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	<title>Tolleranza Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Tolleranza Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Polonia, è in gioco la nostra identità europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Oct 2021 15:08:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ne “La società aperta e i suoi nemici” Karl Popper ha lasciato in eredità ai posteri degli insegnamenti politici che in queste ore dovremmo rammentare. Tra questi, l’essenzialità, nel nome della tolleranza, del diritto a non tollerare gli intolleranti. Arenarsi, barricarsi in principi ottusi, arrestare il cambiamento politico non può portare alla felicità, “tornare alla presunta ingenuità e bellezza della società chiusa”, scriveva il filosofo, è un errore da non&#8230;</p>
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<p>Ne “La società aperta e i suoi nemici” Karl Popper ha lasciato in eredità ai posteri degli insegnamenti politici che in queste ore dovremmo rammentare. Tra questi, l’essenzialità, nel nome della tolleranza, del diritto a non tollerare gli intolleranti. Arenarsi, barricarsi in principi ottusi, arrestare il cambiamento politico non può portare alla felicità, “tornare alla presunta ingenuità e bellezza della società chiusa”, scriveva il filosofo, è un errore da non commettere.</p>



<p>La questione polacca sembra rappresentare perfettamente questa situazione – dal 2015 infatti, anno in cui il PiS è andato al governo, la Polonia sembra sfidare non soltanto in qualche frangente ma interamente la linea Europea e i suoi capisaldi.</p>



<p>Diritto e Giustizia è un partito ultraconservatore, di quelli che bloccano il cambiamento politico. Dal suo insediamento ha approvato leggi dalla deriva totalitaristica: restringimenti della libertà di stampa, d’espressione, violazioni dei diritti individuali oramai considerati principi europei come la legge anti-aborto recentemente entrata in vigore.</p>



<p>L’ultima azione intollerabile è stata la violazione del principio di indipendenza della magistratura e dell’azione giudiziaria. È chiaro che un Paese con tale sistema non può esistere nell’Unione Europea, Ursula Von Der Leyen ne è pienamente consapevole.</p>



<p>L’ultima sentenza della Corte costituzionale di Varsavia, che ha sancito il primato del diritto nazionale su quello comunitario, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Oggi, ben tredici giudici su quindici della Corte Costituzionale sono filogovernativi: è una corte illegittima, completamente contro il principio dello Stato di diritto. La potremmo definire al limite del medievaleggiante.</p>



<p>Gli aspri toni del dibattito tra la Presidente della Commissione europea e il premier polacco Morawiecki sottolineano quanto la tolleranza europea nei confronti della Polonia sia giunta al limite.</p>



<p>Morawiecki sta usando una strategia di sfinimento, accusa l’Europa di fare ricatti e minacce ma, allo stesso tempo, specifica che la Polexit è una menzogna, afferma di esser pronto a riformare la giustizia, eppure modifiche al sistema non sono ancora state attuate. Secondo la Von Der Leyen la sentenza polacca è “una sfida diretta all’unità degli ordinamenti giuridici europei”, una deriva totalmente in disarmonia con lo spirito dell’Unione: la liberal-democrazia.</p>



<p>La Commissione ha il dovere di salvaguardare i diritti dei cittadini europei, dentro qualsiasi confine essi siano. L’approccio sovranista e populista di PiS invece afferma con convinzione che la sovranità polacca non può essere ostacolata o vincolata dai trattati europei, una sorta di appello disperato al cuius regio eius religio.</p>



<p>La condizionalità europea è ben ampia, spazia dal processo di adesione al supporto della società civile, dall’utilizzo di fondi economici e strumenti d’assistenza all’adozione di principi ideologici comuni. I trattati europei hanno norme di condizionalità precise, non rispettarle significa violare un impegno sottoscritto e firmato in piena libertà.</p>



<p>La Von Der Leyen ha elencato in modo deciso tutte le infrazioni che Morawiecki ha commesso e si ostina a commettere, avvertendolo dell’intenzione di intraprendere pesanti sanzioni, economiche e politiche, cominciando dal blocco del Recovery Plan fino alla sospensione del diritto di voto dello Stato membro inadempiente.</p>



<p>Il conto alla rovescia è partito: entro il 2 novembre la Presidente dovrà stabilire se attivare o meno il meccanismo di blocco dei fondi del bilancio europeo. Basterà l’acceso dibattito dei giorni scorsi a scuotere gli animi dei sovranisti polacchi?</p>



<p>È ormai chiaro agli occhi degli altri Stati membri come il dialogo non possa risolvere la questione. Vi è un’alta probabilità che misure restrittive vengano annunciate nei prossimi giorni. I governi del Benelux, guidati dall’Olanda, hanno già fatto giungere in Commissione una richiesta di attuazione di misure decise, immediate nel tagliare i fondi destinati alla Polonia.</p>



