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		<title>Nando Pagnoncelli: c’è una domanda di maggiore concordia e coesione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Oct 2021 20:44:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni amministrative sono solitamente le più vicine ai cittadini, quindi quelle con il tasso di adesione più alto. L’astensionismo tradizionalmente cresce man mano che la competizione si allarga a territori maggiori. Perché questa volta l’astensionismo è stato invece così alto?È l’interrogativo che ci siamo posti immediatamente. Alle amministrative i cittadini si mobilitano normalmente di più perché si rendono conto dell’importanza che il voto ha per la qualità della loro&#8230;</p>
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<p><strong>Le elezioni amministrative sono solitamente le più vicine ai cittadini, quindi quelle con il tasso di adesione più alto. L’astensionismo tradizionalmente cresce man mano che la competizione si allarga a territori maggiori. Perché questa volta l’astensionismo è stato invece così alto?</strong><br>È l’interrogativo che ci siamo posti immediatamente. Alle amministrative i cittadini si mobilitano normalmente di più perché si rendono conto dell’importanza che il voto ha per la qualità della loro vita. Poi molto spesso conoscono direttamente i candidati a sindaco, almeno nei centri piccoli e medi. Inoltre il Covid ci aveva mostrato, in occasione delle regionali dello scorso anno, un grande legame tra i cittadini e l’amministrazione che durante l’emergenza è risultato essere l’ente più prossimo, ossia la regione, quello che è intervenuto per fronteggiare la pandemia. C’erano stati voti con percentuali elevatissime, come in Veneto o in Campania. Tutto ciò ha reso sorprendente il dato di astensione.</p>



<p><strong>Che spiegazione vi siete dati?</strong><br>Io penso che ci sia stato il concorso di una pluralità di fattori. Il primo è legato al fatto che il clima con il governo Draghi è molto cambiato: la presenza di un governo sostenuto da forze tra loro avverse ha fortemente ridotto l’interesse per il dibattito, come se l’attenzione fosse più rivolta alle iniziative del governo: la campagna vaccinale, la situazione economica, il PNRR. Un certo tipo di conflittualità politica ha quindi fatto meno presa, e sappiamo che questa conflittualità mobilita gli elettorati.</p>



<p><strong>L’astensionismo ha capito tutti allo stesso modo</strong>?<br>No. Infatti un secondo aspetto è legato al fatto che questo astensionismo è stato asimmetrico, ha cioè colpito più il centrodestra che il centrosinistra, e questo significa che probabilmente c’è stato un problema di candidature. Inoltre sappiamo che il centrodestra, che nei sondaggi nazionali si mantiene comunque con il tasso d’intenzioni di voto più alto, ha fatto fatica ad individuare candidati convincenti, e molto spesso le ha individuate a ridosso della campagna, con la conseguenza che erano candidati con meno tempo per farsi conoscere ed illustrare i propri programmi.</p>



<p><strong>Dove il centrodestra ha individuato per tempo un candidato noto infatti, cioè in</strong> <strong>Calabria, ha vinto.</strong><br>Sì, inoltre era un candidato con un profilo più moderato rispetto ad altri che, viceversa, erano stati proposti da forze meno moderate. Stesso ragionamento può valere per Torino, dove Damilano, che va al ballottaggio con un buon risultato, ha un profilo più moderato ed è stato scelto per tempo. Un ultimo elemento che forse ha inciso è che quando un elettore è convinto che il proprio candidato sia destinato alla sconfitta, è meno motivato ad andare a votare. Così, questa asimmetria ha fatto sì, come a Milano per esempio, che una parte di elettorato di centrodestra, immaginando una sconfitta, non fosse particolarmente determinato ad andare a votare.</p>



<p><strong>I dati che dicono?</strong><br>Complessivamente abbiamo avuto un arretramento di sette punti percentuali nella partecipazione al voto, e questo è un dato che deve far riflettere non soltanto perché il voto è l’espressione della partecipazione dei cittadini alla vita del Paese, ma perché anche coloro che si sono affermati con percentuali elevate, ma in un contesto in cui l’astensionismo era altrettanto elevato, devono fare i conti con la realtà che solo una parte minoritaria ha votato per loro.</p>



