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	<title>Tanzania Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Tanzania Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Abdulrazak chi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Oct 2021 11:29:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È la tipica domanda che angoscia la popolazione umana mediamente colta quando l’Accademia svedese sforna il suo verdetto sul premio Nobel per la letteratura. Credo che lo abbiamo ripetuto ogni anno negli ultimi quarant’anni, con l’unica eccezione di Dario Fo perché era italiano e di Bob Dylan perché è Bob Dylan. Stavolta ero preparato. Prima di andare a lavorare in Tanzania, avevo letto “Paradiso”&#160; di Abdulrazak Gurnah, neo premio Nobel&#8230;</p>
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<p>È la tipica domanda che angoscia la popolazione umana mediamente colta quando l’Accademia svedese sforna il suo verdetto sul premio Nobel per la letteratura. Credo che lo abbiamo ripetuto ogni anno negli ultimi quarant’anni, con l’unica eccezione di Dario Fo perché era italiano e di Bob Dylan perché è Bob Dylan.</p>



<p>Stavolta ero preparato. Prima di andare a lavorare in Tanzania, avevo letto “Paradiso”&nbsp; di Abdulrazak Gurnah, neo premio Nobel per la letteratura. Partiamo da qui.</p>



<p>Siamo nel Tanganica tedesco, poco prima dell’inizio della Grande Guerra e Yusuf, dodici anni, è stato ceduto da suo padre ad un ricco mercante arabo per pagare un debito. Mentre attende il treno che lo porterà via da casa,</p>



<p>“<em>egli vide in quel momento due europei sulla banchina della stazione, i primi che avesse mai visto. Non era spaventato, non all’inizio. (…) I due europei stavano anch’essi aspettando, in piedi sotto una tenda con i loro bagagli e i loro beni che sembravano importanti accuratamente impilati a pochi piedi. (…) Yusuf ebbe la possibilità di guardarlo a lungo. E lui girandosi vide Yusuf che lo osservava. L’uomo distolse lo sguardo all’inizio e poi ritornò su Yusuf per un lungo momento. Yusuf non poté staccare gli occhi. Improvvisamente l’uomo scoprì i denti in una smorfia involontaria, arricciando le dita in un modo inspiegabile. Yusuf comprese l’avvertimento e fuggì, mormorando le parole che gli erano state insegnate in caso avesse bisogno dell’immediato e inatteso aiuto da dio.”</em></p>



<p>Sulla biografia di Gurnah i media internazionali si rimpallano le stesse notizie, segno che nessuno conosce il suo cellulare per chiedergli qualche informazione e che nessuno l’ha mai letto, neppure i redattori delle pagine culturali dei nostri prestigiosi giornali che si sono arrampicati sui proverbiali specchi in cerca di un titolo, finendo per ricadere, in mancanza di meglio, nella solita battaglia retorica sui rifugiati, come se Abdulrazak Gurnah fosse un attivista delle solite ONG e non parlasse di temi universali, come la lontananza, l’esilio ed il conflitto tra se e il nuovo mondo.</p>



<p>Il ragazzo che è costretto a lasciare casa, mentre il mondo intorno a se si popola di facce sconosciute, rappresentanti di un potere incomprensibile che divide il mondo in nativi ed esuli. Questo è il cuore della sua biografia.</p>



<p>Sappiamo che Abdurazak Gurnah è nato nel 1948 a Zanzibar e che all’età di 18 anni è fuggito dall’isola a causa delle sue origini arabe. Tutto ciò suona remoto alla mente dell’italiano medio che, pensando a Zanzibar, si riempie delle immagini del più classico dei paradisi di sabbie bianche. Certo che lo è, altrimenti non ci sarebbero andati 60.000 italiani l’anno, prima che la pandemia ci rinchiudesse a sognare la spiaggia di Ladispoli.</p>



<p>Prima di una meta di viaggi tutto compreso, per secoli Zanzibar è stata il centro meticcio di una vasta rete commerciale. I suoi mercanti si addentravano nell’interno del continente africano, fino ai Grandi Laghi ed in Congo, in cerca di oro, avorio e schiavi che poi rivendevano alle piantagioni di spezie dell’isola, nei paesi arabi e nell’Impero ottomano.</p>



<p>Una storia tragica che fece la ricchezza della città sotto il dominio dei sultani omaniti, finché gli inglesi non imposero il protettorato nel 1890 ed abolirono la schiavitù ma non gli iniqui rapporti di potere tra l’elite di origine arabo-indiana e la maggioranza nera. Quando giunse l’indipendenza nel 1963, gli africani non ci stavano più ad accettare la loro subordinazione.</p>