<p>Di fatto, è in corso in Europa una guerra diplomatica. La questione polacca non consiste soltanto in meri affari economici ma è anche una questione di principio: in gioco vi sono la democrazia e la libertà, due dei fondamentali principi europei. Il distacco della Polonia, come anche quello dell’Ungheria, rispetto agli altri Stati membri è sempre più marcato. La Presidente ha dimostrato di essere una guida salda, fedele allo spirito europeo di cui è ufficialmente portatrice.</p>



<p>L’Unione Europea è unita contro queste derive regressiste – PPE, S&amp;D, Liberali e Verdi sostengono pienamente l’azione della Von Der Leyen. Fa riflettere, invece, la posizione dei conservatori dell’ECR e di Identità e Democrazia – due partiti di cui Fratelli d’Italia e Lega fanno parte.</p>



<p>La nostra società aperta sarà in grado di affrontare i suoi nemici? In questo momento di rinascita, libertà e democrazia vanno difese più che mai – in Europa e non solo.</p>
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		<title>Luciano Violante: serve un “manifesto per la fiducia” in cui lo Stato lascia fare, poi se uno sbaglia lo punisce severamente, ma intanto lascia fare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2020 11:09:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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<p><strong>L’Italia sembra un Paese avvitato su se stesso, lento, paralizzato dalla burocrazia, incapace di competere a livello internazionale. È un problema legato al nostro sistema politico?</strong><br>I processi decisionali del nostro sistema politico risalgono alla prima metà del secolo scorso quando le società erano molto più semplici e soprattutto c’erano partiti fortemente organizzati, in grado di tenere insieme la società per un verso e di farsi da tramite tra società e Istituzioni. Nel sistema costituzionale il sistema politico era nelle mani nei partiti politici e non del Parlamento e dei parlamentari. Questo per una scelta assolutamente consapevole che si fece allora: non si sapeva chi avrebbe vinto le elezioni, c’erano due schieramenti che si contendevano lo spazio politico, quello filoccidentale e quello filosovietico: la vittoria dell’uno o dell’altro non avrebbe significato soltanto un nuovo governo ma un diverso sistema di valori, di diritti e di doveri. Se avesse vinto il fronte filosovietico avremmo avuto un certo assetto delle libertà, dei diritti, della proprietà, delle libertà religiose; se avessero vinto i partiti filoccidentali, come vinsero, avremmo avuto un altro sistema. Nell’incertezza dei vincitori si decise di non scrivere regole istituzionali particolarmente rigide per quel che riguardava l’aspetto delle decisioni: quindi due Camere che facevano la stessa cosa, per cui chi soccombeva in una Camera poteva vincere nell’altra; la possibilità di buttar giù un governo con una mozione di sfiducia senza nessun riferimento al futuro, non una sfiducia costruttiva ma puramente distruttiva.</p>



<p><strong>Fino a quando ha funzionato questo sistema?</strong><br>Ha funzionato sino a che i partiti sono stati in grado di tenere in mano il volante. Tranne la scelta della legge elettorale maggioritaria del 1953, la cosiddetta legge truffa, le scelte sono state fatte sempre d’intesa. Questo non obbligava a essere d’accordo su tutto ma lasciar fare agli uni o agli altri, a meno che non ci fossero obiezioni particolarmente rilevanti. Quando quei partiti politici sono finiti, i nuovi non sono stati in grado di svolgere quella funzione e quindi il sistema istituzionale si è trovato privo di guidatore e con un motore interno che non funzionava. Questa è la situazione dentro la quale ci troviamo oggi.</p>



<p><strong>Quindi è un problema di sistema, non di legge elettorale. La riduzione del numero dei parlamentari come inciderà?</strong><br>Il problema della legge elettorale è secondario a mio avviso. Se dovesse essere approvata la riduzione del numero dei parlamentari, ci saranno problemi abbastanza gravi, per il Senato soprattutto: siamo un Paese con ottomila comuni, la stragrande maggioranza dei quali è sotto i cinquemila abitanti, si immagini cosa possa voler dire fare campagna elettorale per un bacino elettorale di circa trecentomila persone. Quanti comuni bisogna percorrere? Quanto costerà questa campagna elettorale?</p>



<p><strong>Come si affronta e si risolve il “blocco” del sistema?</strong><br>Il punto decisivo per me è cambiare sistema decisionale. Abbiamo toccato con mano che questo è il problema. In modo particolare è emerso durante la fase della pandemia, quando è stata chiesta la proroga dello stato di emergenza, che non era una invenzione autoritaria del presidente del Consiglio, ma una esigenza del Governo per poter assumere decisioni rapide ed efficaci. Una cosa che oggi non è possibile fare. Bisogna lavorare in quella direzione, per avere un nuovo sistema di decisione.</p>



