questo pluralismo sindacale della rappresentanza deve porsi anche l’obiettivo di fare emergere quelli che sono nei bassifondi dell’umanità.</p>



<p><strong>Come si ottiene questo obiettivo?</strong><br>Questo lo si riesce a fare quando si scende nel fango della miseria con gli stivali dell’ascolto, dell’empatia emotiva, della connessione sentimentale, della capacità di unire quel mondo, sia quello all’interno di una economia digitale, e mi riferisco ai rider, ai lavoratori di Amazon. Questo è l’agire sindacale, ed è fondamentale. Si predica l’imperativo di unire, ma si riesce davvero ad unire con un linguaggio monocolore? </p>



<p><strong>Ce lo dica lei.</strong><br>Non ci credo, perché c’è oggi espressione di una varietà di lingue. Oggi un’assemblea noi la facciamo in tre o quattro lingue. Bisogna riuscire ad interpretare, ad interagire, con la consapevolezza che questo si deve anche fare interrogando la politica senza entrare nella logica del conflitto agitato e non esercitato.</p>



<p><strong>Chi sono gli invisibili in Italia?</strong><br>Gli invisibili sono i precari, le lavoratrici, gli operatori sanitari, i lavoratori vittime degli algoritmi, i lavoratori sottopagati nelle campagne e nelle città, quelli che lavorano nelle zone ZTL ma provengono dall’esterno di esse. Sono i giovani nati e cresciuti in Italia per i quali non c’è ancora alcuna possibilità di esistere. È l’invisibilità dei nostri giovani.</p>



<p><strong>Perché ha pensato di dar vita a “Invisibili in movimento”?</strong><br>“Invisibili in movimento” nasce per federare questo mondo, dove al centro c’è il noi, l’io relazionale. Perché per tanti anni abbiamo bussato alle porte del palazzo, ma le cose continuano a peggiorare. Prendiamo la situazione delle lavoratrici e dei lavoratori giovani precari del mondo della cultura e della informazione: quanti oggi con l’avvento del digitale si sono trovati in una condizione di precarietà esistenziale? In questo caso parlo anche di tante lavoratrici e lavoratori della sanità, per non parlare dei free lance. Questo è il mondo che stiamo federando, che si candida ad essere protagonista del futuro, dell’Italia di domani, ma con le premesse di oggi.</p>



<p><strong>È quindi necessario un nuovo protagonismo politico e sociale?</strong><br>Assolutamente importante è capire in che modo una famiglia non riesce ad arrivare alla fine del mese, ma questo allo stesso tempo deve far riflettere. Quando prendiamo in considerazione i dati ISTAT delle persone impoverite &#8211; dopo averla abolita, quella povertà! -, ci devono tremare le vene ai polsi. Dobbiamo riflettere ogni mattina su quei numeri: un milione di poveri in più, due milioni in tutto. Dietro quei numeri c’è la vita umana, l’umiliazione, la vulnerabilità, lo smarrimento, il vuoto di senso. Ci sono i bassifondi dell’umanità, e siamo lì per trascinare fuori da questo mondo di miseria verso le luci della speranza, del futuro, in una prospettiva di felicità. Questo è quanto stiamo provando a costruire.</p>



<p><strong>Di recente lei ha incontrato il segretario del partito democratico, Enrico Letta. Secondo lei il centrosinistra è lo spazio politico dentro cui la sua iniziativa può trovare spazio?</strong><br>Il cuore nostro batte nella miseria delle persone. Il cuore nostro batte nella solitudine delle persone. Il cuore nostro batte nei sogni delle persone che vogliono davvero affrancarsi dal peso dell’indifferenza. Quindi incontriamoli. Parliamo con tutte le persone all’interno di questo cammino che stiamo percorrendo. Oltre ad ascoltare gli invisibili ascoltiamo tante altre persone, come Mimmo Lucano ad esempio. Ascoltiamo tutti perché l’ascolto è importante, ma al tempo stesso la cosa che è chiara a tutti noi è che vogliamo essere protagonisti di questa Italia del domani, che non può essere l’Italia di ieri. Questo deve essere fatto in una prospettiva costruttiva, mettendosi umilmente all’ascolto delle persone che davvero non vedono l’ora di dare un senso alla propria esistenza, però da protagonisti.</p>



<p><strong>L’Italia da pochi anni ha una legge sul contrasto caporalato. Che risultati sta dando?</strong><br>Quello che posso dire è che lo sfruttamento che stiamo vivendo all’interno della filiera, non solo agroalimentare ma anche dentro i più variegati ambiti, mi fa tornare in mente un’indagine parlamentare, dei primi del Novecento, sulle condizioni dei braccianti delle zone rurali. Si parlava di miseria, di paghe misere, di ore estenuanti di lavoro, di sfruttamento, di grandi monopoli che imponevano turni massacranti e un impoverimento generalizzato. Quei grandi monopoli oggi si chiamano GDO, grande distribuzione organizzata. Quei braccianti all’epoca erano tutti italianissimi, mentre il nostro mondo oggi è fatto di un melting pot, ma tutti egualmente sottoposti a dei ritmi di sfruttamento. Si direbbe che siamo ai confini di nuove forme di schiavitù. </p>



<p><strong>Quello che sta succedendo cosa dimostra?</strong><br>Che la lotta al caporalato non si fa attaccati alla scrivania: bisogna andare lì sul campo, nelle campagne, vedere le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori, indipendentemente dal colore della pelle o dalla provenienza geografica.</p>



<p><strong>Cosa si vede sul campo?</strong><br>Quello che posso dire è che nonostante alcuni provvedimenti adottati, i risultati dicono che qui la realtà è tutt’altra. Probabilmente bisognerà provare a mettere in campo un’iniziativa di riforma radicale della filiera agroalimentare. Non è possibile avere una filiera che genera otre 538 miliardi di euro, cioè la prima economia del nostro Paese, e accanto a questo abbiamo lavoratrici e lavoratori che prendono tre euro e cinquanta l’ora per poi dormire nella miseria. È una vergogna. Parliamo in questo caso anche di lavoratrici e lavoratori italianissimi, che vivono la miseria perché fanno fatica a pagare l’affitto e a mandare a scuola i figli. Non c’è confine, qui. Il tema vero è l’insieme di queste persone sfruttate, invisibili. Occorre lavorare per la stessa prospettiva, ovvero ad uguale lavoro uguale salario. Quindi introdurre la patente del cibo. Bisogna conoscere tutta la vita di ciò che noi mangiamo, dai semi alla forchetta.</p>



<p><strong>Lei sta dicendo che tra braccianti italiani e stranieri, in fondo, non ci sono grandi differenze. Ritiene che ci sia anche solidarietà, oppure questo è un traguardo ancora da raggiungere?</strong><br>Sto dicendo che la differenza esiste sul versante razzializzante, ma dal punto di vista delle condizioni c’è una dimensione che li tiene tutti insieme. A fronte di questo poi intervengono le norme sull’immigrazione, che sono norme razializzanti, e la paga subisce un ulteriore disparità rispetto alla dimensione geografica. Infine la questione di genere: le donne vengono ancora una volta colpite per il fatto di essere donne e per il fatto di essere donne provenienti da un altro contesto. Però la solidarietà può e deve nascere come frutto di una costruzione sociale. Ad uguale lavoro uguale salario.</p>