<p><strong>Un problema di rappresentanza?</strong><br>Precisamente. C’è anche un problema di di rapporto del sindaco con i cittadini, che non sono soltanto quelli che non lo hanno votato, ma sono anche la gran massa degli astenuti. Se a Milano ha votato meno di un milanese su due, e Sala ha avuto un’ampia affermazione, questa affermazione è avvenuta con il voto di un milanese su quatto. Vuol dire che quando lui dovrà prendere delle decisioni dovrà fare i conti anche con i tre su quattro che non lo hanno votato, e questo ovviamente può creare delle complessità nell’amministrazione.</p>



<p><strong>Anno dopo anno nuovi giovani sono chiamati per la prima al voto, e l’astensionismo aumenta elezione dopo le elezione. C’è una relazione tra queste due circostanze?</strong><br>Lei tocca un argomento molto importante, perché ci sono più ragioni dietro quello che osserva. Da una parte i giovani non sono particolarmente attratti dalla politica, anzitutto perché ritengono che si faccia poco per loro. Possiamo pensare non soltanto agli aspetti occupazionali, ma a tutti i processi di autonomia dei ragazzi. Noi sappiamo che tra i diciotto e i venticinque anni, due ragazzi su tre vivono ancora nella famiglia di origine. La politica, dal canto suo, sebbene ne abbia parlato sempre molto, ha fatto veramente molto poco per loro. Non voglio generalizzare, ma è il gruppo demograficamente meno consistente, e la politica rivolge la propria attenzione ai gruppi più numerosi, quelli degli adulti, dei maturi e degli anziani, che hanno esigenze talvolta contrapposte a quelle dei giovani.</p>



<p><strong>Ma i giovani sembrano interessati?</strong><br>I giovani rivolgono oggi al voto una minore importanza rispetto a quanto facessero i giovani nelle passate generazioni, quando il voto costituiva il passaggio all’età adulta. Oggi i passaggi da un’età all’altra sono molto più sfumati, mentre per noi boomers quello del voto era uno dei momenti e dei comportamenti significativamente più importanti. Aggiungerei che in generale c’è un distacco maggiore dalla politica, con la conseguenza che questa costituisce un frammento dell’identità individuale, mentre una volta era totalizzante, caratterizzava i comportamenti, le scelte, il vestiario perfino. Ora non è più così.</p>



<p><strong>Qual è la sua esperienza?</strong><br>Io insegno alla Cattolica dal 2004, e ogni anno lavoriamo sistematicamente su aspetti come questi, l’attenzione per la politica e via dicendo. Ricordo che nel 2016, tre settimane prima del voto di Milano, chiesi alla sessantina di studenti che frequentavano: “ragazzi, ma quando si vota qui a Milano?”. Su sessanta studenti di laurea magistrale in Scienze politiche, nessuno sapeva rispondere. A quel punto rilancio la domanda: “ragazzi su, non vi do il voto. C’è un gladiatore che con coraggio e sprezzo del pericolo mi dice quando si vota?”. Rispose timidamente una ragazza, e indicò la data sbagliata.</p>



<p><strong>Che riflessione ne ha tratto?</strong><br>Non che questi ragazzi fossero completamente digiuni di politica, studiavano Scienze politiche, e quindi dovevano per forza avere sensibilità e nozioni sull’argomento, ma allo steso tempo evidentemente ne erano distanti, si accostavano alle elezioni solo negli ultimi giorni. Questo la dice lunga sul fatto che c’è un’esigenza di recuperare il rapporto con i giovani, per far loro capire il valore della politica e per avvicinarli di più ad essa. Il che non significa pretendere necessariamente la partecipazione diretta come ad esempio l’impegno in una candidatura, ma un minimo di interesse e di attenzione per quello che li circonda.</p>



<p><strong>Il voto ai sedicenni, che è proposta avanzata da alcune parti politiche, potrebbe essere uno strumento per contrastare questa disaffezione?</strong><br>Da quello che abbiamo visto noi no, la grande maggioranza ritiene che non sia opportuno dare il voto ai sedicenni. Perché il mondo adulto ritiene che i giovani a sedici anni non siano sufficientemente preparati per poter esprimere un voto. La cosa che mi ha stupito di più è che anche tra i giovani tra i diciotto e i ventiquattro anni abbiamo una percentuale di contrarietà: anche loro ritengono i loro quasi coetanei meno preparati. Però il tema è molto importante perché, a fronte del calo demografico si pone un problema di rappresentanza anche delle classi giovanili.</p>