<p>Nel gennaio 1964 un’improvvisa insurrezione sconvolse l’isola in un’orgia di sangue che travolse l’élite araba ed indiana. I morti e gli stupri si contarono a migliaia, lasciando un trauma che ancora oggi risuona nei discorsi a Zanzibar, sussurrati, perché il regime della Tanzania (di cui Zanzibar entrò a far parte nell’aprile 1964) non vuole che si parli della strage della rivoluzione.</p>



<p>Anche il giovane Abdulrazak fu costretto a lasciare l’isola. Nel 1968 era in Gran Bretagna, ragazzo di vent’anni che si ritrovò nella faticosa opera di ricostruzione della vita, con una nuova identità e una nuova lingua che avrebbe accolto i ricordi che avrebbero costituito il centro emotivo delle sue future opere. L’inglese del gelido Mare del Nord invece della musicalità dello swahili, la lingua meticcia dell’Africa orientale, di stampo bantù e di introiezioni arabe. Gurnah non sarebbe potuto tornare a Zanzibar che molti anni dopo, nel 1984, ormai cittadino britannico.</p>



<p>In Tanzania sono giustamente orgogliosi per il primo Nobel, anche se forse il premio dovrebbe essere dato alla terra sempre troppo popolata degli esuli. A chi spetta? Al paese di nascita o al paese di crescita? Alle spiagge e ai mercati della profumata, multietnica e poco idilliaca isola o alle nebbie e al caos cosmopolita di Londra in cui i popoli delle ex colonie si scontrano con il potere della civiltà europea? C’è un caso opposto. Il francese Jean-Marie Le Clezio, premio Nobel nel 2008, è di famiglia franco-mauriziana da due secoli e ci tiene alla sua identità mauriziana, ma viene identificato, potenza della pelle, come francese.</p>



<p>Insomma, è più importante l’anagrafe, il diploma scolastico o i temi di cui uno scrittore o una scrittrice vuole occuparsi? Che, nel caso, di Gurnah, senza andare a riprendere la pomposa dichiarazione svedese, sono tutti basati in Africa orientale?</p>



<p>La risposta è soffiare nel vento, come disse un altro laureato che a Stoccolma non ci volle andare.</p>



<p>Se c’è un merito nell’Accademia di Svezia è proprio quello di avvicinarci ad autori ed autrici sconosciuti, dalla cui opera potremmo ricavare la comprensione di un altro piccolo pezzo della nostra umanità. La migliore letteratura, del resto, si disinteressa dello sventolare di pezzi di tela colorata sulle linee immaginare su cui vigilano i vigilantes con le fruste.</p>
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		<title>La lunga marcia per la libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Sep 2021 10:20:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ho steso sul tavolo una mappa dell’Africa, di quelle in bianco e nero, e ho cominciato a colorarla. Non sono improvvisamente regredito all’infanzia, pur avendone seriamente il desiderio, ma mi interessava visualizzare l’indice della libertà in Africa elaborato da Freedom House, storica nonché controversa organizzazione americana. Non affrontiamo qui la discussione sulla passione tipicamente anglosassone per le classifiche (che cosa significherà per un nigeriano che il suo paese abbia 45&#8230;</p>
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<p>Ho steso sul tavolo una mappa dell’Africa, di quelle in bianco e nero, e ho cominciato a colorarla. Non sono improvvisamente regredito all’infanzia, pur avendone seriamente il desiderio, ma mi interessava visualizzare l’indice della libertà in Africa elaborato da Freedom House, storica nonché controversa organizzazione americana.</p>



<p>Non affrontiamo qui la discussione sulla passione tipicamente anglosassone per le classifiche (che cosa significherà per un nigeriano che il suo paese abbia 45 punti, mentre nell’Uganda di Museveni si arriva solo a 34?), ma proviamo a fare la prova: in verde i paesi liberi, in giallo quelli parzialmente liberi e in rosso quelli oppressi. </p>



<p>La mappa si è rapidamente colorata di rosso, la mano si è stancata e la matita si è spezzata nello sconforto. Mentre mi angosciavo con i pastelli, ho dovuto rapidamente cambiare colore ad un paese, la Guinea, dove ad inizio mese si è consumato l’ennesimo golpe africano. Avevo già passato in giallo la Tunisia.</p>



<p>L’ultimo conto parla di 8 paesi liberi, 22 paesi parzialmente liberi (tra questi c’è anche il Somaliland che nessuno riconosce) e 26 non liberi (compreso il Sahara occidentale, controllato dal Marocco ma membro dell’Unione Africana).</p>