<p><strong>Secondo lei in Italia c’è una cultura razzista?</strong><br>Non possiamo dimenticare che siamo in Italia, dove pochi giorni fa abbiamo festeggiato il 25 aprile. La nostra soglia è scritta su una pietra della memoria, non sulle onde del mare. Sono i valori della nostra Costituzione, che sono i valori dell’antifascismo, dell’antirazzismo. I valori della giustizia sociale, con uno Stato che si fa protagonista nel rimuovere quegli ostacoli che impediscono il pieno svolgimento della persona umana, come recita l’articolo 3. O, come dice l’articolo 1, il valore del lavoro, che è poi l’ambito di verifica della salute della nostra democrazia. Questi elementi ci sono. Detto questo, non possiamo dimenticare che nel corso di questi anni c’è stata una sorta di corsa a chi riusciva ad innescare meccanismi che sono espressione di razzismi. </p>



<p><strong>C’è anche questo nell’Italia di oggi, purtroppo.</strong><br>C’è questa cultura, che è osa ben diversa, attenzione, dal dire che l’Italia è un Paese razzista. C’è una certa cultura di deriva razzista. Una certa cultura di deriva razzializzante, che è trasversale nell’ambito delle forze politiche. Non si nasconde dietro ad una determinata bandiera. Se non partiamo da questa premessa, facciamo torto a noi stessi e facciamo torto all’insieme delle persone che stanno facendo un lavoro enorme. </p>



<p><strong>A chi si riferisce?</strong><br>Penso alle ONG che salvano vite umane. Questo dovrebbe essere compito dello Stato, e invece vengono fatte passare per taxi del mare. Penso anche al mondo del volontariato, del terzo settore, che fa un lavoro immenso. Lì tutto è stato distrutto in una operazione che ha dei tratti bipartisan. Bisogna tenere assieme questi valori della nostra Costituzione, e che non sia un libro appoggiato su un comodino. Deve vivere nel nostro agire quotidiano, e qui la cultura diventa importante.</p>



<p><strong>Secondo lei il percorso di riconoscimento della cittadinanza tramite lo ius soli può essere una parte della soluzione ai problemi dell’immigrazione in Italia? Può contribuire alla crescita del Paese?</strong><br>Non si può scindere diritti civili e diritti sociali. Parliamo di giustizia sociale. Abbiamo un tessuto, nelle nostre periferie, di persone che hanno il problema del trasporto pubblico, dell’assenza degli spazi verdi, di vari momenti di partecipazione. Questi parlano lo stesso linguaggio, e c’è una politica che è rimasta scollegata da queste realtà, ma non solo scollegata fisicamente, sentimentalmente. Questa è la sfida di oggi. </p>



<p><strong>Cosa bisognerebbe fare?</strong><br>Iniziamo a rimuovere norme come la Bossi-Fini. Non si tratta di eccitare questi argomenti perché fanno tendenza, giusto per dire qualcosa di rivoluzionario. Bisogna partire dai temi della libertà, della giustizia sociale. Ci sono delle norme che sono altamente in contrasto con i valori della nostra Costituzione. Tutti questi elementi devono viaggiare dentro un’ottica di visione, perché un’azione senza visione è una perdita di tempo.</p>



<p><strong>Ci parla dell’iniziativa che state organizzando per il 18 maggio a Roma? Che cosa chiederete al governo?</strong><br>Quello che chiederemo, in uno sciopero organizzato dalla lega braccianti, riguarda il fatto che per tanto tempo il grido di sofferenze dei braccianti, dei contadini e degli agricoltori non è stato ascoltato. Gli ultimi attacchi che abbiamo subito in questi giorni, con delegati, braccianti, abitanti presi a fucilate, o attaccati con armi da fuoco, sono espressione di un contesto che per tanti anni, mentre nei salotti si continuava a parlare di caporalato abbiamo continuato a combattere sul campo. Per tanti anni si parlava d’altro e noi continuavamo a chiedere la patente del cibo Per tanto tempo si è continuato a dire che l’agroalimentare è un settore essenziale. Siamo stati essenziali nel produrre cibo, nello zappare la terra, con i rider che vanno a consegnarlo, quel cibo. </p>



<p><strong>Chiederete al governo di schierarsi?</strong><br>Quando parlo di questi lavoratori parlo della precarietà in generale, e quando parlo della precarietà in generale parlo di questo mondo di invisibili che finalmente si sta muovendo per questa grande giornata del 18 al cui centro ci sarà questa domanda rivolta al governo: o si mette dalla parte della giustizia sociale, della dignità del lavoro, dei diritti, e quindi della legalità, o si mette dalla parte degli sfruttatori, dei razzisti, degli schiavisti. Bisogna scegliere da che parte stare. È il momento. Non si può tergiversare e non solo a livello nazionale.</p>



<p><strong>Dove altro?</strong><br>Ci sono enti territoriali che non stanno dalla nostra parte perché non si schierano per la giustizia sociale, per la dignità del lavoro, per le condizioni abitative dignitose, che negano l’espressione anagrafica a donne e uomini che non possono quindi fare visite mediche. È il momento di chiarire da che parte stare. O si sta dalla parte dell’insieme degli invisibili, come dei lavoratori della Whirlpool, che saranno con noi il 18, come dei rider, delle persone senza casa, o si sta contro di loro. Invisibili di tutto il mondo unitevi il 18 e facciamo sentire la nostra voce.</p>



<p><strong>Sente nostalgia della sua terra di origine?</strong><br>Avverto una doppia assenza, perché l’identità non è statica, è mobile. Si può mancare delle cose rispetto ai luoghi che hai vissuto. Questa nostalgia c’è sempre, ma se mi allontano comincio poi ad avvertire nostalgia del luogo da cui sono partito. Questo è il bello dell’identità, ed è questa dimensione che è assente nelle norme che vengono adottate. Non a caso il percorso della comunità degli invisibili in movimento è quello di dare respiro a questi ambiti in un’era dove abbiamo l’avidità globale. E allora noi dobbiamo cercare di dare una dimensione globale ai diritti, alla libertà, alla dignità, alla partecipazione, al protagonismo. Per vivere felici.</p>
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		<title>Luigi Sbarra: primo maggio, un &#8220;patto sociale&#8221; per unire il nostro Paese</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 21:20:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Luigi Sbarra, segretario generale Cisl L’Italia si cura con il lavoro: questo è il messaggio che lanceremo oggi in questo Primo maggio di speranza, che vivremo con uno spirito positivo di fiducia nel futuro, per tornare tutti, con la necessaria cautela e gradualmente, ad una vita normale ed in sicurezza. Solo la centralità del lavoro, la sua qualità e stabilità può risollevare il Paese, ed in particolare le regioni&#8230;</p>
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<p>di Luigi Sbarra, segretario generale Cisl</p>



<p>L’Italia si cura con il lavoro: questo è il messaggio che lanceremo oggi in questo Primo maggio di speranza, che vivremo con uno spirito positivo di fiducia nel futuro, per tornare tutti, con la necessaria cautela e gradualmente, ad una vita normale ed in sicurezza. Solo la centralità del lavoro, la sua qualità e stabilità può risollevare il Paese, ed in particolare le regioni deboli del nostro Mezzogiorno. </p>



<p>Dobbiamo operare, insieme, per una crescita equa, che riduca le disuguaglianze e per determinare opportunità per tutti. Per questo oggi saremo in tre luoghi simbolo, a portare la nostra solidarietà in particolare ai lavoratori della sanità ed a tutti coloro che hanno assicurato servizi e beni essenziali ai cittadini in questa lunga fase difficile della vita del Paese. Non ci stancheremo mai di ringraziare queste persone generose che meriterebbero molto di più dalle istituzioni e dalla società. Questa è l&#8217;immagine responsabile e positiva del Paese.</p>



