<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Swahili Archivi - ilcaffeonline</title>
	<atom:link href="https://ilcaffeonline.it/tag/swahili/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://ilcaffeonline.it/tag/swahili/</link>
	<description>Il coraggio di conoscere</description>
	<lastBuildDate>Sat, 17 Sep 2022 09:41:00 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.4.2</generator>

<image>
	<url>https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/04/cropped-avatar-ilcaffeonline-32x32.png</url>
	<title>Swahili Archivi - ilcaffeonline</title>
	<link>https://ilcaffeonline.it/tag/swahili/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Anche le parole hanno un&#8217;anima. Una passeggiata virtuale per l&#8217;Africa orientale</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/17/mengoni-anche-le-parole-hanno-unanima-passeggiata-virtuale-per-africa-orientale/</link>
					<comments>https://ilcaffeonline.it/2022/09/17/mengoni-anche-le-parole-hanno-unanima-passeggiata-virtuale-per-africa-orientale/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2022 09:18:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[Bongo Flava]]></category>
		<category><![CDATA[daladala]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
		<category><![CDATA[nyama choma]]></category>
		<category><![CDATA[orientale]]></category>
		<category><![CDATA[Oxford English Dictionary]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[pole]]></category>
		<category><![CDATA[singeli]]></category>
		<category><![CDATA[Swahili]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilcaffeonline.it/?p=4546</guid>

					<description><![CDATA[<p>Per conoscere, da lontano, un paese, faremo una passeggiata tra le parole di una lingua lontana, lo swahili, che hanno viaggiato con le carovane mercantili nella savana e sui dhow che solcavano l’oceano indiano e non si sono mai fermate. Lo scorso luglio l’Oxford English Dictionary ha pubblicato una lista delle nuove parole africane accolte dalla grande madre dell’inglese, ormai colorato e profumato di mille spezie, tra cui molte vengono&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/17/mengoni-anche-le-parole-hanno-unanima-passeggiata-virtuale-per-africa-orientale/">Anche le parole hanno un&#8217;anima. Una passeggiata virtuale per l&#8217;Africa orientale</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per conoscere, da lontano, un paese, faremo una passeggiata tra le parole di una lingua lontana, lo <strong><em>swahili</em></strong>, che hanno viaggiato con le carovane mercantili nella savana e sui dhow che solcavano l’oceano indiano e non si sono mai fermate. Lo scorso luglio l’<em>Oxford English Dictionary</em> ha pubblicato una lista delle nuove parole africane accolte dalla grande madre dell’inglese, ormai colorato e profumato di mille spezie, tra cui molte vengono dallo swahili e parecchie dalla Tanzania.</p>



<p>Sono soltanto parole, ma sono quelle che nelle loro sillabe, nell’alternarsi musicale di consonanti e vocali tipiche dello swahili, raccontano storie. Magiche, perché in grado di congiurare dall’aria il profumo di un mondo che forse non vedremo mai, se non sullo schermo di un cellulare. Parole nate sulla costa dell’Africa orientale dal matrimonio tra africani ed arabi, che oggi hanno preso il volo, a bordo di una compagnia low-cost, l’inglese, in grado di portarle in giro per il mondo, a contaminarsi con altre lingue.</p>



<p>Proviamo allora a fare una breve conversazione. No, nessuna preoccupazione, non faremo una lezione di etnolinguismo che non è tra le mie indubbie capacità.</p>



<p>Dar es Salaam, pomeriggio di sabato. Deusdedit (sui fantasiosi nomi di stampo religioso che vengono dati in Tanzania andrebbe scritto un articolo a parte) si rivolge all’amico italiano Edo:</p>



<p>“Andiamo a sentire il <strong>bongo flava.</strong> C’è birra e <strong>nyama choma</strong>.”</p>



<p>“Io preferisco il <strong>singeli</strong> e ho l’auto rotta.”</p>



<p>“<strong>Pole</strong>. Andiamo in <strong>daladala</strong>?”</p>



<p>Tutte queste espressioni fanno ormai parte dell’inglese standard anche se probabilmente non sentirete usarle a Stratford-upon-Avon.</p>



