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	<title>Time Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Il jazz? La metafora perfetta per la democrazia.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2021 12:02:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Si sa che il jazz ha accompagnato la lotta per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti. Basterebbe ricordare «Strange fruit» di Billie Holiday, che alcuni anni fa il settimanale «Time» ha indicato come il monumento musicale del secolo. Una canzone bellissima, drammatica e agghiacciante sui linciaggi dei neri nel Sud degli Stati Uniti (infatti, lo «strano frutto» di cui si parla nella canzone è il corpo di un&#8230;</p>
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<p>Si sa che il jazz ha accompagnato la lotta per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti. Basterebbe ricordare «Strange fruit» di Billie Holiday, che alcuni anni fa il settimanale «Time» ha indicato come il monumento musicale del secolo. Una canzone bellissima, drammatica e agghiacciante sui linciaggi dei neri nel Sud degli Stati Uniti (infatti, lo «strano frutto» di cui si parla nella canzone è il corpo di un nero che penzola da un albero) che la cantante eseguì per la prima volta nel nightclub Café Society di New York nel 1939. </p>



<p>Oppure «Fables of Faubus» che Charles Mingus scrisse (e incise nel 1959 nel disco «Mingus Ah Um») come protesta diretta contro le azioni del governatore segregazionista dell’Arkansas, Orval E. Faubus, che si oppose alla storica decisione della Corte Suprema che intimò agli Stati di integrare gli studenti afro-americani nelle scuole pubbliche. </p>



<p>Oppure «Alabama», il brano composto da John Coltrane (incluso nell’album «Live at Birdland») in risposta all’attentato razzista del Ku Klux Klan del 15 settembre 1963 all&#8217;interno di una chiesa battista nella cittadina di Birmingham, in Alabama, nel quale rimasero uccise quattro bambine. </p>



<p>E ancora «The Freedom Suite» di Sonny Rollins, uno dei più famosi ed apprezzati sassofonisti del periodo che, nonostante il successo, quando tentò di affittare un appartamento a New York, dovette affrontare lo spettro del razzismo: l’appartamento gli venne rifiutato perché nero («In quel momento – spiegò poi Rollins – la cosa mi colpì molto: cosa significa quel successo se alla fine ero ancora un negro, per così dire?»). E potrei continuare a lungo.</p>



<p>Del resto, nella cultura afroamericana il jazz è stato, ed è tutt’ora, per citare le parole pronunciate dal Reverendo King, «una musica trionfante».</p>



<p>«Dio – disse Martin Luther King nel denso discorso che tenne all’apertura del Jazz Festival di Berlino nel 1964 – ha estratto molte cose dall’oppressione. Ha dotato le sue creature della capacità di creare. E da questa capacità sono sgorgate le dolci canzoni del dolore e della gioia, che hanno consentito agli esseri umani di adattarsi a tante situazioni diverse. Il jazz parla per la vita. Il blues racconta la storia delle difficoltà nel vivere. Le più dure realtà della vita sono state messe in musica, e ne sono state trasformate con una nuova speranza o un senso di trionfo. Questa è una musica trionfante. </p>



<p>Il jazz moderno ha continuato questa tradizione, cantando le canzoni di un’esistenza urbana più complicata. Quando la vita stessa non offre più né ordine né significato, il musicista crea un ordine e un senso dai suoni della terra che scorrono dentro il suo strumento.</p>



<p>Non stupisce che tanta parte della ricerca di un’identità tra i neri americani sia stata promossa dai musicisti jazz. Molto prima che gli intellettuali dei nostri tempi scrivessero sull’identità razziale come problema in un mondo multietnico, i musicisti tornavano alle loro radici per affermare ciò che si agitava dentro le loro anime. </p>



<p>Tanta energia del nostro movimento per la libertà, è venuta dalla musica. Ci ha rafforzati coi suoi dolci ritmi quando il coraggio ci veniva a mancare. Ci ha calmati con le sue ricche armonie quando avevamo perso fiducia. E adesso il jazz viene esportato nel mondo. Perché nella lotta specifica del nero americano c’è qualcosa in comune con la lotta universale dell’umanità contemporanea.</p>



<p>Ciascuno ha il suo blues. Ciascuno anela a un significato. Ciascuno ha bisogno di amare e di essere amato. Ciascuno ha bisogno di battere le mani e di essere felice. Ciascuno ha bisogno di fede. Nella musica, specialmente in questa vasta categoria chiamata jazz, c’è un primo passo verso questi traguardi».</p>



<p>Ma c’è di più: per Wynton Marsalis, il celebre trombettista che da molti è stato descritto come il musicista jazz più importante della sua generazione, «la musica jazz è la metafora perfetta per la democrazia».</p>