<p><strong>Come si risolve?</strong><br>Ci è stato chiesto di fare progetti di ricerca demoscopici per verificare per esempio l’idea del voto doppio, nel senso che il voto dei giovani conterebbe numericamente il doppio del voto degli appartenenti ad altre classi anagrafiche, oppure il voto alle famiglie con figli minorenni conterebbe il doppio, in modo da poter garantire loro una rappresentatività maggiore. È chiaro che sono temi molto complessi e costituzionalmente tutti da discutere, ma la questione della rappresentatività e della partecipazione dei giovani sono certamente questioni molto rilevante.</p>



<p><strong>La gente in piazza contro il green pass era tanta, fino al punto che perfino le forze dell’ordine sono </strong>f<strong>orse state colte di sorpresa. Voi avevate avvertito questa intenzione di manifestare il disagio direttamente partecipando in questi numeri ad iniziative di piazza?</strong><br>La vicenda cui abbiamo assistito non va minimamente sottovalutata, però nelle città diverse da Roma e Milano la partecipazione è stata davvero molto esigua. A Roma poi la connotazione politica era molto forte: gli episodi erano legati non tanto alla maggioranza dei no-green pass ma ad infiltrazioni che con questo avevano poco a che fare. Quello che abbiamo dai dati, e che sistematicamente misuriamo, è che c’è una larga maggioranza, dei due terzi, di italiani che sono favorevoli alla misura del green pass. Poi c’è un 18% che ritiene che sia una misura eccessiva, ed un 16% che non si ritiene in grado di esprimere un parere. È interessante correlare questi dati con altri, secondo cui hanno avuto la somministrazione di almeno una dose di vaccino oltre l’82% degli ultradodicenni; tra quelli che non si sono vaccinati c’è un 2% che dice che lo farà appena possibile, un 8% per cento che dice che non si vaccinerà mai e poi un restante 8% che esprime timori.</p>



<p><strong>In sintesi?</strong><br>L’esprimere timori difficilmente si traduce in una manifestazione di piazza, ancora meno in una manifestazione violenta di piazza. Sono persone magari con scolarità più bassa, o con età elevata, che temono che il vaccino possa dar loro dei problemi. Non dimentichiamoci che la preoccupazione per i contagi è ancora presente nel Paese, e questo spiega perché la stragrande maggioranza degli italiani è favorevole alle misure che in qualche modo possono contenere una ripresa dei contagi. Quindi distinguiamo i piani: la manifestazione di Roma ha avuto chiare connotazioni politiche, mentre in città minori le manifestazioni non sono certo state di massa.</p>



<p><strong>Voi avete avvertito nei vostri sondaggi che cresce la forza, se cresce, di questi movimenti neofascisti?</strong><br>No, non abbiamo colto questi elementi. Devo dire però che le ricerche potrebbero non cogliere fino in fondo fenomeni come questo, perché potrebbe darsi che quello che noi chiamiamo “desiderabilità sociale” induca alcune persone, che in realtà sarebbero favorevoli a tali movimenti, a non dichiararlo nei sondaggi. Quindi è possibile che i sondaggi sottovalutino la portata di questi fenomeni. Devo però anche dire che in situazioni di emergenza come quelle che stiamo vivendo, nel Paese storicamente prevale l’idea che si debba essere un pochino più coesi, e quindi forze di quel genere possono sì fare riferimento a quei ceti insoddisfatti o che vivono situazioni di maggiore disagio, però è tendenzialmente difficile che la soluzione violenta trovi terreno molto fertile nel nostro Paese.</p>