<p>Cominciamo da Bongo, che scriviamo con la lettera maiuscola, dato che si tratta di una città, anzi di <em><strong>Dar es Salaam</strong></em>, la capitale commerciale, industriale e culturale della Tanzania.  Sette milioni di abitanti in continua crescita. Scendendo verso l’aeroporto, Dar es Salaam è una sterminata distesa di casette intervallate da palme e ruscelli, piuttosto verde e tranquilla, che circonda un centro di grattacieli di origine cinese, generalmente orrendi. <em><strong>Bongo</strong></em> in swahili ha a che fare con la testa e l’intelligenza, il che vuol dire che a Dar si sta al centro delle cose. Non solo per restarci, bisogna cavarsela, essere svegli di testa e di mano.</p>



<p>Qualcuno ce la fa con la scorciatoia della musica. Da ogni radio, da ogni &#8220;tassì&#8221;, nelle discoteche della zona ricca e nei pub informali delle periferie si ascoltano i ritmi del <strong>Bongo Flava</strong>. Musica giovanile, che fonde un miscuglio di hip-hop americano con i ritmi locali. </p>



<p>Guardate su youtube i video che dipingono scene di lusso sfrenato, auto veloci, donne semi nude che si agitano su letti a otto piazze, canottiere, lingerie, occhiali da sole e piogge di dollari. </p>



<p>Il Bongo Flava, per quanto popolare, dicono, anche fuori della Tanzania, non racconta poi molto di nuovo. In realtà è del tutto innocuo tanto è vero che i grandi cantanti vengono regolarmente ingaggiati per le feste del partito al potere da sempre. Celebre il verso di Harmonize, uno dei maggiori interpreti di questo genere. Nel 2019 cantò all’allora presidente Magufuli, “vorrei incontrare Magufuli ed inginocchiarmi davanti a lui per ringrazialo.”</p>



<p>Più interessante, anche se indigesto per le nostre orecchie, è il <strong>singeli</strong>, genere musicale che forse si potrebbe definire un punk africano crudo e brutale, anche per via degli strumenti utilizzati che sarebbe un azzardo definire di fortuna: sedie, bastoni, pianole di riciclo, batterie, il tutto ad una velocità superiore ai 200 bpm e la voce di un cantante che urla frasi incomprensibili. Non è necessario conoscere lo swahili per capire che nel singeli c’è ritmo, rabbia e tanto sudore. Ad un concerto, dopo cinque minuti di velocità, le gambe iniziavano a muoversi senza controllo e solo il pudore occidentale di non rendersi ridicolo di fronte agli africani ci impedì di lanciarci in pista.</p>



<p>Anche se Bongo non è normalmente pericolosa come Nairobi o Lagos, è altamente sconsigliato aggirarsi fuori delle zone commerciali senza una guida locale sicura. Meglio evitare il <strong>daladala</strong>, il famigerato minibus che fa servizio privato su ogni strada della Tanzania (e del resto della regione). Sono ex autobus delle scuole elementari giapponesi riutilizzati fino allo sfinimento. Il costo del biglietto è irrisorio, la musica infernale e in genere si viaggia piegati a novanta gradi sotto un tetto a misura di bambino. Per evitare problemi, meglio non chiedere mai all’autista se e come abbia conseguito la patente.</p>



<p>Volendo poi avvicinarsi al cibo locale, si può optare infine per uno spiedino di carne, ovvero uno <strong>nyama choma</strong>, da nyama=carne e choma=bruciare, arrostire. Per inciso, l’OED registra altre leccornie locali, come il chipsi mayai ovvero il frittatone di patate, il mandazi, un panozzo fritto che si mangia in genere a colazione (e la cui digestione dura fino a cena), e lo mbege, bevanda fermentata alcolica che si trova solo tra i Chagga e i Meru, due gruppi tribali del Kilimanjaro e del monte Meru, nel nord della Tanzania.</p>