<p>In un momento in cui l’America (e, a dire il vero, il mondo intero) si trovano ad un bivio, il compositore vincitore del Premio Pulitzer ha trovato l’ispirazione per scrivere un lavoro toccante (e pimpante): «The Democracy! Suite», una risposta (artistica) in otto parti alla crisi politica, sociale e sanitaria che oggi stiamo affrontando.</p>



<p>L&#8217;album digitale di Marsalis e del settetto composto da membri della famosa Jazz at Lincoln Center Orchestra, è stato registrato dal vivo nella Appel Room del Jazz at Lincoln Center durante il lockdown imposto dal Covid-19 e uscirà tra qualche giorno.</p>



<p>Wynton Marsalis ripete da tempo che «il jazz è un’arte collettiva e un modo di vivere che allena alla democrazia» e, nell’intervista con la quale ha presentato l’album, ha detto: «Una democrazia è un organismo che vive e respira e che rende possibile la scelta individuale innalzando la causa comune. Questo è anche l&#8217;obiettivo del jazz. Nella nostra musica, ogni volta che suoniamo abbiamo la libertà personale di improvvisare tutta una nuova serie di possibilità e condividiamo altresì l’obiettivo comune di trovare e mantenere un equilibrio collettivo che chiamiamo swing».</p>



<p>L’album di Wynton Marsalis ha l’obiettivo dichiarato di sollevare, ispirare e galvanizzare gli ascoltatori, incitandoli a lavorare insieme per un futuro migliore; e sebbene la musica di «The Democracy! Suite» sia strumentale, parla da sola, esortandoci a lottare per il mondo in cui crediamo. Proprio come ai vecchi tempi. E chissà che, come ai vecchi tempi, dalla musica non ci venga un pò di quella energia di cui oggi abbiamo disperato bisogno.</p>
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		<title>Testing, Tracing, Treatment, Time</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Barone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2020 16:06:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
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		<category><![CDATA[Time]]></category>
		<category><![CDATA[Tracing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo quasi due mesi di lockdown abbiamo sentito e visto tutto e il contrario di tutto. In maniera talmente repentina che spesso stentavamo quasi a crederci. E in questo turbine emotivo che ci ha fatto passare dall’ottimismo, dall’andrà tutto bene dei primi giorni, all’angoscia provata di fronte alle immagini delle camionette dell’esercito che trasportavano le bare dei morti di Bergamo, adesso siamo davanti a un bivio fondamentale: riaprire o no.&#8230;</p>
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<p>Dopo quasi due mesi di lockdown abbiamo sentito e visto tutto e il contrario di tutto. In maniera talmente repentina che spesso stentavamo quasi a crederci. E in questo turbine emotivo che ci ha fatto passare dall’ottimismo, dall’andrà tutto bene dei primi giorni, all’angoscia provata di fronte alle immagini delle camionette dell’esercito che trasportavano le bare dei morti di Bergamo, adesso siamo davanti a un bivio fondamentale: riaprire o no. Con malumori che da Nord a Sud agitano le acque.</p>



<p>Uno Stato moderno ed efficiente non può e non deve restare chiuso. Deve piuttosto mettere in campo tutte le energie necessarie per garantire una ripartenza in sicurezza. È possibile tutto questo? Si, è possibile e in giro per il mondo ci sono esempi virtuosi. Certo, alla ripartenza bisogna arrivare preparati. Arrancare o arrampicarsi sugli specchi non è consentito. La risalita (repentina) dei contagi è un rischio reale che non deve essere sottovalutato. Rischio, confermato sia dall’esperienza altrui che dalla scienza. Non possiamo permetterci riaperture fatte sull’onda dell’emotività. È indispensabile una strategia di contenimento del rischio adeguata.</p>



<p>Gli strumenti a disposizione esistono e sono riassunti nelle cosiddette 3T: testing, tracing, treatment. Ed io aggiungerei anche una quarta T, time. Sono le armi a nostra disposizione per combattere contro questo nemico invisibile. Ma le armi devono essere usate, altrimenti la battaglia non si vince, anzi, è già persa in partenza.</p>



<p>Non è possibile pensare di ripartire senza organizzare uno screening della popolazione che ci dica quante persone sono venute in contatto con il virus (testing: test sierologici), e quante sono ancora positive (testing: tampone). I positivi poi, bisogna isolarli e al contempo bisogna individuare i loro contatti più prossimi (tracing) per metterli in quarantena. Individuati i positivi bisogna trattarli per tempo per evitare che peggiorino e saturino gli ospedali (treatment). E tutto questo va fatto nel minor tempo possibile (time), per evitare che i contagi si diffondano. Qualcuno le chiama l’intelligenza (testing e tracing) e l’azione (treatment).</p>



<p>Non si può pensare di ripartire in sicurezza senza queste pratiche. Non sarà certo la bella stagione a far scomparire il virus. E di immunità ancora non se ne parla.</p>
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