<p><strong>Secondo lei quello che è successo a Roma avrà </strong>i<strong>nfluenza sui ballottaggi?</strong><br>L’impressione che abbiamo noi è che un po’ d’influenza possano averla perché, come dicevo, prevale uno spirito un po’ più di coesione e concordia, e quindi manifestazioni di questo tipo potrebbero penalizzare le forze che non ne hanno preso le distanze in modo molto netto. Insisto sul fatto che viviamo una stagione davvero molto particolare.</p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>L’impressione che spesso abbiamo facendo ricerca è che ci sia una distonia crescente tra il clima sociale e il modo di fare politica, che tende a essere una coazione a ripetere. Forse bisognerebbe considerare che il Covid ha modificato molti aspetti della vita dei cittadini, delle imprese, delle Istituzioni e dei corpi intermedi, e quindi bisognerebbe interpretare questo cambiamento di clima in modo un po’ più propositivo, provando ad abbandonare modalità di azione politica che forse funzionavano prima del Covid, ma oggi non più. Oggi c’è una domanda di maggiore concordia e di maggiore coesione.</p>
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		<title>Germania dopo Angela Merkel</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Sep 2021 10:45:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’instabilità politica, si sa, è uno dei mali endemici dell’Italia: nei 75 anni di storia repubblicana abbiamo avuto 66 governi e 29 presidenti del Consiglio. La politica in Germania (che oggi andrà alle urne per il rinnovo del Bundestag) è diversa. I tedeschi, è risaputo, preferiscono la stabilità. Angela Merkel, in sella dal 2005, sta per uscire di scena; e ciascuno dei due principali candidati a succederle alla guida del&#8230;</p>
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<p>L’instabilità politica, si sa, è uno dei mali endemici dell’Italia: nei 75 anni di storia repubblicana abbiamo avuto 66 governi e 29 presidenti del Consiglio. La politica in Germania (che oggi andrà alle urne per il rinnovo del Bundestag) è diversa. I tedeschi, è risaputo, preferiscono la stabilità.</p>



<p>Angela Merkel, in sella dal 2005, sta per uscire di scena; e ciascuno dei due principali candidati a succederle alla guida del governo, sta cercando di convincere gli elettori che è la persona giusta per garantire stabilità e la prosecuzione delle politiche della Cancelliera.</p>



<p>Tuttavia, l’addio di Angela Merkel costringe gli elettori ad una scelta: il paese più forte dell’Unione europea continuerà ad essere guidato da un leader di centro-destra o si affiderà al secondo leader di centrosinistra dagli anni ’80? La scelta degli elettori avrà, ovviamente, un peso e determinerà le politiche della Germania (e, di conseguenza, dell’Europa) sulle tasse, riguardo alle reti di protezione sociale, sull’innovazione e sul cambiamento climatico.</p>



<p>I due candidati principali sono Olaf Scholz (63 anni) del Partito socialdemocratico e Armin Laschet (6o anni) della CDU di Angela Merkel. Il partito di Scholz è in testa nei sondaggi da settimane, ma negli ultimi giorni il vantaggio si è ridotto.</p>



<p>Entrambi i candidati stanno cercando di incentrare la competizione sulle loro doti di leadership più che su politiche specifiche. Nel corso della campagna elettorale Scholz ha usato la forma femminile del vocabolo tedesco cancelliere con lo slogan «Può fare la cancelliera», lasciando intendere che, sebbene sia un uomo, egli potrebbe guidare il paese proprio come Angela Merkel. Laschet, invece, questa settimana ha portato con se la Merkel in campagna elettorale, nonostante lei desiderasse evitarlo: un riconoscimento dei suoi problemi a stabilire una «connessione sentimentale» con gli elettori.</p>



<p>Per un pò, prima di scomparire, la candidata dei Verdi, Annalena Baerbock (40 anni) è stata in testa nei sondaggi. Invece, Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra, anti-immigrati, che nel 2017 divenne il primo partito di estrema destra a conquistare dei seggi in Parlamento dai tempi della Seconda guerra mondiale, è probabile che finisca al quarto o al quinto posto.</p>



<p>In Germania non sono gli elettori a scegliere il capo del governo. Come accade in Italia, è un compito che spetta ai membri del Parlamento scelti dagli elettori. Secondo un sondaggio di Politico, la SPD di Scholz è in testa con il 25% dei voti, con la CDU di Laschet al 22%, i Verdi al 16% e il partito d’estrema destra all’11%. Ci sono anche i liberali di Christian Lindner che sembrano avere il vento in poppa e potrebbero essere l’ago della bilancia.</p>



<p>Più che i grandi temi politici (dall’immigrazione ai legami politici con la Cina e la Russia), il risultato influenzerà alcuni ambiti della politica interna.</p>



<p>Ad esempio, Scholz vuole aumentare le tasse ai ricchi e propone un aumento di tre punti dell’aliquota superiore (per portarla al 45%) e la reintroduzione di una patrimoniale. Ha inoltre invocato un salario minimo più alto, dagli attuali 12 euro all’ora ai 14 euro circa. Laschet si oppone ad ogni aumento delle tasse, sostenendo che sarebbe da matti aumentare le tasse mentre l’economia si sta riprendendo dalla pandemia.</p>