<p>Dobbiamo tutti far tesoro del loro esempio, della loro grande umanità, del loro senso del dovere e responsabilità. È chiaro che la battaglia contro il coronavirus non è ancora finita. E non basta solo la più ampia e capillare diffusione del vaccino, che organizzeremo anche noi presto nelle aziende, per uscire dalla grave crisi. </p>



<p>Occorre anche il ‘vaccino’ del lavoro, della crescita, degli investimenti, della giustizia sociale. Questa è la cura di cui il Paese ha bisogno oggi più che mai. Lo diciamo al Premier Draghi: questo è il momento giusto per un grande “patto sociale”, per una collaborazione virtuosa tra il Governo e le parti sociali, in modo da attuare i contenuti importanti del Recovery Plan ed affrontare insieme la stagione delle grandi Riforme di Sistema (Fisco, Pa, Lavoro, Semplificazioni, Giustizia, Concorrenza) attese da lungo tempo. Dobbiamo aprire da subito un confronto con il Ministero del Lavoro sul tema delle pensioni per definire le necessarie flessibilità in uscita dal mercato del lavoro .</p>



<p>Viviamo una fase di maggiore integrazione europea grazie alla solidarietà tra gli Stati Nazionali. Nessuno può farcela da solo. Bisogna uscirne tutti insieme con una risposta collettiva per ripensare il lavoro, unificare finalmente Nord e Sud, realizzare quelle infrastrutture necessarie, costruire una società più inclusiva e senza barriere, a partire dal regolarizzare il lavoro degli invisibili, dei lavoratori della gig economy, delle finte partite Iva.</p>



<p>C’è ancora tanto sfruttamento, tanta disperazione e solitudine che solo il sindacato confederale può affrontare con la solidarietà e la giusta sintesi. Per recuperare il milione di posti di lavoro persi nell’ultimo anno avremo bisogno di più partecipazione alle decisioni, di più coinvolgimento nelle scelte. Vale per il Governo nazionale, ma vale anche per le istituzioni regionali, per le aziende, per la Pubblica Amministrazione. </p>



<p>Siamo d’accordo con Draghi quando sostiene che non servono visioni di parte perché in gioco c’è il futuro dell’Italia. Ma proprio per questo occorre una governance partecipata, la massima condivisione sulle procedure di monitoraggio, sulle ricadute occupazionale dei progetti del Recovery Plan, per evitare che il tutto non si trasformi in una altra occasione perduta o peggio in un libro dei sogni.</p>



<p>Le riforme avranno un impatto diretto sul lavoro, sulla sua organizzazione ed anche sulla contrattazione. Ecco perché bisogna aprire un confronto vero con le parti sociali, non basta la consultazione. Tutti gli interventi anche di sostegno alle imprese devono prevedere alcune specifiche condizioni: la garanzia di più assunzioni soprattutto di donne e giovani, il riequilibrio delle diseguaglianze sociali a partire dal Mezzogiorno, l’applicazione dei contratti, il rispetto della trasparenza e legalità negli appalti, la sicurezza per i lavoratori.</p>



<p>Questo è il “patto” che bisogna concretizzare dove il sindacato può garantire le giuste flessibilità, come è avvenuto in altre stagioni importanti. Anche noi vogliamo un Paese che sappia ridisegnare l’economia sulla sostenibilità ambientale, su una nuova politica industriale green, sulle infrastrutture, sul riassetto del territorio, sull’innovazione, sulla scuola, sulla formazione, sulla ricerca. Ci batteremo perché si ricominci ad investire sulla qualità dei servizi sociali per gli anziani, per le famiglie, per le donne, per i giovani. La nostra sanità pubblica è stata falcidiata dai tagli negli ultimi venti anni da una politica fredda e miope.</p>



<p>Ne abbiamo pagato le conseguenze tragiche in questi mesi. I medici e gli infermieri giustamente non vogliono essere considerati eroi. Ma è tutto il mondo del lavoro a pretendere ora risposte concrete, urgenti, dalla politica e dalle Istituzioni, con la giusta considerazione e rispetto. Questo è il modo migliore per rispondere agli appelli alla coesione sociale ed alla concretezza del nostro Presidente, Sergio Mattarella per una rinascita morale del paese, mettendo al centro il lavoro, la sua sicurezza, il Mezzogiorno, la centralità della persona, la partecipazione, valori che ritroviamo nella nostra Costituzione e su cui si fonda la Repubblica italiana.</p>
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		<title>Franco Marini e il ruolo dei cattolici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonello Assogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2021 11:31:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Devo tornare alla mia infanzia per ricordare il primo incontro con Franco Marini. Era il periodo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70; il fermento sociale nel Paese stava raggiungendo l’apice e il sindacato e ampi settori della politica cercavano di interpretare e rappresentare al meglio le istanze provenienti dal mondo del lavoro e dalla società in generale. Le fabbriche del Nord Italia rappresentavano per l’opinione pubblica l’idea di&#8230;</p>
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<p>Devo tornare alla mia infanzia per ricordare il primo incontro con Franco Marini. Era il periodo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70; il fermento sociale nel Paese stava raggiungendo l’apice e il sindacato e ampi settori della politica cercavano di interpretare e rappresentare al meglio le istanze provenienti dal mondo del lavoro e dalla società in generale. Le fabbriche del Nord Italia rappresentavano per l’opinione pubblica l’idea di un nuovo protagonismo dei lavoratori.</p>



<p>Erano poi gli anni in cui si stava consolidando un gruppo dirigente, che avrebbe poi caratterizzato lunghi periodi della storia del movimento sindacale italiano. Una generazione che fece del sindacato un soggetto credibile e garante non soltanto del sistema di relazioni sindacali, ma anche delle Istituzioni democratiche, sottoposte all’attacco del terrorismo, che cercava spazio a partire dai posti di lavoro.&nbsp;Di quella generazione uno dei principali interpreti fu proprio Franco Marini.</p>



<p>Franco Marini non proveniva dalle fabbriche del Nord Italia, ma dopo la formazione al Centro Studi CISL di Firenze e un periodo quale responsabile in alcune sedi zonali dell’organizzazione, assunse gradualmente un ruolo primario tra i lavoratori del Pubblico Impiego. La sua azione, a partire dalla seconda metà degli anni ’60 insieme ad altri giovani dirigenti della CISL di allora, indirizzò il tradizionale “corporativismo” dei lavoratori della Pubblica Amministrazione verso una cultura confederale, di solidarietà e di condivisione delle questioni sociali aperte nel Paese.</p>



<p>Emerse con forza proprio in quel periodo, la sua visione del ruolo dei cattolici come movimento propositivo di sollecitazioni sociali e regolatore dei meccanismi distorsivi del mercato.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Franco Marini e Pierre Carniti furono i dirigenti che ebbero la capacità di superare le diverse sensibilità culturali interne alla CISL, rafforzando la progettualità dell’organizzazione nella lotta all’inflazione – che viaggiava oltre il 20% &#8211; nel superamento delle rigidità del mercato del lavoro, nella realizzazione di nuovi assetti contrattuali con la valorizzazione del livello aziendale a garanzia del potere d’acquisto reale dei redditi da lavoro, nelle nuove politiche degli orari di lavoro. Sono i temi principali che portarono ad accordi fondamentali come il lodo Scotti del 1983 e l’accordo di San Valentino del 1984.</p>