<p>Armati quindi di alcune parole per muoversi, mangiare e divertirsi, ci si può lanciare alla scoperta della Tanzania. Il consiglio resta quello di non fare i tirchi con i ringraziamenti (<strong>asante</strong>), meglio ancora se mille (<strong>asante sana</strong>). Muovetevi <strong>pole-pole</strong>, con calma, che di tempo ce n’è sempre in abbondanza, per non doversi sentire dire, ad un certo punto, <strong>pole</strong>, ovvero mi dispiace che ti sei preso la malaria/colera/dengue/che la macchina è rotta …</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/17/mengoni-anche-le-parole-hanno-unanima-passeggiata-virtuale-per-africa-orientale/">Anche le parole hanno un&#8217;anima. Una passeggiata virtuale per l&#8217;Africa orientale</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilcaffeonline.it/2022/09/17/mengoni-anche-le-parole-hanno-unanima-passeggiata-virtuale-per-africa-orientale/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Abdulrazak chi?</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/09/abdulrazak-chi/</link>
					<comments>https://ilcaffeonline.it/2021/10/09/abdulrazak-chi/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Oct 2021 11:29:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Abdulrazak Gurnah]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[Africani]]></category>
		<category><![CDATA[Arabi]]></category>
		<category><![CDATA[Blowin&#039; in the Wind]]></category>
		<category><![CDATA[bob dylan]]></category>
		<category><![CDATA[Congo]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Fo]]></category>
		<category><![CDATA[Esilio]]></category>
		<category><![CDATA[Grandi Laghi]]></category>
		<category><![CDATA[Impero Ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[Inglesi]]></category>
		<category><![CDATA[Jean-Marie Le Clezio]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Londra]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[ONG]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[Paradiso]]></category>
		<category><![CDATA[Stoccolma]]></category>
		<category><![CDATA[Swahili]]></category>
		<category><![CDATA[Tanganica]]></category>
		<category><![CDATA[Tanzania]]></category>
		<category><![CDATA[Zanzibar]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilcaffeonline.it/?p=3643</guid>

					<description><![CDATA[<p>È la tipica domanda che angoscia la popolazione umana mediamente colta quando l’Accademia svedese sforna il suo verdetto sul premio Nobel per la letteratura. Credo che lo abbiamo ripetuto ogni anno negli ultimi quarant’anni, con l’unica eccezione di Dario Fo perché era italiano e di Bob Dylan perché è Bob Dylan. Stavolta ero preparato. Prima di andare a lavorare in Tanzania, avevo letto “Paradiso”&#160; di Abdulrazak Gurnah, neo premio Nobel&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/09/abdulrazak-chi/">Abdulrazak chi?</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>È la tipica domanda che angoscia la popolazione umana mediamente colta quando l’Accademia svedese sforna il suo verdetto sul premio Nobel per la letteratura. Credo che lo abbiamo ripetuto ogni anno negli ultimi quarant’anni, con l’unica eccezione di Dario Fo perché era italiano e di Bob Dylan perché è Bob Dylan.</p>



<p>Stavolta ero preparato. Prima di andare a lavorare in Tanzania, avevo letto “Paradiso”&nbsp; di Abdulrazak Gurnah, neo premio Nobel per la letteratura. Partiamo da qui.</p>



<p>Siamo nel Tanganica tedesco, poco prima dell’inizio della Grande Guerra e Yusuf, dodici anni, è stato ceduto da suo padre ad un ricco mercante arabo per pagare un debito. Mentre attende il treno che lo porterà via da casa,</p>



<p>“<em>egli vide in quel momento due europei sulla banchina della stazione, i primi che avesse mai visto. Non era spaventato, non all’inizio. (…) I due europei stavano anch’essi aspettando, in piedi sotto una tenda con i loro bagagli e i loro beni che sembravano importanti accuratamente impilati a pochi piedi. (…) Yusuf ebbe la possibilità di guardarlo a lungo. E lui girandosi vide Yusuf che lo osservava. L’uomo distolse lo sguardo all’inizio e poi ritornò su Yusuf per un lungo momento. Yusuf non poté staccare gli occhi. Improvvisamente l’uomo scoprì i denti in una smorfia involontaria, arricciando le dita in un modo inspiegabile. Yusuf comprese l’avvertimento e fuggì, mormorando le parole che gli erano state insegnate in caso avesse bisogno dell’immediato e inatteso aiuto da dio.”</em></p>



<p>Sulla biografia di Gurnah i media internazionali si rimpallano le stesse notizie, segno che nessuno conosce il suo cellulare per chiedergli qualche informazione e che nessuno l’ha mai letto, neppure i redattori delle pagine culturali dei nostri prestigiosi giornali che si sono arrampicati sui proverbiali specchi in cerca di un titolo, finendo per ricadere, in mancanza di meglio, nella solita battaglia retorica sui rifugiati, come se Abdulrazak Gurnah fosse un attivista delle solite ONG e non parlasse di temi universali, come la lontananza, l’esilio ed il conflitto tra se e il nuovo mondo.</p>