<p>Anche le pensioni sono un argomento importante in Germania, dove, come dalle nostre parti, la popolazione tende sempre più al grigio. Scholz ha giurato di non aumentare ulteriormente l’età pensionabile (che ora è a 66 anni e salirà a 67 entro il 2031; il che non è molto popolare tra i tedeschi). Laschet, invece, ha detto durante un recente dibattito che mantenere la soglia a 67 anni (anziché alzarla ancora) non è molto credibile, poiché avverrebbe «a spese dei giovani».</p>



<p>Il partito di Scholz, inoltre, promette di affrontare il cambiamento climatico introducendo un limite di velocità su tutto il territorio nazionale di 130 km orari e aumentando il numero dei veicoli elettrici. Laschet ha offerto pochi dettagli sul clima e ha invece enfatizzato la necessità di proteggere i posti di lavoro. Entrambi appoggiano l’eliminazione graduale del carbone entro il 2038 (troppo tardi, secondo gli esperti). Posto che entrambi i partiti hanno detto di voler governare in coalizione con i Verdi è probabile che, in ogni caso, il global warming sarà un punto rilevante per il prossimo governo.</p>



<p>Infine, il programma di Scholz ha molto in comune con quello del presidente americano Biden. Entrambi vogliono aumentare le tasse sui ricchi per pagare quello che descrivono come un investimento decisivo per il futuro del paese: le infrastrutture. Tra le altre cose, Scholz ha sollecitato la costruzione di circa 100.000 unità abitative sovvenzionate per affrontare la mancanza di alloggi a prezzi accessibili. Laschet, invece, preferisce un approccio di mercato: vuole utilizzare gli sgravi fiscali per costruire un milione e mezzo di nuove case nei prossimi quattro anni.</p>



<p>C’è un aspetto delle elezioni che, ovviamente, genera una certa confusione. Laschet è l’erede legittimo di Angela Merkel, tuttavia Scholz è un alto esponente del suo governo, vice cancelliere e ministro delle finanze. Quello attuale è un governo di coalizione tra i due principali partiti. Ma molti osservatori ritengono che solo uno dei due partiti farà parte della prossima coalizione di governo.</p>



<p>Questa situazione mette in rilievo il ruolo che la stabilità gioca in queste elezioni e la risposta perlopiù positiva della Germania alla pandemia è uno dei motivi principali. Se le elezioni si fossero tenute prima della pandemia, sostiene Christopher Schuetze, corrispondente da Berlino del New York Times, i due candidati probabilmente avrebbero cercato di distinguersi nettamente dalla Merkel, la cui popolarità stava scemando. Invece, «ora quello che conta per questi vecchietti è mostrare che sono come lei», chiosa Schuetze.</p>
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		<title>Anche il PD ha scelto Rousseau. Io sto con Montesquieu, per questo dico NO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2020 17:18:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I sondaggi (riservati) confermerebbero le previsioni della vigilia: netta vittoria del Sì, anche se il No sta avendo un forte recupero, imprevisto ed imprevedibile solo qualche settimana fa. Perché? Da un lato &#8211; non si può nascondere – tutte le volte che si tocca la Costituzione scatta un meccanismo “conservatore” nella pancia degli Italiani. Evidentemente 20 anni di dittatura e 50 anni di guerra fredda, con il timore di svolte&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/09/12/susta-anche-il-pd-ha-scelto-rousseau-io-sto-con-montesquieu-per-questo-dico-no/">Anche il PD ha scelto Rousseau. Io sto con Montesquieu, per questo dico NO</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>I sondaggi (riservati) confermerebbero le previsioni della vigilia: netta vittoria del Sì, anche se il No sta avendo un forte recupero, imprevisto ed imprevedibile solo qualche settimana fa. Perché? Da un lato &#8211; non si può nascondere – tutte le volte che si tocca la Costituzione scatta un meccanismo “conservatore” nella pancia degli Italiani. Evidentemente 20 anni di dittatura e 50 anni di guerra fredda, con il timore di svolte totalitarie, sono annidati, ancorché “in sonno”, dentro di noi, pronti a risvegliarsi tutte le volte che l&#8217;equilibrio costituzionale viene toccato. </p>