<p>Gli anni della concertazione furono uno dei “banchi di prova” del riformismo italiano, che determinarono una frattura significativa all’interno del movimento sindacale, con la mancata sigla della CGIL all’intesa del febbraio 1984 con il Governo Craxi (il già citato accordo di San Valentino). La scelta di andare al referendum abrogativo dell’accordo da parte del PCI provocò la fine dell’esperienza federativa unitaria di CGIL-CISL e UIL. La CISL di Carniti e Marini con fermezza riaffermò la centralità della proposta riformista dell’Organizzazione, accettando la sfida elettorale e mostrandosi decisiva per la vittoria nel referendum. La CISL pagò un prezzo enorme per questa determinazione con l’uccisione da parte delle BR di Ezio Tarantelli, principale ispiratore delle politiche cisline di revisione dei meccanismi salariali.&nbsp;</p>



<p>Negli anni successivi Franco Marini, assumendo nel 1985 la guida della CISL, dopo le lacerazioni del referendum, operò pazientemente per il recupero del rapporto unitario con la CGIL senza cedimenti, ma con l’intelligenza politica che lo caratterizzava. Questa scelta di indirizzo, proseguita da Sergio D’Antoni, eletto nel 1991 alla nomina di Marini a Ministro del Lavoro, portò poi nel 1993 alla sigla del Protocollo Ciampi, uno degli accordi strutturali nella realizzazione di un modello condiviso di relazioni sindacali tra sindacato, imprese e governo.</p>



<p>La nomina a ministro del Lavoro e l’assunzione della leadership della sinistra sociale della DC con la scomparsa di Carlo Donat Cattin, fu la continuità in politica dell’esperienza sindacale.&nbsp;E poi la fermezza nella costruzione di un centrosinistra plurale, con un ruolo del PPI non subalterno e la realizzazione del progetto della Margherita e del PD, continuò a vedere Franco Marini con una sua funzione centrale e determinante, come tessitore di una rete politica a garanzia della provenienza delle varie esperienze politiche dell’alleanza progressista, senza mai perdere la capacità di dialogo con il fronte politico opposto. </p>



<p>La sua elezione a Presidente del Senato nel 2006 fu il vertice di questa parabola politica ed umana, che non meritava, a mia opinione, la mancata elezione nel 2013 a Presidente della Repubblica. A fine 2018, quando iniziò il mio lavoro nella Fondazione Ezio Tarantelli, dopo un lungo percorso nella CISL a vari livelli, ritrovai Franco Marini nella sede della Fondazione, quale componente del comitato scientifico. </p>



<p>Il mio antico rapporto con lui si è rafforzato e spesso ci siamo ritrovati in lunghi colloqui sulla politica e sulla storia degli ultimi 50 anni del Paese. Tanti sono stati gli episodi che ho avuto l’onore di sentirmi raccontare: dalla sua reazione al rapimento Moro alle tensioni successive all’accordo di San Valentino; da quando fu avvertito da parte della DIGOS dell’uccisone del Prof. Ezio Tarantelli ad alcune vicende della politica italiana che lo hanno visto protagonista. Per gran parte di noi è stato un maestro ed una guida.</p>
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		<title>Emanuele Macaluso, uomo di parte e non di mezzo, gigante in mezzo ai nani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Jan 2021 12:51:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il primo maggio 2019 l’aveva detto che non ci sarebbe più tornato, che quella sarebbe stata la sua ultima volta a Portella della Ginestra, il luogo simbolo del comunismo siciliano che considerava anche il luogo della propria nascita politica e umana. Emanuele Macaluso, da più di dieci lustri EM.MA., ci ha lasciati a cent’anni esatti dalla costituzione del “suo” partito comunista. Per certi versi è stato il simbolo della diversità&#8230;</p>
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<p>Il primo maggio 2019 l’aveva detto che non ci sarebbe più tornato, che quella sarebbe stata la sua ultima volta a Portella della Ginestra, il luogo simbolo del comunismo siciliano che considerava anche il luogo della propria nascita politica e umana.</p>



<p>Emanuele Macaluso, da più di dieci lustri EM.MA., ci ha lasciati a cent’anni esatti dalla costituzione del “suo” partito comunista. Per certi versi è stato il simbolo della diversità di quel partito: capace di stare in segreteria con Togliatti e di contestare Berlinguer, di schivare il piombo della mafia e di finire in galera in Belgio per attività sindacale e in Italia per adulterio.</p>



<p>Tutta la sua lunga vita è stata una lotta inesausta. Lotta all’arroganza e alla prepotenza, che lui declinò come lotta allo sfruttamento del lavoro, alla miseria, alla criminalità. Dirigente sindacale e politico, deputato e senatore, direttore de l’Unità e scrittore, non ha mai ceduto di un solo millimetro ai luoghi comuni, anzi ha elargito a piene mani lezioni di lucidità politica fino all’ultimo. Pungolava quotidianamente la sinistra, Macaluso, che accusava di avere abbandonato la questione sociale così smarrendo la ragione stessa della propria esistenza.</p>



<p>Questa mattina per qualche minuto il dibattito al Senato su questa fumettistica crisi di governo si è interrotto per rendergli omaggio. Le parole del Presidente del Consiglio hanno illuminato, per differenza, la figura di Macaluso. Tra le altre cose lo ha definito “stimato giornalista”, Giuseppe Conte, così ribadendo la propria infrangibile aurea mediocritas a cospetto della quale la figura di Emanuele Macaluso, uomo di parte e non di mezzo, si staglia come quella di un gigante in mezzo ai nani.</p>
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		<title>Roberto Benaglia (Fim-Cisl): i 209 miliardi che l’Italia riceverà dall’UE grande occasione per modernizzare il Paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2020 07:23:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’economia europea e mondiale sta vivendo un periodo difficilissimo. Come sono stati gestiti questi mesi?In questo momento bisogna dare reddito alle persone in difficoltà ma non è solo con misure assistenziali e con la cassa integrazione che le persone si reinseriscono sul mercato del lavoro. La fase di emergenza va superata aprendo ad una fase di rilancio. Bisogna pianificare interventi di modernizzazione e infrastrutture sociali capaci di sostenere la creazione&#8230;</p>
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<p><strong>L’economia europea e mondiale sta vivendo un periodo difficilissimo. Come sono stati gestiti questi mesi?</strong><br>In questo momento bisogna dare reddito alle persone in difficoltà ma non è solo con misure assistenziali e con la cassa integrazione che le persone si reinseriscono sul mercato del lavoro. La fase di emergenza va superata aprendo ad una fase di rilancio. Bisogna pianificare interventi di modernizzazione e infrastrutture sociali capaci di sostenere la creazione di lavoro da parte delle imprese e l’occupabilità dei lavoratori. Il nostro mercato del lavoro non è ancora né un mercato fluido né veramente europeo. Il tema è: infrastrutture moderne ma anche immateriali perché la questione delle competenze è assolutamente urgente e fondamentale. Gli investimenti in questo senso in alcuni settori strategici, come quello dell’automotive, in Italia sono inferiori rispetto ad altri paesi europei. Non stupiamoci poi se la produttività balbetta e stenta a decollare. Bisogna invertire questa tendenza dando più certezza al lavoro e investendo nelle politiche attive.</p>



<p><strong>Come immagina la ripresa autunnale?</strong><br>Dobbiamo esigere che quello che ci attende sia un autunno efficace per dare una svolta al sostegno delle imprese e del lavoro. Un autunno produttivo è molto meglio di un autunno bollente. I 209 miliardi che l’Italia riceverà dall’Europa sono una grande occasione per realizzare riforme vere per la modernizzazione del Paese, non bonus.</p>