<p><strong>Il Parlamento, soprattutto durante la fase emergenziale, sembra aver abdicato al suo ruolo di legislatore.</strong><br>Il Parlamento monopolista della legislazione è un modello ottocentesco. Oggi, in tutti i Paesi avanzati, la legislazione la fanno tanti soggetti: l’Unione Europea, le regioni, i governi. Perché viviamo in una società rapida, con trasformazioni molto veloci. Il procedimento legislativo parlamentare è in sé molto lento perché, giustamente, esige il confronto tra tutti e l’eventuale revisione delle cose approvate provvisoriamente. Il Parlamento è l’organo della grande legislazione, non di quella quotidiana, minuta, alla quale deve pensare il Governo.</p>



<p><strong>Qual è secondo lei il nuovo ruolo che deve ritagliarsi il Parlamento?</strong><br>Il Parlamento deve rinvigorire i suoi compiti di controllo. Oggi i parlamenti, non solo quello italiano, controllano poco o nulla. Controllare vuol dire fatica, conoscere, studiare, informarsi: lavorare in Parlamento non fa notizia, a meno che non ci sia qualche scandalo che si scopre. La proposta di legge invece fa notizia: se io presento una proposta di legge, per quanto scombiccherata, che colpisce l’attenzione dell’opinione pubblica, i giornalisti ne parlano, il mio nome va sui giornali, il mondo sa che esisto. Quindi io credo che il Parlamento dovrebbe rinvigorire i suoi strumenti conoscitivi e ne ha di formidabili. I funzionari di Camera e Senato sono veramente un’aristocrazia dell’apparato pubblico italiano: sfornano rapporti, relazioni, studi di primissima qualità. Non so però se davvero tutti i parlamentari li leggano.</p>



<p><strong>Tre cose da fare</strong>?<br>Per prima cosa, bisognerebbe che il Parlamento aumentasse di più le proprie funzioni di controllo. Secondo: che si dedichi alla grande legislazione invece che a quella minuta. Terzo: che svolga, soprattutto, un’azione di vigilanza efficace sul governo.</p>



<p><strong>Ma anche sui grandi temi decide il Governo, con i maxiemendamenti.</strong><br>Ho scritto anch’io, in una certa fase, del Parlamento che sembrava consulente del Governo. Devo dire che nelle ultime settimane il Parlamento ha ripreso un po’ delle sue funzioni e del suo potere. Però sta di fatto che il meccanismo decreto legge, maxiemendamento e fiducia, che è sostanzialmente il procedimento normativo principe da qualche anno a questa parte, ha fortemente indebolito la funzione legislativa del Parlamento. A mio giudizio i parlamentari dovrebbero pensare a un controllo maggiore dell’attività di governo, a selezionare le proposte di legge segnalando quelle veramente centrali, tenendo presente che un po’ in tutti i paesi la fonte della legislazione primaria è governativa e non parlamentare. Si approvano leggi di iniziativa governativa quasi dappertutto, in larga maggioranza, e non leggi di iniziativa parlamentare, che sono una ristretta minoranza.</p>



<p><strong>Questo vuol dire cambiare la Costituzione?</strong><br>Basterebbe che i presidenti delle Camere, insieme ai capigruppo, concertassero insieme le materie alle quali dare priorità senza affidarsi al caso. Una classe politica dirigente ha il compito primario di indicare priorità. Se non indichi priorità vuol dire che hai strategie, non obiettivi. Vivi alla giornata e questo una classe politica dirigente non può permetterselo.</p>



<p><strong>L’impressione è che la nuova classe dirigente si faccia dettare gli obiettivi dagli umori percepiti sui social.</strong><br>Una parte rilevante della generazione politica che è in Parlamento è vissuta nell’era digitale, quindi è fortemente influenzata da questi mezzi di comunicazione. Questo di per sé non è un fatto negativo. Negativo è essere vittima, subalterno a questo tipo di messaggi. Il politico deve persuadere, deve convincere, non seguire. Essere classe dirigente vuol dire classe che dirige non classe diretta. Il politico deve creare opinioni, non essere vittima delle opinioni. Questi sono elementi rudimentali di formazione politica che dovrebbero essere comunicati e sottolineati, non essere preda di questa o quella ondata informativa.</p>