<p>Il ragazzo che è costretto a lasciare casa, mentre il mondo intorno a se si popola di facce sconosciute, rappresentanti di un potere incomprensibile che divide il mondo in nativi ed esuli. Questo è il cuore della sua biografia.</p>



<p>Sappiamo che Abdurazak Gurnah è nato nel 1948 a Zanzibar e che all’età di 18 anni è fuggito dall’isola a causa delle sue origini arabe. Tutto ciò suona remoto alla mente dell’italiano medio che, pensando a Zanzibar, si riempie delle immagini del più classico dei paradisi di sabbie bianche. Certo che lo è, altrimenti non ci sarebbero andati 60.000 italiani l’anno, prima che la pandemia ci rinchiudesse a sognare la spiaggia di Ladispoli.</p>



<p>Prima di una meta di viaggi tutto compreso, per secoli Zanzibar è stata il centro meticcio di una vasta rete commerciale. I suoi mercanti si addentravano nell’interno del continente africano, fino ai Grandi Laghi ed in Congo, in cerca di oro, avorio e schiavi che poi rivendevano alle piantagioni di spezie dell’isola, nei paesi arabi e nell’Impero ottomano.</p>



<p>Una storia tragica che fece la ricchezza della città sotto il dominio dei sultani omaniti, finché gli inglesi non imposero il protettorato nel 1890 ed abolirono la schiavitù ma non gli iniqui rapporti di potere tra l’elite di origine arabo-indiana e la maggioranza nera. Quando giunse l’indipendenza nel 1963, gli africani non ci stavano più ad accettare la loro subordinazione.</p>



<p>Nel gennaio 1964 un’improvvisa insurrezione sconvolse l’isola in un’orgia di sangue che travolse l’élite araba ed indiana. I morti e gli stupri si contarono a migliaia, lasciando un trauma che ancora oggi risuona nei discorsi a Zanzibar, sussurrati, perché il regime della Tanzania (di cui Zanzibar entrò a far parte nell’aprile 1964) non vuole che si parli della strage della rivoluzione.</p>



<p>Anche il giovane Abdulrazak fu costretto a lasciare l’isola. Nel 1968 era in Gran Bretagna, ragazzo di vent’anni che si ritrovò nella faticosa opera di ricostruzione della vita, con una nuova identità e una nuova lingua che avrebbe accolto i ricordi che avrebbero costituito il centro emotivo delle sue future opere. L’inglese del gelido Mare del Nord invece della musicalità dello swahili, la lingua meticcia dell’Africa orientale, di stampo bantù e di introiezioni arabe. Gurnah non sarebbe potuto tornare a Zanzibar che molti anni dopo, nel 1984, ormai cittadino britannico.</p>



<p>In Tanzania sono giustamente orgogliosi per il primo Nobel, anche se forse il premio dovrebbe essere dato alla terra sempre troppo popolata degli esuli. A chi spetta? Al paese di nascita o al paese di crescita? Alle spiagge e ai mercati della profumata, multietnica e poco idilliaca isola o alle nebbie e al caos cosmopolita di Londra in cui i popoli delle ex colonie si scontrano con il potere della civiltà europea? C’è un caso opposto. Il francese Jean-Marie Le Clezio, premio Nobel nel 2008, è di famiglia franco-mauriziana da due secoli e ci tiene alla sua identità mauriziana, ma viene identificato, potenza della pelle, come francese.</p>



<p>Insomma, è più importante l’anagrafe, il diploma scolastico o i temi di cui uno scrittore o una scrittrice vuole occuparsi? Che, nel caso, di Gurnah, senza andare a riprendere la pomposa dichiarazione svedese, sono tutti basati in Africa orientale?</p>



<p>La risposta è soffiare nel vento, come disse un altro laureato che a Stoccolma non ci volle andare.</p>



<p>Se c’è un merito nell’Accademia di Svezia è proprio quello di avvicinarci ad autori ed autrici sconosciuti, dalla cui opera potremmo ricavare la comprensione di un altro piccolo pezzo della nostra umanità. La migliore letteratura, del resto, si disinteressa dello sventolare di pezzi di tela colorata sulle linee immaginare su cui vigilano i vigilantes con le fruste.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/09/abdulrazak-chi/">Abdulrazak chi?</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilcaffeonline.it/2021/10/09/abdulrazak-chi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