<p><strong>Cosa deve fare l’Italia per essere più competitiva a livello europeo?</strong><br>Le proposte della Fim Cisl non riguardano solo gli ammortizzatori sociali ma anche formazione, giovani, apprendistato, temi che in Europa, appunto, vengono affrontati meglio e che rappresentano per noi una grande sfida di modernizzazione. L’Italia ha un enorme problema di produttività e di competitività da elevare, cosa che deve passare attraverso un’importante centralità negli investimenti sulle competenze delle persone. Bisogna in particolare pensare ai giovani che perdono il lavoro perché non rientrano nel blocco dei licenziamenti in quanto già lavoratori a termine, a quelli che non trovano opportunità stabili di lavoro, alle aziende molto piccole dove gli ammortizzatori non arrivano.</p>



<p><strong>E il Sud?</strong><br>La vertenza Whirlpool di Napoli è emblematica dei problemi del Paese, anche se non l’unica. Basti pensare alle tante vertenze in atto in Puglia. Il Sud non può pagare un prezzo doppio nell’attuale crisi rispetto ad altre aree. Servono proposte e alternative industriali e occupazionali più concrete e incisive. Il Paese ha bisogno di un Sud forte e competitivo ma servono investimenti in infrastrutture materiali e immateriali che diano una spinta all’innovazione e che trasformino la crisi e i mutamenti in atto nel mondo del lavoro, collegati alle crisi economiche ma anche ai cambiamenti climatici, demografici e tecnologici, in una grande opportunità di rilancio del Paese.</p>



<p><strong>Si è fatto abbastanza per la ripresa del settore Automotive?</strong><br>I 410 milioni di euro che il Governo con il Decreto agosto mette in campo per incentivare l’acquisto di auto ecologiche rappresentano una prima risposta al sostegno che da tempo sindacati e imprese chiedono per supportare il settore nella crisi post Covid. Oltre a un robusto e ben orientato sistema di incentivi, come Fim Cisl guardiamo con attenzione alle misure del Recovery Plan, da investire per sostenere la transizione tecnologica che non solo FCA nella fusione con PSA, ma anche la forte filiera di componentistica auto italiana si sta preparando a gestire: incentivare le tecnologie, facilitare i processi aggregativi tra i fornitori per aumentare efficienza e competitività e soprattutto la creazione di competenze adatte ai lavoratori sono i nuovi assi su cui proponiamo di giocare le ingenti risorse europee che entro ottobre vanno appostate.</p>



<p><strong>L’Italia è in ritardo rispetto ad altri paesi come Francia e Germania?</strong><br>Dobbiamo sempre guardare a quanto in modo assai più massiccio e stabile altri Paesi come Francia e Germania stanno facendo per sostenere i cambiamenti che la mobilità sta attraversando. Guidare la politica industriale è sempre più compito prioritario delle scelte economiche dei governi. In questi anni abbiamo accumulato ritardi e le risorse e gli investimenti, sia privati che pubblici, sono stati ampiamente inferiori rispetto ad altri Paesi. Bisogna puntare su modelli vincenti e sui consumatori ma anche sui processi che non sono solo robot, nuove tecnologie e nuova componentistica ma anche interi ecosistemi organizzativi che fanno di queste aziende luoghi capaci di ridisegnare il futuro. Gli investimenti internazionali in questo settore sono decisivi ma dipendono dalla nostra capacità di attrazione che riguarda anche le competenze e la capacità di fare risultati. L’Italia ha forti tradizioni e sono convinto che possiamo lavorare per valorizzare questi aspetti.</p>



<p><strong>Quante sono le vertenze aperte?</strong><br>Sono 120 le vertenze attualmente aperte tra le quali ex-Alcoa, AST, Piombino, Blutec, Whirlpool di Napoli, ma sono centinaia se si considerano le aziende sotto i 200 dipendenti che non approdano al Ministero dello Sviluppo Economico. A tutte serve una risposta con Mise e Invitalia che devono assumere un ruolo operativo più diretto nei piani di rilancio industriale. C’è poi il caso dell’ex-Ilva: lo Stato sta trattando l’ingresso nel capitale ma non è chiaro se per far restare o se per sostituire Arcelor-Mittal. Intanto si annunciano piani di riconversione all’idrogeno mentre continua a calare la produzione di acciaio. Il tutto in una situazione inaccettabile: senza alcun confronto sindacale e con i lavoratori intrappolati nella cassa integrazione.</p>



<p></p>



<ul><li>Classe 1961, Roberto Benaglia è dal 13 luglio scorso alla guida dei metalmeccanici della Cisl. La sua esperienza sindacale parte da giovanissimo con diversi incarichi territoriali e nazionali a partire dai primi anni ’80. Nel 1998 entra nella Segreteria della Fim Cisl Lombardia di cui diventerà Segretario generale e poi entra nella Segreteria regionale Cisl lombarda dove assume incarichi sui temi del mercato del lavoro e della contrattazione. Tra il 2016 e il 2019 diviene operatore della Cisl Confederale dove si occuperà dei temi legati alle politiche contrattuali, fino ad approdare nel maggio del 2019 nella Segreteria nazionale della Fai Cisl dove ha seguito i rinnovi contrattuali e le relazioni sindacali nell’industria alimentare e con i principali gruppi della stessa. Contrattazione, innovazione nel campo del mercato del lavoro, della formazione continua, delle politiche attive, del welfare contrattuale hanno rappresentato i maggiori ambiti d’impegno della sua esperienza sindacale.</li></ul>
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		<title>Marco Bentivogli: per l&#8217;Italia del lavoro, la festa di un nuovo inizio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2020 07:04:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La festa del primo maggio quest’anno coincide con il primo tentativo di ripartenza del Paese dopo due mesi di chiusura pressoché generale. Anche se molte fabbriche non hanno mai interrotto l’attività. Come è possibile garantire in queste condizioni la sicurezza dei lavoratori? Quanto e come la formazione può ridurre i rischi?Se pensiamo ai protocolli che abbiamo condiviso nelle aziende, prendiamo a modello quello Ferrari ma anche molte altre, CNHI, FCA.&#8230;</p>
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<p><strong>La festa del primo maggio quest’anno coincide con il primo tentativo di ripartenza del Paese dopo due mesi di chiusura pressoché generale. Anche se molte fabbriche non hanno mai interrotto l’attività. Come è possibile garantire in queste condizioni la sicurezza dei lavoratori? Quanto e come la formazione può ridurre i rischi?</strong><br>Se pensiamo ai protocolli che abbiamo condiviso nelle aziende, prendiamo a modello quello Ferrari ma anche molte altre, CNHI, FCA. I Protocolli puntano sulla salute dei lavoratori come valore imprescindibile e mirano a costruire un progetto che parta da quanto sottoscritto il 14 marzo da Cgil, Cisl e Uil, associazioni datoriali e governo, per andare oltre, sviluppando ulteriori passi avanti con i nostri rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e le strutture territoriali. Come in tutti i Protocolli che abbiamo firmato nel gruppo Fca, c’è anche una grande responsabilizzazione del ruolo individuale, dove ovviamente anche la formazione e l’informazione hanno un ruolo determinante; inoltre si tratta di protocolli di facile implementazione, dotati quindi di una scalabilità che li rende idonei anche alle aziende più piccole. In ogni caso, fondamentale da ora in avanti sarà avere comitati territoriali. Riaprire in sicurezza significa farlo garantendo innovazione e partecipazione, insieme da sempre garanzie di salute. Abbiamo aziende che sono avanzatissime: pensiamo alla DeWalt Industrial Tools del Gruppo Stanley Black &amp; Decker, azienda a Corciano alle porte di Perugia, partita a fronteggiare la pandemia il 29 gennaio, dove siamo alla fase 3 perché appunto si cerca una migliore normalità (new better) in cui essere più forti.</p>