<p>Non è il mio caso. Sono e resto convinto che le riforme vadano fatte, perché rispondono ad un bisogno vero: quello di adeguare le regole di convivenza, la disciplina dei diritti e dei doveri, pubblici e privati, alle esigenze del corpo sociale, che muta nel tempo. La bocciatura di riforme organiche (quella del 2016) o il fallimento di altre (quella del 2001) non fa venire meno, in me, il bisogno di rinnovare la Costituzione, soprattutto la sua seconda parte, anche se nuove esigenze di ridefinire diritti e doveri riguardano anche la prima. Personalmente sento l&#8217;esigenza di riformare la Costituzione, la forma di Governo, il numero dei parlamentari, l&#8217;assetto delle Camere (abolendo il bicameralismo paritario) e l&#8217;organizzazione del loro lavoro.</p>



<p>Il mio, quindi, non è un NO per conservare ciò che c&#8217;è, ma è un NO all&#8217;illogicità di cominciare dal fondo e dalla più banale delle proposte un processo riformatore; il ripudio delle motivazioni vere che hanno generato una modifica le cui motivazioni si ritrovano nelle parole di quel giovane deputato del M5S (&#8220;meno deputati saranno più controllabili e avremo meno corrotti&#8221;) o nello striscione con disegnate poltrone e forbici, sventolato sempre dal M5S al momento dell&#8217;approvazione definitiva della legge; all&#8217; assenza di un&#8217;intesa su una legge elettorale coerente con la riduzione dei parlamentari e capace di coniugare rispetto della rappresentanza con l&#8217;esigenza di efficacia (tale non è il mezzo accordo rabberciato negli ultimi giorni solo per stendere un velo di ipocrita vergogna sul volto della maggioranza e del PD in particolare); all&#8217;avere, quindi, ridotto la questione del numero dei parlamentari e, quindi, del Parlamento, non già a un principio di rappresentanza e di esercizio del principio di &#8220;sovranità&#8221; popolare, ma di rituale orpello di un desueto modo di esercitare la &#8220;democrazia&#8221;, coerente sicuramente con le convinzioni di Casaleggio senior e del movimento da lui pensato, tutte orientate alla &#8220;democrazia dei click&#8221; contro la democrazia rappresentativa e parlamentare e non certo in sintonia con la Costituzione repubblicana. Per dirla con il Direttore Molinari, anche il PD ha scelto Rousseau contro Montesquieu. Io sto con Montesquieu.</p>



<p>A ognuna delle risposte che il &#8220;fronte del Sì&#8221; offre ai rilievi del &#8220;fronte del NO&#8221; (&#8220;tutte le proposte di riforma fin qui avanzate contenevano la riduzione dei parlamentari&#8221; … &#8220;con meno parlamentari le commissioni parlamentari saranno più efficienti&#8221; …. &#8220;i costi si riducono di ben 60 milioni all&#8217;anno&#8221; …. &#8221; abbiamo preso l&#8217;impegno di riformare la legge elettorale&#8221; … &#8220;gli USA hanno meno parlamentari di noi&#8221; … &#8220;i regolamenti parlamentari si possono modificare quando si vuole e senza leggi costituzionali&#8221; …. ecc. ecc.) si è risposto in maniera così chiara da parte di tutti i più autorevoli esponenti del fronte del NO e non sarò certo io a tediarvi ripetendole puntualmente. Desidero, però, sottolineare tre questioni.</p>



<p>Questa riforma è una delle ragioni fondanti del Governo Conte II. Al contrario della riforma bocciata nel 2016 &#8211; che nasceva prima del Governo Renzi, a seguito della grave crisi istituzionale, prima ancora che politica, che portò alla rielezione di Napolitano &#8211; il Governo Conte II affonda la sua legittimità nell&#8217;accettazione di questa modifica costituzionale. Il &#8220;contratto&#8221; PD-M5S – e con esso il Governo &#8211; non esisterebbe se non ci fosse stato questo patto, con quelle motivazioni, demagogiche e populiste. </p>



<p>Questo Governo nasce, quindi, con questo vulnus populista che mi auguro che gli Italiani smascherino se non con la sconfitta del Sì, almeno con un buon risultato del NO. In ogni caso il silenzio del premier e il suo tentativo di allontanare da sé l&#8217;inasprirsi della battaglia referendaria la dice lunga sulla preoccupazione con cui si guarda dalla maggioranza all&#8217;entusiasmo crescente che si è creato intorno al NO. </p>