<p>Qualche anno fa la situazione politica in Africa, continente amato e sfortunato, sembrava volgere verso un tenue verde primaverile, poi i soliti problemi l’hanno riportato all’autunno. Il 2021 non è stato un grande anno. Le elezioni che si sono tenute fin ora, con rare eccezioni, sono state contraddistinte da brogli e sfacciati favoritismi per gli incombenti. L&#8217;Uganda per dire. E poi due colpi di stato in Mali, uno in Guinea, un tentato golpe in Niger, una successione dinastica militare in Ciad; la crisi separatista in Camerun, le violenze jihadiste in Mali, Burkina Faso, Nigeria; la guerra civile in Etiopia contro i ribelli tigrini che ha lambito la località sacra delle chiese nella roccia di Lalibela. Senza dimenticare le jacquéries in Sudafrica, la violenza islamista in Mozambico, l’eterna guerra nella parte occidentale della Repubblica democratica del Congo, dove ha perso la vita anche il nostro Luca Attanasio.</p>



<p>Il Gambia ci fa pensare a come gli eroici oppositori di un tempo, per effetto di una maledizione africana, si trasformino in autocrati. Il presidente Adama Barrow, che riuscì ad abbattere la dittatura di Jammeh ha rinnegato la promessa di restare al potere per solo tre anni. Barrow si prepara alle elezioni del 4 dicembre, sicuro di vincerle.</p>



<p>Insomma, i segnali mostrano un continente nuovamente alle prese con il ciclo di esclusione, frustrazione e violenza. Pochi i segnali positivi. Vogliamo seguirli?</p>



<p>Lo Zambia si è scrollato di dosso il presidente Lungu, che aveva mobilitato l’intero apparato dello Stato per strappare un nuovo mandato. La fortissima mobilitazione popolare ha spinto il candidato dell’opposizione Hichilema verso un trionfo che ha reso vane le manipolazioni del titolare. Possiamo ora solo sperare che Hichilema non segua l’esempio di altri suoi illustri colleghi aggrappati alle poltrone anche oltre scadenza. </p>



<p>Ma, al di là del significato contingente, ciò che sembra insegnare lo Zambia è che la democrazia si consolida dove si salda la passione popolare con una relativa solidità istituzionale, più evidente nei paesi dell’Africa australe, dove si concentrano i paesi liberi, come il Sudafrica, Namibia e Botswana.</p>



<p>Anche i piccoli stati insulari sono riusciti a dotarsi di stabilità e rispetto delle regole democratiche. Pochi giorni fa Sao Tome è andato alle urne facendo vincere l’opposizione di Carlos Vila Nova. Fra poco toccherà a Capo Verde. Maurizio e le Seycelles sono gli altri stati insulari con elezioni credibili e corrette. Fuori da questo ambito piuttosto angusto, tra i paesi liberi, troviamo solo il Ghana.</p>



<p>Volendo completare il giro elettorale dell’Africa, il Somaliland, entità non riconosciuta dal resto del mondo, si distingue per una situazione di pace in una regione del mondo in cui il concetto di turbolenza viene ridefinito in peggio ogni anno. Pur essendo di colore giallo, il Somaliland ha superato il test delle elezioni parlamentari 2021 (le prime da quindici anni) senza incidenti, grazie a meccanismi costituzionali che mescolano schemi occidentali e tradizionali, come il riconoscimento del ruolo dei capi tribali.</p>



<p>La battaglia è ancora in corso in Eswatini dove l’ultimo re assoluto del continente deve fronteggiare una crisi terminale di legittimità. Anche il Sudan è un campo aperto, lì le elezioni sono promesse per il 2022. Per non parlare della Libia che dovrebbe andare alle urne la vigilia di Natale di quest’anno, sempre che la fragile tregua tra le fazioni e le potenze che le sostengono riesca a durare.<br>Eppure, è proprio l’entità delle rivolte popolari che mostra come il bisogno di democrazia continui ad essere fortemente sentito dagli africani, da Tripoli a Città del Capo, da Gibuti a Dakar.</p>



<p>Ogni stato ha la sua storia e le sue caratteristiche ed è difficile fare generalizzazioni ma tra i paesi parzialmente liberi, quelli in giallo, ce ne sono numerosi che potrebbero, nel prossimo decennio, fare un decisivo salto verso solide libertà democratiche accompagnate da stabilità e sviluppo umano. Pensiamo a paesi come il Kenya, un paese con una stampa vibrante e una vivacissima dialettica politica, ma dove il momento delle elezioni si accompagna a corruzione e violenza; alla Nigeria, naturalmente, il gigante del continente, che dal 1999 è riuscita a spegnere la catena dei colpi di Stato militari; e anche alla Tanzania, dove è in corso una lentissima evoluzione verso un regime più aperto. La grande speranza per il futuro resta l’Etiopia, una volta che riuscirà a sciogliere il suo storico dilemma tra centralismo e autonomie locali, recuperando un vero equilibrio tra le diverse etnie.</p>



<p>I paesi cambiano, la storia avanza, non c’è nulla di immutabile. Gli africani reclamano libertà, giustizia e sviluppo. In momenti in cui l’occidente si interroga sui suoi valori fondamentali, forse uno sguardo all’Africa ci fa ricordare come anche qui si continua a battersi e a morire per la libertà.</p>
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