<p><strong>I partiti si sono divisi sui tempi della ripartenza delle attività produttive. Si poteva fare di più, prima, meglio?</strong><br>Non si può trattare un Paese allo stesso modo. Ci sono zone che sono state chiuse salvando vite e bloccando il contagio, altre in cui la pressione di alcuni industriali ha impedito rapide politiche selettive e restrittive. Nella gestione di una pandemia bisogna far presto, far bene e avere uno Stato moderno, semplice, capace di rendere operative le decisioni. La politica non conosce né il lavoro né le fabbriche, che sono ormai in larga parte aperte grazie alla comunicazione ai Prefetti. Finita l’emergenza sanitaria bisognerà tenere alta la guardia sul contagio e mettere in terapia intensiva la nostra economia reale, che in molti casi si ritroverà pregiudicata. La politica ha proclamato la guerra alla burocrazia in questi giorni. Bene, vediamo chi la proclamava con i fucili a tappi, dimostrando di accogliere immediatamente le proposte di Cottarelli e altri contenute nel documento “sconfiggiamo la burocrazia”.</p>



<p><strong>Questa emergenza sanitaria determinerà una contrazione della capacità produttiva? In che misura rispetto al 2008 e quanto tempo ci metteremo per recuperare, per tornare ai livelli pre-crisi?</strong><br>L’impatto del virus sul mercato è di portata devastante, anche se ancora non ben quantificabile sia sulla domanda che sull’offerta, non solo perché la Cina è al contempo un mercato e un fornitore ma perché stiamo paralizzando il nostro sistema industriale. La crisi del 2008 ha spazzato via 600.000 posti di lavoro nell’industria e il 25% del tessuto produttivo. Fatta eccezione per il triangolo d’oro Varese-Treviso-Forlì, nel resto d’Italia il tessuto economico industriale si è sfaldato mentre da quelle 3 regioni dipende il 40% del Pil italiano. Il danno economico ascrivibile alla pandemia andrà in qualsiasi caso ad aggiungersi a quello della crisi e gli effetti maggiori si riscontrano proprio nel cuore del triangolo virtuoso, quello che aveva continuato a investire, innovare, trainare il nostro export grazie soprattutto alla meccanica strumentale. La vecchia normalità, confortevole per i più, è quella che ci ha portato a questo disastro. Ne usciremo se sapremo costruire un approdo ad una “nuova normalità” che faccia tesoro di ciò che non ha mai funzionato o non funziona più e che bisogna smettere di prorogare.</p>



<p><strong>La mancata modernizzazione ha obbligato il Paese a recuperare in poche settimane un ritardo decennale rispetto ai paesi più industrializzati. Solo in seguito alla pandemia in Italia si è diffuso il lavoro agile. Perché tutti i governi hanno fallito la sfida della semplificazione? Come progettare il futuro anticipando il cambiamento?</strong><br>Non mi iscrivo all’esercito del “l’avevo detto”, ma certo chi si è preparato meglio al cambiamento ora affronta questo momento con maggiore agilità. Questo periodo è ricco di insidie ma anche di opportunità e capita nel bel mezzo di tre grandi trasformazioni epocali dettate dalla tecnologia, dai cambiamenti climatici e dalla demografia. Dipenderà come sempre da noi, dalle scelte che faremo. Il lavoro sarà però l’epicentro di questo grande cambiamento. Vi sarà una grande spinta alla robotizzazione e all’automazione, ma non per questo necessariamente si perderanno posti di lavoro se l’uomo resterà al centro di questa trasformazione. Salteranno le gerarchie verticali. Verrà messo in discussione il rapporto prestazione/salario, sostituito da un rapporto tra progetto/benessere del lavoratore, cambieranno i tempi e gli spazi di lavoro. Per questo oggi più che mai servono persone che abbiano visione e capacità progettuali. La rappresentanza sindacale sarà da ripensare, ma non per questo sarà meno centrale.</p>



<p><strong>I sindacati in Italia vengono accusati di essere un elemento di freno più che di stimolo alla creazione del lavoro, come se mirassero soprattutto a garantire chi il lavoro lo ha già piuttosto che aiutare chi lo cerca o prova a crearselo. Quanto c’è di vero?</strong><br>Poco nel senso che al sindacato vengono attribuiti spesso poteri che non ha e di conseguenza anche responsabilità. Tuttavia, questo diventerà vero se non si saprà interpretare l’epocale cambiamento in atto che l’attuale emergenza sanitaria sta notevolmente accelerando. Tra qualche anno molti dei lavori che oggi conosciamo non esisteranno più, altri saranno creati. La sfida è quindi traghettare il lavoro organizzato dentro le nuove realtà. Senza nascondere che oggi le grandi piattaforme tecnologiche come Google, Apple e Facebook sono “union free” e che in molte delle imprese più avanzate il ruolo del sindacato è marginale. Abbiamo ancora qualche anno di tempo per evitare di essere messi all’angolo. In queste trasformazioni il ruolo del sindacato diventa determinante, non solo come protettore del posto di lavoro, ma anche come promotore delle competenze del lavoratore del futuro: da job protector a skill developer, deve cioè occuparsi dello sviluppo della professionalità del lavoratore facendo diventare la competenza moneta intellettuale al pari del salario.</p>



<p><strong>Quanto è costato all’Italia aver bocciato il piano Industria 4.0? L’automazione avanzata riduce o aumenta la domanda di lavoro?</strong><br>Molto ed ecco il perché: nel Piano Industria 4.0, per fare un esempio, si parlava di formazione 4.0, cioè caratterizzata da evolute metodologie che integrino aule, formazione continua digitale a piccole dosi (da due a 5 minuti al giorno) con app dedicate, laboratori esperienziali e simulazioni, coaching, eventi. Insieme a Skilla, di Franco Amicucci, abbiamo lavorato su questo fronte e inserito delle proposte anche nella piattaforma del nuovo contratto dei metalmeccanici. I governi italiani degli ultimi vent’anni sono stati molto carenti in questo senso, tranne qualche rara eccezione come il Piano Industria 4.0 e dei provvedimenti sull’alternanza scuola-lavoro. Mi sono occupato di innumerevoli vertenze negli anni della crisi. Solo nel mio settore sono stati persi oltre 600mila posti di lavoro. I fattori sono innumerevoli ma è stata determinante l’assenza di investimenti nelle nuove tecnologie. Per invertire la rotta servono investimenti, ma soprattutto un cambio di mentalità, ad esempio con un grande piano di reskilling. In questo senso la formazione e l’educazione saranno fondamentali. E’ l’assenza di tecnologia che fa perdere posti di lavoro non la sua presenza. Il lavoro industriale, specie nelle versioni di “ibridazione” tra lavoratori e macchine intelligenti, rende ancora più importante quella manualità sapiente, tanto da assegnare valore alle persone e renderle meno sostituibili.</p>



<p><strong>L’Europa sta garantendo, con diversi strumenti, una quantità enorme di risorse per affrontare la crisi. Perché questa liquidità sembra non arrivare ai professionisti, alle piccole e medie imprese?</strong><br>Perché sono le categorie che uscivano già indebolite dalla crisi economica. Una buona soluzione potrebbe essere l’erogazione rapida di credito con garanzia statale per le categorie che più stanno pagando la crisi scaturita dall’attuale emergenza, come proposto da alcune associazioni. Fondamentale è infatti riorganizzare subito la ripartenza e farlo con grande competenza. Più che di rifondazione su base innovativa dobbiamo parlare di riprogettazione del lavoro. Questa potrebbe essere possibilità per dare sicurezza in particolare all&#8217;economia reale e alle pmi che rischiano di rimanere sole.</p>