<p><strong>Perché nessun governo negli ultimi decenni è riuscito a semplificare il quadro normativo italiano?</strong><br>Ci sono alcune cose che non sono semplificabili. Tutta la materia degli appalti pubblici non è semplificabile perché è un pasticcio di sospetti, di sfiducie che si incrociano tra di loro, per cui diventa impossibile o quasi riuscire a fare un contratto pubblico in quelle condizioni. Tra l’altro il problema di fondo è quello che precede l’inizio dei lavori: come ha dimostrato la Banca d’Italia, il tempo maggiore per la costruzione delle opere pubbliche non è quello di costruzione dell’opera ma tutto ciò che viene prima: l’autorizzazione, la concessione, la licenza.</p>



<p><strong>La soluzione?</strong><br>Ho proposto un “manifesto per la fiducia”: occorre lasciare e abbandonare il clima di sospetto e sfiducia che influenza gran parte della nostra legislazione e varare una legislazione della fiducia in cui lo Stato lascia fare, poi se uno sbaglia lo punisce severamente, ma intanto lascia fare. Lo Stato non deve essere un occhiuto controllore della vita delle persone, ma deve far operare nel rispetto delle regole e poi controllare che le cose siano realizzate correttamente. Pensare che un soggetto pubblico debba essere il controllore tentacolare di tutto ciò che accade nel settore pubblico è un grave errore che ci porta tra l’altro a non essere competitivi con gli imprenditori degli altri paesi, Germania e Francia soprattutto, che hanno un sistema disciplinare molto più semplice del nostro. E non si può certo dire che sono sistemi che agevolano la corruzione di per sé: agevolano piuttosto la fiducia e la responsabilità.</p>



<p><strong>Per non parlare della cosiddetta burocrazia difensiva dei funzionari.</strong><br>Uno dei grandi problemi che ha il pubblico funzionario in Italia è l’incertezza della responsabilità, perché per il numero enorme di leggi che abbiamo, non sa bene quali sono le cose che può fare e quelle che non può fare. Un abuso d’ufficio o un accertamento della Corte dei Conti ci scatta sempre e comunque. Chi riceve una comunicazione giudiziaria viene indicato sui giornali come potenziale delinquente, deve scegliere un avvocato che va ovviamente pagato. Dopo cinque anni il pubblico funzionario sarà magari assolto, ma nel frattempo la sua carriera è bloccata ed è stato marchiato come destinatario di un procedimento giudiziario.</p>



<p><strong>Sembra un labirinto senza via d’uscita.</strong><br>Se potessi dare un consiglio direi: non vi ponete il problema di semplificare, varate delle norme nuove e diverse fondate sul principio di fiducia e non su quello del controllo e della sfiducia. Basterebbe applicare la normativa europea con qualche piccola variazione. La Gran Bretagna lo ha fatto poco prima di uscire dall’UE, nella convinzione che quelle disposizioni sono più che sufficienti. Perché non possiamo farlo anche noi? La moltiplicazione dei centri di controllo blocca il sistema, perché ognuno di questi moltiplica gli accertamenti per valorizzare la propria funzione. Ma questo non serve al Paese, questo paralizza il Paese.</p>



<p><strong>Nel suo discorso di insediamento fece un appello alle forze che avevano combattuto la Resistenza. Ci troviamo di fronte a una nuova contrapposizione incapace di far dialogare le forze in campo?</strong><br>Posi il problema di capire le ragioni dei vinti, che è un grande problema democratico. I vincitori devono capire le ragioni dei vinti per far andare avanti il Paese. Quando Togliatti fece l’amnistia, certamente quell’atto non corrispondeva ai suoi desideri, né a quelli del suo partito, ma bisognava andare avanti. Quando De Gasperi si oppose al ricalcolo dei voti dopo il fallimento della legge maggioritaria, la legge truffa, lo fece per evitare forme di frattura eccessive, per non dividere ulteriormente il Paese. Io oggi vedo l’emergere di forti elementi discriminatori nella società italiana. Sono in corso da tempo processi di discriminazione nei confronti della persona diversa: nei confronti di chi è ebreo, di chi è nero, di chi è disabile. Dai giornali e telegiornali questi dati emergono con forza e preoccupazione. Occorre mettere fine ai processi discriminatori attraverso un’attività pedagogica.</p>



<p><strong>Servono nuove leggi?</strong><br>Bisogna diffidare delle leggi come strumento di ordine: sono la cultura, la civiltà, la tolleranza, la comprensione delle ragioni dell’altro che creano ordine. Oggi la cosa che ci deve preoccupare è la presenza forte di una ideologia della discriminazione, molto spesso della negazione della verità. Alcuni grandi soggetti culturali dovrebbero farsi motore di una cultura che avversi la discriminazione, che riconosca il principio di uguaglianza, di pari dignità delle persone. Sembrano cose vecchie ma sono drammaticamente attuali. Questo penso che debba e possa essere il compito delle grandi Fondazioni culturali nel nostro paese.</p>
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