<p>Va ricordato, poi, che la mancata approvazione della riforma elettorale contestualmente al &#8220;taglio&#8221;, promessa non mantenuta della maggioranza giallo-rossa, rappresenta una polizza-vita sul futuro del Governo, perché il Presidente della Repubblica non potrebbe certo sciogliere le Camere in presenza di questo “taglio” che cancella l&#8217;attuale legge elettorale. Non si può votare fino a che non c&#8217;è una nuova legge elettorale! Lunga vita al Conte II, quindi! Ecco un&#8217;altra buona ragione per dire NO.</p>



<p>Questo voto è inoltre viziato, a mio giudizio, anche per la scelta, al limite della costituzionalità, di abbinarlo alle elezioni regionali. Che però non si tengono in tutto il Paese. L&#8217;emergenza COVID esiste, ma non è questa la vera motivazione che ha spinto il Governo a scegliere questa data. Siamo di fronte ad una violazione palese della Costituzione materiale perché un referendum sulla riforma della Costituzione si tiene in condizioni ben diverse tra Regione e Regione, il che non formalmente ma sostanzialmente introduce elementi di disequilibrio nell&#8217;esercizio del principio di sovranità. Sarà, quindi, interessante capire quanto l&#8217;affluenza alle urne inciderà sul voto e sulla sua distribuzione, regione per regione. Ma anche questa &#8220;furbata&#8221; del Governo è, per me, motivo sufficiente per dire NO.</p>



<p>Infine: già è difficile capire perché, al di là delle ragioni di bottega richiamate sopra, il PD abbia accettato questa riduzione del numero dei parlamentari senza pretendere la contestuale approvazione di una riforma elettorale che ripristinasse in modo corretto il rapporto tra eletti ed elettori in un quadro di revisione organica della Costituzione, ma che il PD abbia anche accettato di avviare l&#8217;iter legislativo non solo per mantenere il Senato con l&#8217;attuale funzione politica e legislativa (analoga a quella della Camera), ma abbia anche accettato di trasformare il &#8220;bicameralismo paritario&#8221; in &#8220;bicameralismo perfetto&#8221;, abolendo l&#8217;elezione su base regionale del Senato e uniformando a quello della Camera la disciplina dell&#8217;elettorato attivo e passivo è davvero un non-senso. Nel giro di meno di tre anni siamo passati dall&#8217;abolizione del Senato alla costituzionalizzazione della fotocopia integrale della Camera, togliendo quelle piccole differenze che erano state previste dai Costituenti tra le due Camere. E questo per rafforzare la &#8220;democrazia dei click&#8221;, cara alla &#8220;Casaleggio Associati&#8221;.</p>



<p>Valgono su tutto, a questo proposito, le parole di Umberto Terracini, comunista eretico, già Presidente dell&#8217;Assemblea Costituente: &#8220;…quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni&#8221;. E sui costi aggiungeva: &#8220;…anche se i rappresentanti eletti nelle varie Camere dovessero costare qualche centinaio di milioni di più, si tenga conto che di fronte ad un bilancio statale che è di centinaia di miliardi, l’inconveniente non sarebbe tale da rinunziare ai vantaggi della rappresentanza&#8221;. Ecco. Oltre a tutte le questioni più note, che emergono nel dibattito a tutti i livelli, mi preme sottolineare queste tre che, già da sole, sarebbero sufficienti per dire NO senza tentennamenti.</p>
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		<title>Scivolata ANSA sul referendum: ricostruire catena delle responsabilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2020 08:43:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ieri sera, a Roma non a Minsk, è accaduto qualcosa di molto grave. Alle 19:29 è stata battuta un’Ansa con i risultati di un sondaggio effettuato da IPSOS per conto della Presidenza del Consiglio dei ministri. Non riporteremo i dati perché la legge impone di non diffondere, nei 15 giorni precedenti il voto, sondaggi politico-elettorali. Non è difficile immaginare però che si parlava di un importante successo del SI. Alle&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/09/12/raco-scivolata-ansa-sul-referendum-ricostruire-catena-responsabilita/">Scivolata ANSA sul referendum: ricostruire catena delle responsabilità</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Ieri sera, a Roma non a Minsk, è accaduto qualcosa di molto grave. Alle 19:29 è stata battuta un’Ansa con i risultati di un sondaggio effettuato da IPSOS per conto della Presidenza del Consiglio dei ministri. Non riporteremo i dati perché la legge impone di non diffondere, nei 15 giorni precedenti il voto, sondaggi politico-elettorali. Non è difficile immaginare però che si parlava di un importante successo del SI. Alle 20:07 un secondo lancio, con gli stessi contenuti ma con titolo dedicato al presidente del Consiglio sempre più solo, con distacco, in testa alla classifica sul gradimento dei leader politici. Una sequenza capace di far impallidire Putin e Itar-Tass, l’agenzia di stampa della Russia. Alle 21:29 nuovo lancio, con richiesta di annullare la notizia delle 19:29 perché “trasmessa per errore”. Troppo tardi. Il pasticciaccio è servito.</p>