<p><strong>È possibile portare avanti una guerra ideologica sul MES rischiando di perdere 37 miliardi da utilizzare per la nostra sanità?</strong><br>Assolutamente no, il Mes nella nuova versione ha superato le condizioni con cui nacque e consente di intervenire sul bisogno di risorse della nostra sanità senza dover ricorrere al debito pubblico. Attualmente il MES rappresenta un oggetto misterioso per gran parte degli italiani, che ha una paternità diffusa e si investe, strumentalizzandolo, in uno scontro con l’Europa che viene svolto utilizzando l’ennesima cartuccia populista che serve a oscurare dopo diversi ritardi quanto l’Europa sta mettendo in campo, in modo più integrato in questa fase, per far fronte all’emergenza. Troppi italiani pensano che sia con la lira che con l’euro i soldi che mancano si ricavano semplicemente stampandoli. I paesi che lo fanno (vedi il Venezuela) sono alla fame. E il tema del nostro debito è li, resta un’ipoteca sul futuro. Sicuramente si spenderà in deficit ma attenzione a non buttare denaro, a investirlo bene a proteggere le persone e fare in modo che ogni euro pubblico abiliti e stimoli tanti euro privati in investimenti produttivi.</p>



<p><strong>Negli ultimi anni i dipendenti pubblici sono stati trattati come dei fannulloni con lo stipendio garantito, anche da parte di molti ministri. La pandemia ha contribuito a cambiare questo paradigma. Come fare a non tornare indietro a emergenza superata?</strong><br>Serve una vera rivoluzione per approdare ad una nuova normalità. Per questo le task force e i comitati tecnico-scientifici sono utili a indicarci le prescrizioni per il breve e medio periodo. La nostra attenzione va alle distanze e alle mascherine e si spinge poco oltre. Invece è proprio necessario ragionare sulla ripresa passando dal “dopo” all’ “oltre”. Non si tratta semplicemente di effetti non intenzionali dell’azione umana. È in corso una banalizzazione del “giorno dopo” dettata dalla precisa strategia che vuole che nulla cambi. Non possiamo crogiolarci nel “ritorno” alla normalità quando quella normalità è stata la causa dei nostri problemi. La vecchia “normalità” è stata la causa di questo disastro e ne serve una profondamente nuova se vogliamo bene alle persone e a questa terra.</p>



<p><strong>È stato corretto utilizzare così tante risorse per finanziare quota 100 in modo generalizzato?</strong><br>Assolutamente no. L’equazione per cui per ogni pensionato ci sarebbe un’assunzione è difficilissima. La staffetta generazionale è un’illusione, specie dopo aver mortificato nella legge di Bilancio industria e lavoro.</p>



<p><strong>Nel 2020, a 70 dalla nascita della FIM-CISL, ha ancora senso mantenere una divisione delle rappresentanze sindacali? Esistono ancora oggi differenze tra l’approccio al lavoro della componente sindacale cristiana rispetto a quella socialcomunista?</strong><br>Fim e Cisl sono sindacati aconfessionali, sebbene con radici cristiane. Permangono differenze sul modello sindacale di riferimento e su quanto si investe sull’innovazione e sulla partecipazione, però di sicuro bisognerà fare qualche passo in avanti rispetto alle motivazioni che portarono alla divisione negli anni cinquanta. In Fiat Fca abbiamo 6 sindacati, nei paesi dove è forte la partecipazione strategica non vi sono più di due sigle, il tema è impegnativo ma non possiamo né derubricarlo ma neanche semplificarlo con lanci giornalistici.</p>



<p><strong>Papa Francesco ha convocato ad Assisi giovani studiosi ed operatori economici per programmare, nello spirito di San Francesco, un’economia più giusta, fraterna, sostenibile e con un nuovo protagonismo di chi oggi è escluso. Che possibilità ha di incidere sui governi la cosiddetta Economia di Francesco?</strong><br>“Il tempo è superiore allo spazio” (Laudato si’). Questo principio, enunciato da Francesco, permette di lavorare su orizzonti lontani, senza l’ossessione dei risultati immediati. Perché continui a essere possibile offrire occupazione, perché il lavoro sia accessibile a tutti è indispensabile promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale. L’innovazione ha un ruolo determinante in tutto questo. L’Economia di Francesco è prima di tutto un’economia civile. È un messaggio dirompente che supera la discussione tra mercatisti e antimercatisti, per dire che ogni progetto umano deve avere l’uomo come fine e non come mezzo. Molte culture economiche leggono le disuguaglianze e il successo attraverso la chiave del determinismo economico. In realtà la forza dei legami sociali rafforza il tessuto economico. Nella Laudato si’ emerge con forza una nuova visione del lavoro come luogo positivo in cui “fiorire”, espressione che mi ha colpito molto.</p>



<p><strong>Come giudica la classe dirigente italiana? Conosce Carlo Bonomi, presidente designato di Confindustria? Come pensa che si confronterà con le associazioni dei lavoratori?</strong><br>L’ho conosciuto come presidente di Assolombarda in incontri relativi al settore metalmeccanico milanese e ho trovato un interlocutore corretto, leale e disponibile. Ho sempre riscontrato in lui la volontà di innovare le relazioni industriali e in esse come si evolve la capacità di rappresentanza. Gli faccio i miei migliori auguri, la strada di chi innova davvero non è mai in discesa.</p>



<p><strong>Parrebbe che la lezione della pandemia sia che l’intervento dello Stato in economia non è più un tabù. Come dovrebbe riorganizzarsi il decisore di fronte a questo dato di fatto?</strong><br>In tutto il mondo si assiste ad uno stringersi intorno al leader. Ma finita la fase favorevole di oggi, si dovranno produrre risultati e servono idee chiare e scelte coerenti, ora. La maggiore tolleranza popolare di un atteggiamento “dirigista” dei governi non durerà in eterno e va sfruttata per modernizzare il paese e non per assurdi ritorni al passato.</p>



<p><strong>La globalizzazione ha indotto a un decentramento delle attività produttive, soprattutto quelle di minore valore aggiunto, a bassa componente tecnologica. L’Italia e l’Europa hanno perso la loro autosufficienza. L’attuale crisi ha evidenziato tutti i limiti di questo processo. In che misura le nazioni ripenseranno le proprie strategie produttive?</strong><br>Noi, piccoli e poveri di materie prime e con un manifatturiero dominato dalla meccanica strumentale, non possiamo avere il primario di quel settore, la siderurgia, troppo distante. Bisognerà avere più consapevolezza delle filiere di ogni azienda e ridisegnarle sul terreno della sostenibilità. La globalizzazione è tutt’altro che finita. Ma dovrà imparare la lezione della sostenibilità come elemento di forza economica. E’ l’ingrediente che la rende meno vulnerabile agli schock esterni come le pandemie, le guerre, i disastri idrogeologici, l’instabilità politica.</p>