<p>Non si ricorda un episodio simile nella storia della Repubblica. Almeno da quando esistono i sondaggi. Almeno da quando la legge impone di non diffonderli. Non stiamo affermando che i sondaggi non possano essere realizzati. Né ci scandalizziamo all’idea che a commissionarlo sia stato lo stesso Governo. Sappiamo bene anche che ci sono diversi stratagemmi per aggirare la legge che ne limita la pubblicazione nelle settimane che portano al voto: il più noto e diffuso, negli ultimi anni, consiste nel pubblicare le previsioni sui risultati elettorali come se si stesse parlando di una corsa di cavalli. Mai però è successo che la principale agenzia di stampa italiana diffondesse un sondaggio commissionato dal Governo e, ovviamente, favorevole all’esecutivo. A pensar male si fa peccato, per chi crede ai peccati, ma ci si azzecca. Ma soprattutto, crepi l’avarizia: un indizio è un indizio, due indizi sono una prova.</p>



<p>Il primo indizio è stato il teatrino messo in piedi dall’INPS, con modalità improprie e inusuali, sui parlamentari furbetti del bonus di 600 euro. Una tempesta perfetta che ha consentito al M5S e al ministro Di Maio in particolare di rinfocolare i sentimenti anticasta che sono alla base della riduzione dei parlamentari, con taglio orizzontale, realizzato dalla legge sottoposta a referendum confermativo il prossimo 20 e 21 settembre. Il secondo indizio, che alimenta il forte sospetto &#8211; se non costituisce la prova &#8211; di una precisa strategia messa in campo dal Governo per agevolare la vittoria del SI, è il grave episodio accaduto ieri sera. Aggiungiamo che l’incidente si registra proprio il giorno in cui due importanti esponenti politici della Lega, Giorgetti e Centinaio, decidono di annunciare il loro sostegno al NO, in dissenso rispetto all’indicazione ufficiale di voto diffusa dal leader Salvini.</p>



<p>Non sappiamo immaginare come andrà il voto. Nel 2016 si respirava nell’aria la sensazione di una pesante sconfitta, motivata dalla mobilitazione trasversale contro Matteo Renzi che aveva commesso l’errore di personalizzare il risultato del voto. Questa volta la sensazione è che il NO, partito in grande svantaggio, abbia realizzato una rimonta importante. Sarà la conseguenza del cosiddetto “filter bubble”, quel processo che induce Facebook e gli altri social a mostrare sulla home di ognuno di noi soltanto le notizie che possono piacerci, escludendo quelle che potremmo non approvare, ma sul web &#8211; stranamente &#8211; non sembra prevalere il rancore anticasta ma la difesa della Costituzione. Magari ci troveremo con una valanga di preferenze per il taglio dei parlamentari, che per noi, così come è stato concepito, è taglio della democrazia, ma episodi come quello di ieri rafforzano la convinzione che questa sia una battaglia che è giusto condurre con determinazione sino all’ultimo momento utile.</p>



<p>Resta la gravità di un episodio che va indagato in modo severo e per il quale è bene che venga ricostruita e resa pubblica nel più breve tempo possibile la catena delle responsabilità. Nel paese che non conosce il principio dell&#8217;assunzione di responsabilità e l’istituto delle dimissioni, finirà con un giornalista dell’Ansa a cui sarà affibbiata la colpa di aver messo in rete, per errore, una notizia che non doveva essere diffusa. Conoscendo la serietà professionale del direttore Luigi Contu, tendiamo a ritenere che l’Ansa &#8211; che comunque non può incorrere in tali &#8220;leggerezze&#8221; &#8211; sia stata indotta in errore. Una cosa sembra evidente, infatti: quella notizia è stata inviata da una fonte ritenuta affidabile, sotto forma di nota. Vogliamo sapere da chi e perché. Solo così potrà essere risolto il giallo, che in questo caso sembra essere molto più che un colore o un genere letterario. E’ un indizio. Il secondo. Quello che avvicina alla prova.</p>
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