<p><strong>Il 9 maggio si celebra la festa dell’Europa. In Italia cresce in modo preoccupante un sentimento antieuropeo. La gestione di questa emergenza è l’ultimo appello per l’Europa così come l’abbiamo conosciuta sino ad oggi?</strong><br>Il sentimento antieuropeista va di pari passo con quello populista che ci ha abituati alla dialettica dell’odio, a cercare sempre un nemico all’esterno per poter risolvere i nostri problemi: l’immigrato, il cinese, il lombardo, l’Europa. Quello di cui non si parla è che Commissione e Parlamento Europeo hanno ben poco potere rispetto al Consiglio, per cui il potere decisionale è nelle mani dei singoli stati membri e non dell’Unione Europea. Quindi, da una parte c’è disinformazione sul funzionamento delle istituzioni, dall’altra, se l’UE non si evolverà verso una maggiore integrazione politica, gli interessi particolaristici prevarranno sempre .</p>



<p><strong>L’Italia è preparata a una nuova ecologia economica? Siamo pronti a seguire le indicazioni contenute nel piano “Green deal” della presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen?</strong><br>Questa lacuna non è attribuibile solo al ceto politico però, è un problema culturale che va risolto. Sono gli elettori che per primi devono volere il cambiamento ed una classe politica in grado di attuarlo. Cito sempre l’esempio di VoestAlpine a Linz, in Austria: gli elettori hanno chiesto ai politici di coniugare ambiente e produzione ed è stato realizzato un impianto ecosostenibile vicino alla città. In Italia prevalgono incompetenza, demagogia e irresponsabilità, che stanno mettendo in ginocchio il Paese.</p>



<p><strong>Il M5S ha preso il 47% dei voti a Taranto promettendo la chiusura dell’ex Ilva. Che idea di sviluppo offre al Paese chi si dichiara No Tav, No Tap, No Vax, No Mes, no Ilva?</strong><br>L’idea di un Paese che vuole vivere di assistenzialismo e non di lavoro. La scelta di modificare nuovamente lo scudo penale per i lavoratori Arcelor Mittal dimostra un atteggiamento schizofrenico del Governo, che in modo maldestro ha cercato di recuperare voti su Taranto ma in realtà ha fornito un alibi all&#8217;azienda per andar via. L’approccio terrapiattista elettoralistico sulle questioni industriali fa male ad ambiente, lavoratori e imprese. Un capolavoro. Un Paese che bandisce una gara di rilevanza internazionale con delle regole che poi cambia e ricambia due volte, è un Paese in cui non solo nessuno investe 1,8 miliardi di euro, ma nessuno viene a investire neanche 10 milioni.</p>



<p><strong>Quanto le procure hanno inciso sulle politiche per Taranto? I giudici hanno colmato un vuoto creato e lasciato dalla politica?</strong><br>La magistratura ha un ruolo fondamentale, ma non può sostituirsi al governo della politica industriale. Dal punto di vista dell’efficacia c’è qualche problema, perché mentre sequestri e arresti all’inizio potevano essere anche giusti, non è accettabile che il dibattimento per il processo partito nel 2012 sia iniziato cinque anni dopo. Facendo così, gli unici a pagare sono i lavoratori e l’ambiente. Dobbiamo tornare il paese della certezza del diritto, non del contenzioso. Serve equilibrio tra i poteri dello Stato.</p>



<p><strong>L’Italia può rinunciare a produrre acciaio, uscendo da uno dei settori strategici dell’industria pesante? Che messaggio lanciamo al mondo rinunciando all’industria metalmeccanica?</strong><br>Il messaggio al mondo è un grande cartello che dice “non venite a investire in Italia”. Prima dell’emergenza sanitaria, chi mai avrebbe voluto investire in un paese dove ci sono costi legati, carenza di infrastrutture, una burocrazia asfissiante e una politica schizofrenica a livello locale quanto nazionale (un caso su tutti l’ex Ilva di Taranto, oggi ArcelorMittal) e un sistema giudiziario lento e inefficiente. L’Italia avrebbe bisogno di una classe politica capace di immaginare il Paese tra 30, 50 anni e non alle prossime elezioni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/05/01/raco-marco-bentivogli-per-litalia-del-lavoro-la-festa-di-un-nuovo-inizio/">Marco Bentivogli: per l&#8217;Italia del lavoro, la festa di un nuovo inizio</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Iqbal Masih: 25 anni dalla morte del bambino guerriero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lejla Cassia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 13:19:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#damnatiomemoriae]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro minorile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono trascorsi 25 anni dall’omicidio di Iqbal Masih, un operaio, un guerriero, un bambino. Di tutte le ovvietà che possono essere dette sul simbolismo della sua lotta, sull’impatto della sua figura, una cosa è certa: a soli 12 anni, Iqbal fu dotato di un coraggio per nulla semplice da custodire e da applicare all’interno di un quotidiano in cui lottare significa spesso mettere in pericolo sé stessi o le persone&#8230;</p>
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<p>Sono trascorsi 25 anni dall’omicidio di Iqbal Masih, un operaio, un guerriero, un bambino. Di tutte le ovvietà che possono essere dette sul simbolismo della sua lotta, sull’impatto della sua figura, una cosa è certa: a soli 12 anni, Iqbal fu dotato di un coraggio per nulla semplice da custodire e da applicare all’interno di un quotidiano in cui lottare significa spesso mettere in pericolo sé stessi o le persone che amiamo. Aveva quattro anni quando fu venduto la prima volta a un commerciante di mattoni pakistano per ripagare un debito di famiglia, contratto per il matrimonio del fratello, giustificazione abbastanza comune a legittimare l’ingresso di un bimbo nel “mondo del lavoro”. Un lavoro che valeva 3 centesimi di euro al giorno; la sua libertà 13 mila rupie, poco più di 80 euro.</p>



<p>In Pakistan, i bambini erano merce preziosa, lo sono a tutt’oggi in svariate parti del mondo, costano poco, sono obbedienti, semplici da punire o da torturare. Iqbal non giocò, non andò a scuola, non crebbe neanche in altezza; a dieci anni aveva il volto di un vecchio e la conformazione di un bambino di sei. Non si rassegnò mai a quelle condizioni di vita finché non riuscì a farsi sentire, liberandosi dalla schiavitù, nella primavera del 1992, dinnanzi alla platea del Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato. In breve tempo, grazie al sostegno di Eshan Ullah Khan, leader del BLLF (Bonded Labour Liberation Front) e suo padre putativo la ribellione di Iqbal diventò un punto di riferimento per portare alla luce l’orrore di milioni di bambini schiavizzati. Lottò per tutti e contro tutti e fu anche felice, per un po’. Fu difeso e amato da Eshan Ullah Khan, come merita un bambino.</p>



<p>Ci fu però lo stesso chi decise ancora una volta per lui. Il suo omicidio, avvenuto il 16 aprile del 1995 per mano della “mafia dei tappeti”, fu insabbiato sotto le spoglie del gesto di un folle, un fanatico cocainomane. Il suo corpo fu ritrovato per strada, con la Bibbia nel taschino. Nonostante l’evidenza delle circostanze, la sua famiglia d’origine continuò a negarne la schiavitù anche dopo la morte del bambino, sostenendo al contrario che quella di lavorare fosse stata una sua scelta. “Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite” rappresenta a tutt’oggi un messaggio universale, un atto scontato da mettere in pratica con maggiore consapevolezza.</p>



<p>Iqbal avrebbe avuto su per giù la mia età oggi; il suo sogno era quello di fare l&#8217;avvocato ma il romanticismo mi porta a pensare che sarebbe stato un po&#8217; sopra le righe, impegnato a bacchettare chi attacca o strumentalizza i capitani coraggiosi sin da piccoli, proprio come lo era lui. Che poi, alla fine, chissà perché i bambini fanno ancora così paura.</p>
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